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	<title>Yalla Italia</title>
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	<description>il blog delle seconde generazioni</description>
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		<title>Sognare una Siria che non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 10:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leila El Houssi</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Le notizie che arrivano dalla Siria continuano ad essere tragiche. I bombardamenti a Homs continuano, e questa volta tra le vittime ci sono anche alcuni giornalisti occidentali, tra cui la reporter americana Marie Colvin e il fotografo francese Remi Ochlik. Caduto nei bombardamenti anche Rami al-Said, un videoblogger siriano di 27 anni le cui riprese dei bombardamenti sono state in questi giorni trasmesse da Bbc, Skynews e Al-Jazeera. Oggi che anche gli Stati Uniti e la Francia sono costretti a sentire la tragedia siriana &#8220;vicina&#8221;, pensiamo al coraggio di questi reporter ma anche e soprattutto alle centinaia di giovani manifestanti siriani che in questi mesi hanno fatto la rivoluzione, sono diventati la rivoluzione, con un racconto della nostra redattrice Leila El Houssi. Sonia e il suo magico mondo Era da quando aveva 4 anni che Sonia, di origine siriana, viveva in una provincia del Nord Italia. Era nata a Damasco,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le notizie che arrivano dalla Siria continuano ad essere tragiche.<br />
I bombardamenti a Homs continuano, e questa volta tra le vittime ci sono anche alcuni giornalisti occidentali, tra cui la reporter americana <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=45774&#038;sez=HOME_NELMONDO&#038;npl=&#038;desc_sez="target="_blank">Marie Colvin</a> e il fotografo francese <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=45775&#038;sez=HOME_NELMONDO&#038;npl=&#038;desc_sez="target="_blank">Remi Ochlik</a>. Caduto nei bombardamenti anche <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2012/02/22/foto/videoblogger-30325047/1/"target="_blank">Rami al-Said</a>, un videoblogger siriano di 27 anni le cui riprese dei bombardamenti sono state in questi giorni trasmesse da Bbc, Skynews e Al-Jazeera.</p>
<p>Oggi che anche gli Stati Uniti e la Francia sono costretti a sentire la tragedia siriana &#8220;vicina&#8221;, pensiamo al coraggio di questi reporter ma anche e soprattutto alle centinaia di giovani manifestanti siriani che in questi mesi hanno fatto la rivoluzione, sono <em>diventati</em> la rivoluzione, con un racconto della nostra redattrice Leila El Houssi.</p>
<p><em>Sonia e il suo magico mondo<br /></em><br />
<br />
Era da quando aveva 4 anni che Sonia, di origine siriana, viveva in una provincia del Nord Italia. Era nata a Damasco, città che conosceva attraverso i racconti che sua madre, in arabo, le narrava da quando era piccola prima di addormentarsi. Non era mai più tornata perché la madre non era più voluta tornare. Sonia non aveva mai voluto veramente indagare sulle scelta della madre , ma di una cosa era sicura. si sentiva fortunata perché lei viveva la “sua” Damasco attraverso il racconto della memoria. <br />
E della “sua” Damasco non ne parlava con nessuno quasi come se avesse il timore di dover condividere il mondo rassicurante della madre che apparteneva solo a lei. Nessuno poteva inserirsi nella magica realtà della narrazione in cui le parole assumevano delle forme che solo Sonia era in grado di comprendere. O almeno così a lei sembrava.<br />
Gli anni passavano e Sonia viveva la propria quotidianità nella sua dimensione di giovane ragazza italiana iscritta all’Università senza rivelare a nessuno il “suo magico mondo” che custodiva gelosamente. Ma improvvisamente qualcosa accadde. Sonia era finalmente pronta a svelarsi. Fu l’entusiasmo dell’amore appena sbocciato con Nicola, un giovane studente, a renderla forte e sicura e a sentirsi finalmente pronta a condividere il “suo magico mondo”.</p>
<p>Fiera della propria decisione scelse proprio quella mattina per rivelarsi. Ma scendendo le scale della sua casa, intravide sua madre con le lacrime che le solcavano il volto. La televisione era accesa. S’intravedevano immagini di violenza: cosa stava accadendo? La madre strinse a sé Sonia raccontandole che quella era Damasco.<br />
La “sua” Damasco era in fiamme: si scorgeva dolore, rabbia e disperazione. Era la prima volta che Sonia decideva di vedere Damasco attraverso la televisione. Finora se lo era sempre impedito. Non voleva attraverso delle immagini trasfigurare la “sua città”.<br />
Ma quello che ora Sonia vedeva non era più il suo magico mondo. Era una realtà cruenta che doveva terminare. La madre cominciò a raccontare a Sonia il perché era venuta in Italia : la morte dello zio sotto il regime l’aveva costretta a fare una scelta radicale. Andarsene il prima possibile in un posto lontano. Ma non poi così lontano.<br />
Sonia si rendeva conto della sofferenza che la madre aveva subito durante quegli anni. Non poter più rientrare nel suo paese di origine senza mai rivelare il perché l’aveva segnata per sempre. E Sonia ora si rendeva conto che troppe persone come sua madre erano sparse nel mondo e  vivevano la sofferenza dell’esilio. E ancora Sonia si rendeva conto di quanta sofferenza provassero quelle persone a cui era impedito di opporsi ad un regime liberticida. Anche Sonia cominciò a provare il dolore dell’esilio e della privazione della libertà.<br />
Raccontò il suo magico mondo infranto a Nicola, il quale ascoltò senza mai fiatare. E alla fine del suo racconto Sonia disse che era giunto il momento di conoscere finalmente Damasco. Diventava condizione necessaria per lei aiutare il suo popolo perché si rese conto di quanto il popolo siriano le appartenesse. <br />
Partì dopo qualche settimana con un’organizzazione umanitaria internazionale, lasciando il suo giovane Nicola e sua madre. Salutandoli disse “Ho bisogno di ritrovare la &#8216;mia&#8217; Damasco”.<br />
Sonia non ha ritrovato la sua Damasco ma ha combattuto fino alla fine per ritrovarla. La sua giovane vita si è spezzata nel corso di uno degli ennesimi scontri tra polizia e manifestanti. <br />
Il giovane Nicola non ha mai capito il perché di quella decisione. Sua madre invece, tutte le sere continua a raccontarle “il suo magico mondo”.  </p>
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		<title>Yalla per Avis. Donare il sangue è un gesto che unisce tutti</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/yalla-per-avis-donare-il-sangue-e-un-gesto-che-unisce-tutti/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 14:20:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono aumentate le tasse del permesso di soggiorno; cresce il partito anti ius soli; è spuntata la tassa sui money transfer; in alcune città serve una certificazione della lingua italiana anche per aprire una kebabberia; c’è chi vuole negare la sanità ai clandestini; non ci permettono di votare; e a parità di qualifiche professionali, gli stipendi degli immigrati tendono al ribasso. Ma noi a questo paese vogliamo dare proprio tutto, anche il sangue. Cosa aspetti? Contatta l’Avis Taxes for the Permit to Stay are increasing; the party against &#8220;ius soli rights&#8221; is increasing, a new tax on money transfers is on place, in some cities there is a need &#8220;of an italian language certificate&#8221;, even to open a kebab take-away, there are those who seek to deny healthcare to illegal aliens; they do not allow us to vote and even with equal professional qualifications, salaries of immigrants stretch out to...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono aumentate le tasse del permesso di soggiorno; cresce il partito anti ius soli; è spuntata la tassa sui money transfer; in alcune città serve una certificazione della lingua italiana anche per aprire una kebabberia; c’è chi vuole  negare la sanità ai clandestini; non ci permettono di votare; e a parità di qualifiche professionali, gli stipendi degli immigrati tendono al ribasso.<br /> <br />
Ma noi a questo paese vogliamo dare proprio tutto, anche il sangue. </p>
<p>Cosa aspetti? Contatta <a href="http://www.tuttidovremmofarlo.it/faq.html"target="_blanket">l’Avis</a></p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/SQFLJWp2EMk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Taxes for the Permit to Stay are increasing; the party against &#8220;ius soli rights&#8221; is increasing, a new tax on money transfers is on place, in some cities there is a need &#8220;of an italian language certificate&#8221;, even to open a kebab take-away, there are those who seek to deny healthcare to illegal aliens; they do not allow us to vote and even with equal professional qualifications, salaries of immigrants stretch out to the reduction.  And yet we to this country want to give  everything.  Also the blood.  Italians, immigrated, 2G.Donating blood unites us all. (Traduzione Ebla Ahmed)</p>
<p>
Les taxes pour la carte de séjour ont augmenté; le parti anti ius soli croît; et voilà la taxe sur le transfert d’argent; dans certaines villes il est nécessaire d’avoir une certification en langue italienne même pour ouvrir un kebab; Il y a ceux qui veulent nier le service sanitaire aux clandestins; on ne nous permet pas de voter; et, à parité de qualification professionnelles les salaires des immigrés sont plus bas; ce pendent nous à ce pays nous voulons tout donner même notre sang. Italiens, immigrés, 2G. Donner le sang nous unit tous.(Traduzione Zeina Ayache)</p>
<p>Guarda le foto del <a href="http://www.facebook.com/medi<br />
/set/?set=a.282347908502084.63535.168979266505616&#038;type=!#!/media/set/?set=a.282347908502084.63535.168979266505616&#038;type=1"target="_blanket">backstage</a></p>
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		<title>Patriarca o sceicco? “Il Secolo XIX” prende fischi per fiaschi</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/patriarca-o-sceicco-%e2%80%9cil-secolo-xix%e2%80%9d-prende-fischi-per-fiaschi/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 11:20:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Boutros</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli italiani non conoscono il mondo arabo? Non abbiamo nemmeno finito di dirlo in questo articolo, che una prova tangibile ci viene offerta su un piatto d’argento. Questa volta però, non parliamo più di ragazzi, ma di professionisti, e in particolar modo dei giornalisti del primo quotidiano ligure, “Il Secolo XIX”. Apro il giornale, leggo distrattamente i titoli principali, e da buon copto non posso non farmi attirare dalla foto del Papa Shenouda III in fondo alla pagina degli esteri. Leggo l’articolo, e mi chiedo cosa c’entri il Papa di Alessandria con la storia recente dei rapporti Vaticano-Azhar! Ma le perplessità non durano molto, perché la didascalia sotto la foto parla chiaro: “I Grande imam Ahmad at-Tayyeb”… il grande chi!? (fra l’altro se proprio vogliamo essere puntigliosi, sarebbe IL Grande imam eccetera eccetera… errorino di stampa). Che gaffe bestiale! (Sempre se la vogliamo chiamare così) Ma a noi di Yalla...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Gli italiani non conoscono il mondo arabo? <br />
Non abbiamo nemmeno finito di dirlo in <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/02/immigrazione-mondo-arabo-ius-soli%E2%80%A6quegli-sconosciuti/"target="_blank">questo</a> articolo, che una prova tangibile ci viene offerta su un piatto d’argento.<br />
Questa volta però, non parliamo più di ragazzi, ma di professionisti, e in particolar modo dei giornalisti del primo quotidiano ligure, “Il Secolo XIX”.</p>
<p>
Apro il giornale, leggo distrattamente i titoli principali, e da buon copto non posso non farmi attirare dalla foto del Papa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Shenuda_III_di_Alessandria"target="_blank">Shenouda III</a> in fondo alla pagina degli esteri. Leggo l’articolo, e mi chiedo cosa c’entri il Papa di Alessandria con la storia recente dei rapporti Vaticano-Azhar!</p>
<p>Ma le perplessità non durano molto, perché la didascalia sotto la foto parla chiaro: “I Grande imam Ahmad at-Tayyeb”… il grande chi!? (fra l’altro se proprio vogliamo essere puntigliosi, sarebbe IL Grande imam eccetera eccetera… errorino di stampa).<br />
Che gaffe bestiale! (Sempre se la vogliamo chiamare così)</p>
<p>Ma a noi di Yalla piace approfondire le cose, e di certo non potevamo non chiederci: ma com’è stato possibile commettere un errore del genere!? (anche se ahimè, probabilmente non se ne sarà accorto nessuno).</p>
<p>Abbiamo un’ipotesi: facendo una ricerca su Google immagini, con la voce “Ahmad el-Tayyeb” – fra le numerosissime foto, sicuramente più adatte di quella scelta! – ne troviamo <a href="http://www.google.it/imgres?q=Ahmed+el-Tayeb&#038;um=1&#038;hl=it&#038;client=firefox-a&#038;hs=ZvV&#038;sa=N&#038;rls=org.mozilla:it:official&#038;biw=1600&#038;bih=676&#038;tbm=isch&#038;tbnid=H3mEpuaOuUzFHM:&#038;imgrefurl=http://canaryinthecoalmine.typepad.com/my-blog/2011/01/angry-copts-attack-vehicle-carrying-egypts-top-muslim-clerics.html&#038;docid=RyxW-AC3MsYipM&#038;imgurl=http://canaryinthecoalmine.typepad.com/.a/6a013487f321e0970c0147e138c55e970b-800wi&#038;w=480&#038;h=319&#038;ei=Dc5ET7OMKoqeOse4ia4C&#038;zoom=1&#038;iact=rc&#038;dur=527&#038;sig=117779191392541441839&#038;page=2&#038;tbnh=143&#038;tbnw=185&#038;start=19&#038;ndsp=28&#038;ved=0CM8BEK0DMBw&#038;tx=77&#038;ty=107"target="_blank">una</a> in particolare che fa al caso nostro.</p>
<p>Ecco, ora possiamo dire che probabilmente si è trattato “solo” di un errore di “taglio”, anzi, in fondo in fondo poteva anche starci un’immagine dei due capi religiosi egiziani, l’uno al fianco dell’altro…<br />
Ma se si parlava di rapporti Vaticano-Azhar, direi che non c’era foto migliore di <a href="http://www.yallaitalia.it/2011/11/un-bacio-proibito-ha-riacceso-i-ragionamenti-casti/"target="_blank">questa</a>!</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Corriere chiama, la Milano interculturale risponde</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/corriere-chiama-la-milano-interculturale-risponde/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 11:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mille e una yalla]]></category>

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		<description><![CDATA[La città nuova. Così il Corriere della Sera on line ha chiamato il suo nuovo blog milanese: studenti, lavoratori, imprenditori, storie di convivenza e identità disparate. Per raccontare la Milano interculturale i giornalisti del Corriere Alessandra Coppola, Matteo Speroni, Fabrizio Guglielmini e Rossella Burattino si sono fatti affiancare da &#8220;esperti&#8221;, a vario titolo, dell&#8217;intercultura, tra cui spiccano anche gli yallisti Akram Idries e Rania Ibrahim. L&#8217;obiettivo è lasciare spazio ai milanesi di origine straniera ma anche parlare, al netto di buonismi o pregiudizi, di temi importanti come il cosiddetto incontro/scontro di civiltà. E a proposito di intercultura il mondo della comunicazione sembra aprirvisi sempre più. La Cooperativa Lai-momo (editrice della rivista Africa e Mediterraneo) e il Centro Studi e Ricerche Idos (Roma) hanno pubblicato, sostenuti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e finanziati dal Fondo Europeo per l&#8217;Integrazione di cittadini di Paesi Terzi, un vero e proprio manuale...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
La <a href="http://lacittanuova.milano.corriere.it/"target="_blank">città nuova</a>. Così il Corriere della Sera on line ha chiamato il suo nuovo blog milanese: studenti, lavoratori, imprenditori, storie di convivenza e identità disparate.</p>
<p>Per raccontare la Milano interculturale i giornalisti del Corriere Alessandra Coppola, Matteo Speroni, Fabrizio Guglielmini e Rossella Burattino si sono fatti affiancare da &#8220;esperti&#8221;, a vario titolo, dell&#8217;intercultura, tra cui spiccano anche gli yallisti Akram Idries e Rania Ibrahim.<br />
L&#8217;obiettivo è lasciare spazio ai milanesi di origine straniera ma anche parlare, al netto di buonismi o pregiudizi, di temi importanti come il cosiddetto incontro/scontro di civiltà.<br />
E a proposito di intercultura il mondo della comunicazione sembra aprirvisi sempre più.</p>
<p>La Cooperativa Lai-momo (editrice della rivista Africa e Mediterraneo) e il Centro Studi e Ricerche Idos (Roma) hanno pubblicato, sostenuti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e finanziati dal Fondo Europeo per l&#8217;Integrazione di cittadini di Paesi Terzi, un vero e proprio manuale di comunicazione.<br />
<br />
Il manuale ha lo scopo di educare i giornalisti e gli addetti al mestiere vari ed eventuali non solo a conoscere, ma anche a comunicare i temi dell&#8217;immigrazione e dell&#8217;integrazione.</p>
<p>Ecco perchè la pubblicazione raccoglie un&#8217;ampia galleria di casi riusciti di integrazione e di storie di vita, dal medico al pasticciere, dal commerciante all’artista, dallo scrittore al DJ.<br />
Vengono inoltre forniti delle linee guida per la consultazione delle fonti, con la lista di quelle più accreditate a livello internazionale e italiano, e un Glossario che definisce respingimenti, espulsioni, catene migratorie ed altri termini tecnici.</p>
<p>Ci auguriamo quindi che alla &#8220;città nuova&#8221;, segua anche il Paese nuovo.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La lotta alle mutilazioni genitali femminili comincia a scuola (la nostra)</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/la-lotta-alle-mutilazioni-genitali-femminili-comincia-a-scuola-la-nostra/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni ha creato enorme scalpore la visita in Tunisia del telepredicatore egiziano Wagdi Ghoneim che, invitato da alcuni gruppi salafiti locali, nel corso di uno dei suoi discorsi pubblici ha affermato che &#8220;l&#8217;escissione del clitoride è una pratica raccomandata dall&#8217;Islam&#8221;. Fortunatamente hanno risposto a Ghoneim sia il ministero tunisino della Salute, che ha bollato l&#8217;infibulazione come &#8220;pratica lontana dalla tradizione tunisina&#8221;, che l&#8217;ordine dei medici che ha ricordato come &#8220;ogni azione che attenti all&#8217;integrità fisica dei minori è un reato&#8221;. Ciò che dovrebbe allarmare anche noi è che il salafita sia conosciuto e apprezzato anche da alcuni (speriamo pochi) musulmani italiani che nel 2005 lo invitarono a tenere alcuni sermoni nelle moschee di Bologna, Verona, Padova e Sesto San Giovanni. Siamo infatti abituati a credere che quando si parla di controllo della sessualità femminile e violazione dei diritti basilari delle donne il tema non ci riguardi da vicino,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni ha creato enorme scalpore la visita in Tunisia del telepredicatore egiziano <a href="http://www.tunisia-live.net/2012/02/15/controversial-cleric-advocate-of-female-genital-mutilation-challenges-tunisian-critics/"target="_blank">Wagdi Ghoneim</a> che, invitato da alcuni gruppi salafiti locali, nel corso di uno dei suoi discorsi pubblici ha affermato che &#8220;l&#8217;escissione del clitoride è una pratica raccomandata dall&#8217;Islam&#8221;.</p>
<p>Fortunatamente hanno risposto a Ghoneim sia il ministero tunisino della Salute, che ha bollato l&#8217;infibulazione come &#8220;pratica lontana dalla tradizione tunisina&#8221;, che l&#8217;ordine dei medici che ha ricordato come &#8220;ogni azione che attenti all&#8217;integrità fisica dei minori è un reato&#8221;.</p>
<p>Ciò che dovrebbe allarmare anche noi è che il salafita sia conosciuto e apprezzato anche da alcuni (speriamo pochi) musulmani italiani che nel 2005 lo invitarono a tenere alcuni sermoni nelle moschee di Bologna, Verona, Padova e Sesto San Giovanni.</p>
<p>Siamo infatti abituati a credere che quando si parla di controllo della sessualità femminile e violazione dei diritti basilari delle donne il tema non ci riguardi da vicino, ma oggi il dossier <a href="http://www.alberodellavita.org/pubblicazioni.html"target="_blank">Il diritto di essere bambine</a> ci aiuta a scoprire che un tema drammatico come le mutilazioni genitali femminili investe l’Italia molto più di quanto non immaginiamo.<br />
Perché questa pratica atroce, e cosa c&#8217;entra con il nostro paese?<br />
“Nelle culture in cui viene praticata la mutilazione genitale femminile, una donna non mutilata non si sposa, è considerata impura, inferiore. Le madri lo ripetono alle figlie perché vogliono che siano inserite nel loro contesto, nella loro comunità, credono insomma di farlo per il loro bene. In più per chi emigra in un paese come l’Italia la prospettiva cambia: le bambine e le donne si ritrovano in una società che invece non lo accetta, in un mondo in cui la pratica va tenuta nascosta” spiega Tiziana Macciò dell’Albero della Vita, la onlus che insieme all&#8217;associazione interculturale Nosotras ha realizzato il dossier. </p>
<p>Le mutilazioni genitali femminili sono di vario tipo, vanno da una parziale asportazione del clitoride alla cosiddetta infibulazione o “escissione faraonica”, ovvero totale asportazione dei genitali femminili con conseguente sutura dell’apertura vaginale. Il trauma che ne deriva condiziona l’intera vita delle bambine: dal dolore provato contestualmente all’operazione, a sofferenze indicibili durante il ciclo mestruale, i rapporti sessuali, il momento del parto, fino ad includere lo shock psicologico che provoca depressione ed episodi simil-psicotici.</p>
<p>Il dossier descrive la diffusione di questo fenomeno tra le comunità immigrate in Italia con un dato “innovativo”, più alto rispetto a quello calcolato nel 2009 dal Ministero delle Pari Opportunità. <br />
“Siamo partiti dai dati del MIUR per poter dare una stima diversa” ci spiega Maccio’ “non ci siamo limitati ai dati ISTAT delle bambine nate in Italia originarie da paesi in cui la pratica dell’infibulazione fa parte delle tradizioni locali. Ci siamo invece concentrati sulle bambine iscritte a scuola, riuscendo cosi’ ad includere il dato delle bambine provenienti da famiglie irregolari. Siamo arrivati ad un dato di 7.727 bambine a rischio. Fortunatamente esiste anche uno scarto del 30% tra madri che hanno subito MGF e figlie a rischio.”</p>
<p>Ma basta intervenire nelle scuole? “Diciamo che c’e’ un’ottima legge in Italia, la legge n.7/2006, che punisce persino chi torna al proprio paese per sottoporre le figlie a MGF. Ma la legge non basta, perché di fatto deve avvalersi di chi può scoprire tale pratica oppure di una denuncia. Purtroppo le denunce in Italia sono pochissime”.<br />
E allora, come incidere preventivamente sul fenomeno? <br />
“Considerando che l’età media delle bimbe sottoposte a MGF si abbassa sempre di più, è fondamentale lavorare nelle scuole materne, dove le insegnanti devono ricevere una formazione e degli strumenti per creare negoziazioni con le famiglie prima che compiano tale pratica. Prevedendo anche l&#8217;intervento di mediatori culturali, per esempio”.</p>
<p>
L’Albero della Vita e Nosotras incominceranno la loro campagna di prevenzione con un progetto pilota in una scuola di Firenze. Per gli altri istituti scolastici della Toscana interessati ad aderire, c’è tempo fino al 15 febbraio per contattare le associazioni promotrici. L’obiettivo a lungo termine, però, è stilare un documento di buone prassi da divulgare anche a livello nazionale, ed estendere la campagna anche alle scuole della Lombardia e delle regioni ad alto tasso di bambine a rischio MGF. </p>
<p>Quali che siano i dati certi del fenomeno in Italia, si tratta di un controllo atroce della sessualità femminile, e di un problema culturale che in fondo richiama alla mente un dominio patriarcale che è necessario abbattere.<br />
Se sottoporre le proprie figlie alla mutilazione genitale è parte di un sistema di tradizioni che richiamano il proprio paese d’origine, le proprie radici, attaccarvisi diventa un ulteriore modo per difendere la propria identità. E’ così che le donne, le prime vittime, finiscono per diventare carnefici e condannano le proprie figlie a subire la medesima sofferenza. E’ questo meccanismo perverso, la questione fondamentale. E oggi combatterlo riguarda anche noi.</p>
<p><a href="http://www.alberodellavita.org/"target="_blank">www.alberodellavita.org</a><br />
<a href="http://www.nosotras.it/"target="_blank">www.nosotras.it</a></p>
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		<title>La strana coppia marocchina:il salafita con la femminista</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 11:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha scatenato forti polemiche in Marocco la fotografia circolata su &#8216;Facebook&#8217; e su altri social network che riprende lo sceicco Mohammed El Fazazi, leader della corrente salafita jihadista marocchina, con la famosa attrice e femminista Latifa Ahrar. L&#8217;incontro tra i due e&#8217; avvenuto nei giorni scorsi durante la fiera del Libro di Casablanca. In quell&#8217;occasione l&#8217;imam salafita, uscito di prigione di recente in seguito alla grazia concessa dal re Mohammed VI in concomitanza con le celebrazioni del compleanno di Maometto, si e&#8217; intrattenuto a lungo a discutere con l&#8217;attrice che lo scorso dicembre ha fatto scandalo in Marocco per aver indossato un kaftano marocchino con lo spacco, che metteva ben in evidenza le sue gambe, sfilando sul red carpet del festival del cinema di Marrakesh. &#8220;Questi due personaggi &#8211; spiega la stampa marocchina &#8211; rappresentano gli esatti opposti della nostra societa&#8217; che, nonostante le distanze, riescono a dialogare&#8221;. In quell&#8217;occasione...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha scatenato forti polemiche in Marocco la fotografia circolata su &#8216;Facebook&#8217; e su altri social network che riprende lo sceicco <strong>Mohammed El Fazazi</strong>, leader della corrente salafita jihadista marocchina, con la famosa attrice e femminista<strong> Latifa Ahrar</strong>.</p>
<p>L&#8217;incontro tra i due e&#8217; avvenuto nei giorni scorsi durante la fiera del Libro di Casablanca.<br /> <br />
 In quell&#8217;occasione l&#8217;imam salafita, uscito di prigione di recente in seguito alla grazia concessa dal re Mohammed VI in concomitanza con le celebrazioni del compleanno di Maometto, si e&#8217; intrattenuto a lungo a discutere con l&#8217;attrice che lo scorso dicembre ha fatto <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/182751/la-donna-minacciata-di-morte-per-uno-spacco/?replytocom=387041"target="_blanket">scandalo</a> in Marocco per aver indossato un kaftano marocchino con lo spacco, che metteva ben in evidenza le sue gambe, sfilando sul red carpet del festival del cinema di Marrakesh.</p>
<p>&#8220;Questi due personaggi &#8211; spiega la stampa marocchina &#8211; rappresentano gli esatti opposti della nostra societa&#8217; che, nonostante le distanze, riescono a dialogare&#8221;. In quell&#8217;occasione sembra sia stato proprio lo sceicco El Fazazi a chiedere una foto ricordo con la moglie, coperta dal niqab, il velo integrale, e l&#8217;attrice Ahrar.<br /> <br />
 Sempre lo sceicco ha poi deciso di pubblicarla su Internet, nonostante il divieto per i salafiti jihadisti di mostrare qualsiasi immagine con il volto di una donna.</p>
<p> Questa circostanza ha fatto andare su tutte le furie alcuni seguaci dell&#8217;imam salafita, che si sono lamentati con lui sul web, accusandolo di aver emanato una fatwa che permette la pubblicazione delle foto con il volto delle donne.</p>
<p>Intervistato dalla tv satellitare &#8216;al-Arabiya&#8217;, l&#8217;imam ha risposto che &#8220;innanzitutto sul mio sito Internet non posso emanare delle fatwa perche&#8217; in Marocco queste cose sono regolate in modo preciso.<br />
Per quanto riguarda la questione delle foto con il volto delle donne, ritengo che non sia mai stata regolata da una fatwa&#8221;. Parlando invece al sito marocchino &#8216;Hespress&#8217;, lo sceicco ha affermato di &#8220;aver incontrato l&#8217;attrice all&#8217;ingresso della mostra del libro e di averle chiesto di avvicinarsi alla religione e di pentirsi per non indossare il velo islamico e per essersi mostrata in pubblico con abiti succinti&#8221;.</p>
<p>Dello stesso tenore la versione fornita dall&#8217;attrice marocchina che ha raccontato di &#8220;aver incontrato lo sceicco e di averlo fermato. Volevo confrontarmi con lui perche&#8217; due giorni prima ho sentito che parlava di me su una radio locale&#8221;. Il sito marocchino pubblica anche la foto della moglie dello sceicco, con indosso il niqab, e la Ahrar. &#8220;Sua moglie &#8211; ha concluso l&#8217;attrice &#8211; mi ha invece fatto molti complimenti e ha detto di essere una mia fan&#8221;.</p>
<p>Lo sceicco El Fazazi e&#8217; stato arrestato subito dopo gli attentati di Casablanca del maggio del 2003.<br />
Accusato di avere legami e di essere l&#8217;ispiratore dei terroristi, era solito predicare nelle moschee contro ebrei e cristiani.<br />
Dopo la sua uscita dal carcere, insieme ad altri imam salafiti, ha pero&#8217; assunto posizioni leggermente diverse e non ha escluso di poter dare vita presto a una formazione politica.</p>
<p>Fonte <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/Aki/Italiano/"target="_blanket">Adnkronos Internationl</a> </p>
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		<title>Bando per le 2g: premio al miglior progetto ideato da studenti stranieri per sviluppare opportunità di business</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 11:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Souk of the future]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.yallaitalia.it/?p=6261</guid>
		<description><![CDATA[È online il bando per partecipare al Concorso Cittadini del Mondo 2012 per la Scuola Italiana. Nuovi cittadini per nuovi mercati: premio al miglior progetto ideato da studenti di seconda generazione per sviluppare opportunità imprenditoriali nei paesi di origine delle famiglie. I residenti stranieri di seconda generazione, i giovanissimi, nuovi cittadini italiani possono costituire una straordinaria opportunità anche per le imprese italiane. Di tale apporto, spesso, non se ne è consapevoli. Per questa ragione e nell’ottica di favorire, da un lato, l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani studenti stranieri iscritti nelle Scuole superiori o al primo anno delle Università italiane, dall’altro, le imprese italiane interessate ad avviare rapporti commerciali con nuovi mercati esteri, Cittadini del Mondo ha indetto un Concorso che premierà il miglior progetto/idea realizzato da uno studente figlio di immigrati avente ad oggetto una strategia di penetrazione nel mercato del Paese di origine e quindi di provenienza...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È online il bando per partecipare al Concorso Cittadini del Mondo 2012 per la Scuola Italiana.<br />
Nuovi cittadini per nuovi mercati: premio al miglior progetto ideato da studenti di seconda generazione per sviluppare opportunità imprenditoriali nei paesi di origine delle famiglie.</p>
<p>I residenti stranieri di seconda generazione, i giovanissimi, nuovi cittadini italiani possono costituire una straordinaria opportunità anche per le imprese italiane. Di tale apporto, spesso, non se ne è consapevoli.</p>
<p>Per questa ragione e nell’ottica di favorire, da un lato, l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani studenti stranieri iscritti nelle Scuole superiori o al primo anno delle Università italiane, dall’altro, le imprese italiane interessate ad avviare rapporti commerciali con nuovi mercati esteri, Cittadini del Mondo ha indetto un Concorso che premierà il miglior progetto/idea realizzato da uno studente figlio di immigrati avente ad oggetto una strategia di penetrazione nel mercato del Paese di origine e quindi di provenienza dei suoi genitori.</p>
<p>È possibile scaricare il bando sul sito <a href="http://www.cittadinidelmondoexpo.it/eventi_convegni/concorso_scuola.htm"target="_blanket">cittadini del mondo expo</a></p>
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		<title>Il paradiso giace sotto i piedi delle madri</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/il-paradiso-giace-sotto-i-piedi-delle-madri/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:32:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lubna Ammoune</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Se il Wall Street Journal conferisce alle italiane la palma di migliori mamme d&#8217;America in un articolo semiserio su tutti i diversi stili di parenting, dovremmo dire mothering, negli Stati Uniti delle mille etnie, sostenendo che «le mamme migliori sono le italo-americane, in parte perché sono affettuose e solari, ma soprattutto per i loro manicotti», cosa potrebbe raccontare Yalla Italia a proposito delle mamme italo-arabe? La premessa è racchiusa nella massima che segue: “Il paradiso giace sotto i piedi delle madri”. È proprio così che recita un hadith di Abu Hurairah, conosciuto da tutti i figli di origine arabo-musulmana. Una mamma tipicamente araba? Non esiste, ma vi sono tratti comuni che si ritrovano non di rado. Molte mamme italo-arabe hanno di natura un’inclinazione iper materna, escluderebbero babysitter a lungo termine e interpretano con un senso tutto loro la fertilità. Avete mai visto una donna egiziana sull’autobus? È probabile che corrisponda...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-16/mamme-italiane-sono-migliori-095250.shtml?uuid=AaFhAfsE"target="_blank">Wall Street Journal</a> conferisce alle italiane la palma di migliori mamme d&#8217;America in un articolo semiserio su tutti i diversi stili di parenting, dovremmo dire mothering, negli Stati Uniti delle mille etnie, sostenendo che «le mamme migliori sono le italo-americane, in parte perché sono affettuose e solari, ma soprattutto per i loro manicotti», cosa potrebbe raccontare Yalla Italia a proposito delle mamme italo-arabe?</p>
<p> La premessa è racchiusa nella massima che segue: “Il paradiso giace sotto i piedi delle madri”. È proprio così che recita un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Had%C3%ADth"target="_blank">hadith</a> di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Abu_Hurairah"target="_blank">Abu Hurairah</a>,  conosciuto da tutti i figli di origine arabo-musulmana. Una mamma tipicamente araba? Non esiste, ma vi sono tratti comuni che si ritrovano non di rado. Molte mamme italo-arabe hanno di natura un’inclinazione iper materna, escluderebbero babysitter a lungo termine e interpretano con un senso tutto loro la fertilità.<br />
 Avete mai visto una donna egiziana sull’autobus? È probabile che corrisponda a tale descrizione: manico del sacco della spesa intrecciato tra due dita, il primo bimbo attaccato al mignolo, il secondo tenuto nell’altro mano, il terzo in equilibrio intorno al collo, il quarto concepito da qualche mese e il quinto in lista d’attesa.</p>
<p>Una mamma mediorientale al mercato? Si sente perennemente in un suq arabo e nonostante le osservazioni dei figli non rinuncia al tradizionale tentativo di scontare qualsiasi tipo di bene. A scuola si distinguono alla prima occasione conviviale. Ogni mamma porterà un assaggio tipico della sua cucina, ma la mamma marocchina generosa per definizione ne porterà non solo per nutrire la classe, ma l’intera scuola! Se invitate a casa vostra una compagna di classe, almeno la prima volta ci sarà la mamma araba ad accoglierla per voi.</p>
<p>Un apparentemente innocuo invito a prendere il caffè è in realtà il pretesto per il rito che si crea intorno a quella tazza intrisa di significato: chiacchierate e confidenze con annessi e connessi. In questo sono adorabili. In qualunque cosa siano impegnate, all’arrivo di un ospite last minute cercano di coinvolgere quest’ultimo in ciò in cui si stanno adoperando, incarnando il senso di ospitalità. Appena arrivate nel Belpaese e prima di seguire corsi di lingua come ormai spesso accade, molte di loro storpiano parole ed espressioni della lingua italiana, creando situazioni divertenti, fonte d’ispirazione per imitazioni e parodie da parte dei figli (la “pasta” che diventa “basta” perché nonostante le tante lettere dell’alfabeto arabo non esiste la p è un classico).</p>
<p> Il cliché vuole le donne arabe poco protagoniste? Basterebbe varcare la soglia di una loro casa per capire che le dinamiche interne alla famiglia sono ben conosciute dalle figure femminili, mamme in primis. Capiscono cosa passa per la testa dei figli ancor prima che questi si confidino (buon cuore di mamma non sbaglia, comune a molte culture). Si prestano a divine intermediarie coi padri per le figlie e basta uno sguardo d’intesa per suggerire attraverso gli occhi un rassicurante, convincente e pieno d’amore e di complicità “ghe pensi mi”.</p>
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		<title>I marocchini sono gli arabi più portati per le lingue..grazie alle soap</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fatima Khachi</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[I marocchini sono gli arabi più portati per le lingue. Una dimostrazione? Tra gli immigrati arabi in Italia sono quelli che riescono di più a pronunciare il suono “p” e non “b” e ogni tanto c’è chi riesce a pronunciare anche la “e”. Abbiamo una capacità di adattamento fenomenale. Perché? Semplice! Il dialetto marocchino è la più incomprensibile variante dell’arabo e, detto onestamente, anche la meno elegante. Infatti l’egiziano o il libanese/siriano (per me sono la stessa cosa) sono molto più musicali. Noi marocchini, però, siamo in grado di capire e talvolta anche parlare abbastanza bene i dialetti di tutti gli arabi ma nessun arabo (tranne gli algerini e i tunisini) capisce cosa dice un marocchino in una conversazione colloquiale. L’arabo classico ci soccorre poco perché un marocchino di media scolarizzazione non è una cima nel parlarlo. Infatti il dialetto marocchino è molto diverso, data la grande influenza della lingua...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I marocchini sono gli arabi più portati per le lingue.<br />
 Una dimostrazione? Tra gli immigrati arabi in Italia sono quelli che riescono di più a pronunciare il suono “p” e non “b” e ogni tanto c’è chi riesce a pronunciare anche la “e”.</p>
<p>Abbiamo una capacità di adattamento fenomenale. Perché?<br />
 Semplice! Il dialetto marocchino è la più incomprensibile variante dell’arabo e, detto onestamente, anche la meno elegante.<br />
Infatti l’egiziano o il libanese/siriano (per me sono la stessa cosa) sono molto più musicali.<br />
Noi marocchini, però, siamo in grado di capire e talvolta anche parlare abbastanza bene i dialetti di tutti gli arabi ma nessun arabo (tranne gli algerini e i tunisini) capisce cosa dice un  marocchino in una conversazione colloquiale.<br />
L’arabo classico ci soccorre poco perché un marocchino di media scolarizzazione non è una cima nel parlarlo.<br /> Infatti il dialetto marocchino è molto diverso, data la grande influenza della lingua berbera e del francese (storpiato, soprattutto dagli analfabeti). È come se parlassimo già due lingue dalla nascita.</p>
<p>Ma perché i marocchini sanno l’egiziano o il libanese?<br />
 Tutto merito delle soap opere, con le quali i canali marocchini hanno drogato le donne marocchine di tutte le età, dalla ragazzina alla madre, per arrivare perfino alle nonne.<br />
Questi spettacoli di intrattenimento non godevano del consenso degli uomini, anzi!<br />
Per seguire una puntata ogni volta bisognava vincere una lotta verbale non di pochi minuti! A casa mia la battaglia è durata qualche anno ma alla fine gli uomini si sono arresi, anche perché sono in netta minoranza.<br />
Quindi quando capiscono che è tempo, lasciano libero il soggiorno senza discutere.</p>
<p>Che cosa c’è di così interessante in queste trasmissioni da far durare una battaglia anni?<br />
Le solite storie mielose, romantiche, dove si parla di amori impossibili, ma che alla fine terminano con un lieto fine.<br />
Tuttavia questo annebbiamento della mente piano piano è andato calando lasciando il posto a indifferenza se non addirittura odio verso questi spettacoli.<br />
Il motivo è la grande delusione che si ha dopo il riscontro con la realtà, anni e anni di speranza di vivere la stessa storia romantica mai avverata.<br />
Se le donne occidentali devono far causa alla Disney, che ha fatto loro sognare il principe azzurro, le donne arabe devono citare in tribunale ii registi e sceneggiatori egiziani per aver fatto loro sognare invano.<br />
Allora i canali marocchini si sono ingegnati e hanno importato molti telefilm turchi, tradotti nel dialetto libanese, che già gli altri canali del Golfo trasmettevano.<br />
 E questi hanno avuto molto più successo dei telefilm egiziani. Basti pensare a <a href=" http://www.arabimotion.com/watch/34362ac261db280128c2/sanawat-daya3-Episode-28-%D9%85%D8%B3%D9%84%D8%B3%D9%84-%D8%B3%D9%86%D9%88%D8%A7%D8%AA-%D8%A7%D9%84%D8%B6%D9%8A%D8%A7%D8%B9- , o Noor http://www.youtube.com/watch?v=UL81vgzMO-0&#038;feature=related"target="_blanket">Sanawat Daya</a>, o <a href="http://www.youtube.com/watch?v=UL81vgzMO-0&#038;feature=related"target="_blank">Noor</a>, il cui protagonista maschile <a href="http://www.google.it/search?q=muhannad&#038;hl=it&#038;prmd=imvns&#038;tbm=isch&#038;tbo=u&#038;source=univ&#038;sa=X&#038;ei=_Is2T-niJcvY4QSS9p2bDA&#038;ved=0CDcQsAQ&#038;biw=1366&#038;bih=667 "target="_blanket">Muhannad</a> è diventato il Brad Pitt delle donne arabe.</p>
<p>Il successo di queste soap opera è dovuto al fatto che le trame sono più realistiche di quelle egiziane, più vicine alla realtà popolare e quotidiana.<br />
Incarnano le difficoltà e le speranze di una fascia di popolazione modesta ma orgogliosa, e raramente hanno un intreccio prevedibile o un finale scontato.<br />
 Tant’è vero che sono riusciti ad attirare anche il pubblico maschile!</p>
<p>La più avvincente soap opera è stata Wadi Diab, il cui protagonista Morad, l’agente <a href="http://www.google.it/search?hl=it&#038;q=wadi%20diab&#038;psj=1&#038;gs_sm=1&#038;gs_upl=12992l14038l1l16967l4l4l0l0l0l0l450l981l0.2.1.0.1l4l0&#038;bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&#038;biw=1366&#038;bih=667&#038;um=1&#038;ie=UTF-8&#038;tbm=isch&#038;sou"target="_blanket">James Bond  007 turco</a> è diventato criterio di valutazione dei pretendenti per molte ragazze.</p>
<p> Ma è molto interessante soprattutto perchè presenta le difficile relazioni politiche e diplomatiche tra la Turchia e Israele, tant’è che ci sono state molte polemiche a riguardo da parte di Israele, che si è vista dipinta male nel telefilm.<br />
Infatti tutta la storia è incentrata sui servizi segreti turchi e israeliani. I canali televisivi marocchini hanno preferito non trasmetterlo. Paura di Israele?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ciao, sono gay e voglio il permesso di soggiorno</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/ciao-sono-gay-e-voglio-il-permesso-di-soggiorno/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:08:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zeina Ayache</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[“Che vergogna” avranno pensato i molti che sono venuti a conoscenza del ricongiungimento familiare accordato ad una coppia di omosessuali regolarmente sposata in Spagna e che richiedeva di poter ottenere il permesso di soggiorno per il coniuge uruguaiano, così da vivere insieme nel nostro Paese. “Che palle” dico io a queste persone che si spaventano di una diversità che non esiste, non è mai esistita e mai esisterà. Gay ed immigrati sono infatti sempre esistiti, pensate ai greci e ai romani omosessuali e agli italiani immigrati negli Stati Uniti, retorica, però è vero. Capirei la perplessità nello sguardo di una persona che vede convolare a nozze un uomo e una capra (già successo, ma non era un animale…) o un tavolo e una tartaruga, ma tutto questo sgomento di fronte a due persone che si amano e che vogliono solo vivere insieme non lo capisco. C’è chi non crede nell’omosessualità,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Che vergogna” avranno pensato i molti che sono venuti a conoscenza del ricongiungimento familiare accordato ad una coppia di omosessuali regolarmente sposata in Spagna e che richiedeva di poter ottenere il permesso di soggiorno per il coniuge uruguaiano, così da vivere insieme nel nostro Paese.<br />
“Che palle” dico io a queste persone che si spaventano di una diversità che non esiste, non è mai esistita e mai esisterà.</p>
<p>Gay ed immigrati sono infatti sempre esistiti, pensate ai greci e ai romani omosessuali e agli italiani immigrati negli Stati Uniti, retorica, però è vero.<br />
 Capirei la perplessità nello sguardo di una persona che vede convolare a nozze un uomo e una capra (già successo, ma non era un animale…) o un tavolo e una tartaruga, ma tutto questo sgomento di fronte a due persone che si amano e che vogliono solo vivere insieme non lo capisco. </p>
<p>C’è chi non crede nell’omosessualità, per alcuni è una moda, per altri una malattia, c’è poi chi ha paura che l’immigrato gli rubi il posto di lavoro: non preoccuparti, per molti immigrati le porte per l’ufficio in cui vorresti <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/02/immigrazione-i-lavori-che-gli-italiani-non-vogliono-fare/"target="_blanket">lavoare sono sbarrate</a> (purtroppo).<br />
Veniamo ai fatti.</p>
<p>Una coppia omosessuale, composta da un italiano e un uruguaiano, in data 12 marzo 2010, si è unita in matrimonio a Palma di Maiorca. In Spagna due persone dello stesso possono sposarsi ed essere riconosciute legalmente come coniugi.<br />
La coppia vuole vivere in Italia, in regola, per questo pensa che la richiesta del permesso di soggiorno per ricongiungimento sia la strada più corretta sulla quale muoversi. Domanda negata.</p>
<p>A questo punto l’avv. Giulia Perin, in accordi con l’associazione <a href="http://www.certidiritti.it/storica-sentenza-tribunale-reggio-emilia-coniuge-stesso-sesso-di-un-italiano-sposato-in-spagna-ha-diritto-a-vivere-in-italia "target="_blanket">Certi Diritti</a>, presenta ricorso al Tribunale di Reggio Emilia sottolineando che la richiesta della coppia non ha lo scopo di ottenere il riconoscimento del matrimonio spagnolo, ma di godere dei propri diritti di coniugi ed avere una vita familiare normale.<br />
Ora, al di là dei moralismi e dei giudizi, la richiesta “non fa una piega” a livello giuridico e per questo è stata accolta dal giudice Domenica Tanasi.<br />
Nel ricorso presentato infatti si fa riferimento a quanto affermato nella sentenza n. 1328/2011 della Corte di Cassazione: “a) la nozione di “coniuge” prevista dall’art. 2 d.lgs. n. 30/2007 deve essere determinata alla luce dell’ordinamento straniero in cui il vincolo matrimoniale è stato contratto e che b) lo straniero che abbia contratto in Spagna un matrimonio con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso deve essere qualificato quale “familiare”, ai fini del diritto al soggiorno in Italia”.</p>
<p>L’art. 2 d.lgs. N. 30/2007 infatti definisce il “coniuge” “2) il partner che abbia contratto con il cittadino dell&#8217;Unione un&#8217;unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l&#8217;unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante”.<br />
 Dunque, visto che i due si sono sposati regolarmente in un Stato dell’Unione che riconosce i matrimoni tra omosessuali, devono essere considerati coniugi, che possono quindi richiedere il ricongiungimento.</p>
<p>Lo sdegno dei politici italiani, così come la facili parole dei ben pensanti illustri dello stivale non mi interessano, è il loro lavoro, devono per forza avere un’opinione e dare aria alla bocca, ciò che mi preoccupa è lo scandalo che questa notizia ha provocato tra le persone comuni.<br />
Mi chiedo se li scandalizzi di più che i due siano gay o che un immigrato extracomunitario possa ottenere il permesso di soggiorno “facile” e un domani, molto lontano, anche la cittadinanza.<br /> <br />
Secondo me, per loro è peggio la seconda.</p>
<p>Due gay vanno a sposarsi lontano da qui, in fondo occhio non vede cuore non duole!<br /> <br />
Ma il ricongiungimento significa un immigrato in più nel nostro recinto, possiamo accettarlo?</p>
<p>Mi raccomando, non ditegli che forse un giorno questa coppia potrebbe addirittura avere un figlio&#8230;un 2g in tutti i sensi!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Twitter-mania: dalle rivoluzioni arabe al nude look di Belen</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 16:10:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari Italiani, comunicazione d’urgenza. Sono un vostro nuovo e fedele conoscente, definito tecnicamente microblog. Ho alcuni concorrenti agguerriti di nome Google+, Linkedin, e soprattutto il famigerato Facebook. Pare che il 93% di voi lo utilizzi. Pare, a dire il vero, che in tutto il mondo una persona su nove sia su Facebook, 750 milioni di utenti su 6,94 miliardi di esseri umani. Che vi vengano condivisi 30 miliardi di contenuti al mese. Abbiamo comunque un rapporto privilegiato: secondo il Global Web Index siete i primi in tutta Europa nel mio utilizzo e nella condivisione video. Sono diventato anche un mezzo nobile e dalla grande capacità di aggregazione: in Tunisia, Egitto, Yemen, Libia e Siria sono improvvisamente diventato catalizzatore di idee e frustrazioni, motore di rivolte epocali. Ho un piccolo difetto, d’accordo: potete usarmi 140 caratteri alla volta. Che va benissimo per dire “Viva la rivoluzione!” “Mubarak si è dimesso!”, “Monti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Cari Italiani,</p>
<p>comunicazione d’urgenza. Sono un vostro nuovo e fedele conoscente, definito tecnicamente microblog. Ho alcuni concorrenti agguerriti di nome Google+, Linkedin, e soprattutto il famigerato Facebook. Pare che il 93% di voi lo utilizzi.<br />
Pare, a dire il vero, che in tutto il mondo una persona su nove sia su Facebook, 750 milioni di utenti su 6,94 miliardi di esseri umani. Che vi vengano condivisi 30 miliardi di contenuti al mese.<br />
Abbiamo comunque un rapporto privilegiato: secondo il Global Web Index siete i primi in tutta Europa nel mio utilizzo e nella condivisione video.</p>
<p>Sono diventato anche un mezzo nobile e dalla grande capacità di aggregazione: in Tunisia, Egitto, Yemen, Libia e Siria sono improvvisamente diventato catalizzatore di idee e frustrazioni, <a href="http://www.reporter2dot0.com/le-rivoluzioni-arabe-e-il-dibattito-sul-ruolo-dei-social-media/"target="_blank">motore di rivolte</a> epocali.<br />
Ho un piccolo difetto, d’accordo: potete usarmi 140 caratteri alla volta. Che va benissimo per dire “Viva la rivoluzione!” “Mubarak si è dimesso!”, “Monti superbo al Parlamento Europeo!” ma forse un po’ meno se si desidera articolare frasi o pensieri più compiuti.</p>
<p>Italiani adorati, per chi non lo sapesse la mia unità di misura base è l’<a href="http://www.twitterando.it/che-cosa-sono-gli-hashtag-o-simbolo-del-cancelletto/"target="_blank">hashtag</a>, che definisce un tema. Oggi sono invaso dall’hashtag #Sanremo per colpa di una tale Belen, di un vestito, e di un tatuaggio a forma di farfallina.</p>
<p>Siete andati in delirio. Più che con le dimissioni di Berlusconi, più che per la Tav, più che per l’allertameteo. Tutti argomenti Twitter da record, o almeno fino all’arrivo della farfallina.</p>
<p>Tale Belen mostrerà le ovaie, la prossima volta?  Che tipo di intimo indossava? Ma qualcuno sa dirmi se non sono stato l’unico a vedere la sua p****a? Ma il vestito di che stilista era? </p>
<p>E poi i critici, che finiscono per sembrare più morbosi di quelli che vogliono criticare: “A tutti quelli galvanizzati da Belen a Sanremo: avete mai sentito parlare di YouPorn? C&#8217;è più scelta e non dovete pagare il canone”.</p>
<p>Poi un link, e l’articolo di un esperto di semantica e simbologia che ci istruisce sul significato metaforico della farfallina, perché un tatuaggio è una carta d’identità simbolica che dice molto delle persone eccetera eccetera.</p>
<p>Qualcuno si lamenta che su Facebook non si parla d’altro che del vestito-farfallina di Belen. Spreca ben centodieci caratteri Twitter per dirlo.</p>
<p>E infine un eloquente tweet: “Italia è quel paese dove lo spacco di Belen a #Sanremo fa spalancare gli occhi più della recessione tecnica”.</p>
<p>Ho una domanda per voi, italiani, in qualcosa di più di centoquaranta caratteri: perché un trucco tristemente visto e rivisto, squallidamente becero-maschilista, banale esempio di carnificio televisivo quotidiano, deve lordare anche me ed i nuovi social media?</p>
<p>Ho una teoria, e voglio darvi un indizio. La lista di news  più cercate dagli italiani su Google nel 2011 recita così, nell’ordine: Melania Rea, Lamberto Sposini, Grande Fratello, Salvatore Parolisi, Facebook, Yara Gambirasio, Youtube, Inter, Juventus, Sarah Scazzi.</p>
<p>Chi ha detto che debba esserci un rapporto direttamente proporzionale tra le ore di utilizzo di Internet e lo spessore intellettuale degli italiani? </p>
<p>La mia teoria è estremamente semplice: le persone sono quello che sono, e utilizzare un media moderno e “cool” come me, ve lo devo confessare, non fa degli italiani un popolo diverso, perché sono, e rimango, solo uno strumento.</p>
<p>
<em>Il vostro comunque fedele Twitter</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Per amore di Gerusalemme</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 10:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono stato fortunato. Ho potuto conoscere da vicino tanti elementi che fanno di questa città qualcosa di unico: per l&#8217;ebraismo Yerushalaym (la città delle due paci, quella terrena e quella celeste), per il cristianesimo la Gerusalemme divina contrapposta alla Babilonia infernale, per l&#8217;islam semplicemente al-Quds, la Santa&#8230;, luogo dell&#8217;antico Tempio di Salomone, del Santo Sepolcro di Gesù, della moschea di al-Aqsa e del santuario della Cupola della Roccia. Piena di luoghi e di simboli che ne costituiscono la morfologia e sono passati di mano in mano più volte nel corso dei secoli e dei millenni, senza che nessuno paia aver potuto dichiarare mai definitivamente: “è mia”, “è solo mia”, “è per sempre mia”, escludendo gli altri. Ai Gebusei il re Davide dovette strapparla per farne la capitale del suo regno, alla sovranità ebraica venne sottratta dai romani che la distrussero, ai bizantini ormai cristiani la presero gli arabi musulmani che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono stato fortunato.<br /> <br />
Ho potuto conoscere da vicino tanti elementi che fanno di questa città qualcosa di unico: per l&#8217;ebraismo Yerushalaym (la città delle due paci, quella terrena e quella celeste), per il cristianesimo la Gerusalemme divina contrapposta alla Babilonia infernale, per l&#8217;islam semplicemente al-Quds, la Santa&#8230;, luogo dell&#8217;antico Tempio di Salomone, del Santo Sepolcro di Gesù, della moschea di al-Aqsa e del santuario della Cupola della Roccia.</p>
<p>Piena di luoghi e di simboli che ne costituiscono la morfologia e sono passati di mano in mano più volte nel corso dei secoli e dei millenni, senza che nessuno paia aver potuto dichiarare mai definitivamente: “è mia”, “è solo mia”, “è per sempre mia”, escludendo gli altri.<br /> <br />
 Ai Gebusei il re Davide dovette strapparla per farne la capitale del suo regno, alla sovranità ebraica venne sottratta dai romani che la distrussero, ai bizantini ormai cristiani la presero gli arabi musulmani che se la videro contestata poi dai crociati, per tornare in mani islamiche non molto tempo dopo e restarvi fino alla fine dell&#8217;Impero Ottomano e divenire già durante il controllo britannico il centro delle terre contese tra le mire sioniste e un&#8217;embrionale nazionalismo palestinese.</p>
<p>Troppo importante per tutti per essere solo di qualcuno.<br /> <br />
Destino apparentemente ingrato ma forse simbolico di un posto come nessun altro. Bella nelle possenti mura del Tempio che sprofondano nella terra fino alla roccia almeno per altrettanti metri di quanti spuntano alla luce del giorno.<br /> <br />
Per la Via Dolorosa percorsa ogni anno da oltre un milione di pellegrini cristiani. Per l&#8217;haram al-sharif (il sacro e nobile recinto della spianata) che ospita due luoghi di culto islamici secondi per rilevanza solo alla Kaaba della Mecca e alla Moschea-tomba del Profeta a Medina.<br /> <br />
Eppure l&#8217;impressione è che i figli delle tre grandi fedi monoteistiche che si rifanno ad Abramo mentre la visitano, e pure quelli che ci abitano, rappresentino mondi paralleli che si sfiorano appena, sostanzialmente ignorandosi, tanto nei vicoli della città vecchia che nei viali di quella moderna.</p>
<p> Un&#8217;elegante libreria dell&#8217;area pedonale dello shopping Mamilla non ha neppure un libro in arabo, in compenso poco oltre la porta del suq trovo persino la traduzione araba del Mein Kampf di Adolf Hitler! Come dice un salmo “Per amore di Gerusalemme non tacerò&#8230;”: questa città deve semplicemente scegliere di diventare quel che da sempre è chiamata ad essere, rifiutando di appartenere solo a qualcuno per divenire davvero di tutti e per tutti la Città della pace, la Gerusalemme celeste, la Santa dell&#8217;unico Dio e perciò luce di tutte le genti.</p>
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		<title>Usa, aumentano i matrimoni misti</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/usa-aumentano-i-matrimoni-misti/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 10:06:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Aumenta il numero dei matrimoni misti negli Stati Uniti, con un record di matrimoni tra bianchi e neri in Virginia, stato dove fino a 45 anni fa vigeva una legge che li vietava. Ora, secondo uno studio del Pew Reesearch Center, uno ogni cinque matrimoni che si celebrano del distretto di Washington sono interraziali. Secondo lo studio, nel 2010 in tutto il paese il 15% dei matrimoni hanno superato le divisioni di razza e di etnia, un dato doppio rispetto a 30 anni fa. Si chiamavano Mildred e Richard Loving la coppia della Virgina che nel 1967 ottenne dalla Corte Suprema l&#8217;abolizione della legge che impediva loro di coronare appunto il loro amore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Aumenta il numero dei matrimoni misti negli Stati Uniti, con un record di matrimoni tra bianchi e neri in Virginia, stato dove fino a 45 anni fa vigeva una legge che li vietava.<br />
 Ora, secondo uno studio del <a href="http://www.pewsocialtrends.org/2012/02/16/the-rise-of-intermarriage/<br />
 "target="_blanket">Pew Reesearch Center</a>, uno ogni cinque matrimoni che si celebrano del distretto di Washington sono interraziali. Secondo lo studio, nel 2010 in tutto il paese il 15% dei matrimoni hanno superato le divisioni di razza e di etnia, un dato doppio rispetto a 30 anni fa.</p>
<p>Si chiamavano Mildred e Richard Loving la coppia della Virgina che nel 1967 ottenne dalla Corte Suprema l&#8217;abolizione della legge che impediva loro di coronare appunto il loro amore.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Gran Bretagna, ministra musulmana: Europa, sii più cristiana</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 11:08:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[La religione è &#8220;messa da parte, emarginata e squalificata nella sfera pubblica&#8221;: questo il parere della Baronessa inglese Warsi, membro della Camera dei Lord e ministro senza portafoglio del governo Cameron, espresso oggi in un articolo per il Daily Telegraph. La parlamentare, musulmana, ha aggiunto che l&#8217;Europa ha bisogno di diventare &#8220;più fiduciosa e più a suo agio nel suo essere cristiana&#8221;. Warsi ribadirà il concetto &#8211; assicura la Bbc &#8211; in un intervento che terrà in Vaticano questo pomeriggio. &#8220;Dirò che per creare una società più giusta la gente ha bisogno di sentirsi più forte nella propria identità religiosa e più fiduciosa nelle proprie convinzioni&#8221;, ha scritto sul Telegraph. &#8220;Per questo occorre che le persone non diluiscano la loro fede e le nazioni non neghino le loro radici religiose&#8221;. La Baronessa Warsi, di origine pakistana, che oltretutto è la prima donna musulmana con un ruolo di governo della storia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
La religione è &#8220;messa da parte, emarginata e squalificata nella sfera pubblica&#8221;: questo il parere della Baronessa inglese <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Sayeeda_Warsi,_Baroness_Warsi"target="_blank">Warsi</a>, membro della Camera dei Lord e ministro senza portafoglio del governo Cameron, espresso oggi in un articolo per il Daily Telegraph. La parlamentare, musulmana, ha aggiunto che l&#8217;Europa ha bisogno di diventare &#8220;più fiduciosa e più a suo agio nel suo essere cristiana&#8221;. Warsi ribadirà il concetto &#8211; assicura la Bbc &#8211; in un intervento che terrà in Vaticano questo pomeriggio.</p>
<p>&#8220;Dirò che per creare una società più giusta la gente ha bisogno di sentirsi più forte nella propria identità religiosa e più fiduciosa nelle proprie convinzioni&#8221;, ha scritto sul Telegraph. &#8220;Per questo occorre che le persone non diluiscano la loro fede e le nazioni non neghino le loro radici religiose&#8221;.</p>
<p>La Baronessa Warsi, di origine pakistana, che oltretutto è la prima donna musulmana con un ruolo di governo della storia della Gran Bretagna, ha scritto anche che &#8220;non si possono e non si devono estirpare le radici cristiane dall&#8217;evoluzione delle nostre nazioni. Sarebbe come cancellare i campanili dai nostri paesaggi&#8221;. E secondo lei gli esempi di una &#8220;secolarizzazione militante&#8221; sono sotto gli occhi di tutti: &#8220;I simboli della religione non possono essere esposti o indossati negli edifici pubblici, gli stati non finanziano le scuole religiose, la religione è messa da parte, emarginata e squalificata nella sfera pubblica&#8221;. Ha inoltre paragonato la moderna intolleranza alla religione con i regimi totalitari, che &#8220;hanno negato alle persone il diritto ad una identità religiosa perché erano spaventati dal concetto di identità multiple&#8221;.</p>
<p>L&#8217;articolo della parlamentare arriva poco dopo la sentenza dell&#8217;Alta Corte britannica che ha dichiarato fuorilegge la pratica di dire preghiere prima dei consigli comunali in vigore in alcuni Comuni del Devon. E secondo indiscrezioni rivelate dalla Bbc la Chiesa d&#8217;Inghilterra potrebbe presto perdere il Cappellano generale delle Carceri che, come confermato dal ministero della Giustizia, potrebbe non essere più anglicano.</p>
<p>E mentre associazioni ateiste come la British Humanist Association bollano le opinioni della baronessa Warsi come &#8220;obsolete, inattendibili e controverse&#8221;, la Bbc pubblica alcuni sondaggi relativi alla scarsa pratica religiosa degli inglesi. Secondo un&#8217;indagine Ipsos quasi il 75% degli intervistati è convinto che la religione non debba influenzare le politiche pubbliche, il 61% dei coloro che si dicono cristiani sono a favore della piena parità dei diritti tra omosessuali ed eterosessuali, mentre il 62% è favorevole all&#8217;aborto. Committente dell&#8217;indagine &#8211; conclude la Bbc &#8211; è stata l&#8217;associazione Richard Dawkins Foundation for Reason and Science, la cui mission è promuovere &#8220;l&#8217;educazione scientifica, il razionalismo e l&#8217;umanesimo&#8221;.</p>
<p>
Fonte: <a href="http://www.vita.it/"target="_blank">Vita.it</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Immigrazione, mondo arabo, ius soli…quegli sconosciuti!</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 10:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Boutros</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo tanto soddisfatti di aver ottenuto 70mila firme per lo &#8220;ius soli&#8221;, pensando di aver urlato al mondo &#8220;L&#8217;Italia sono anch&#8217;io&#8221;, quando in verità non ci accorgiamo di aver fatto i conti senza l&#8217;oste. A dirla tutta, se la &#8220;cittadinanza ai figli d&#8217;immigrati&#8221; fosse stata un&#8217;arma di distrazione di massa, sarebbe stato meglio di come stanno realmente le cose&#8230; La questione è molto delicata, ma spiegata da Grillo sembra quasi che in giro non si parli d&#8217;altro, che si tratti di un dibattito attivo e vivace, insomma, un evergreen nell&#8217;opinione pubblica. Questione di opinione pubblica? Non proprio. Provate a chiedere ad un ragazzo qualunque cosa ne pensi dello “ius soli”, e vedrete cosa vi risponde. Ebbene, gliel’abbiamo chiesto per voi, e per non cadere in equivoci non l’abbiamo chiesto esattamente ad un “ragazzo qualunque”, ma ad un campione di una ventina di studenti, di età compresa fra i quindici e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Siamo tanto soddisfatti di aver ottenuto <a href="http://www.mondoliberonline.it/italia-sono-anch-io-70mila-firme-per-cittadinanza-voto-stranieri/19279/"target="_blank">70mila firme</a> per lo &#8220;ius soli&#8221;, pensando di aver urlato al mondo &#8220;L&#8217;Italia sono anch&#8217;io&#8221;, quando in verità non ci accorgiamo di aver fatto i conti senza l&#8217;oste.<br />
A dirla tutta, se la &#8220;cittadinanza ai figli d&#8217;immigrati&#8221; fosse stata un&#8217;arma di <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/01/beppe-grillo-e-cittadinanza-come-perdere-unottima-occasione-per-tacere/"target="_blank">distrazione di massa</a>, sarebbe stato meglio di come stanno realmente le cose&#8230;<br />
La questione è molto delicata, ma spiegata da Grillo sembra quasi che in giro non si parli d&#8217;altro, che si tratti di un dibattito attivo e vivace, insomma, un evergreen nell&#8217;opinione pubblica. <br />
Questione di opinione pubblica? Non proprio. Provate a chiedere ad un ragazzo qualunque cosa ne pensi dello “ius soli”, e vedrete cosa vi risponde.</p>
<p>Ebbene, gliel’abbiamo chiesto per voi, e per non cadere in equivoci non l’abbiamo chiesto esattamente ad un “ragazzo qualunque”, ma ad un campione di una ventina di studenti, di età compresa fra i quindici e i diciott’anni, di uno dei migliori licei scientifici genovesi.<br />
Ragazzi studiosi e informati, dunque, ma vediamo come se la sono cavata di fronte ad una serie di domande su mondo arabo e “ius soli”…</p>
<p>
<strong>Cos’è lo “ius soli”?<br /></strong><br />
<br />
Per il 100% dei ragazzi il questionario è già cominciato male: <br />
“Oddio, devo proprio rispondere?”<br />
“Sì, mettine una a caso”.<br />
E da buoni latinisti, lo “ius soli” non può che diventare “un diritto dell’immigrato” (50% delle risposte), seguito da “un modulo per l’ottenimento del permesso di soggiorno” e “una modalità per l’ottenimento della Cittadinanza” (entrambe al 20%), fino ad arrivare ai simpaticoni che in maniera del tutto convinta hanno &#8220;spuntato&#8221; la risposta A: “una pratica religiosa”. Caro Grillo e cari amici de “L’Italia sono anch’io”, scommetto quello che volete che moltiplicando per cento, anche per mille se volete, il numero dei ragazzi interpellati, il risultato non sarà molto diverso da questo. Anzi, direi che non conoscendo il latino così bene, i più saranno portati ad optare per la simpatia: risposta A, dunque.</p>
<p>
<strong>Uno straniero ha diritto alla Cittadinanza Italiana se…</strong></p>
<p>Bisogna dire, che qui, i ragazzi non si sono fatti beffare dalla risposta C “se nasce in Italia”, molti si sono solo limitati a obiettare: “Bè, ma se uno nasce in Italia non è straniero, no?”, escludendo sistematicamente l’opzione. La maggioranza, con un consistente 50% si ricorda dello “ius sanguinis” e vota la risposta esatta, ma un clamoroso 40% segna: “se ottiene il permesso di soggiorno”. Sarà che di questo “permesso di soggiorno” si parla fin troppo, ed ecco che le masse si sono distratte veramente.</p>
<p>
Ma tralasciamo il tema “Cittadinanza”, e passiamo al “Mondo Arabo”. Parlando di Primavera araba sembrano non esserci troppi problemi sulle informazioni basilari di ciascuna rivolta (il 90% sa abbinare i dittatori ai rispettivi Paesi d’origine), una domanda in particolare, però suscita qualche perplessità:</p>
<p><strong>In quale dei seguenti Paesi non ci sono ancora stati moti rivoluzionari, dal gennaio 2011?</strong></p>
<p>Il 40% non sa che in Yemen ci sono stati sanguinosissimi scontri, un presidente quasi ucciso in un attentato, e una guerra civile scampata per un pelo. Chissà, questa volta da quale notizia di cronaca nera è stato coperto tutto questo…</p>
<p>I ragazzini più giovani, sembrano essere più informati dei compagni più grandi. Forse i programmi di geografia (estesi, ora, sino alla seconda liceo scientifico), e una nuova sensibilità dei professori, più aperti verso certe tematiche, ha fatto sì che certe situazioni tipiche del Mondo Arabo siano note anche ai ragazzi… conseguenza di tutto questo è il 40% di risposte esatte nella domanda sulla minoranza copto-ortodossa in Egitto: non me lo sarei mai aspettato.</p>
<p>
Ancora tanta superficialità e qualche carenza, però, emergono all’ultima domanda:</p>
<p><strong>Quale di questi personaggi è arabo?<br /></strong><br />
<br />
Secondo il 65% dei ragazzi, Mohammed Ahmadinejad è l’arabo fra i quattro proposti (Ghandi, Benazir Bhutto e Nasser sono gli altri tre). Troppo facile associare il nemico dell’America, al terrorista, all’arabo medio, no? Un sillogismo perfetto direi, che non merita altri commenti se non i vostri…</p>
<p>Una cosa, però, è scontata: questi risultati non sono di certo il frutto di qualche arma di distrazione di massa usata da qualche arabo cattivo.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;amore visto dalle ragazze di seconda generazione</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 10:09:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabrina Mandouh</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco che un altro San Valentino è passato…. Ma che dire dei rapporti di coppia di &#8220;seconda generazione&#8221;? Ahimè la vita è una cosa complicata, ancor di più quando si tratta di uomini&#8230;. A parte gli scherzi, non sono una sociologa, ma la mia esperienza, seppur giovane, mi consente di cogliere alcuni dei meccanismi &#8220;amorosi&#8221; dei nuovi giovani italiani. Le dinamiche culturali che stanno dietro ad una persona nata da genitori arabi, cresciuta in un&#8217;altra cultura come quella occidentale, non sono facili da comprendere, soprattutto se si tratta di un mix arabo-islamico-occidentale. Le tendenze educative generali dei genitori arabi cambiano a differenza del sesso del figlio. In linea di massima, per una questione meramente culturale, i figli maschi sono lasciati più liberi nel vivere alla &#8220;maniera occidentale&#8221;, per cui la sessualità e i rapporti di coppia sono vissuti apertamente senza troppe restrizioni. L’uomo non ha problemi ad avere rapporti con...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco che un altro San Valentino è passato….<br />
Ma che dire dei rapporti di coppia di &#8220;seconda generazione&#8221;?<br />
Ahimè la vita è una cosa complicata, ancor di più quando si tratta di uomini&#8230;.</p>
<p>A parte gli scherzi, non sono una sociologa, ma la mia esperienza, seppur giovane, mi consente di cogliere alcuni dei meccanismi &#8220;amorosi&#8221; dei nuovi giovani italiani.<br />
Le dinamiche culturali che stanno dietro ad una persona nata da genitori arabi, cresciuta in un&#8217;altra cultura come quella occidentale, non sono facili da comprendere, soprattutto se si tratta di un mix arabo-islamico-occidentale.</p>
<p>Le tendenze educative generali dei genitori arabi cambiano a differenza del sesso del figlio. In linea di massima, per una questione meramente culturale, i figli maschi sono lasciati più liberi nel vivere alla &#8220;maniera occidentale&#8221;, per cui la sessualità e i rapporti di coppia sono vissuti apertamente senza troppe restrizioni.<br />
 L’uomo non ha problemi ad avere rapporti con donne occidentali, probabilmente questo deriva anche dal fatto che in un’ottica &#8220;islamocentrica&#8221;, i figli di un padre musulmano prendono la sua religione, per cui non ci sarebbero problemi di discendenza. Quindi i &#8220;maschietti&#8221; di seconda generazione se pur di origine araba, hanno meno problemi a rapportarsi con ragazze di qualsiasi cultura e nazionalità. Hanno la strada spianata.</p>
<p>Le ragazze, purtroppo o per fortuna, ricevono un’educazione alquanto diversa. C&#8217;è la tendenza da parte dei genitori a mantenere il più possibile la cultura di provenienza, e la visione maschilista finisce per continuare a condizionare il loro modo di porsi. L’arabo rimane sempre e comunque arabo! E per la religione? C&#8217;è la situazione inversa.<br />
Se una donna musulmana sposasse un uomo di religione diversa i figli nascerebbero con la religione del padre, cosa non accettata sia religiosamente che culturalmente parlando.<br />
Gran parte delle ragazze, indotte o per scelta, tendono a mantenere rapporti con uomini di cultura arabo-islamica, pur avendo un indole, o comunque l’influenza di una cultura europea.</p>
<p>Facendo due calcoli però, sorge il problema.<br />
Se i nuovi giovani italiani possono avere “tutte le donne che vogliono” senza nessun impedimento e le donne tendono a continuare a rapportarsi con ragazzi che abbiano almeno le loro stesse origini, quale sarà il futuro delle ragazze di seconda generazione?</p>
<p>Le soluzioni per le nostre care ragazze potrebbero essere tre.<br />
Si potrebbero mantenere dei rapporti con dei ragazzi del paese d’origine.<br />
La seconda alternativa è cambiare idea, ed iniziare a guardarsi intorno, trovandosi un bel ragazzo occidentale.<br />
La terza soluzione è: per lo 0,01% delle ragazze riuscire a trovare un ragazzo di seconda generazione interessante, con stesse tendenze e abitudini socio-culturali, che abbia lo stesso vissuto, e per il restante 99.9 periodico rimanere zitelle…<br />
Ahimè… a che futuro son destinate queste ragazze…</p>
<p>Mi domando: arrivati a questo punto, non sarebbe il caso che questi ragazzotti iniziassero a guardarsi attorno tra le giovani coetanee arabe?<br />
 Chi più di loro potrebbe capire il mix arabo-islamico-occidentale!?</p>
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		<title>Street Art Cairo e Rivoluzione</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 09:52:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Poche settimane fa, per le strade del Cairo, quattro writers in procinto di realizzare un graffito sono stati arrestati dalla polizia. Già, i graffiti di strada sono un’arte esercitata perlopiù illegalmente, tanto al Cairo quanto per le strade di Milano, Londra o Bruxelles. Cosa c’è davvero in gioco, però, per le strade della città egiziana? Se vi siete abituati a pensare che Facebook, Twitter e la web community abbiano tessuto le fila della rivolta di piazza Tharir, fatevi un giro per le strade della capitale. Un tempo legati a calcio, spettacolo, e pura ricerca estetica, ormai da un anno i graffiti degli street artist egiziani sono provocatori, anti-regime e liberi da ogni censura. Ed ormai anche un pugno nello stomaco dell’esercito. Il movimento graffitaro cairota nasce in un quartiere benestante della citta’, di nome Masr el Ghidida, ma i cosiddetti artisti della strada oggi abbelliscono anche i muri del lungomare...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Poche settimane fa, per le strade del Cairo, quattro writers in procinto di realizzare un graffito sono stati arrestati dalla polizia. Già, i graffiti di strada sono un’arte esercitata perlopiù illegalmente, tanto al Cairo quanto per le strade di Milano, Londra o Bruxelles. Cosa c’è davvero in gioco, però, per le strade della città egiziana?<br />
<br />
Se vi siete abituati a pensare che Facebook, Twitter e la web community abbiano tessuto le fila della rivolta di piazza Tharir, fatevi un giro per le strade della capitale.<br />
Un tempo legati a calcio, spettacolo, e pura ricerca estetica, ormai da un anno i graffiti degli street artist egiziani sono provocatori, anti-regime e liberi da ogni censura. Ed ormai anche un pugno nello stomaco dell’esercito.</p>
<p>Il movimento graffitaro cairota nasce in un quartiere benestante della citta’, di nome Masr el Ghidida, ma i cosiddetti artisti della strada oggi abbelliscono anche i muri del lungomare alessandrino o di El Mansoura.</p>
<p>I loro nomi sembrano ammiccare all’Occidente, e le loro opere rappresentano stili e messaggi diversi. C’e’ Sad Panda che dipinge ossessivamente un panda obeso e depresso che pare ormai un marchio di fabbrica e si vede ovunque per le strade del Cairo. Poco tempo fa hanno imbrattato un suo graffito e lui ha riproposto  sullo stesso muro il solito panda che dice “ora sono ancora piu’ triste”. C’e’ El Teneen, che significa il Dragone, e ha incominciato a realizzare graffiti durante la rivoluzione. Una delle sue prime opere raffigurava un semplice ritratto di Mubarak e la parola “Vattene”. C’e’ Aya Tareek, una delle pochissime donne graffitare, fondatrice del primo gruppo di graffitari di Alessandria, lo studio “Fo we ta7t” (“Su e giu’”, ndr).  E poi Adham Bakry, Dokhan, Hend Kheera, Hany Khaled, Charles Akl, Amr Gamal. E <a href="http://ganzeer.blogspot.com/"target="_blank">Ganzeer</a>, che nonostante l’ossessione dei media nei suoi confronti va ripetendo che lui non e’ un graffitaro. Il suo ultimo graffito risale al Maggio del 2011, ma visto il suo background da graphic designer ci tiene a precisare, come campeggia nella home page del suo sito web: “NON SONO UNO STREET ARTIST O UN GRAFFITARO”.<br />
<br />
Ganzeer ,nonostante cio’, e’ il piu’ popolare tra tutti i graffitari del momento. Parte di questa fama e’ legata all’arresto subito per la diffusione in tutta la citta’, una vera e propria febbre, di uno sticker da lui ideato, che rappresenta un uomo bendato e con un sasso in bocca. Lo sticker dice “LA MASCHERA DELLA LIBERTA’”, e subito sotto recita “Il Consiglio Supremo delle Forze Armate saluta gli amati figli della nazione” con tanto di nota sarcastica: “Ora disponibile per un periodo illimitato di tempo”. Ganzeer e’ uno dei pochi graffitari che mostra volentieri il proprio volto e realizza opere dal contenuto politico esplicito e apertamente anti-militare, ma ha anche organizzato molto altro: la Cairo Street Art Map, che utilizza Google Map per aiutare fan e altri artisti a localizzare tuti i graffiti della citta’, il “Tank versus Bike”, ovvero il graffito piu’ esteso e longevo della citta’, un lavoro di gruppo che rappresenta la brutalita’ dell’esercito e che alcuni artisti sconosciuti hanno arricchito, in seconda battuta, con dei civili che cadono sotto i carri armati (una sorta di spontanea auto-narrazione collettiva), il “Martyr’s Mural Project”, che mira a realizzare un murale per ogni martire caduto, e infine il Mad Graffiti Weekend, campagna lanciata nel Maggio 2011 sui social media e che incentiva la collaborazione tra graffitari. Nel gennaio del 2012 Ganzeer ha anche lanciato la “Mad Graffiti Week”: dal 13 al 25 gennaio tutti gli street artist sono stati incoraggiati a invadere la citta’ di opere che denuncino le menzogne del Consiglio Supremo delle Forze Armate.</p>
<p>Se Ganzeer e’ l’artista piu’ famoso e sovraesposto, nelle strade del Cairo si aggirano anche graffitari piu’ discreti, come <a href="http://www.arabstand.com/2011/08/the-amazing-talents-of-cairos-graffiti-artist-keizer-images/"target="_blank">Keizer</a>. <br />
Di madre francese e padre egiziano, Keizer ha vissuto in Francia, Australia ed Asia sud-orientale,  dove ha approfondito i suoi studi di psicologia, marketing e arti visive. Ma soprattutto, ha lavorato a lungo come pubblicitario, mestiere dove lungi dal poter utilizzare liberamente la sua creativita’, si e’ ritrovato a lanciare messaggi di massa e a vendere idee. Dopo aver a lungo rigettato le sue identita’ egiziana e francese, da lui definite “arroganti, piene di se’, limitanti”, ha fatto pace con la sua egizianita’ e si e’ trasferito definitivamente al Cairo, dove si e’ trovato, ironia della sorte, ancora impegnato a lanciare messaggi alle masse. Questa volta, pero’, esprimendo liberamente la sua energia creativa, e facendo finalmente qualcosa di cui e’ convinto intimamente, e di cui ha bisogno “come l’ossigeno”. Keizer dichiara di non aver guadagnato una sola sterlina dai graffiti che realizza. La Pepsi in Libano gli ha offerto un lavoro, giornalisti e gallerie lo hanno corteggiato, gli e’ stato proposto di realizzare magliettine e gadget vari, ma lui ha detto di no a tutti. Il motivo, sostiene, e’ che “finalmente sono libero. Nessuno puo’ prendere la mia idea, stravolgerla, farla a pezzettini. Sono proprietario della mia arte”. E cosi’, in contrapposizione alla “mentalita’ di gruppo” che lui attribuisce ad un certo modo tutto egiziano di agire sempre in compagnia, snobba gli altri graffitari ed inizia ad aggirarsi tutto solo di notte per le strade del Cairo, dove applica stencils anti-consumistici (theCapitalism scritto in bianco su sfondo rosso, a sbeffeggiare la CocaCola), anti-militari, slogan lapidari (“Respect existence or Expect resistance”), attacchi a celebrita’ pro-regime e a programmi televisivi propagandistici (molti sono gli stencils in citta’ che raffigurano un uomo che punta una pistola contro la propria testa a forma di televisione, affiancata dalla scritta “Kill your television”).</p>
<p>Keizer racconta due episodi emblematici di come la street art possa incidere sulla mentalita’ degli egiziani: il primo e’ quello di un suo graffito realizzato in un’area molto povera e degradata della citta’, sommersa dalla spazzatura. Dopo una settimana, l’area era stata ripulita dagli abitanti. Secondo Keizer per la prima volta gli abitanti del quartiere si sono sentiti considerati, degni di attenzione, e hanno capito che lo spazio urbano puo’ diventare, in qualche modo, “bello”.  Un altro suo graffito ha dato il via ad una vera e propria riqualificazione di un angolo di strada che ha visto sorgere una panchina e delle aiuole.<br /> <br />
I graffiti possono dare un nuovo senso ai quartieri, creare un senso dell’estetica urbana e spingere gli egiziani a riappropiarsi dello spazio pubblico. Per questo Keizer tende a non lavorare accanto a Piazza Tahrir, dove, sostiene, “c’e’ gia’ la mentalita’ giusta”. “Io voglio risvegliare gli indifferenti, gli inerti, le persone che, mentre a Tahrir si rischiava la vita, se ne stavano in un angolo impaurite dall’instabilita’ che sarebbe venuta”.</p>
<p>Il graffito come richiamo figurato alle armi. Keizer ci crede, senza paternalismi di sorta, pero’: “Una volta un passante mi ha chiesto perche’ non aggiungevo una spiegazione sotto al mio graffito. E se quello che vedeva lui in quell’immagine era corretto. Gli ho risposto che non c’e’ giusto o sbagliato, qualunque cosa lui veda e’ corretta”. Se insomma la propaganda di regime ha inibito il libero pensiero, l’interpretazione e la capacita’ critica degli egiziani piu’ vessati da crisi, disoccupazione, e corruzione, una citta’ ingentilita da graffiti e arte di strada puo’ restituire liberta’ e voglia di ragionare con la propria testa.<br />
Per i detrattori della street art tutto cio’ potrebbe apparire come un sogno, un’utopia. Ma forse Keizer risponderebbe, come recita un suo graffito, “If you dont’ let us dream, we won’t let you sleep”. Piazza Tahrir insegna.</p>
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		<title>Amore e conversione: non è un dilemma, ma la soluzione</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 12:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rania Ibrahim</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vivere bene io e far star male gli altri o far stare bene gli altri e vivere male io? Ecco, questo probabilmente è il dilemma che sintetizza il mio personalissimo punto di vista sui matrimoni tra donne musulmane e non musulmani. Pensieri assolutamente opinabili, forse limitati, che però appartengono a chi come me lotta da sempre tra il vivere a mille le proprie attitudini e il proprio io, senza tuttavia scordarsi mai di quel freno a mano sempre pronto a interrompere la folle corsa. Ogni storia è unica. Non è semplice affrontare un argomento come questo che so per certo molte altre ragazze di fede islamica trapiantate nel civile west stanno affrontando. Un tema che oltre all’amore, alla passione, alle emozioni forti, racchiude tanto dolore, rinunce, incertezza, confusione e frustrazioni che crescono giorno per giorno. Dalla prima cotterella sui banchi di scuola, alla scelta del partner con il quale ci...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Vivere bene io e far star male gli altri o far stare bene gli altri e vivere male io? Ecco, questo probabilmente è il dilemma che sintetizza il mio personalissimo punto di vista  sui matrimoni tra donne musulmane e  non musulmani. Pensieri assolutamente opinabili, forse limitati, che però appartengono a chi come me lotta da sempre tra il vivere a mille le proprie attitudini e il proprio io, senza tuttavia scordarsi mai di quel freno a mano sempre pronto a interrompere la folle corsa. </p>
<p>Ogni storia è unica. Non è semplice affrontare un argomento come questo che so per certo molte altre ragazze di fede islamica trapiantate nel civile west stanno affrontando. Un tema che oltre all’amore, alla passione, alle emozioni forti, racchiude tanto dolore, rinunce, incertezza, confusione e frustrazioni che crescono giorno per giorno. Dalla prima cotterella sui banchi di scuola, alla scelta del partner con il  quale ci piacerebbe vivere per il resto della nostra vita, è sempre una lotta continua, soprattutto con noi stesse.</p>
<p> <br />
Si sa che di norma i genitori vogliono per il proprio figlio il meglio: i migliori studi, un buon lavoro, u&#8217;ottima posizione sociale e un buon matrimonio, o meglio un matrimonio come vogliono loro, come lo hanno sempre sognato, come lo hanno ideato nelle loro teste da quando per  la prima volta hanno sentito il nostro vagito fino alla &#8220;versione&#8221; rivisitata nel corso degli anni. Non c&#8217;è niente da fare, se lo sono immaginati così, logicamente l’opposto di come invece ce lo  immaginiamo noi.</p>
<p>Dover affrontare i propri genitori e presentare il “prescelto”, è di per sé imbarazzante, figuriamoci poi se quest’utimo non ha tutti i requisiti necessari al posto giusto, gli manca un “pezzo”, forse il più importante &#8211; maliziosi…non quello lì &#8211; insomma, un lieve difettuccio che “cozza” con i canoni del bravo ragazzo, preferibilmente arabo e assolutamente musulmano.</p>
<p>Un diversamente musulmano? no! Apriti cielo. Sacrilegio, tragedie greche e anche telenovelas venezuelane, tutte insieme. Si inizia con un: ”Ma con tutti quelli che ci sono al mondo proprio uno non mussulmano?”, per poi infierire su quel poco di sicurezza rimasta:”Sei proprio scesa in basso”, e ancora,  in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zona_Cesarini"target="_blank">zona Cesarini</a> infliggerti un: “Perché ci hai fatto questo, sparleranno tutti di noi”.</p>
<p>Ecco quest’ultima è la peggiore e forse quella che conta di più per loro che per noi. Sono certa che in primis vi sia la questione religiosa, senza dubbio, ma ho la netta sensazione che anche il parere degli “Altri”, che non sono gli abitanti dell’isola di Lost, incida non poco. Gli “altri” contano molto, e non solo per i musulmani ma per tutti indistintamente, al diavolo l’ipocrisia. Tutti noi nella nostra vita siamo condizionati, chi più o chi meno stiamo attenti a cosa dice o possa pensare la gente.</p>
<p>Non si tratta solo di religione, ma di rapporti sociali e ahimè quel maledetto senso di vergogna che ti infliggono le persone che ti stanno intorno, il giudizio, il senso di disapprovazione. Ed ecco che amici, la società, i compagni di preghiera, i tuoi parenti o serpenti insomma tutti sono lì pronti a giudicare sia te, facendoti sentire &#8220;sbagliata&#8221;, che la tua famiglia che non è riuscita a compiere il miracolo di crescerti “come si deve”. Beati loro, tengono la ragione.</p>
<p>Personalmente non avrei mai accettato di interrompere i legami con la mia famiglia e nemmeno di procurare loro dolore o senso di vergogna, sarò sbagliata io, ma non riesco a essere felice se poi guardandomi intorno vedo le persone per me importanti tristi e frustrate e poi, provo per i miei genitori un enorme rispetto ed un amore infinito…forse li amo davvero più di me stessa.</p>
<p> La maggior parte di noi non sceglie di essere cristiano, ebreo o musulmano, lo siamo semplicemente perché nasciamo in famiglie religiosamente “prestabilite”, tutto qua. Quando sento esordire le solite voci saccenti che dal piedistallo proclamano: ”Ma non c’era bisogno che tuo marito si convertisse! È da ipocriti, si sa che lo fa solo per interesse e per ottenere il nullaosta richiesto per l’iter burocratico del matrimonio&#8221; mi verrebbe da urlare ai quattro venti ma chissenefrega! Ma chi siete? Perché le persone hanno bisogno di giudicare? Saremo liberi di scegliere la nostra vita, il nostro equilibrio?</p>
<p>Non nego che per me e mio marito la conversione fosse una questione fondamentale. Non ho mai pensato di vivere con un non musulmano, non avrei accettato questa condizione né per me stessa  né tantomeno per i miei figli, e da subito ho scoperto le carte…non ho aspettato di trovarmi ad un bivio almeno su questo, già c’ero finita una volta avendo scelto di non indossare la stessa galabeya dei miei genitori.  Volevo rimanere coerente con me stessa e con il mio credo almeno per una volta.</p>
<p>Chiamatela fortuna, casi della vita , esma w’naseeb, o quant’altro, ma quando parlai di conversione alla persona con la quale oggi condivido gioia, dolori e tre splendidi cuccioli musulmani, da subito e credo per intelligenza e sincerità di entrambi ha accettato. Mio marito si è convertito ad <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Universit%C3%A0_al-Azhar"target="_blank">Al Azhar</a> dopo aver realmente capito il percorso &#8211; non solo religioso &#8211; che avrebbe intrapreso, non sempre facile ma assolutamente necessario e credo senza nessuna pressione.<BR><br />
D&#8217;accordo…forse non proprio nessuna pressione&#8230;ma perlomeno la mia, e non quella degli altri!</p>
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		<title>Conversione al consolato: nulla osta o lasciapassare?</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 09:46:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noor Gamyla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Michele e Faiza sono due innamorati che si sono imbattuti nella teo(buro)crazia del circuito consolare marocchino. Lui cattolico italiano, lei marocchina musulmana residente in Italia da qualche anno per motivi di lavoro, raccontano a Yalla Italia la loro esperienza presso gli uffici consolari marocchini dove si erano recati per essere delucidati sulle procedure inerenti al nulla osta che il consolato rilascia alle donne che si sposano con un italiano. Un nulla osta che certifica, tra le varie cose, che il futuro marito si è convertito alla religione islamica. I due innamorati riscono ad avere un incontro privato con un funzionario, un tale Mr. B. Iniziano a parlare del più e del meno sull’attualità. Poi, quando il discorso tocca la primavera araba, Mr. B inizia a rifilare un pippone metà in arabo e metà in italiano su quanto il Marocco sia un paese democratico e all’avanguardia in tutti i settori. La...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Michele e Faiza sono due innamorati che si sono imbattuti nella teo(buro)crazia del circuito consolare marocchino.<br /> <br />
Lui cattolico italiano, lei marocchina musulmana residente in Italia da qualche anno per motivi di lavoro, raccontano a Yalla Italia la loro esperienza presso gli uffici consolari marocchini dove si erano recati per essere delucidati sulle procedure inerenti al nulla osta che il consolato rilascia alle donne che si sposano con un italiano.<br /> <br />
 Un nulla osta che certifica, tra le varie cose, che il futuro marito si è convertito alla religione islamica.</p>
<p>I due innamorati riscono ad avere un incontro privato con un funzionario, un tale Mr. B.<br /> <br />
Iniziano a parlare del più e del meno sull’attualità. Poi, quando il discorso tocca la primavera araba, Mr. B inizia a rifilare un pippone metà in arabo e metà in italiano su quanto il Marocco sia un paese democratico e all’avanguardia in tutti i settori.<br /> <br />
 La coppia e Mr B sono in una fase di compiacimento reciproco. Michele e Faiza non sono ancora  pronti ad assestare il primo colpo.<br /> <br />
Lo scambio di battute si fa veramente interessante quando Mr. B tocca l’argomento religioso. Notando la collanina con la croce intorno al collo di Michele, e non sapendo ancora il vero motivo che ha portato Michele e Faiza a parlare con lui, Mr. B si lancia in questa memorabile frase:</p>
<p>«Il Marocco è l’unico paese arabo a garantire libertà di culto a tutti. Nessuno è discriminato. Cristiani ed ebrei possono praticare la loro fede in totale libertà».<br /> <br />
 Un assist che Michele non si è lasciato sfuggire. Qui lo batto sia ai punti e per Ko deve aver pensato Michele.</p>
<p>«Allora immagino» azzarda Michele «che il problema sia risolto».</p>
<p>«Quale problema?» replica Mr. B.</p>
<p>«Quello della mia conversione all’Islam. Visto che, come ha inequivocabilmente spiegato lei,  il Marocco garantisce libertà di culto, io sposo Faiza senza dovermi convertire all’islam. Com’è che ha detto scusi? Ah si, il Marocco è l’unico paese arabo a garantire libertà di culto a tutti».</p>
<p>Il buon Michele ha preso Mr. B in castagna.  Il funzionario è in chiaro imbarazzo; tentenna una comunicazione metà in dialetto berbero e metà in dialetto di Casablanca. Michele e Faiza si scambiano un’occhiata d’intesa. Sono pronti ad infliggere il KO e portare a casa il massimo del risultato con il minimo sforzo, l’assicurazione di ottenere il nulla osta senza che Michele debba convertirsi. Invece di ingoiare il rospo del nulla osta con conversione, ecco  prospettarsi il lasciapassare. </p>
<p>In soccorso di Mr. B  arriva però proprio l’addetto dell’ufficio alle conversioni. In realtà era il runner che porta il tè marocchino agli ospiti. Con un’occhiata capisce che si tratta della solita coppia di raccomandati che chiede l’esenzione alla conversione. Ne ha viste così tante di coppie così, che ormai li riconosce da uno sguardo.</p>
<p> «Il Marocco è un paese dove nessuno è al di sopra della legge» dice i runner a voce alta e risoluta facendo capire di essere sul pezzo e di non essere intenzionato a fare sconti. «Però possiamo fare compromesso. Invece di convertirti in un centro islamico di Milano, lo facciamo qui con due testimoni».</p>
<p>A questo punto interviene Faiza. «Preferisco perdere tempo e soldi al tribunale piuttosto che permettere una conversione di facciata. Andiamocene. Grazie e arrivederci».</p>
<p>E così è stato. Faiza e Michele si sono rivolti al tribunale di Milano e dopo tre mesi si sono sposati. Ognuno mantenendo la propria religione.</p>
<p>Casi come quelli di Michele e Faiza ce ne sono tantissimi in tutta Italia. <a href="http://studiolegaleritarossi.it/blog/diritto-di-famiglia/2011/07/19/matrimonio-tra-italiano-e-musulmano<br />
 "target="_blanket">Qui</a> le info per sapere come evitare di convertirsi. </p>
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		<item>
		<title>Che San Valentino è se la coppia &#8220;mista&#8221; non c&#8217;è&#8230;</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/che-san-valentino-e-se-la-coppia-mista-non-ce/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 09:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.yallaitalia.it/?p=6127</guid>
		<description><![CDATA[Giulietta e Romeo non potevano amarsi perché appartenevano a due fazioni avverse. Dramma universale che molti secoli prima era già presente in modo ossessionante nei componimenti degli antichi poeti arabi preislamici. Tribù ostili impedivano in ogni modo agli innamorati di superare il muro invisibile, ma non per questo meno reale, delle rispettive appartenenze&#8230; Il carattere universale della religione islamica ebbe anche la funzione di andare oltre tali ristrettezze, mantenendo il divieto per i propri fedeli (maschi e femmine) di unirsi in matrimonio con un coniuge idolatra e concedendo agli uomini anche le altre &#8216;monoteiste&#8217; (ebree e cristiane): “Vi sono lecite le donne credenti e caste, le donne caste di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi, versando il dono nuziale &#8211; sposandole, non come debosciati libertini” (Corano 5, 5). Nessun versetto dice esplicitamente che la donna musulmana non possa fare altrettanto, ma la tradizione e l&#8217;interpretazione dominante ritengono...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Giulietta e Romeo non potevano amarsi perché appartenevano a due fazioni avverse. Dramma universale che molti secoli prima era già presente in modo ossessionante nei componimenti degli antichi <a href="http://www.alfabeti.org/Donne.htm"target="_blank">poeti arabi</a> preislamici. Tribù ostili impedivano in ogni modo agli innamorati di superare il muro invisibile, ma non per questo meno reale, delle rispettive appartenenze&#8230;<br />
 Il carattere universale della religione islamica ebbe anche la funzione di andare oltre tali ristrettezze, mantenendo il divieto per i propri fedeli (maschi e femmine) di unirsi in matrimonio con un coniuge idolatra e concedendo agli uomini anche le altre &#8216;monoteiste&#8217; (ebree e cristiane):<br /> <br />
<em>“Vi sono lecite le donne credenti e caste, le donne caste di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi, versando il dono nuziale &#8211; sposandole, non come debosciati libertini” (Corano 5, 5).<br /></em><br />
<br />
Nessun versetto dice esplicitamente che la donna musulmana non possa fare altrettanto, ma la tradizione e l&#8217;interpretazione dominante ritengono che tale silenzio vada inteso nel senso della proibizione. Una comunità ancora minoritaria e retta da un sistema patriarcale non poteva probabilmente fare altrimenti.</p>
<p>Ma oggi, con un miliardo e mezzo di musulmane e musulmani diffusi ovunque e in contesti ormai paritari sul piano legale tra i due coniugi, ha ancora senso pensarla così? E&#8217; un fatto che la <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/tesi/UNIVEGA032197/autore-giovanni-andriolo/la-questione-delle-unioni-matrimoniali-tra-donne-musulmane-e-uomini-non-musulmani-in-italia.htm"target="_blank">realtà</a> ha già superato in molti casi i limiti della concezione classica, rileggendola, ignorandola o deliberatamente infrangendola. <br />
Nuove risposte, spesso implicite, a nuovi contesti che sollevano nuove domande, cui soltanto pochi hanno la preparazione o il coraggio di replicare. <br />
Che dire in occasione della festa degli innamorati? Forse è meglio non dir nulla e mettersi semplicemente ad ascoltare: la parola ai testimoni!  </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le moschee tra francobollo e marca da bollo</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 13:49:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Un francobollo per celebrare il novantesimo anniversario della Moschea di Parigi. È l’iniziativa delle poste francesi, che sabato hanno inaugurano la vendita del francobollo da 60 centesimi nel salone d’onore della moschea parigina. A Milano, invece, una marca da bollo ha inaugurato il dossier del comune sul tanto atteso piano Moschee. Da quanto si è appreso dalla stampa, Milano rinuncia alla grande moschea e apre la strada alla regolarizzazione di 10 piccole moschee. Probabilmente una ogni 10 anni. Il prezzo da pagare per il vivere nel paese del teatrino della politica e delle marche da bollo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un <a href="http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2012/02/11/APutIzrB-moschea_francobollo_celebra.shtml "target="_blanket">francobollo</a> per celebrare il novantesimo anniversario della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moschea_di_Parigi "target="_blanket">Moschea di Parigi</a>.</p>
<p>È l’iniziativa delle poste francesi, che sabato hanno inaugurano la vendita del francobollo da 60 centesimi nel salone d’onore della moschea parigina.<br />
A Milano, invece, una marca da bollo ha inaugurato il <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_febbraio_13/moschee-piano-comune-piccole-mappa-dieci-islam-musulmani-1903254580979.shtml"target="_blanket">dossier del comune</a> sul tanto atteso piano Moschee.<br />
Da quanto si è appreso dalla stampa, Milano rinuncia alla grande moschea e apre la strada alla regolarizzazione di 10 piccole moschee.</p>
<p>Probabilmente una ogni 10 anni. Il prezzo da pagare per il vivere nel paese del teatrino della politica e delle marche da bollo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Giovani siriani in rete, mai così attivi</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/giovani-siriani-in-rete-mai-cosi-attivi/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 10:53:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabika Shah Povia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Torniamo sull&#8217;argomento Siria proseguendo il focus sulla diaspora in Italia: la nostra redattrice Sabika Shah Povia ha intervistato Yasar Fattoom, membro anch&#8217;egli di un movimento che gioca parte del suo attivismo sui social media. E di nuovo cade la neve e copre con un mantello bianco il sangue rosso dei siriani che continuano a morire nell’indifferenza. Yasar Fattoom ha scelto di andare via dalla Siria e di venire a vivere a Roma tre anni fa. Oggi, da qui, si fa portavoce di un movimento rivoluzionario a cui i media non stanno dando la giusta importanza. Come Aya Homsi, crede nell’importanza del ruolo dei social media nella distribuzione dell’informazione e dirige la pagina Facebook Syrian Uprising 2011 Information Centre, creata appunto con l’intento di informare e semplificare la comprensione dei complessi avvenimenti in Siria ad un pubblico internazionale. Perchè hai lasciato la Siria? Il servizio militare è d’obbligo in Siria. Io...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
<em>Torniamo sull&#8217;argomento Siria proseguendo il focus sulla diaspora in Italia: la nostra redattrice Sabika Shah Povia ha intervistato Yasar Fattoom, membro anch&#8217;egli di un movimento che gioca parte del suo attivismo sui social media.<br /></em></p>
<p>E di nuovo <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/02/siria-fantasma-quando-neve-e-schiettino-contano-di-piu/"target="_blank">cade</a> la neve e copre con un mantello bianco il sangue rosso dei siriani che continuano a morire nell’indifferenza. Yasar Fattoom ha scelto di andare via dalla Siria e di venire a vivere a Roma tre anni fa. Oggi, da qui, si fa portavoce di un movimento rivoluzionario a cui i media non stanno dando la giusta importanza. Come <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/02/le-seconde-generazioni-siriane-il-vostro-silenzio-ci-uccide/"target="_blank">Aya Homsi</a>, crede nell’importanza del ruolo dei social media nella distribuzione dell’informazione e dirige la pagina Facebook <a href="http://www.facebook.com/syrianuprising?sk=info#!/syrianuprising?sk=wall"target="_blank">Syrian Uprising 2011 Information Centre</a>, creata appunto con l’intento di informare e semplificare la comprensione dei complessi avvenimenti in Siria ad un pubblico internazionale.</p>
<p>
<strong>Perchè hai lasciato la Siria? <br /></strong><br />
Il servizio militare è d’obbligo in Siria. Io sono da sempre stato anti-Assad, non ero d’accordo con la sua politica. Lui controlla ogni cosa, l’economia, l’esercito&#8230; Il “parlamento” ed il “governo” sono solo una decorazione. È come se si lasciasse che una mafia fosse a capo di un intero paese. L’esercito in Siria non serve un paese, come dovrebbe, ma una persona: Assad. Io non volevo far parte del suo esercito e per questo sono scappato. </p>
<p><strong>Cosa ha comportato questa tua scelta?<br /></strong><br />
Non posso più tornare in Siria. Se tornassi, mi arresterebbero. Andrei in prigione per nove mesi e poi dovrei comunque completare il servizio militare. </p>
<p><strong>Non ti è dispiaciuto lasciare la tua terra? <br /></strong><br />
Certo, non è stata una scelta facile, ma mi sembrava quella più giusta. Adesso penso di aver fatto bene. Ora che sono qui, in un paese dove c’è libertà di parola, posso denunciare gli atroci crimini del regime di Assad ed aiutare come posso a portare attenzione sulla questione siriana, che purtroppo i media italiani non stanno trattando.</p>
<p><strong>Riesci a contattare i tuoi amici e parenti in Siria?<br /></strong><br />
Si si, per fortuna li sento e stanno bene. Una cosa che molti non capiscono è che la Siria non è tutta in rivolta. A differenza dell’Egitto e della Tunisia, in Siria sono presenti numerosissime minoranze etniche e religiose. Per nominarne alcune ci sono gli alauiti, i drusi, gli ismaili, i crisitani, gli armeni, i kurdi. La maggioranza è però sunnita. Assad stesso è un alauita, e lui usa questo come un punto di forza. Terrorizza la gente dicendo che se dovesse cadere il regime salirebbero al potere i sunniti e non sarebbero più garantiti i diritti delle minoranze. Questo timore fa si che a ribellarsi siano principalmente le città a maggioranza sunnita, il che esclude le zone in cui si trova la mia famiglia. </p>
<p><strong>Quindi non è l’intera Siria a volere l’indipendenza da Assad?<br /></strong><br />
Si, lo è. Ma la gente ha paura. Molti stanno iniziando a farsi coraggio ed uno degli slogan più diffusi nelle proteste è, “1, 1, 1, il popolo siriano è 1”. Stiamo cercando di far capire alla gente che questa è una rivoluzione di un popolo contro un regime, non un conflitto settario, come Assad vuole farlo apparire. Non devono aver paura di farsi sentire. Io voglio credere che nella Siria post-Assad, perchè Assad cadrà, non ha i mezzi per rimanere, non ha il sostegno, nella Siria post-Assad sarà il cittadino non la sua religione a definire un Siriano. </p>
<p><strong>Perchè pensi che la comunità internazionale abbia cominciato a parlare della questione siriana soltanto ora? Voi state lottando da tempo ormai&#8230;</strong><br />
<br />
Non penso ci sia stato un giorno dal 15 Marzo 2011 in cui non ci siano stati morti in Siria. All’inizio Assad ha represso con cautela, uccidendo 30 persone un giorno, 40 un altro, poi di nuovo 30, 50, 30, 40. Sono cifre alte, ma non abbastanza da destare l’interesse dell’Occidente. Adesso se ne parla perchè non si può ignorare l’assissinio di centinaia di persone al giorno. Assad sta accelerando i tempi, con la speranza di riuscire a reprimere nel sangue questa rivolta prima che intervengano le Nazioni Unite, che intanto vengono rallentate dalla Russia e dalla Cina.  In più ci sono i paesi arabi, il Libano, l’Iran e l’Iraq che continuano a sostenere Assad con il loro silenzio.</p>
<p><strong>Come contribuisci alla rivolta siriana a distanza?<br /></strong><br />
Insieme ad altri attivisti gestisco la pagina Facebook “Syrian Uprising 2011 Information Centre”. È un lavoro complesso. Ogni giorno pubblico il riassunto della giornata indicando il numero di martiri, le proteste, qualsiasi informazione rilevante. Oltre a questo pubblico anche una mappa in cui sono segnate tutte le città dove è accaduto qualcosa. Cliccando sui vari luoghi si può leggere in breve cosa è successo o vedere video e foto che documentano l’accaduto. Nonostante mi porti via molto tempo, è il minimo che posso fare per aiutare la mia gente. </p>
<p><strong>E l’ambasciata siriana vi offre il suo sostegno?<br /></strong><br />
 L’ambasciata! (ride) L’ambasciata siriana è fatta di delinquenti che lavorano per Assad. Spie, che passano le loro giornate a cercare persone come me per poi minacciarle. Cercano di scoprire i nomi di noi che siamo qui, per poter rintracciare la nostra famiglia in Siria e ricattarci. Proprio ieri in Germania sono stati <a href="http://uk.reuters.com/article/2012/02/09/uk-syria-germany-idUKTRE8180SC20120209"target="_blank">espulsi</a> quattro diplomatici siriani perchè stavano spiando gli attivisti dell’opposizione. Oggi 12 ragazzi siriani di Milano hanno fatto <a href="http://www.youtube.com/watch?v=15n94p87Yts"target="_blank">irruzione</a> all’ambasciata di Roma e sono stati arrestati. Siamo così disperati che siamo diposti a sacrificare la nostra libertà per dimostrare l’inefficenza e l’inaffidabilità dei nostri diplomatici.</p>
<p><strong>Non ti spaventa rilasciare queste dichiarazioni? <br /></strong><br />
No, ormai non più. Provo talmente tanta rabbia dentro di me che non c’è spazio per la paura. Mi sento impotente mentre vedo la mia gente morire da qui. Vorrei poter fare di più. Intanto faccio quel che posso e spero di vedere presto qualche risultato.</p>
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		<title>Le seconde generazioni siriane: il vostro silenzio ci uccide</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 15:49:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ouejdane Mejri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ti senti più italiana o più egiziana/tunisina/siriana/ecc?”. Domanda ricorrente e ormai quasi noiosa per molte seconde generazioni. Oggi però quella stessa domanda può incoraggiare una giovane italo-siriana ad usare la libertà acquisita in terra occidentale per denunciare con passione e dolore la tragedia umana che si sta consumando nella terra delle sue origini. Giovane studentessa bolognese, Aya Homsi, che porta nel suo cognome il nome di una delle città più martoriate della Siria, Homs, decide insieme a un gruppo di amici siriani di uscire dal silenzio e di abbattere il muro della paura che la dittatura ha crea nell’anima dei siriani, anche se vivono altrove, anche se sono figli di immigrati. Il gruppo facebook Vogliamo la Siria libera nasce quasi un anno fa con pochi membri per diventare oggi un punto di incontro e discussione per chi vuole capire meglio quanto avviene in Siria e sostenere un popolo che non...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
“Ti senti più italiana o più egiziana/tunisina/siriana/ecc?”. Domanda ricorrente e ormai quasi noiosa per molte seconde generazioni.</p>
<p>Oggi però quella stessa domanda può incoraggiare una giovane italo-siriana ad usare la libertà acquisita in terra occidentale per denunciare con passione e dolore la tragedia umana che si sta consumando nella terra delle sue origini.</p>
<p>Giovane studentessa bolognese, Aya Homsi, che porta nel suo cognome il nome di una delle città più martoriate della Siria, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Homs"target="_blank">Homs</a>, decide insieme a un gruppo di amici siriani di uscire dal silenzio e di abbattere il muro della paura che la dittatura ha crea nell’anima dei siriani, anche se vivono altrove, anche se sono figli di immigrati. Il gruppo facebook <a href="http://www.facebook.com/#!/groups/224929794222125/313313912050379/?notif_t=group_activity"target="_blank">Vogliamo la Siria libera</a> nasce quasi un anno fa con pochi membri per diventare oggi un punto di incontro e discussione per chi vuole capire meglio quanto avviene in Siria e sostenere un popolo che non solo ha sofferto dalla dittatura della famiglia Assad per ben 42 anni ma continua a essere massacrato nell’indifferenza generale.</p>
<p>
<strong>Ouejdane Mejri: Aya, sei nata e cresciuta in Italia ma sei spesso andata in Siria, ti sei mai resa conto del peso della dittatura e della forza repressiva del regime di Assad ?<br /></strong><br />
Aya : Quando ero piccola, una volta giocavo davanti a casa di mia zia ad Aleppo, avevo circa sei o sette anni e tra un gioco e un altro con le mie cugine coetanee chiesi a loro perché avevano paura appena sentivano nominare la parola Assad. Cercarono di spiegarmi che in Siria era vietato parlare di lui, perché senno ti arrestavano !! Mah..io che sono cresciuta in Italia, non riuscivo a capire e sempre per gioco decisi di urlare &#8220;Assad muori&#8221; per strada. Era un pomeriggio d’estate e non c’era nessuno per strada, ma le mie cuginette appena mi sentirono,corsero a nascondersi in casa e ad avvisare mia mamma dell accaduto.Ero troppo giovane per capire, oggi vent’anni dopo ho capito&#8230;e l’ho capito piangendo le vittime siriane, i 400 bambini uccisi da Assad, i 400 bambini in carcere&#8230;tra quei bambini potevo essere io, quel pomeriggio.</p>
<p><strong>O.M.:  Oggi il mondo sembra essersi finalmente reso conto di quanto avviene in Siria, dopo quasi un anno dall&#8217;inizio della rivoluzione. Una guerra mediatica in corso sembra voler da una parte minimizzare il massacro  in atto attualmente in Siria, e dall’altra emfatizzare i fatti, cosa ci puoi dire a proposito?<br /></strong><br />
Aya: E’ vero, oggi il mondo sembra esseri magicamente accorto di più di 10.000 morti in quasi un anno di rivoluzione. Personalmente ho iniziato da subito a combattere con il Popolo siriano dall&#8217;Italia. Assieme a due amici abbiamo aperto il gruppo facebbok &#8220;Vogliamo la Siria Libera&#8221;&#8230;e nei primi mesi è stata molto pesante. Guardavo i video che giravano su youtube e vedevo passare davanti ai miei occhi centinaia di morti al giorno in questa maniera&#8230;e nessuno ci sosteneva. Abbiamo iniziato a manifestare che eravamo in pochissimi e per strada ci scambiavano per paletinesi (la bandiera siriana assomiglia vagamente a quella palestinese). Oggi, invece si parla finalmente di Siria. <br />
Ricordo bene il periodo in cui si voleva decretare la “no fly zone” in Libia e molti erano contro l’intervento &#8220;militare&#8221; chiedendo un intervento diplomatico. Ecco per la Siria non si è chiesto mai nulla, nè una no fly zone nè un intervento diplomatico. Si è lasciato un popolo al proprio destino! Mentre i manifestanti in Siria scendevano nelle Piazze con i cartelli con le scritte: &#8220;IL VOSTRO SILENZIO CI UCCIDE..&#8221; in Italia si parlava di tutt&#8217;altro&#8230;</p>
<p><strong>O.M.: A proposito di Italia, tu che sei nata e cresciuta qui, come hai coniugato durante questo ultimo anno la tua battaglia per la Siria con l’essere qui in Italia?<br />
<br /></strong><br />
Aya: Sono molto delusa dell&#8217;Italia oggi&#8230;e credo fermamente che gli italiani siano diversi&#8230;molti messaggi di solidarietà e molta attenzione ai fatti. Spesso nel gruppo facebook vengono linkati video in lingua araba da cittadini italiani che chiedono una traduzione del video, e questo è un grande messaggio&#8230;Ciò che l Italia non dice, gli italiani vogliono sapere&#8230;e hanno il diritto di sapere che a tre ore di volo dall&#8217;Italia si sta consumando una carneficina. Mi chiedo , dov&#8217;è l&#8217;Italia che urlava per fermare la lapidazione di Sakineh? dov&#8217;è l&#8217;Italia che manifestava per Gaza? dov&#8217;è l&#8217;Italia che era indignata per la guerra in Iraq? dov&#8217;è l&#8217;Italia che ricorda ogni anno la tragedia dell’11 settembre?d ov è quell&#8217;Italia ma soprattutto dove sono gli italiani davanti alla tragedia siriana?<br />
“Il vostro silenzio ci sta uccidendo” gridano dalla Siria. Non commettiamo errori, stiamo assistendo oggi alla rivoluzione di un popolo arabo, non di un ideale religioso, politico o quel che si voglia ma per l’ideale di democrazia e libertà.</p>
<p><strong>O.M.: Avete la fortuna di essere lontani e quindi di poter portare liberamente la voce del vostro popolo qui in Italia, cosa ti verrebbe da gridare nel suo nome ?<br /></strong><br />
Aya: Ho la fortuna di vivere in un Paese democratico e mi sento come italo-siriana di avere il dovere di unire i miei due popoli. In questi mesi ho cercato di farlo riportando le cose che accadevano e le parole che arrivavano da chi lottava per la vita e riporto le parole che un giovane siriano disse prima di morire &#8220;Tenete gli occhi aperti sulla Siria.. Perchè ora si chiuderanno i miei&#8230;”. </p>
<p><strong>O.M.: &#8220;Vogliamo la Siria libera&#8221; è il vostro gruppo su facebook e sappiamo quanto sia importante usare questo mezzo per creare comunità e una vera forza di resistenza, chi sono i membri di questo gruppo (siriani in Italia, italiani, siriani in Siria) e che tipo di informazioni condividete?<br /></strong><br />
Aya: “Vogliamo la Siria libera” nasce pochi mesi dall’inizio della rivolta Inizialmente l’informazione era per pochi, perché i siriani avevano paura di entrare nel gruppo e spesso ci sentivamo abbandonati. Quando ci intervistava qualcuno sulla Siria raccoglievamo le idee di 15 persone per non dimenticare nulla, perché poteva essere l’unico articolo in cui si parlasse della Siria in quel mese. Poi più passava il tempo e più le bugie di Assad venivano a galla e più la realtà era visibile a tutti. C è stato chi non ha mai voluto vedere e chi ha iniziato a vedere con il passare del tempo. Oggi con grandissima emozione posso dire che il gruppo è formato da italiani, italo-siriani, siriani residenti all’estero e siriani che invece lottano attivamente nel Paese e che si appoggiano al nostro gruppo per dirci cosa vogliono far sapere. E così traduciamo video, testi, poesie in italiano e anche in inglese. Una gradissima soddisfazione è che con il gruppo abbiamo superato ogni limite delle politiche e degli interessi delle grandi potenze. Sono più di 3000 persone di tutti i credi religiosi, ta cui musulmani(sunniti e alawiti), cristiani, curdi, ebrei, buddisti&#8230;e siamo uniti per una causa comune&#8230;la vita&#8230;il diritto di vivere.</p>
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		<item>
		<title>Le donne calciatrici picchiano più di Osvaldo e Ibra</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 11:48:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Susy Ghali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Glamour & Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Da quando ero una bambina, sono sempre stata attratta da tutto ciò che poteva trasmettermi delle emozioni, di quelle emozioni forti che, nel bene e nel male, ti divertono e ti scuotono. Per questo motivo (e molti altri) ho sempre praticato dello sport, spaziando dalla danza al taekwondo, fino a coltivare un insano amore per il calcio che, si sa, è passione e adrenalina. Nel calcio, indipendentemente dalla serie e dal livello di competizione, esistono dei fattori che creano e fomentano una sanissima tensione pre-gara che stimola e carica in maniera unica: io, l&#8217;ho sempre subita, sia agli esordi, quando ho iniziato nelle prime squadre a 7 o all&#8217;oratorio, fino alla serie C, nelle &#8220;Azzurre&#8221; di Corsico. Al fischio d&#8217;inizio, entravo in trance agonistica, correvo fino all&#8217;ultimo minuto e affrontavo qualsiasi avversario, nonostante proprio non avessi le misure del classico difensore che solo a vederlo intimorisce: altezza 1,60, peso53 kg,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da quando ero una bambina, sono sempre stata attratta da tutto ciò che poteva trasmettermi delle emozioni, di quelle emozioni forti che, nel bene e nel male, ti divertono e ti scuotono. Per questo motivo (e molti altri) ho sempre<br />
praticato dello sport, spaziando dalla danza al taekwondo, fino a coltivare un  insano amore per il calcio che, si sa, è passione e adrenalina.</p>
<p>Nel calcio, indipendentemente dalla serie e dal livello di competizione, esistono dei fattori che creano e fomentano una sanissima tensione pre-gara che stimola e carica in maniera unica: io, l&#8217;ho sempre subita, sia agli esordi, quando ho iniziato nelle prime squadre a 7 o all&#8217;oratorio, fino alla serie C, nelle &#8220;<strong>Azzurre</strong>&#8221; di Corsico.<br />
Al fischio d&#8217;inizio, entravo in trance agonistica, correvo fino all&#8217;ultimo minuto e affrontavo qualsiasi avversario, nonostante proprio non avessi le misure del classico difensore che solo a vederlo intimorisce: altezza 1,60, peso53 kg, non mi si può proprio definire un muro!</p>
<p>Il problema però, se così lo si può chiamare, è che nonostante gli sforzi, non sempre si vince, e quando si perde, è difficile da digerire.<br />
Poche settimane fa Osvaldo, attaccante della Roma, al termine di una partita,  ha perso completamente la ragione per 5 minuti, e ha rifilato un pugno ad un suo compagno di squadra, &#8220;colpevole&#8221; a suo vedere, di aver provocato la sconfitta della squadra.<br />
Personalmente, non ho mai avuto queste reazioni, neanche dopo i derby&#8230; me la sono sempre cavata con al massimo qualche ammonizione per stagione!! Certo, conosco i &#8220;trucchi del mestiere&#8221; che vanno dalle innocenti trattenute, alle spallate, ai più infidi pestoni quando la palla è lontana, ma posso vantarmi di non essere mai stata espulsa!!! I miei erano tutti falli senza cattiveria, e soprattutto furbi!!<br />
Però devo ammettere anche che grazie alla mia carriera calcistica ho scoperto che a volte, noi donne reagiamo anche peggio degli uomini!</p>
<p>Perdiamo completamente il controllo, e siamo irriconoscibili!! Il lunedì sera solitamente, era dedicato all&#8217;analisi della partita del weekend  precedente e, se avevamo vinto tutto bene, ma se avevamo perso, poteva  succedere di tutto: passavamo dalle discussioni costruttive (anche concitate)  alle vere e proprie litigate, con tanto di lanci di scarpe o borracce piene di acqua!</p>
<p>L&#8217;episodio più esilarante però, si è verificato al termine di un incontro che  ci ha viste sconfitte per un episodio ingiusto (un rigore che in realtà era una simulazione), e che sfortunatamente sanciva la nostra retrocessione: al fischio finale dell&#8217;arbitro, Elisa, il nostro capitano, si è avvicinata alla sua marcatrice, le ha stretto la mano, e appena si è girata, l&#8217;ha presa per i  capelli fino a farla sedere a terra, sbraitandole qualcosa di irripetibile!<br />
Per fortuna non c’erano tante persone, soprattutto uomini, a vederci.<br />
A volte mi lamento del poco pubblico maschile alle partite di calcio femminile. Ma in fondo meglio così. Se vedessero le sfuriate e le scenate che facciamo agli arbitri maschi, difficilmente troveremmo marito.</p>
<p>Non siete convinti? allora guardate questo video</p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/fPaC3UlObe0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Le truppe straniere agli occhi degli Afghani</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/le-truppe-straniere-agli-occhi-degli-afghani/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 15:06:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentata la ricerca effettuata nelle province afghane occidentali sotto il comando italiano Isaf-Nato Disillusione, diffidenza e sospetto. Sono i sentimenti prevalenti verso le truppe straniere che emergono dalla ricerca “Le truppe straniere agli occhi degli afghani: percezioni, opinioni e rumors a Herat, Farah e Badghis” promossa dalla Ong Intersos e realizzata dal ricercatore e giornalista freelance Giuliano Battiston. Le interviste raccolte nell’estate 2011 con interlocutori diversi &#8211; dai religiosi ai funzionari governativi, dai commercianti agli attivisti &#8211; segnalano un forte scollamento tra le dichiarazioni delle cancellerie occidentali, che sostengono che le forze Isaf-Nato siano riuscite in buona parte a stabilizzare il paese, e quelle degli afghani, che ritengono che la comunità internazionale abbia fallito nel garantire la sicurezza alla popolazione, pur manifestando apprensione sulle conseguenze del ritiro delle truppe. La maggior parte degli intervistati lamenta condizioni di sicurezza precarie e ritiene che il dispiegamento delle truppe internazionali non abbia prodotto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Presentata la ricerca effettuata nelle province afghane occidentali sotto il comando italiano Isaf-Nato</em></p>
<p>
Disillusione, diffidenza e sospetto. Sono i sentimenti prevalenti verso le truppe straniere che emergono dalla <a href="http://efi.mailupclient.com/f/tr.aspx/?-9Ul9h=/wx3r1b8de=rxz/kka=-mif5qrplm8-dm9hldi8dh.qibi0lq9-06naju0&#038;x=pv&#038;e9iu-c9&#038;0lqb-pjkjfi9qlih9c&#038;x=pv&#038;-g0tpf-g8-o&#038;x=pv&#038;hc&#038;x=pv&#038;t5&#038;.5d-4f:0NCLM"target="_blank">ricerca</a> “Le truppe straniere agli occhi degli afghani: percezioni, opinioni e rumors a Herat, Farah e Badghis” promossa dalla Ong <a href="http://www.intersos.org/"target="_blank">Intersos</a> e realizzata dal ricercatore e giornalista freelance Giuliano Battiston.</p>
<p>Le interviste raccolte nell’estate 2011 con interlocutori diversi &#8211; dai religiosi ai funzionari governativi, dai commercianti agli attivisti &#8211; segnalano un forte scollamento tra le dichiarazioni delle cancellerie occidentali, che sostengono che le forze Isaf-Nato siano riuscite in buona parte a stabilizzare il paese, e quelle degli afghani, che ritengono che la comunità internazionale abbia fallito nel garantire la sicurezza alla popolazione, pur manifestando apprensione sulle conseguenze del ritiro delle truppe.</p>
<p>La maggior parte degli intervistati lamenta condizioni di sicurezza precarie e ritiene che il dispiegamento delle truppe internazionali non abbia prodotto i risultati sperati: “Nel 2004 &#8211; afferma tra gli altri M. Akram Azimi, docente all’Università Ghargistan, Farah &#8211; i Talebani erano circa 400. Nel 2009, 25.000. Oggi possono contare su 30.000 combattenti. La comunità internazionale dovrebbe cominciare a chiedersi perché i ribelli aumentano invece di diminuire”. Tra le cause, due emergono in particolare: la pluralità di orientamenti, tattiche e obiettivi perseguiti dai singoli contingenti e lo scarso coinvolgimento delle controparti afghane nell’elaborazione della strategia di pacificazione e stabilizzazione: “Il fallimento della comunità internazionale dipende dal fatto che è mancata una strategia coerente tra gli attori coinvolti nel conflitto; inoltre, essa è stata elaborata altrove, da gente che non conosceva il paese”, dichiara Soraya Pekzad dell’organizzazione Voice of Women, Herat.  </p>
<p>Viene criticato inoltre lo squilibrio eccessivo tra i fondi destinati alle operazioni militari e quelli per lo sviluppo e la ricostruzione, oltre che l’enfasi posta su una concezione della sicurezza ridotta alla sola incolumità fisica, a scapito degli aspetti sociali, economici e istituzionali di una più ampia ‘sicurezza umana’:“Non si è prestata sufficiente attenzione allo sviluppo economico e alla ricostruzione. Oltre ad un’efficace strategia di contro-terrorismo, servono opportunità di lavoro, senza le quali i Talebani sono destinati a crescere”, Rahman Salahi, capo Shura dei professionisti, Herat.</p>
<p>Alle forze internazionali viene poi imputata la scarsa considerazione delle conseguenze delle loro operazioni sui civili, l’uso indiscriminato dei bombardamenti aerei e dei raid notturni, la violazione degli spazi domestici. Tra le lamentele più diffuse, l’idea che agiscano al di fuori di ogni quadro giuridico certo, rispondendo soltanto ai propri codici di condotta, esenti dallo scrutinio pubblico: “In caso siano vittime di un incidente, gli afghani non hanno alcuno strumento legale per chiedere giustizia, mentre la protezione dei civili dovrebbe essere una priorità”, Abdul Qader Rahimi, Afghanistan Independent Human Rigths Commission, Herat.</p>
<p>Il percepito deterioramento delle condizioni di sicurezza, il rafforzamento dei movimenti antigovernativi e la sensazione che i soldati stranieri siamo immuni dalla legge hanno fatto crescere la sfiducia e la diffidenza nei loro confronti, insieme all’idea che siano in Afghanistan per promuovere gli obiettivi strategici dei rispettivi paesi piuttosto che per garantire il benessere della popolazione: “Nel 2001, in un mese le truppe straniere sono riuscite a sconfiggere l’intero movimento dei Talebani… Come mai, oggi, questi sono più forti di prima? La gente se lo chiede”, Abdul Ghani Saberi, vicegovernatore provincia di Badghis. Molti intervistati sostengono che i contingenti Isaf-Nato sarebbero disposti persino a sostenere i Talebani e ad alimentare il conflitto, per evitare veri combattimenti o per continuare a motivare la propria presenza in Afghanistan. “Perché oggi i Talebani sono forti? Si dice che qualche paese straniero fornisca loro assistenza, armi, equipaggiamenti vari, aiuti militari e logistici… La ragione è che ci sono obiettivi di natura strategica e per raggiungerli occorre una presenza di lungo termine in Afghanistan”, Faisal Kharimi, giornalista e docente universitario, Herat.</p>
<p>A dispetto delle tante obiezioni mosse all’operato degli eserciti stranieri, la maggior parte degli intervistati ritiene che debbano restare oltre la data annunciata del ritiro, il 2014, con una nuova e più efficace strategia. Tra le ragioni: l’instabilità del quadro politico interno, la scarsa fiducia nei confronti della leadership locale e l’idea che le truppe straniere rappresentino un deterrente all’affermazione dei Talebani più efficace dell’esercito locale, ritenuto ancora impreparato:“Gli stranieri ora sono qui e la situazione è grave. Nel caso se ne andassero, forse peggiorerebbe. Devono restare più a lungo del 2014, ma devono fare meglio e diversamente da quanto fatto finora”, M.Sardar Saraji, vice capo Shura-e-Ulema, Qala-e-now.<br />
I timori legati al ritiro sono principalmente due: la preoccupazione che il vuoto che ne deriverebbe sarebbe occupato dalle potenze regionali confinanti, in particolare da Iran e Pakistan, e l’idea che, una volta avvenuto il ritiro, gli attori internazionali possano rinunciare a ogni futuro impegno politico-finanziario: “La grande preoccupazione è che, con il ritiro delle truppe internazionali, l’Afghanistan venga di nuovo dimenticato. Molta gente lo pensa, ricordando la tragica situazione che si è creta negli anni Novanta … C’è il rischio che l’esercito nazionale non combatta contro i Talebani, ma si divida in fazioni, che si combattono a vicenda”, Abdul Khaliq Stanikzai, Sanayee Development Organization, Herat.</p>
<p>Quanto al dialogo con i movimenti antigovernativi, molti degli intervistati sostengono la via della soluzione politico-diplomatica, invocando un negoziato trasparente e attento alle esigenze della popolazione: “Si deve negoziare con i Talebani: sono afghani, e vanno coinvolti nella gestione del potere, anche nel governo. Abbiamo accettato gli stranieri, perché non dovremmo accettare i nostri fratelli Talebani?”, Faruq Huseyni, capo Shura-e-Ulema, Herat.<br />
In relazione alle attività integrate civili-militari, uno dei dati più evidenti è la confusione sugli obiettivi dei PRT (Provincial Reconstruction Teams) e sul loro modo di operare. Molti intervistati lamentano, oltre all’opacità nella gestione dei progetti, la confusione tra gli obiettivi della sicurezza e quelli della ricostruzione e contestano il fatto che ai militari siano assegnati compiti civili: “Quando chiediamo più sicurezza, i militari ci dicono di essere qui per la ricostruzione. Quando chiediamo la ricostruzione, ci dicono di essere qui per la sicurezza. Alla fine, non garantiscono nessuna delle due…”, Farid Ehsas, esponente società civile, Farah.</p>
<p>
Oltre che controproducente, la confusione generata dai PRT è ritenuta pericolosa per la popolazione civile, soprattutto nella città di Herat, dove ha sede il PRT italiano. Dato che rappresenta un obiettivo dei Talebani, gli intervistati condannano in modo unanime la scelta di averlo stabilito in una zona residenziale, e chiedono che venga al più presto trasferito altrove: “Alla gente non piace affatto che il PRT sia lì, si sente minacciata; per questo è stato chiesto agli italiani, tramite il Governatore di Herat, di cambiare sede. Finora, nessuna risposta. É curioso: sostengono di voler promuovere la democrazia in Afghanistan e poi non prestano attenzione a una richiesta democratica della popolazione di Herat”, Adela Kabiri, giornalista e docente universitaria, Herat.</p>
<p>In termini generali, dalla ricerca emerge l’esplicita richiesta che venga restituita agli afghani la sovranità su tempi e strumenti per gestire il paese e deciderne le sorti future, insieme all’appello rivolto alla comunità internazionale di rafforzare la preparazione delle forze di sicurezza afghane e di non abdicare alle proprie responsabilità politiche e finanziarie, continuando a sostenere la ricostruzione e la cooperazione civile una volta avvenuto il ritiro dei militari. </p>
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		<title>Maldive. Topless e divieto di cittadinanza</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:58:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggiamo su Wikipedia: “L&#8217;unica religione praticata nelle Maldive è l&#8217;Islam sunnita. Nel paese non esiste libertà di culto, nel 2008 un emendamento costituzionale ha negato ai non musulmani di poter ottenere la cittadinanza maldiviana”. Beh, non si può certo dire che le Maldive siano percepite come paese islamico&#8230; altre caratteristiche delle stupende isole sembrano prevalere nella percezione che si ha di queste terre. Eppure vi succede anche questo! E pensare che il grande viaggiatore maghrebino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggiamo su Wikipedia: “L&#8217;unica religione praticata nelle Maldive è l&#8217;Islam sunnita. Nel paese non esiste libertà di culto, nel 2008 un emendamento costituzionale ha negato ai non musulmani di poter ottenere la cittadinanza maldiviana”.</p>
<p> Beh, non si può certo dire che le Maldive siano percepite come paese islamico&#8230; altre caratteristiche delle stupende isole sembrano prevalere nella percezione che si ha di queste terre.<br /> <br />
Eppure vi succede anche questo! E pensare che il grande viaggiatore maghrebino <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ibn_Battuta"blank">Ibn Battuta</a> visitandole nel lontano XIV secolo, così notava nei suoi celebri diari di viaggio: “Le donne, alle Maldive, non si coprono la testa: nemmeno la sovrana. Si pettinano raccogliendo i capelli tutti insieme da una parte e la maggior parte indossa solo un drappo che le copre dall&#8217;ombelico ai piedi, lasciando nudo il resto del corpo, e se ne vanno in giro così, al mercato e altrove! Quando fui nominato qadi (giudice) di queste isole feci di tutto per far cessare tale usanza e ordinai alle donne di vestirsi, ma fu invano.<br />
Certo, nessuna donna era ammessa in mia presenza per risolvere qualche contenzioso se non aveva il corpo completamente coperto, ma non ottenni nulla in più di questo! Comunque alcune indossano, oltre al drappo, una camicia con le maniche corte e molto ampie. Del resto io avevo qualche ancella che si vestiva come le donne di Delhi, coprendosi la testa, ma lungi d&#8217;abbellirla questo abbigliamento la rendeva brutta, perché non c&#8217;era abituata”.</p>
<p>Sette secoli fa, un pio ma intelligente musulmano riconosceva che usi e costumi locali, benché distanti dall&#8217;ortodossia, avessero diritto di cittadinanza in quei luoghi se non altro per ragioni &#8216;estetiche&#8217;.<br />
 Oggi pare si abbia un ben diverso concetto di ortodossia, assai meno ispirato al buon senso oltre che distante dal pur problematico ius soli di cui tanto si discute.<br />
 Stai a vedere che il progresso materiale non escluda regressi su altri fronti&#8230; Un bel rebus, non c&#8217;è che dire! </p>
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		<title>Twitter si prepara per il mondo arabo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:40:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zeina Ayache</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Tweet, post, like, hashtag, followers, following, condividi, commenta, tagga. Questi sono solo alcuni dei termini che rendono le nostre conversazioni spesso molto buffe (se non ridicole…) e incomprensibili a coloro che, testardi, si ostinano a non voler conoscere e affrontare la nuova “realtà” digitale dei social network. Ma se lo sviluppo tecnologico viene spesso (erroneamente) considerato appannaggio del mondo occidentale, per quanto riguarda i nuovi strumenti di comunicazione, come i social network e gli smartphone, dobbiamo ammettere che la loro diffusione è estesa su scala planetaria. Stanno arrivando, infatti, nuove lingue per Twitter, e adesso anche gli utenti che scrivono da destra a sinistra potranno aggiornare amici e followers su ciò che accade durante la loro giornata. L’annuncio ufficiale è arrivato dal social network stesso: oltre alle 22 lingue già presenti, si preparano per Twitter anche l’arabo, il farsi, l’ebraico e l’urdu. Il Twitter Translation Center, ovvero il centro del...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Tweet, post, like, hashtag, followers, following, condividi, commenta, tagga. Questi sono solo alcuni dei termini che rendono le nostre conversazioni spesso molto buffe (se non ridicole…) e incomprensibili a coloro che, testardi, si ostinano a non voler conoscere e affrontare la nuova “realtà” digitale dei social network.</p>
<p>Ma se lo sviluppo tecnologico viene spesso (erroneamente) considerato appannaggio del mondo occidentale, per quanto riguarda i nuovi strumenti di comunicazione, come i social network e gli smartphone, dobbiamo ammettere che la loro diffusione è estesa su scala planetaria.</p>
<p>Stanno arrivando, infatti, nuove lingue per Twitter, e adesso anche gli utenti che scrivono da destra a sinistra potranno aggiornare amici e followers su ciò che accade durante la loro giornata.</p>
<p>L’annuncio ufficiale è arrivato dal social network stesso: oltre alle 22 lingue già presenti, si preparano per Twitter anche l’arabo, il farsi, l’ebraico e l’urdu.<br />
Il <a href="http://blog.twitter.com/2012/01/twitter-translation-center-adds-right.html"target="_blank">Twitter Translation Center</a>, ovvero il centro del blog del social network, fa sapere che circa 425 mila volontari in giro per il mondo si sono impegnati offrendo il giusto contributo che permetterà, a moltissimi utenti di Twitter, di scrivere utilizzando i caratteri del proprio idioma.</p>
<p>Il gesto di Twitter dimostra ancora una volta l’importanza che queste lingue hanno sul social network stesso, basti pensare che l’Arabo raggiunge l’ottava posizione nella classifica delle lingue più utilizzate; tant’è vero che dei 180 milioni di tweet postati giornalmente, 2.2 milioni sono in arabo e si parla di una crescita del + 2.000% negli ultimi 12 mesi, un’esplosione quindi che non poteva passare inosservata agli occhi dei gestori di Twitter.</p>
<p>Sembrerebbe proprio che gli arabi non possano fare a meno di cinguettare in rete, mentre, dall’altra parte, ci sono gli italiani, un popolo di chiacchieroni spinti da un impulso voyeuristico che li lega maggiormente a Facebook e li porta a passare il 31% del tempo dedicato ad internet, proprio sui social network, per lo meno secondo le ultime rilevazioni <a href="http://www.nielsen.com"target="_blank">Nielsen</a> -ma non facciamo fatica a crederci.</p>
<p>2,4 milioni è il numero di utenti italiani mensili registrati da Twitter, si tratta del 40% in più rispetto a qualche mese fa, un discreto aumento che però non si avvicina al successo di Facebook che attira a sé più di 20 milioni di italiani, stiamo parlando di un italiano su tre.<br /> <br />
È inutile, ancora Twitter da noi non va di moda, troppo rapido, troppo sintetico, ma soprattutto lontano dalla mentalità con cui viene affrontata la relazione con lo strumento di comunicazione. Facebook non è solo una chat o un luogo in cui condividere, ammettiamolo, è una pagina in cui gli utenti possono crearsi un’altra vita. </p>
<p>Anche solo la differenza di significato che c’è tra la parola “Followers” di Twitter e “Amici” di Facebook fa capire come il network di Zuckerberg abbia un lato sociale più vicino agli italiani, rispetto a quello di Twitter, più mordi e fuggi.<br />
Un piccolo accenno va a <a href="http://investor.google.com/earnings/2011/Q4_google_earnings.html) "target="_blank">Google+</a> che, anche se ancora poco utilizzato in Italia, è cresciuto più di quanto ci si aspettasse. Attualmente infatti conta 90 milioni di utenti, un decimo rispetto a quelli di Facebook, che al 31 dicembre 2011 ne contava 845 milioni.</p>
<p>La sfida tra i social networks non è ancora conclusa, chissà cosa accadrà in questo 2012!</p>
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		<title>Integrazione: per Plain Ink un libro può cambiare le cose</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 11:24:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Luna. Segnatevi questo nome. È il titolo del primo di una serie di libri per bambini che farà storia. Si tratta, infatti, dell’inedita collana di testi bilingue pensata appositamente per i fanciulli dai 4 agli 8 anni che vivono in Italia ma che sono nati all’estero o sono nati qui da genitori stranieri, e quindi hanno bisogno di supporto nell’entrare a fondo nella cultura italiana. A loro l’associazione italiana Plain ink, nata nel maggio 2011, dedica le proprie risorse offrendo strumenti utili per l’integrazione: Luna, il racconto d’apertura scritto da Marco Testa e illustrato da Maurizia Rubino, narra in italiano e in arabo l’inserimento in un gruppo di pari di Ahmed, ragazzino marocchino appena arrivato in Italia.. “A Luna faranno seguito altri testi, nelle lingue di provenienza dei giovani stranieri d’Italia”, spiega Selene Biffi, presidente di Plain ink, “per esempio l’arabo per i marocchini, il russo per gli ucraini, il...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Luna. Segnatevi questo nome. È il titolo del primo di una serie di libri per bambini che farà storia. Si tratta, infatti, dell’inedita collana di testi bilingue pensata appositamente per i fanciulli dai 4 agli 8 anni che vivono in Italia ma che sono nati all’estero o sono nati qui da genitori stranieri, e quindi hanno bisogno di supporto nell’entrare a fondo nella cultura italiana.<br />
 A loro l’associazione italiana <a href="http://www.plainink.org/"target="_blank">Plain ink</a>, nata nel maggio 2011, dedica le proprie risorse offrendo strumenti utili per l’integrazione: Luna, il racconto d’apertura scritto da Marco Testa e illustrato da Maurizia Rubino, narra in italiano e in arabo l’inserimento in un gruppo di pari di Ahmed, ragazzino marocchino appena arrivato in Italia..</p>
<p>
“A Luna faranno seguito altri testi, nelle lingue di provenienza dei giovani stranieri d’Italia”, spiega Selene Biffi, presidente di Plain ink, “per esempio l’arabo per i marocchini, il russo per gli ucraini, il cinese e l’indiano”. È lei, imprenditrice sociale di origini brianzole, ad aver ideato la collana, “dopo anni passati a lavorare per l’Onu, in particolare in Afghanistan a redigere i sussidiari per le scuole”, spiega.<br />
 Oggi Biffi è tornata in Italia e ha deciso di operare in loco “per promuovere una maggiore coesione sociale”, sebbene l’associazione compia azioni anche all’estero. “In India abbiamo pubblicato un fumetto sul tema della salute pubblica, che viene distribuito gratuitamente in una delle bidonville più grandi del paese, quella di Jalilpur”. </p>
<p>Attualmente l’associazione conta su uno staff di tre persone che lavorano part time più un buon numero di insegnanti volontari e l’appoggio di varie associazioni di immigrati in Italia. Inoltre, ha un comitato scientifico decisamente d’alto rango: tra gli altri, Aleh Tsyvinski, professore di economia all’università di Yale, Stati uniti; Francesco Galtieri, membro di United nations volunteers e dottore di ricerca in sistemi politici e sociali dell’Africa contemporanea; Harsha Singh, vicedirettore del Wto, World trade organization, Organizzazione mondiale del commercio.<br />
I libri bilingue di Plain ink non si trovano per ora in libreria, piuttosto si possono ordinare online (al costo di 12 euro l’uno) nella sezione apposita del sito. I proventi andranno tutti ai progetti all’estero dell’associazione, il primo dei quali è stato proprio la realizzazione del fumetto per i giovani indiani.</p>
<p> Oltre ai fondi raccolti con la vendita dei racconti, alle quote associative e alle donazioni private, per iniziare le proprie attività Plain ink ha potuto contare sull’appoggio economico di Only the brave, fondazione di Renzo Rosso, patron della marca di jeans Diesel.</p>
<p>Nonostante i pochi mesi di vita, l’organizzazione guidata da Biffi sta acquisendo apprezzamenti in vari contesti, in primis quello legato al mondo dell’istruzione. “Siamo aperti alla partecipazione di tutti”, conclude la presidente, “tra i vari modi di attivarsi consiglio anche il marketplace di plainink.org, dove si possono trovare le informazioni sui progetti, si può controllare il budget associativo e condividere le proprie idee con la comunità dell’associazione”.</p>
<p>
Daniele Biella<br /> <br />
<a href="http://www.vita.it/"target="_blank">Vita.it</a></p>
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		<title>Ebrei d&#8217;arabia fra musica, storia e intrattenimento</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 11:07:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aviva Zadik</dc:creator>
				<category><![CDATA[Glamour & Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Scegliere cosa essere: ebrei o arabi o sentirsi entrambe le cose, specialmente in alcuni momenti storici, non è stato facile per loro nati nel Nordafrica oppure in Medio Oriente in terre tormentate come la Libia, il Libano, lo Yemen o la Siria. Coraggiosi e scacciati dai loro Paesi d’origine, vagabondi, cosmopoliti eppure attaccati alle loro radici, gli intrattenitori arabi ebrei, cantanti, attori, scrittori sono un mondo sconosciuto di cui si parla troppo poco e di cui si sa ancora meno. Alcuni nomi? Gad Elmaleh, comico ebreo marocchino diventato uno dei personaggi più famosi d’oltralpe, fino a Enrico Macias, cantautore algerino emigrato a Parigi, a Herbert Pagani, artista, scultore e chansonnier, nato a Tripoli e vissuto fra Italia e Francia. Molte sono le vicende e le storie di vita che si possono citare. Si pensi alle cantanti israeliane di origine yemenita, Ofra Haza e Dana International, che nata come Yaron Cohen,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scegliere cosa essere: ebrei o arabi o sentirsi entrambe le cose, specialmente in alcuni momenti storici, non è stato facile per loro nati nel Nordafrica oppure in Medio Oriente in terre tormentate come la Libia, il Libano, lo Yemen o la Siria.<br />
Coraggiosi e scacciati dai loro Paesi d’origine, vagabondi, cosmopoliti eppure attaccati alle loro radici, gli intrattenitori arabi ebrei, cantanti, attori, scrittori sono un mondo sconosciuto di cui si parla troppo poco e di cui si sa ancora meno.</p>
<p>Alcuni nomi? <strong>Gad Elmaleh</strong>, comico ebreo marocchino diventato uno dei personaggi più famosi d’oltralpe, fino a <strong>Enrico Macias</strong>, cantautore algerino emigrato a Parigi, a <strong>Herbert Pagani</strong>, artista, scultore e chansonnier, nato a Tripoli e vissuto fra Italia e Francia.<br />
Molte sono le vicende e le storie di vita che si possono citare.<br />
 Si pensi alle cantanti israeliane di origine yemenita, <strong>Ofra Haza </strong>e <strong>Dana International,</strong> che nata come <strong>Yaron Cohen</strong>, decise di diventare donna, alla scrittrice <strong>Eliette Abecassis</strong>, autrice di tanti romanzi suggestivi come “<strong>La sefardita</strong>” o “<strong>Qumran</strong>”oltre ad aver realizzato la sceneggiatura del controverso e polemico &#8220;<strong>Kadosh</strong>&#8221; film diretto da Amos Gitai e ambientato nella Gerusalemme degli ultra ortodossi.</p>
<p> Così come non si possono tralasciare i nomi di <strong>David Guetta</strong>, uno dei dj più acclamati nel mondo di origini magrebine e della cantante belga <strong>Natacha Atlas</strong> che ha da sempre un rapporto conflittuale con le proprie “radici ebraiche” essendo nata da padre di origini ebraiche e madre musulmana.</p>
<p>Vite tormentate e stimolanti, che spesso hanno portato a grandi carriere o si sono concluse tragicamente.<br /> <br />
Prima fra tutte la figura affascinante di <strong>Gad Elmaleh</strong>, ormai naturalizzato francese che secondo i vari gossip avrebbe una storia nientemeno che con <strong>Charlotte Casiraghi</strong>, che nella sua lunga carriera oltre al successo come cabarettista e attore, recentemente ha recitato con <strong>Jean Reno</strong> in “Vento di primavera” così come in “Midnight in Paris sotto la guida di <strong>Woody Allen</strong>, ha avuto anche momenti difficili.<br />
 Come quando recentemente, nel 2010, ha dovuto cancellare il suo tour in Libano dopo le ripetute insinuazioni da parte di alcune emittenti estremiste come, Al Manar, di essere “ex un soldato israeliano”.<br />
 Il popolare intrattenitore che intendeva recarsi a Beirut per un festival, ha negato questa affermazione rinunciando al suo progetto e sembra che in quei giorni egli abbia ricevuto diverse chiamate che invocavano il boicottaggio della sua partecipazione alla kermesse.</p>
<p> Altra vicenda interessante è quella di <strong>Enrico Macias</strong>, il cui vero nome è Costantin Ghenassia, uno dei più famosi artisti del mondo arabo, di religione ebraica e di nazionalità algerina, nel 1961 fu costretto a lasciare la sua terra a causa della Guerra d’indipendenza algerina e alle persecuzioni antisemite in seguito alle quali suo suocero, <strong>Raymond Leyris</strong>, venne assassinato dagli estremisti del Fronte di Liberazione Nazionale.</p>
<p> Da quell’anno ha continuato a cantare la nostalgia del proprio Paese, e “L’oriental” è l’esempio più famoso di questo sentimento, pur non potendo più tornarci. Dopo il conflitto contro i dominatori francesi, la situazione algerina è peggiorata sempre di più portando grandi personaggi come lo showman<strong> Lili Boniche</strong>, autore della canzone “<strong>Algiers, Algiers</strong>”  e l’intellettuale, filosofo e industriale Bernarrd Henri Levy</strong>, personaggio versatile e brillante.</p>
<p> Degno di nota  è anche  il personaggio di <strong>Herbert Pagani</strong> morto a soli 44 anni, stroncato dalla leucemia, artista dimenticato e profondissimo.<br />
 Ebreo tripolino figlio di un uomo d’affari e “cittadino del mondo”  visse per lungo tempo in Francia in cui ottenne un grande successo, venne censurato parecchie volte per le tematiche delle sue canzoni, ad esempio nel testo di “Albergo ad ore” si parla di suicidio, argomento delicato ancora oggi oppure “Arringa per la mia Terra” difesa strenua del sionismo e della propria identità ebraica in seguito alla quale venne sia acclamato  che molto criticato.</p>
<p>  Divisi fra varie identità e tormentati da esilio, censura e problemi di vario tipo l’esistenza di questi personaggi è stata tutt’altro che semplice come dimostra anche la già citata <strong>Natacha Atlas</strong>. L’artista, nata in Belgio, ha negato di essere ebrea ricordando comunque più volte anche se in maniera molto generica, le proprie “origini ebraiche che più o meno  un 10 percento delle mie radici”.<br />
Volutamente ambigua su questo argomento la cantante ha vissuto per lungo tempo in Inghilterra ed è diventata oltre che per le proprie canzoni così come per le proprie prese di posizioni molto forti recentemente ha cancellato il proprio tour in Israele “fino a quando continuerà questa situazione di apartheid”.</p>
<p> Concludendo la rassegna di artisti ebrei arabi o di origine araba, vale la pena ricordare la storia della cantante israeliana di origine yemenita, <strong>Ofra Haza</strong>, che molto prima di Noa, ha riunito assieme due mondi in conflitto fra loro, come la società israeliana e la musica mediorientale.<br />
 Passata dalla povertà alla ricchezza, grazie alle sue qualità vocali fuori dal comune,  ottenendo prestigiosi riconoscimenti, venne invitata anche a cantare l’inno israeliano nel 1995 in occasione dell’assassinio di <strong>Itzhak Rabin</strong>, visse anche gravi drammi personali.<br />
Come la morte del marito Doron Ashkenazi,  secondo alcune indiscrezioni morto per overdose, e il proprio dramma, quando si ammalò di Aids morendo a soli 42 anni nel 2000.</p>
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		<title>Il Seric riesce dove la Eu fallisce</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 10:46:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fatima Khachi</dc:creator>
				<category><![CDATA[MosChiese]]></category>

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		<description><![CDATA[Intorno allo stesso tavolo Francia, Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Polonia, Finlandia, Spagna e Italia. Non è un incontro dei membri dell’Unione Europea. Si tratta del meeting “Semaine de Rencontres Islamo-Chretiennes” SERIC conosciuto come “Week of Muslim-Christian Encounters”, che si tiene ogni anno a cui ho avuto l’occasione di partecipare qualche giorno fa a Rotterdam. Durante il meeting i “rappresentanti” di ogni stato membro hanno condiviso i risultati delle iniziative per migliorare i rapporti tra religioni che varie organizzazioni specializzate hanno pensato e sviluppato durante la SERIC week (nel 2011 si è svolta dal 17 al 27 novembre in tutta Europa). Giorgio Bernardelli, giornalista del Pime e rappresentante dell’Italia, ha raccontato la giornata di volontariato alla mensa dei poveri dell’Opera San Francesco a Milano, a cui ha partecipato la redazione di Yalla Italia e mi ha dato l’assist per presentare il nostro blog. Il dibattito è proseguito sulla questione della Moschea...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intorno allo stesso tavolo Francia, Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Polonia, Finlandia, Spagna e Italia. Non è un incontro dei membri dell’Unione Europea.</p>
<p>Si tratta del meeting  “Semaine de Rencontres Islamo-Chretiennes” <a href="http://www.semaineseric.eu"target="_blanket">SERIC</a><br />
 conosciuto come  “Week of Muslim-Christian Encounters”,  che si tiene ogni anno a cui ho avuto l’occasione di partecipare qualche giorno fa a Rotterdam.</p>
<p>Durante il meeting i “rappresentanti” di ogni stato membro hanno condiviso i risultati delle iniziative per migliorare i rapporti tra religioni  che varie organizzazioni specializzate hanno pensato e sviluppato durante la  SERIC week (nel  2011 si è svolta dal 17 al 27 novembre in tutta Europa).<br />
Giorgio Bernardelli, giornalista del <a href="http://www.missionline.org"target="_blanket">Pime</a><br />
e rappresentante dell’Italia, ha raccontato la giornata di volontariato alla mensa dei poveri dell’Opera San Francesco a Milano, a cui ha partecipato  la redazione di<br />
<a href="http://www.yallaitalia.it/2011/11/cronaca-di-un-sabato-di-volontariato-interconfessionale/"target="_blanket">Yalla Italia</a> e mi ha dato l’assist per presentare il nostro blog.</p>
<p>Il dibattito è proseguito sulla questione della Moschea nello spazio pubblico. Non potete immaginarvi il mio imbarazzo nel dire che nel nostro paese esiste una sola vera moschea degna di questo nome.</p>
<p>Guardando in casa degli altri, ho imparato che la comunità turca e marocchina sono le più numerose in Olanda. Sono ben organizzate ma ghettizzate. Esistono le scuole dei bianchi e le scuole dei neri (se questa è integrazione!) Quando invece io ho risposto che in Italia e anche nella redazione di Yalla Italia ci sono molte coppie miste, matrimoni tra musulmane e cristiani avvenuti senza conversioni, lo stupore ha regnato sovrano&#8230;&#8230;..</p>
<p>Ma la sorpresa più grande è stata quella di scoprire che esiste una seconda Mecca, dopo quella ufficiale in Arabia Saudita.<br />
 I tatari (un gruppo etnico di origine turca dell&#8217;Europa orientale e dell&#8217;Asia centrale), mi è stato raccontato, hanno infatti dato alla luce un loro luogo di pellegrinaggio, detto Lowczyce, che si trova vicino a Nowogródek.<br />
Oggi la Macca europea si trova in Bielorussia, dopo essere stata sotto l’Unione di Lublin dal 1569. </p>
<p>Non potendo andare alla Mecca della Bielorussia (peccato, avrei risparmato i soldi del pellegrinaggio in Arabia ) sono andata a visitare una moschea.  Un prete, che partecipava al seminario, ha ammesso come non sia facile concentrarsi sulla preghiera quando di fronte a te (uomo)  c&#8217;è una donna che prega. L’ho guardato meravigliata e lui ha replicato” eh siamo umani!” Viva la sincerità. </p>
<p>Un evento incentrato sulle prospettive future tra cristiani e musulmani,  si è invece trasformato in una occasione per pensare al mio passato. Una sera  ho chiesto di essere portata a vedere <a href="http://www.hotelnewyork.nl/index.php/nl"target="_blanket"> l’Hotel New York</a>, un posto celebre  da dove partivano gli immigrati per andare in America. </p>
<p>Ci siamo trovati davanti ad un edificio davvero bellissimo, all’interno sembrava proprio di essere in una nave.<br />
 Mi sono ricordata del mio primo giorno di partenza dal Marocco, 15 anni fa, dall’aeroporto di Casablanca.<br />
 Ero ancora piccola. Era il periodo del Ramadan e mia madre e la mia sorella maggiore erano a digiuno.<br />
 La nostra sorpresa nel vedere gli altri che mangiavano era così forte che io e mia sorella non riuscivamo a smettere di ridere. Come se tutto il mondo fosse composto solo da musulmani osservanti.</p>
<p> Non sapevo ancora quali altri “scandali “ mi aspettavano in un paese occidentale, l’Italia, che sento come il mio paese ma che tutt’ora non mi riconosce cittadina a tutti gli effetti.</p>
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		<title>E ora dove andiamo? Lontano ma non troppo in alto&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 16:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mille e una yalla]]></category>

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		<description><![CDATA[Punk in Beirut, strillava sbarazzino e scapigliato Giovanni Lindo Ferretti in una serata di metà anni &#8217;80. Altri tempi, altra Beirut. Il Libano che ci racconta Nadine Labaki nel suo E ora dove andiamo? , invece, è l&#8217;immagine di un Paese lacerato alle soglie del 2000. La seconda pellicola della regista (la prima è l&#8217;indovinatissimo Caramel) ha infatti sullo sfondo la guerra libanese. Sullo sfondo, perché il villaggio raccontato vive in una dimensione dove il conflitto incombe, ma non è mai in primo piano. Circondato dalle atrocità, un piccolo agglomerato resiste dando prova di forme di convivenza un po&#8217; paradossali e volutamente caricaturali. Se avete pensato ad Asterix il Gallo, probabilmente non vi sorprenderete nello scoprire che le protagoniste, le donne del villaggio, pur di scongiurare il pericolo della guerra ricorrono a qualsiasi espediente, dal più antico del mondo alle pozioni magiche. Senza svelare troppo la trama, la vita nel...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Punk in Beirut, strillava sbarazzino e scapigliato Giovanni Lindo Ferretti in una serata di metà anni &#8217;80.<br />
 Altri tempi, altra Beirut. Il Libano che ci racconta Nadine Labaki nel suo<br />
<a href="http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=48557&#038;film=E-ora-dove-andiamo? "target="_blanket">E ora dove andiamo?</a><br />
, invece, è l&#8217;immagine di un Paese lacerato alle soglie del 2000.<br />
 La seconda pellicola della regista (la prima è l&#8217;indovinatissimo Caramel) ha infatti sullo sfondo la guerra libanese. Sullo sfondo, perché il villaggio raccontato vive in una dimensione dove il conflitto incombe, ma non è mai in primo piano. Circondato dalle atrocità, un piccolo agglomerato resiste dando prova di forme di convivenza un po&#8217; paradossali e volutamente caricaturali.<br />
 Se avete pensato ad Asterix il Gallo, probabilmente non vi sorprenderete nello scoprire che le protagoniste, le donne del villaggio, pur di scongiurare il pericolo della guerra ricorrono a qualsiasi espediente, dal più antico del mondo alle pozioni magiche.</p>
<p>Senza svelare troppo la trama, la vita nel villaggio scorre tra la Chiesa e la Moschea, a un tiro di sputo l&#8217;una dall&#8217;altra con buona pace di Borghezio. Le due comunità, quella cristiana e quella mussulmana, convivono riproducendo, al loro interno, dinamiche quasi speculari: uomini rissosi e votati alla bagarre, donne generose e impegnate a mantenere la pace.</p>
<p>Il film è godibile fin dal primo minuto, con una trama leggera, che tuttavia concede qualche gustoso colpo di scena, una recitazione più che valida, canzoni narrative che farebbero venir voglia di alzarsi dalla sedia del cinema e ballare. Le donne della Labaki sono semplici, comuni, coraggiose. La regista non cade nella tentazione di rappresentarle come mamme sagge alle prese con uomini bambini, che avrebbe fatto inevitabilmente scivolare il film nella pedagogia da mercatino. Anzi le rappresenta goffe, combattute e innamorate. I personaggi, del resto, sono quasi tutti espressivi e ben caratterizzati. In questo assolvono bene il loro compito soprattutto le attrici, che compongono un cast femminile quasi tutto arabo.</p>
<p>Niente lezioni assolute da trarre durante i titoli di coda, niente sotto-testo universalizzante, nessuna -per fortuna- pretesa di complessità antropologica: il racconto scorre, con un&#8217;intensità più che discreta e incespicando solo qua e là, verso un finale che non riserva sorprese eclatanti.</p>
<p>Brava la Labaki come regista e come attrice, in un film che corre il rischio però di scontentare il pubblico più esigente per le tematiche non particolarmente approfondite e per la tecnica cinematografica, che si attesta un pelo al di sotto degli standard delle ultime produzioni simili. E anche tra i divoratori di commedie rischia di trovare entusiasmi freddi, ma in questo caso è colpa di un genere, la commedia leggera, inflazionato da voyeurismi che in “E ora dove andiamo?” sono assenti o quasi (per fortuna, ma è opinione personale). Resta un lavoro valido e un centinaio di minuti capaci di regalare sorrisi e atmosfere gradevoli. Da segnalare la surreale danza collettiva in apertura, con un retrogusto funerario, che cala bene lo spettatore nel contesto.</p>
<p>Da vedere? Sì, ma senza aspettative troppo alte.</p>
<p>Tomaso Greco  </p>
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		<title>Siria &#8220;fantasma&#8221;: quando neve e Schettino contano di più</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 16:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le vittime delle violenze in Siria ci sono moltissimi minori. Secondo la portavoce dell&#8217;Unicef, dal marzo scorso ad oggi sarebbero 400 i bambini morti e oltre 400 quelli arrestati. Intanto le violenze non accennano a placarsi. Ieri i bombardamenti su Homs sono ricominciati e secondo l&#8217;Osservatorio siriano per i diritti umani, sarebbero state uccise 113 persone, di cui 69 solo a Homs. Una blogger egiziana recentemente faceva notare che ogni volta che accade qualcosa di grosso in Egitto, viene operato un massacro in Siria, quasi sistematicamente. Come se l&#8217;establishment siriano si rendesse conto della cronica distrazione dell&#8217;Occidente davanti ad accadimenti più spettacolari (come successo per la strage allo stadio di Port Said, per quanto anche questa notizia non sia stata coperta con particolare zelo dai mainstream media). Al di là di questo, il silenzio dei nostri media sull&#8217;eccidio siriano è assordante. Forse sarebbe bene ripassare i manuali di giornalismo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le vittime delle violenze in Siria ci sono moltissimi minori. Secondo la portavoce dell&#8217;Unicef, dal marzo scorso ad oggi sarebbero 400 i bambini morti e oltre 400 quelli arrestati. </p>
<p>Intanto le violenze non accennano a placarsi. Ieri i bombardamenti su Homs sono ricominciati e secondo l&#8217;Osservatorio siriano per i diritti umani, sarebbero state uccise 113 persone, di cui 69 solo a Homs.</p>
<p>
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/xyroM1hFeLk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Una blogger egiziana recentemente faceva notare che ogni volta che accade qualcosa di grosso in Egitto, viene operato un massacro in Siria, quasi sistematicamente. Come se l&#8217;establishment siriano si rendesse conto della cronica distrazione dell&#8217;Occidente davanti ad accadimenti più spettacolari (come successo per la strage allo stadio di Port Said, per quanto anche questa notizia non sia stata coperta con particolare zelo dai mainstream media).</p>
<p>Al di là di questo, il silenzio dei nostri media sull&#8217;eccidio siriano è assordante. Forse sarebbe bene ripassare i manuali di giornalismo alla voce &#8220;criteri di notiziabilità&#8221;, ma anche un profano qui si renderebbe conto di due cose:</p>
<p>- la glorificazione a Gran Notizia dell&#8217;eccitante argomento &#8220;neve&#8221; e disagi in città, ormai gran riempitivo di ogni <a href="http://www.corriere.it/"target="_blank">prima pagina</a> (vedere anche <a href="http://www.repubblica.it/"target="_blank">qui</a>)</p>
<p>- la volatilità della nostra sensibilità ai diritti umani. Come giustamente fatto notare sui social network, il caso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sakineh_Mohammadi_Ashtiani"target="_blank">Sakineh</a> ha smosso tutte le nostre coscienze (e d&#8217;altronde ormai Ahmadinejad è il nostro Satana&#8230;spariti Bin Laden e Gheddafi, qualcuno dovrà pur diventare l&#8217;Uomo Nero) mentre centinaia di uomini, donne e bambini massacrati ormai da un anno da un regime liberticida non ci fanno battere ciglio. Certo, come al solito ci sarà chi dirà che più un evento è prossimo e più genera immedesimazione e pathos: ma se non siamo neanche più in grado di denunciare ingiustizie come questa c&#8217;è da chiedersi come possiamo continuare a scomodare categorie di valore come giusto/sbagliato, buoni/cattivi &#8211; per non parlare delle fantasiose &#8220;giustizia infinita&#8221; o &#8220;libertà duratura&#8221;&#8230;- o scatenare battaglie part-time sui diritti umani.</p>
<p>Come perfettamente spiegato dal cartello di un manifestante siriano:</p>
<p> «Il vostro silenzio ci uccide».</p>
<p>
Fonte video: <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/"target="_blank">Adnkronos</a> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Immigrazione: i lavori che gli italiani non vogliono fare</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Addetti alle pulizia, spazzini, collaboratori domestici, lavandati, muratori, carpentieri, ponteggiatori, cuochi, camerieri, baristi, autisti e camionisti. Sono queste le 12 professioni con i numeri più alti di lavoratori stranieri. Lo dice una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa. Sono i lavori che gli italiani non vogliono più fare? Non esattamente, anche se la ricerca è andata a scandagliare anche quello. Scoprendo che gli stranieri hanno rimpiazzato abbondantemente gli italiani (si chiama &#8220;over sostituzione&#8221;, cioè per ogni italiano uscito dal mercato del lavoro in questi settori, sono entrati più di un lavoratore straniero) in sette mestieri: cuochi, camerieri, baristi, saldatori, lattonieri, montatori, addetti non qualificati dell&#8217;industria. La sostituzione perfetta, in pareggio, c&#8217;è stata per ambulanti, pittori, stuccatori, laccatori e palchettisti. Infine la sostituzione parziale si è avuta su magazzinieri, fattorini, facchini, manovali edili, muratori, falegnami, ponteggiatori, autisti, cassieri, braccianti agricoli, macellai, panettieri, pasticcieri, pavimentatori, idrauilici e installatori. Secondo la ricerca dal...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Addetti alle pulizia, spazzini, collaboratori domestici, lavandati, muratori, carpentieri, ponteggiatori, cuochi, camerieri, baristi, autisti e camionisti. Sono queste le 12 professioni con i numeri più alti di lavoratori stranieri. Lo dice una recente ricerca della Fondazione <a href="http://www.fondazioneleonemoressa.org/newsite/2012/02/mercato-del-lavoro-leffetto-sostituzione-degli-stranieri/"target="_blank">Leone Moressa</a>.</p>
<p>
Sono i lavori che gli italiani non vogliono più fare? Non esattamente, anche se la ricerca è andata a scandagliare anche quello. Scoprendo che gli stranieri hanno rimpiazzato abbondantemente gli italiani (si chiama &#8220;over sostituzione&#8221;, cioè per ogni italiano uscito dal mercato del lavoro in questi settori, sono entrati più di un lavoratore straniero) in sette mestieri: cuochi, camerieri, baristi, saldatori, lattonieri, montatori, addetti non qualificati dell&#8217;industria.  La sostituzione perfetta, in pareggio, c&#8217;è stata per ambulanti, pittori, stuccatori, laccatori e palchettisti. Infine la sostituzione parziale si è avuta su magazzinieri, fattorini, facchini, manovali edili, muratori, falegnami, ponteggiatori, autisti, cassieri, braccianti agricoli, macellai, panettieri, pasticcieri, pavimentatori, idrauilici e installatori.</p>
<p>Secondo la ricerca dal 2007 al 2010 la presenza di manodopera straniera nel mercato del lavoro nazionale si è fatta sempre più evidente: da 1,5 milioni di occupati di nazionalità straniera si è passati a poco più di due milioni. Questo ha inoltre determinato nel medesimo periodo di tempo un aumento del peso della componente straniera che dal 6,5% ha raggiunto il 9,1% del totale dei lavoratori in Italia. In termini di variazioni percentuali, se l’occupazione degli italiani è calata del -4,3% (pari a quasi un milione di unità in meno), gli stranieri sono invece aumentati con un ritmo del 38,5% (+578 mila persone).</p>
<p>
<strong>Per settore di attività. </strong>L’occupazione straniera si distribuisce in tre settori principali: i servizi sociali e alla persona (in cui si concentra il 24,7% del totale dell’occupazione straniera), le costruzioni (16,7%) e la manifattura (19,4%). Ma sono i primi due i settori nel quale la presenza di stranieri si fa più evidente: infatti se nei servizi sociali e alla persona su cento occupati quasi 30 sono immigrati, nelle costruzioni si tratta di 18 persone. Anche il settore degli alberghi e della ristorazione mostra una preferenza nell’assunzione di manodopera straniera, dal momento che il 15,8% di tutti gli occupati in questo settore è straniero, quando in media a livello nazionale si contano 9,1 stranieri su cento lavoratori.</p>
<p><strong><br />
Effetto sostituzione.</strong> In quasi tutte le 25 professioni qui considerate si osserva un avvicendamento tra manodopera italiana e straniera tra il 2007 e il 2010. Sembra infatti che molte professioni “manuali” siano state “snobbate” dagli italiani, che hanno lasciato progressivamente il posto agli stranieri. In molte categorie professionali si è infatti assistito ad un vero e proprio effetto sostituzione. L’intensità però di tale sostituzione non è però univoca. Per alcune professioni si osserva un <em>“over sostituzione”</em>, ossia i nuovi ingressi di stranieri hanno di gran lunga superato gli abbandoni degli italiani: si tratta in questo caso di categorie professionali legate alla ristorazione (cuochi, camerieri, baristi), ai lavori non qualificati nell’industria e alle figure di saldatori, montatori e lattonieri.</p>
<p>
Fonte: <a href="http://www.vita.it/news/view/117895"target="_blank">Vita.it</a></p>
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		<item>
		<title>Non basta la legge per fermare le mutilazioni genitali femminili</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 13:14:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono circa 140 milioni le donne nel mondo che hanno subito mutilazioni genitali. Mentre in Europa, secondo stime del parlamento Ue, sono 500mila le donne e le bambine residenti che portano le conseguenze permanenti di queste pratiche e altre 180mila sono a rischio ogni anno. Oggi si celebra la Giornata mondiale per l&#8217;abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili. E sono tante le associazioni, internazionali e nazionali mobilitate. Amnesty International e l&#8217;European Women&#8217;s Lobby hanno rivolto un appello all&#8217;Unione europea affinchè si impegni a porre fine alle mutilazioni genitali femminili e ad altre forme di violenza contro le donne. Dal 2010, quando la Commissione europea aveva promesso di adottare una strategia sulla violenza contro le donne, comprese le mutilazioni genitali femminili &#8211; ricorda Amnesty &#8211; non vi è stato alcun tentativo coerente e strutturato di affrontare questa violazione dei diritti umani. Molto spesso &#8211; prosegue Amnesty &#8211; le bambine vengono portate...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono circa 140 milioni le donne nel mondo che hanno subito mutilazioni genitali.<br />
Mentre in Europa, secondo stime del parlamento Ue, sono 500mila le donne e le bambine residenti che portano le conseguenze permanenti di queste pratiche e altre 180mila sono a rischio ogni anno.</p>
<p>Oggi si celebra la Giornata mondiale per l&#8217;abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili.<br />
 E sono tante le associazioni, internazionali e nazionali mobilitate. Amnesty International e l&#8217;European Women&#8217;s Lobby hanno rivolto un appello all&#8217;Unione europea affinchè si impegni a porre fine alle mutilazioni genitali femminili e ad altre forme di violenza contro le donne.<br />
 Dal 2010, quando la Commissione europea aveva promesso di adottare una strategia sulla violenza contro le donne, comprese le mutilazioni genitali femminili &#8211; ricorda Amnesty &#8211; non vi è stato alcun tentativo coerente e strutturato di affrontare questa violazione dei diritti umani. Molto spesso &#8211; prosegue Amnesty &#8211; le bambine vengono portate all&#8217;estero durante le vacanze estive e costrette a subire la mutilazione dei genitali, garanzia del loro status sociale e della loro idoneità ad andare in spose. Pur se alcuni stati membri dell&#8217;Unione europea si sono dotati di leggi e politiche in materia, c&#8217;è ampia disparità tra Stato e Stato. In Francia, Regno Unito, Svezia e altri paesi dove è stata riconosciuta reato da oltre un decennio, la pratica delle mutilazioni dei genitali femminili.</p>
<p>«È la prova che la legge non è la chiave che chiude tutte le porte a questa violazione dei diritti umani.<br />
 L&#8217;Unione europea dovrebbe adottare un approccio complessivo che coinvolga le comunità interessate, per garantire che le bambine siano protette e le loro famiglie non siano colpite dallo stigma», ha dichiarato Christine Loudes, direttrice della Campagna europea &#8216;End Fgm&#8217;, per porre fine alle mutilazioni dei genitali femminili, promossa da Amnesty International.<br />
La violenza contro le donne, di cui le mutilazioni dei genitali femminili sono uno dei più gravi esempi, è un fenomeno sistematico e molto diffuso.<br />
 Quasi ogni donna nell&#8217;Unione europea subirà qualche forma di violenza durante la sua vita, una su cinque sarà vittima di violenza domestica, una su 10 verrà stuprata o costretta a compiere atti sessuali.</p>
<p> Amnesty International e l&#8217;European Women&#8217;s Lobby ritengono che un passo che ciascuno stato membro della Ue potrebbe già intraprendere per proteggere le donne e le bambine dalle mutilazioni dei genitali femminili e da altre forme di violenza sia quello di firmare e ratificare la Convenzione del Consiglio d&#8217;Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica.<br />
 L&#8217;Italia non ha finora firmato la Convenzione. L&#8217;auspicio è che il governo italiano si impegni a firmarla e ratificarla quanto prima in quanto si tratterebbe del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza. </p>
<p>L&#8217;Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos) ha scritto una lettera aperta ai ministri del Welfare con delega alle Pari Opportunità Elsa Fornero, della Salute Renato Balduzzi, degli Esteri Giuliomaria Terzi di Sant&#8217;Agata e della Cooperazione Internazionale e Integrazione Andrea Riccardi per &#8216;richiamarè l&#8217;Italia a promuovere l&#8217;abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili. «L&#8217;impegno del nostro Paese, che si era distinto negli anni passati, sia con misure volte a prevenire la pratica nel nostro paese, sia con misure di cooperazione allo sviluppo, è venuto progressivamente affievolendosi», denuncia Aidos. «Poco o nulla si sa dei fondi che ogni anno la legge n. 7/2006 mette a disposizione le attività di prevenzione. I tagli di bilancio rischiano di porre fine anche a queste attività?», chiede l&#8217;associazione. L&#8217;impegno italiano «non può venire meno proprio nel momento in cui si registrano i primi progressi verso l&#8217;abbandono definitivo della pratica e dunque verso il pieno godimento dei diritti umani anche per le donne e bambine finora sottomesse a questa norma sociale».</p>
<p> Aidos confida nella sensibilità e attenzione dei ministri per ricevere presto una risposta ai propri quesiti, e nel sostegno ad Aidos e alle tante donne africane impegnate, in Italia e nei propri paesi d&#8217;origine, affinchè nessuna bimba sia più costretta a subire questa pratica.</p>
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		<title>Radio GMI: integralisti o Kuffar?</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/radio-gmi-integralisti-o-kuffar/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 12:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Boutros</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; stata lanciata da poco, ma conta già oltre 3000 ascoltatori, e un fiume di polemiche. E&#8217; la nuova web-radio targata GMI (Giovani Musulmani d’Italia), che nel comunicato ufficiale dell’associazione si presenta come una nuova piattaforma “aperta ai giovani di ogni confessione religiosa”, e atta al “dialogo culturale e religioso [sempre dei ragazzi] con i propri concittadini”. Cos’ha scaturito tante polemiche? Scopriamolo subito. Integralisti? “Ora dobbiamo parlare della sezione di…?” chiede lo speaker alla co-conduttrice, senza troppa voglia. “Firenze!” “Vai…” “Ma io sono stanca, falla tu” si lamenta la ragazza. “No falla tu! Quando io dico che devi fare una cosa tu devi farla e basta, ok?” “… è che non mi piace questa dittatura… ok, Firenze…” Vista (o meglio ascoltata) così, sembra quasi una trasmissione per soli musulmani, ma non di quelli normali, di quelli che picchiano le donne e le segregano in cantina con, non uno, ma ben...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; stata lanciata da poco, ma conta già oltre 3000 ascoltatori, e un fiume di polemiche.<br />
E&#8217; la nuova web-radio targata GMI (Giovani Musulmani d’Italia), che nel <a href="http://www.giovanimusulmani.it/home/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=221&#038;Itemid=211"target="_blanket">comunicato ufficiale</a> dell’associazione si presenta come una nuova piattaforma “aperta ai giovani di ogni confessione religiosa”, e atta al “dialogo culturale e religioso [sempre dei ragazzi] con i propri concittadini”. </p>
<p>Cos’ha scaturito tante polemiche?<br />
Scopriamolo subito.</p>
<p><strong>Integralisti?</strong></p>
<p></p>
<p>“Ora dobbiamo parlare della sezione di…?” chiede lo speaker alla co-conduttrice, senza troppa voglia.<br />
“Firenze!”<br />
“Vai…”<br />
“Ma io sono stanca, falla tu” si lamenta la ragazza.<br />
“No falla tu! Quando io dico che devi fare una cosa tu devi farla e basta, ok?”<br />
“… è che non mi piace questa dittatura… ok, Firenze…”</p>
<p>Vista (o meglio ascoltata) così, sembra quasi una trasmissione per soli musulmani, ma non di quelli normali, di quelli che picchiano le donne e le segregano in cantina con, non uno, ma ben due niquab, uno sopra l’altro: subisci e taci (o in questo caso, forse, è meglio “parla”) donna!<br />
Chiaramente non potevamo fermarci alla semplice segnalazione, o al semplice ascolto di questo frammento, ma abbiamo chiesto spiegazione a una<br />
<a href="http://www.yallaitalia.it/2012/01/moschea-a-genovasha-da-fare/"target="_blanket">vecchi conoscenza</a>, una super giemmina della sezione genovese, anche lei coinvolta nel progetto radiofonico: <strong>Nadia Rouatbi.</strong></p>
<p>“Non fatevi strane idee, siamo molto amici, lui scherza e lei sa che scherza… perché si cerca di criticare le persone e basta!?” E&#8217; una risposta a cui non abbiamo creduto solo per fiducia, ma anche dopo un accurato ascolto di tutte le puntate in podcast: effettivamente basta ascoltare una mezz’oretta per rendersi conto che lo stile è un po’ quello, le frecciatine che si scambiano i conduttori sono amichevoli, e alla fine arrivano da entrambe le parti. Nessun misogino dunque.</p>
<p>Nonostante ciò, mi sorge spontanea una questione: e se ad ascoltare in quel momento ci fosse stato un italiano?<br />
Se la radio è aperta a tutti, perché il clima è così intimo (tanto da dover chiedere spiegazioni a qualcuno del team per capacitarci di certe esternazioni)?<br />
L’emittente, come spiega il comunicato, è “aperta a tutti”, ma il modo in cui si parla di Islam (che non ha nulla di male in sé) all’interno dei programmi è troppo poco accessibile a un pubblico non musulmano, o meglio ancora, non arabo… cosa capisce un occidentale in tutto questo?<br />
L’abbiamo chiesto al conduttore stesso della trasmissione, protagonista di questa vicenda, che però si è rifiutato di risponderci.</p>
<p><strong>Kuffar?</strong></p>
<p>Infedeli? A quanto pare il loro Islam, secondo qualcuno, non è poi così ortodosso, anzi.<br />
Nella <a href="http://islam.forumup.it/post-48778-islam.html"target="_blanket">pagina</a> di un forum, che vi consigliamo caldamente di andarvi a leggere, si parla addirittura di “prostituzione della voce delle sorelle”, tanto è odiato il GMI!<br />
“La musica è haram”, “recchioni comunisti”, “la fine del mondo è vicina”, questi i temi più trattati, ma lo stile è ben espresso da questo commento:</p>
<p>“Penso che presto scopriranno un nuovo mezzo per fare da&#8217;wa: la DISCOTECA!<br />
Forse anche rimorchiare una ragazza sarà intesa come una forma di modern da&#8217;wa!?!?<br /> <br />
E forse ci dobbiamo aspettare anche una band musicale formata da gggggggggiovani musulmani-seconde-generazioni d&#8217;itaglia&#8230;<br /> <br />
&#8230;stile back street boys &#038; spice girls”</p>
<p>E come se non bastassero tutte queste critiche sul piano religioso, qualcuno si vuole auspicare anche una radio che non tratti “per l&#8217;ennesima volta i discorsi ossessivi e statici sull&#8217;integrazione, il dialogo interculturale, l&#8217;impegno sociale…”.<br />
L’altra faccia della medaglia insomma.</p>
<p>Integralisti o infedeli quindi? Vedremo che direzione prenderà questa neonata emittente, ancora troppo presto per giudicare. Nel frattempo…<br />
Non vi resta che aspettare la prossima diretta di <a href="http://www.spreaker.com/page#!/show/radio_gmi_2012 "target="_blanket">RADIO GMI</a></p>
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		<title>Le questionnement sur la langue à l’ère des langages</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/le-questionnement-sur-la-langue-a-l%e2%80%99ere-des-langages/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 11:39:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ouejdane Mejri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Il était crucial de conclure la phase des élections de l’Assemblée Constituante pour enfin entamer des discussions autour des questions qui comptent ou semblent compter pour les tunisiens. Durant les mois suivants la chute du régime, la question de l’identité du peuple tunisien a été au centre de l’intérêt de l’opinion publique et au programme des partis politiques en lisse, favorisant de fait d’une manière naturelle ceux qui en incarnaient ses protecteurs comme le parti Ennahdha ou encore ceux qui avaient adhéré à un projet constitutionnel qui la protégeait. Les tunisiens se sont donc prononcés pour majoritairement élire ceux qui leur donneraient l’assurance d’une citoyenneté enracinée dans la culture arabo-musulmane signe d’une « défaillance » identitaire largement diffuse dans le contexte social. Une réponse politique à une question sociale semble le premier pas des tunisiens vers la reconstruction de ce dont ils ont été privés dans les dernières décennies. La...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il était crucial de conclure la phase des élections de l’Assemblée Constituante pour enfin entamer des discussions autour des questions qui comptent ou semblent compter pour les tunisiens. Durant les mois suivants la chute du régime, la question de l’identité du peuple tunisien a été au centre de l’intérêt de l’opinion publique et au programme des partis politiques en lisse, favorisant de fait d’une manière naturelle ceux qui en incarnaient ses protecteurs comme le parti <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_della_Rinascita_%28Tunisia%29"target="_blank">Ennahdha</a> ou encore ceux qui avaient adhéré à un projet constitutionnel qui la protégeait. </p>
<p>Les tunisiens se sont donc prononcés pour majoritairement élire ceux qui leur donneraient l’assurance d’une citoyenneté enracinée dans la culture arabo-musulmane signe d’une « défaillance » identitaire largement diffuse dans le contexte social. Une réponse politique à une question sociale semble le premier pas des tunisiens vers la reconstruction de ce dont ils ont été privés dans les dernières décennies.<br />
 La liberté de culte violemment réprimée des temps de Ben Ali ainsi que la défaillance du modèle occidental ont porté en première ligne, pour une grande majorité de tunisiens, la question de l’identité arabo-musulmane bafouée. </p>
<p>La prochaine constitution tunisienne préservera donc sûrement le premier article de la constitution instituée par Bourguiba en 1957 maintenant l’islam et l’arabe comme respectivement religion et langue de la République. Avons-nous donc ainsi sauvé notre identité, notre religion et notre langue ?<br />
Aujourd’hui on parle de la protection de la langue arabe et de sa survie, à l’image d’espèces en voie d’extinction qui nécessiteraient comme déclarait Moncef Marzouki dans son blog l’institution de quelques associations pour leur sauvegarde. Le parti Ennahdha aussi est porteur de cette perspective que nous retrouvons dans les pensées de Ghannouchi qui comparait l’occidentalisation effectuée par Bourguiba au terme de la colonisation à une « violence » vécue par la « génération Zitouna ».  Ghannouchi déclarait à propos que « les intellectuels tunisiens qui sortaient des institutions d’enseignement rattachées à Zitouna […]donnaient une grande importance à cette langue et à cette littérature arabes qui enracinaient l&#8217;appartenance arabo-islamique en Tunisie, qui y insufflait l&#8217;esprit de résistance à l&#8217;invasion étrangère et servait en quelque sorte, face à l&#8217;Europe, de bouclier ». </p>
<p>L’attachement au drapeau et à l’hymne national comme nous avons vécu durant la révolution du 14 janvier et aujourd’hui la volonté de se réapproprier la langue maternelle ne sont-ils pas des formes de patriotisme que le peuple tunisien cherche à reconquérir?  La maîtrise de l’arabe devenant ainsi une expression de respect pour ce qui nous appartient et nous définit, telle une expression d’amour-propre culturel . Mais il ne faut point ignorer que si d’une part une majorité de tunisiens ont exprimé un besoin de reconquérir leur identité arabo-musulmane, d’autre part il y’a un besoin explicite de la part des minorités linguistiques, ethniques et religieuses de se réaffirmer leur tunisianité. Un patriotisme des « minorités » est ainsi apparu soudainement à la suite de la fin de la dictature voyant émerger des actions et des associations pour la revendication de l’assurance d’une citoyenneté tunisienne « particulière ». Aux côtés des protecteurs de la langue arabe nous rencontrons ceux qui prônent la sauvegarde de la langue berbère et les chrétiens et les juifs de Tunisie n’ont de leur part jamais été aussi visibles autant que depuis le 14 janvier.  Tout un chacun se proclamant à tous les effets tunisien. </p>
<p>
Pour revenir à la question de la religion, l’histoire récente de la Tunisie Benaliste nous fait penser que plus que la protection de l’islam, les tunisiens qui ont choisi de voter le parti Ennahdha ont exprimé un besoin de défendre la liberté de culte. Ainsi une des affirmations les plus répandues parmi les électeurs de ce parti a été « je voudrais aller prier sans risquer de me retrouver fiché par la police et persécuté par les autorités ». La liberté de religion et de culte -une des libertés fondamentales que toute constitution démocratique devrait garantir &#8211; a donc été associée au parti qui a le plus souffert de la répression religieuse du régime dictatorial et en est devenue le symbole. Avant de garantir les minorités religieuses, souci de toute démocratie, les tunisiens ont exprimé clairement leur besoin de protéger la religion majoritaire du pays. </p>
<p>Une fois reconnues ces peurs de type identitaires, nous devrions entamer une discussion amplement plus constructive qui aille au-delà du simple choix de la langue officielle du pays et à la protection de nos racines arabo-musulmanes. Il s’agit de comprendre notre positionnement dans l’ère numérique, celle que les jeunes tunisiens ont envahi par leur ample appropriation des réseaux sociaux, de la renaissance d’une nouvelle culture écrite en arabe littéral, en français, en anglais, en italien ou autres langues, mais surtout en dialecte tunisien. Probablement il serait beaucoup plus utile de commencer par identifier à qui nous voulons nous adresser pour choisir quel langage adopter. <strong>Dans une ère de nouveaux langages et non plus de langues nous avons besoin de comprendre où nous voulons arriver et non pas seulement d’où est-ce que nous venons. </strong></p>
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		<title>Un torneo prova che le donne arabe sanno fare gioco di squadra</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/un-torneo-prova-che-le-donne-arabe-sanno-fare-gioco-di-squadra/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 11:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zeina Ayache</dc:creator>
				<category><![CDATA[Glamour & Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Individualiste, viziate, pazze dello shopping. Prendono il taxi per percorrere 200 metri piuttosto che andare in bicicletta. Fanatiche del manicure e indifferenti allo sport. Pregiudizi che sento spesso sulle donne arabe. A sfatare il mito che oltre al glamour c&#8217;è di più, ecco &#8220;l&#8217; Arabic Women Sports Tournament”, il primo torneo sportivo riservato alle donne arabe. Le partecipanti sono 520 atlete provenienti da 16 squadre di 12 paesi, Egitto, Iraq, Siria, Palestina, Giordania, Yemen, Tunisia, Qatar, Bahrain, Kuwait, Marocco e Emirati Arabi Uniti. Il torneo ha avuto inizio il 2 febbraio e proseguirà fino al 12. Le discipline sportive in gara sono cinque, pallavolo, basket, tennis da tavolo, atletica e tiro con l’arco e si disputeranno in diverse giornate: pallavolo e basket dal 2 all’8, tennis da tavolo dal 2 al 6, atletica dal 6 all’8 e tiro con l’arco dal 9 all’11. Da quest’anno, questo torneo tutto al femminile...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Individualiste, viziate, pazze dello shopping. Prendono il taxi per percorrere 200 metri piuttosto che andare in bicicletta. Fanatiche del manicure e indifferenti allo sport. Pregiudizi che sento spesso sulle donne arabe. A sfatare il mito che oltre al glamour c&#8217;è di più, ecco &#8220;l&#8217; Arabic Women Sports Tournament”,  il  primo torneo sportivo riservato alle donne arabe.<br /> <br />
Le partecipanti sono 520 atlete provenienti da 16 squadre di 12 paesi, Egitto, Iraq, Siria, Palestina, Giordania, Yemen, Tunisia, Qatar, Bahrain, Kuwait, Marocco e Emirati Arabi Uniti. Il torneo ha avuto inizio il 2 febbraio e proseguirà fino al 12.</p>
<p>Le discipline sportive in gara sono cinque, pallavolo, basket, tennis da tavolo, atletica e tiro con l’arco e si disputeranno in diverse giornate: pallavolo e basket dal 2 all’8, tennis da tavolo dal 2 al 6, atletica dal 6 all’8 e tiro con l’arco dal 9 all’11.</p>
<p>Da quest’anno, questo torneo tutto al femminile si disputerà ogni quattro anni e, visto che la maggior parte degli stati sono rappresentati da un’unica squadra femminile, si è deciso di lanciare anche una nuova versione dei Giochi per la Gioventù Arabi, questo allo scopo di arrivare preparati ai Giochi Olimpici Arabi sia con una squadra giovanile che con una femminile. Due importanti obiettivi dall’AWST, come sottolinea la Sceicca del Bahrain Hayat Al Khalifa, Presidente del Comitato per la Vigilanza dell’Unione dei Comitati Olimpici Nazionali Arabi per gli AWST e Presidente del Comitato Sportivo Femminile del Bahrain, sono quelli di rendere la competizione sempre più ardua e di attirare nuove squadre.</p>
<p>L’Arabic Women Sports Tournament non è solo una competizione femminile, si tratta di un vero e proprio evento che si serve dei più celebri strumenti di comunicazione digitale che tutti noi utilizziamo. Chi fosse interessato, infatti, può seguire il torneo in diretta su Facebook, alla<br />
<a href="http://www.facebook.com/AWSTShj?sk=wall"target="_blanket">fan page</a> dedicata e su <a href="https://twitter.com/#!/AWSTShj"target="_blanket">Twitter</a>, entrambi i social media sono aggiornati continuamente e in diretta con post, tweet e fotografie.</p>
<p>Per quanto riguarda Facebook, oltre ai post pubblicati in Bacheca, è possibile scoprire il calendario e vedere le dirette in streaming che si terranno il 6 e il 7 febbraio. Non manca un bellissimo e suggestivo spot pubblicato su <a href="http://youtu.be/dOxHYMCtt4I"target="_blanket">You Tube</a> nel canale riservato <a href="http://www.youtube.com/user/AWSTShj"target="_blanket">all&#8217; AWST</a>.</p>
<p>In attesa di scoprire quali squadre saranno vincitrici, penso che l’iniziativa sia davvero interessante soprattutto se si considera ciò che potrebbe provocare sul lungo periodo. Mi riferisco alla possibilità che hanno le donne di dimostrare di saper “<strong>fare gioco di squadra”</strong>, eliminando il pregiudizio che molti hanno sulla competizione femminile.<br />
 Gli sport ai quali vengono iscritte le bambine sono più individualisti rispetto a quelli per bambini dove il senso di gruppo è predominante. Educare allo spirito di squadra, sin da giovani, non potrà che fare bene prima alle bambine e poi alle donne.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il lato non scontato dello ius soli</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/il-lato-non-scontato-dello-ius-soli/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 10:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sissy Ghali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Napolitano ritiene doveroso concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, la Lega la considera un’idea esecrabile, Beppe Grillo pensa che sia una questione marginale: scusate l’improbabile accostamento tra il Presidente della Repubblica, un qualsiasi demagogo leghista e un comico ai quali in ogni caso mi accodo per dire la mia. Fino all&#8217;età di tre anni non ero una cittadina italiana. Non molti sanno e pochi ricordano che, fino ad una decisione della Corte Costituzionale del febbraio 1983, la legge italiana riconosceva la cittadinanza italiana solo ai figli di cittadini italiani, di cittadini appunto, non di cittadine italiane; la legge in questione risaliva al 1912 e ben poteva dirsi il relitto di una mentalità patriarcale. Nel 1990, sotto la vigenza della medesima legge, mio padre si commosse quando gli fu comunicato per posta che il presidente della Repubblica dell&#8217;epoca gli aveva finalmente concesso la cittadinanza italiana e conservò...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Napolitano ritiene doveroso concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, la Lega la considera un’idea esecrabile, <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/01/beppe-grillo-e-cittadinanza-come-perdere-unottima-occasione-per-tacere//"target="_blanket">Beppe Grillo</a> pensa che sia una questione marginale: scusate l’improbabile accostamento tra il Presidente della Repubblica, un qualsiasi demagogo leghista e un comico ai quali in ogni caso mi accodo per dire la mia.</p>
<p>Fino all&#8217;età di tre anni non ero una cittadina italiana.<br />
Non molti sanno e pochi ricordano che, fino ad una decisione della Corte Costituzionale del febbraio 1983, la legge italiana riconosceva la cittadinanza italiana solo ai figli di cittadini italiani, di cittadini appunto, non di cittadine italiane; la legge in questione risaliva al 1912 e ben poteva dirsi il relitto di una mentalità patriarcale.</p>
<p>Nel 1990, sotto la vigenza della medesima legge, mio padre si commosse quando gli fu comunicato per posta che il presidente della Repubblica dell&#8217;epoca gli aveva finalmente concesso la cittadinanza italiana e conservò la lettera per anni; ciò che commosse mia madre fu senza dubbio il fatto di non dover più accompagnare mio padre all&#8217;ufficio immigrazione della questura di Milano e di non dovere più sostare in coda per delle lunghe ed interminabili ore.</p>
<p>Nel 1992 fu emanata una nuova legge, che ancora oggi consente a chiunque abbia anche solo un trisavolo italiano di conquistare con poca fatica la cittadinanza di questo Paese; in Sudamerica si sono serviti di questo meccanismo per arrivare in Spagna via Italia previa naturalizzazione: nonostante le rimostranze provenienti dalla penisola iberica, la Corte di Giustizia ha affermato a chiare lettere che ogni Stato è libero e sovrano nel determinare le regole di attribuzione della propria nazionalità.</p>
<p>Torniamo al dunque allora: lo Stato italiano è libero di fare ciò che vuole ma perché concede la cittadinanza a qualcuno che non ha mai visto l&#8217;Italia e il cui unico legame con il Paese risale a 50, 100, 150 anni prima e non ad una persona nata sul suolo italiano dei genitori immigrati?<br />
I cosiddetti italiani all&#8217;estero hanno un peso elettorale non enorme ma utile che chi siede in Parlamento conosce e riconosce e con cui l&#8217;essere italiano &#8211; qualunque cosa ciò significhi, calcio, cucina, storia familiare o collettiva che sia &#8211; c&#8217;entra ben poco.</p>
<p>Il sentirsi italiani c&#8217;entra forse un poco di più con la questione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati, cresciuti e pasciuti in Italia; tuttavia, riguardo questi ultimi, non posso non chiedermi se gli stessi vorrebbero ugualmente e con la stessa intensità la cittadinanza italiana se il restare stranieri non comportasse il pellegrinaggio burocratico da un ufficio all&#8217;altro, da un funzionario all&#8217;altro per ottenere il permesso di soggiorno, senza comunque dimenticare che per i loro genitori il fatto che i figli acquistino la cittadinanza si tradurrebbe in un vantaggio diretto sul loro titolo di soggiorno: è da questa conseguenza non voluta e non cercata che nascono le resistenze sul tema?</p>
<p> E’ carente la legge sulla cittadinanza o è ancora una volta la legge sull’immigrazione a non funzionare né per i padri né per i figli?</p>
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		<item>
		<title>Cittadinanza alle 2g: fate qualcosa di sensato</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/cittadinanza-alle-2g-fate-qualcosa-di-sensato/</link>
		<comments>http://www.yallaitalia.it/2012/02/cittadinanza-alle-2g-fate-qualcosa-di-sensato/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:12:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Karim Bruneo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Souk of the future]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo l&#8217;inaspettata uscita di Beppe Grillo, affrontata ampiamente sul nostro blog, e la proposta di Giovanni Sartori sulla residenza permanente, mi pare chiaro che l’opposizione alla riforma della cittadinanza sia trasversale e più diffusa di quanto temessi. Qualche iniziativa simbolica fuori dal coro conformista però c’è. Ad esempio la scelta del Presidente della provincia di Pesaro-Urbino, Matteo Ricci di conferire la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo di sua giurisdizione, e la proposta fatta da un consigliere del PD e accettata dal sindaco Fassino di concedere la cittadinanza ad honorem ad una bimba nata nel capoluogo piemontese da genitori marocchini. Fassino e Ricci sono personaggi che rappresentano la sinistra italiana. Ho letto da qualche parte che il sindaco e il presidente hanno finalmente fatto qualcosa di sinistra. Non è più semplice dire che hanno semplicemente fatto qualcosa di sensato?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo l&#8217;inaspettata uscita di Beppe Grillo,<br />
<a href=”http://www.yallaitalia.it/2012/01/beppe-grillo-e-cittadinanza-come-perdere-unottima-occasione-per-tacere/ / “target=”_blanket”> affrontata</a><br />
 ampiamente sul nostro blog, e la proposta di Giovanni Sartori sulla  residenza permanente, mi pare chiaro che l’opposizione alla riforma della cittadinanza sia trasversale e più diffusa di quanto temessi.<br />
 Qualche iniziativa simbolica fuori dal coro conformista però c’è.</p>
<p>Ad esempio la scelta del Presidente della provincia di Pesaro-Urbino,<br />
<a href="http://www.pu24.it/2012/01/28/cittadinanza-a-bimbi-nati-da-stranieri-ricci-ospite-di-rai-news-24/ "target="_blanket">Matteo Ricci</a></p>
<p>di conferire la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo di sua giurisdizione, e la proposta fatta da un <a href="http://www.stranieriinitalia.it/attualita-cittadinanza._il_comune_di_torino_serve_una_riforma_14480.html "target="_blanket">consigliere</a> del PD  e accettata dal sindaco Fassino di concedere la cittadinanza ad honorem ad una bimba nata nel capoluogo piemontese da genitori marocchini.</p>
<p>Fassino e Ricci sono personaggi che rappresentano la sinistra italiana. Ho letto da qualche parte che il sindaco e il presidente hanno finalmente fatto qualcosa di sinistra.<br /> <br />
Non è più semplice dire che hanno semplicemente fatto qualcosa di sensato? </p>
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		<title>Se le seconde generazioni sono cool</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:55:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla molto di &#8220;seconde generazioni&#8221;, cioè di tutti quei bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che convivono con la ricchezza e le difficoltà di una doppia identità culturale: quella delle proprie origini e quella del paese in cui vivono. L&#8217;Italia è però un paese in cui la storia delle immigrazioni è ancora giovane e tutta da scrivere, al contrario di quei luoghi che sin dall&#8217;inizio del &#8217;900 accolgono popolazioni ed etnie straniere, come ad esempio gli Stati Uniti. Vediamo, proprio dagli States (e non solo!), cinque personaggi, conosciuti in tutto il mondo, che possono essere considerati a tutti gli effetti di &#8220;seconda generazione&#8221;! 5 &#8211; John Belushi. Genio, comicità e sregolatezza, Belushi è stato uno degli attori comici più conosciuti e amati dal pubblico in patria e nel mondo. Nato e cresciuto a Chicago, Belushi è figlio di Agnes e Adam Belushi, immigrati provenienti da Qyteze,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Si parla molto di <strong>&#8220;seconde generazioni&#8221;</strong>, cioè di tutti quei bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che convivono con la ricchezza e le difficoltà di una doppia identità culturale: quella delle proprie origini e quella del paese in cui vivono. L&#8217;<strong>Italia</strong> è però un paese in cui la storia delle immigrazioni è ancora giovane e tutta da scrivere, al contrario di quei luoghi che sin dall&#8217;inizio del &#8217;900 accolgono popolazioni ed etnie straniere, come ad esempio gli <strong>Stati Uniti</strong>. Vediamo, proprio dagli States (e non solo!), cinque personaggi, conosciuti in tutto il mondo, che possono essere considerati a tutti gli effetti di &#8220;seconda generazione&#8221;!</p>
<p>5 &#8211; <strong>John Belushi</strong>. Genio, comicità e sregolatezza, Belushi è stato uno degli attori comici più conosciuti e amati dal pubblico in patria e nel mondo. Nato e cresciuto a Chicago, Belushi è figlio di Agnes e Adam Belushi, immigrati provenienti da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Qyteze"target="_blank">Qyteze</a>, in Albania. John e i suoi fratelli James, Marian e Billy crescono in seno alla comunità del luogo, legata alla Chiesa Ortodossa Albanese di Wheaton. Belushi raggiunge la fama grazie alla partecipazione prima al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/National_Lampoon"target="_blank">National Lampoon Inc</a> e poi al Saturday Night Live, ruoli televisivi e radiofonici che lo portano a recitare nel cinema negli indimenticabili Animal House e The Blues Brothers. John Belushi lascia sin troppo presto il palcoscenico della vita, e il 5 marzo del 1982 viene trovato morto a seguito di un overdose nel cottage dove risiedeva in California. Ancora oggi, a 30 anni dalla sua morte, il ragazzo di Chicago, proveniente dall&#8217;Albania, viene considerato uno degli attori più capaci e geniali che la storia della comicità abbia conosciuto.</p>
<p>4 &#8211; <strong>Steve Jobs</strong>. Stephen Paul Jobs non è un personaggio che abbia bisogno di presentazioni. Conosciuto in tutto il mondo come uno dei più grandi innovatori del modo di vivere e intendere l&#8217;elettronica, il fondatore di Apple può essere considerato a tutti gli effetti uno dei più brillanti esponenti delle &#8220;seconde generazioni&#8221; nel mondo. Nonostante abbia vissuto da sempre con i genitori adottivi Paul Reinholdt Jobs e Clara Jobs, Steve è infatti figlio di una cittadina americana e un immigrato siriano, Joanne Schliebe e Abdulfattah John Jandali. A far sì che il giovane venisse dato in adozione furono i genitori della madre che non vedevano di buon occhio la nascita al di fuori del matrimonio di Steve. Jobs non interruppe però i contatti con i due e chissà forse una parte del genio che ha contraddistinto il fondatore di Apple nasce proprio da una così ricca e variegata eredità culturale.</p>
<p>3 &#8211; <strong>Freddie Mercury</strong>.  Non sempre è facile accettare le proprie origini, così diverse da quelle degli altri. E&#8217; proprio il caso di una delle icone del rock mondiale: Farrokh Bulsara, in arte Freddie Mercury, frontman dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Queen"target="_blank">Queen</a>. Freddie nasce a Stone Town, la parte vecchia della capitale del protettorato britannico di Zanzibar, in Tanzania, il 5 settembre 1946. E&#8217; figlio di Bomi e Jer Bulsara, entrambi di etnia Parsi e provenienti dal Gujarat, stato dell’India occidentale. Farrokh trascorre la sua adolescenza in India, con la nonna e la zia, e poi di nuovo a Zanzibar. Il 1964 è l&#8217;anno della fuga dal paese natìo a causa delle rivolte incombenti e dell&#8217;arrivo in Inghilterra. Per tutta la sua carriera Freddie Mercury cercherà di tenere lontana la stampa dalla &#8220;scoperta&#8221; delle proprie origini, sostenendo che fossero &#8220;poco compatibili&#8221; con la sua immagine. Ciò non toglie che Farrokh Bulsara è stato uno dei più grandi interpreti della storia della musica mondiale.</p>
<p>2 &#8211; <strong>Madonna</strong>. Ammettiamo di avere un po&#8217; imbrogliato, qui, perchè nel caso di Madonna Louise Veronica Ciccone parliamo di una sorta di &#8220;terza generazione&#8221;. Madonna è figlia di Silvio Ciccone, a sua volta figlio di emigrati italiani, provenienti dal paese abruzzese di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pacentro"target="_blank">Pacentro</a>, in provincia de L&#8217;Aquila. Per la sua carriera come cantante e protagonista a tutto tondo del mondo dello spettacolo non c&#8217;è bisogno di dire nulla, mentre vale la pena ricordare le origini italiane di Madonna, così come quelle di tantissimi personaggi dello spettacolo e della vita mondana di tutto il mondo: noi italiani siamo, da sempre un mondo di migranti e di &#8220;seconde generazioni&#8221;. La storia del paese è infatti costellata da ingressi, influenze di altre culture e viaggi intrapresi dagli italiani per scoprire nuovi mondi e poter vivere in maniera dignitosa. Insomma, se siamo un popolo così ricco almeno un po&#8217; forse lo dobbiamo alla voglia e alla necessità di allontanarci da nostro paese e portarci dietro la nostra cultura, esattamente come ogni giorno fanno migliaia di persone che dal mondo vengono in Italia!</p>
<p>1 &#8211; <strong>Barack Obama</strong>. Come chiudere questo nostro piccolo excursus se non con uno degli uomini più potenti del mondo? Barack Obama, 44° Presidente Eletto degli Stati Uniti d&#8217;America è a tutti gli effetti un rappresentante delle seconde generazioni. Barack nasce a Honolulu, Hawaii, da madre del Kansas e padre keniota di etnia <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luo"target="_blank">Luo</a>. Dal padre, che vedrà una sola volta dopo il divorzio dei genitori, Obama riceve un patrimonio culturale e identitario non semplice da gestire e far proprio, che lo porterà negli anni dell&#8217;adolescenza a doversi porre difficili domande sul proprio senso di appartenenza e le proprie origini, questioni fondamentali della vita umana che lo spingeranno con il passare del tempo verso la politica e l&#8217;attivismo, prima nel campo delle questioni razziali e poi, in un percorso ancora non concluso, alla politica a 360°. Il viaggio e l&#8217;esempio di Barack Obama è fondamentale anche perchè rispecchia, in molti modi, quello percorso da tanti giovani di seconda generazione in tutto il mondo, compresa l&#8217;Italia. La politica, l&#8217;associazionismo, la voglia di mettersi in discussione, di lavorare concretamente per il paese e per chi si trova nelle proprie stesse condizioni di vita in due &#8220;mondi&#8221; diversi è infatti un tratto comune per tanti ragazzi di &#8220;seconda generazione&#8221; su tutto il territorio italiano.</p>
<p>E allora la domanda che nasce spontanea è proprio questa: negli Stati Uniti l&#8217;attuale presidente è figlio di un cittadino non statunitense; quanto tempo ci vorrà prima che lo stesso succeda anche da noi?</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.avoicomunicare.it/blogpost/integrazione-tra-i-popoli/cinque-personaggi-famosi-di-seconda-generazione"target="_blank">AVOICOMUNICARE</a> </p>
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		<title>Egypt football violence leaves many dead in port Said</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/egypt-football-violence-leaves-many-dead-in-port-said/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 10:55:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[At least 74 people have been killed in clashes between rival fans following a football match in the Egyptian city of Port Said. Scores were injured as fans &#8211; reportedly armed with knives &#8211; invaded the pitch after a match between top-tier clubs al-Masry and al-Ahly. Officials fear the death toll could rise further. It is the biggest disaster in the country&#8217;s football history, said the Egyptian deputy health minister. &#8220;This is unfortunate and deeply saddening,&#8221; Hesham Sheiha told state television. Some of the dead were security officers, the Associated Press news agency quoted a morgue official as saying. Field Marshal Hussein Tantawi, the head of Egypt&#8217;s ruling army council, went to a airbase near Cairo to welcome back al-Ahly players who were flown back from Port Said on a military aircraft. &#8220;This will not bring Egypt down&#8230; These incidents happen anywhere in the world. We will not let those...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
At least 74 people have been killed in clashes between rival fans following a football match in the Egyptian city of Port Said. Scores were injured as fans &#8211; reportedly armed with knives &#8211; invaded the pitch after a match between top-tier clubs al-Masry and al-Ahly. Officials fear the death toll could rise further.</p>
<p>
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/iiY48_c0WuY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>
It is <strong>the biggest disaster in the country&#8217;s football history</strong>, said the Egyptian deputy health minister.</p>
<p>&#8220;This is unfortunate and deeply saddening,&#8221; Hesham Sheiha told state television.</p>
<p>Some of the dead were security officers, the Associated Press news agency quoted a morgue official as saying.</p>
<p>Field Marshal Hussein Tantawi, the head of Egypt&#8217;s ruling army council, went to a airbase near Cairo to welcome back al-Ahly players who were flown back from Port Said on a military aircraft.</p>
<p>&#8220;This will not bring Egypt down&#8230; These incidents happen anywhere in the world. We will not let those behind it go,&#8221; he said, AP reports.</p>
<p>A statement posted on the Supreme Council of the Armed Forces&#8217; Facebook page announced <strong>three days of national mourning</strong>, beginning on Thursday.<br />
<br />
The statement also promised a full investigation into the incident.</p>
<p><strong><br />
&#8216;Black day&#8217;</strong></p>
<p>The BBC&#8217;s Jon Leyne in Cairo says it appears some fans had taken knives into the stadium.</p>
<p>Our correspondent says the lack of the usual level of security in the stadium might have contributed to the clashes.</p>
<p><strong>Police in Egypt have been keeping a much lower profile since last year&#8217;s popular protests that ousted President Hosni Mubarak from power.</strong><br />
<br />
<strong>Egyptian fans are notoriously violent</strong>, says our correspondent, particularly supporters of al-Ahly known as the Ultras.<br />
<br />
They have been heavily implicated in confronting the police during recent political protests, our correspondent adds. There is speculation that the security forces may have had an interest in taking on al-Ahly supporters.</p>
<p>Wednesday&#8217;s violence broke out at the end of the match, which, unusually, Port Said side al-Masry won 3-1.</p>
<p>Witnesses said the atmosphere had been tense throughout the match &#8211; since an al-Ahly fan raised a banner insulting supporters of the home team.</p>
<p>As the match ended, their fans flooded onto the pitch attacking Ahly players and fans.</p>
<p>A small group of riot police tried to protect the players, but were overwhelmed.</p>
<p>Part of the stadium was set on fire.</p>
<p><strong>&#8216;Rage in their eyes&#8217;</strong></p>
<p>Officials say most of the deaths were caused by concussions, deep cuts to the heads and suffocation from the stampede.</p>
<p>&#8220;This is not football. This is a war and people are dying in front of us,&#8221; al-Ahly player Mohamed Abo Treika said.</p>
<p>Hani Seddik, who played for al-Ahly as a teenager, told the BBC: &#8220;I don&#8217;t think this is about football. These trouble-makers were not football fans.&#8221;</p>
<p>&#8220;<strong>How were they allowed to carry knives into the ground?</strong> To me, this is the actions of people who do not want the country to be stable and want to put off tourists from coming here,&#8221; said Mr Seddik, who was watching the match on TV in Cairo.</p>
<p><strong>One al-Ahly fan in Cairo told the BBC that a large march from al-Ahly club to the Interior Ministry is being planned for tomorrow.</strong></p>
<p>&#8220;People are angry at the regime more than anything else&#8230; People are really angry, you could see the rage in their eyes,&#8221; Mohammed Abdel Hamid said.</p>
<p>Meanwhile, the Muslim Brotherhood &#8211; which has emerged as Egypt&#8217;s biggest party in recent elections &#8211; blamed supporters of ousted President Hosni Mubarak for the violence.</p>
<p>&#8220;The events in Port Said are planned and are a message from the remnants of the former regime,&#8221; Muslim Brotherhood lawmaker Essam al-Erian said.</p>
<p>He went on by saying that the army and police wanted to silence critics demanding an end to state of emergency in the country.</p>
<p>In Cairo, another match was halted by the referee after news of the Port Said violence. It prompted fans to set parts of the stadium on fire.</p>
<p>All premier-league matches have been cancelled and the newly-elected Egyptian parliament is to hold an emergency session on Thursday.</p>
<p>Fifa President Sepp Blatter issued a statement, expressing his shock over the incident.</p>
<p>&#8220;This is a black day for football. Such a catastrophic situation is unimaginable and should not happen,&#8221; he said.</p>
<p>
Fonte: <a href="http://www.afronline.org/?p=22535"target="_blank">Afronline</a>/A24Media, BBC</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Se l&#8217;Italia siamo anche noi</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/se-litalia-siamo-anche-noi/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 14:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo detto la nostra ai Grillo di turno, e ci si è messo pure Sartori che ormai pare non imbeccarne una giusta. Insomma la cittadinanza agli immigrati &#038;figli sembra ormai un argomento molto trendy. Dunque suggeriamo tanto a Grillo quanto a Sartori di farsi una passeggiata, sabato 4 febbraio alle 11.30, fuori dalla prefettura di Milano. Alcuni di questi esseri paranormali, di questi strumenti di distrazione di massa ambulanti, parteciperanno al presidio organizzato per raccogliere le firme per la campagna L&#8217;Italia sono anch&#8217;io e per ribadire che la soluzione di buon senso non è sulle prime pagine del Corriere, ma davanti agli occhi di tutti. Saremo lì per dire sì al diritto alla cittadinanza italiana per chi nasce e/o cresce in Italia. Al motto di &#8220;siamo cittadini&#8230;e non è uno scherzo!&#8221;, e alla presenza dell&#8217;Assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino, saremo lì a ricordare ai cittadini e alle istituzioni che,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Abbiamo detto la <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/01/beppe-grillo-e-cittadinanza-come-perdere-unottima-occasione-per-tacere/"target="_blank">nostra</a> ai Grillo di turno, e ci si è messo pure <a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_26/una-soluzione-di-buon-senso-giovanni-sartori_1d2340dc-47e6-11e1-9901-97592fb91505.shtml"target="_blank">Sartori</a> che ormai pare non imbeccarne una giusta.</p>
<p>Insomma la cittadinanza agli immigrati &#038;figli sembra ormai un argomento molto trendy.<br />
Dunque suggeriamo tanto a Grillo quanto a Sartori di farsi una passeggiata, sabato 4 febbraio alle 11.30, fuori dalla prefettura di Milano.</p>
<p>Alcuni di questi esseri paranormali, di questi strumenti di distrazione di massa ambulanti, parteciperanno al presidio organizzato per raccogliere le firme per la campagna <a href="http://www.litaliasonoanchio.it/"target="_blank">L&#8217;Italia sono anch&#8217;io</a> e per ribadire che la soluzione di buon senso non è sulle prime pagine del Corriere, ma davanti agli occhi di tutti.</p>
<p>Saremo lì per dire sì al diritto alla cittadinanza italiana per chi nasce e/o cresce in Italia.<br />
Al motto di &#8220;siamo cittadini&#8230;e non è uno scherzo!&#8221;, e alla presenza dell&#8217;Assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino, saremo lì a ricordare ai cittadini e alle istituzioni che, con buona pace di chi la pensa altrimenti, anche noi siamo italiani.</p>
<p>Yalla Italia, non sarà arrivato il momento di capirlo finalmente?</p>
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		<title>Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura&#8230;</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/02/cosa-vuol-dire-avere-un-metro-e-mezzo-di-statura/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 14:18:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rania Ibrahim</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Che strano, pensavo che misure, dimensioni e lunghezze fossero argomenti tipicamenti femminili, un po’ piccanti e tipici di una rimpatriata di donne single e un po’ annoiate intente a guardare Dirty Dancing con Patrick Swayze sempre sudato, commentando ogni centimetro muscoloso del protagonista. Invece scopro che per qualche maschietto le misure contano, eccome. Mi viene in mente la canzone di Fabrizio De Andrè: Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura?. Leggo su Libero del 25 Gennaio scorso un articolo molto pittoresco e subito dopo aver ammirato il titolo: ”A due passi dal Vaticano all’improvviso i romani si svegliano e scoprono un minareto”, inizio ad immaginarmi la situazione un po’ alla Woody Allen dove una donna capitolina si sveglia e dopo aver dato il buongiorno al marito già insistente, toh, si affaccia ed esclama: ”A&#8217; Paride ce sta&#8217; un minareto fuori dalla finestra, proprio nel nostro quartiere a...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Che strano, pensavo che misure, dimensioni e lunghezze fossero argomenti tipicamenti femminili, un po’ piccanti e tipici di una rimpatriata di donne single e un po’ annoiate intente a guardare Dirty Dancing con Patrick Swayze sempre sudato, commentando ogni centimetro muscoloso del protagonista.</p>
<p>Invece scopro che per qualche maschietto  le misure contano, eccome.</p>
<p>Mi viene in mente la canzone di Fabrizio De Andrè: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ChaZ0rNmzwA"target="_blank">Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura?</a>. </p>
<p>Leggo su <a href="http://ww2.virtualnewspaper.it/vnlibero/books/120125milano/#/18/"target="_blank">Libero</a> del 25 Gennaio scorso un articolo molto pittoresco e subito dopo aver ammirato il titolo: ”A due passi dal Vaticano all’improvviso i romani si svegliano e scoprono un minareto”, inizio ad immaginarmi la situazione un po’ alla Woody Allen dove una donna capitolina si sveglia e dopo aver dato il buongiorno al marito già insistente, toh, si affaccia ed esclama: ”A&#8217; Paride ce sta&#8217; un minareto fuori dalla finestra, proprio nel nostro quartiere a Cechignola, oh, pure a mezzaluna ce sta sovrastante e anche er balconcino per il richiamo del muezzin, forza scendiamo annamo a protestà!” e così inizia la guerra contro i soliti triti e ritriti islamici.<br /> <br />
Che noia! Fosse una sceneggiatura di un film sono certa che si tratterebbe di un flop al botteghino.</p>
<p>
Al di là dell’ironia e delle parole usate, tanto per citarne qualcuna: &#8220;espansione islamica&#8221;, &#8220;esotica costruzione&#8221;, &#8220;minaccia&#8221;, al limite dell’offensivo, trovo l’articolo oltre che fazioso, colmo di imprecisioni e luoghi comuni non consoni a un personaggio chiamato dall’Ex Ministro degli interni a fare parte del Comitato per l’Islam Italiano.</p>
<p>Mi chiedo con quali requisiti siano stati scelti alcuni dei membri presenti in quella consulta&#8230; il giornalista in questione poi,  con quali competenze in materia  se addirittura attribuisce un&#8217;espressione al Corano che invece non esiste? Con quale disponibilità a trovare soluzioni giuste per i diritti dei musulmani in Italia se li liquida così facilmente e se implicitamente approva le &#8216;violente reazioni&#8217; dei cittadini contro un minareto di un metro e mezzo, poco più di un comignolo?<br />
E poi forse un po’ di letture non farebbero male. Bisogna specificare che la distinzione del mondo in dar al-islam e dar al-harb è medievale e non coranica e quindi risale a un tempo in cui un po&#8217; tutte le politiche imperiali, anche cristiane, dividevano la terra fra credenti e infedeli.</p>
<p>E poi se il luogo si chiama Centro della Pace non sarebbe più serio e onesto parlare di chi lo frequenta, delle sue attività, di quel che si predica per verificare se si merita un nome tanto nobile senza condannarlo a priori come centro della guerra?</p>
<p>E quanto a voi &#8211; a noi &#8211; cari musulmani, la prossima volta invece di “raggirare le leggi e le regole” creando centri culturali, come viene sottolineato dal giornalista “trucco amministrativo”per poi effettivamente cambiare la destinazione d’uso, come avviene sempre, perché non creare a priori un luogo destinato alla preghiera e luogo di culto?</p>
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		<item>
		<title>Comitato per l&#8217;Islam italiano: un bel restyling?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 14:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando cade un governo sembra fatale che si blocchino tutte le iniziative che facevano capo a uno dei suoi esponenti&#8230; E&#8217; successo anche al Comitato per l&#8217;Islam italiano, sorprendentemente varato dal Ministro leghista Roberto Maroni e che aveva almeno cominciato a occuparsi seriamente di dare qualche risposta tecnica (e prima del governo dei tecnici) a tante questioni che rischiano di restare irrisolte per sempre a bordo della Concordia-Italia, capace di incagliarsi su qualsiasi scoglio per “fare l&#8217;inchino” non si sa bene neppure a chi. Stando così le cose, nonostante i &#8216;funzionari&#8217; avrebbero potuto tener fede al proprio nome &#8216;funzionando&#8217; e facendo &#8216;funzionare&#8217; qualcosa di utile, c&#8217;è forse spazio per qualche considerazione. Ammesso che qualcuno lo intenda resuscitare, il Comitato, per assolvere meglio al suo compito dovrebbe ispirarsi ad alcune esigenze che ci permettiamo di elencare: 1. E&#8217; vero che non si trattava, per deliberata e dichiarata scelta, di un organismo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Quando cade un governo sembra fatale che si blocchino tutte le iniziative che facevano capo a uno dei suoi esponenti&#8230;<br /> <br />
E&#8217; successo anche al Comitato per l&#8217;Islam italiano, sorprendentemente varato dal Ministro leghista Roberto Maroni e che aveva almeno cominciato a occuparsi seriamente di dare qualche risposta tecnica (e prima del governo dei tecnici) a tante questioni che rischiano di restare irrisolte per sempre a bordo della Concordia-Italia, capace di incagliarsi su qualsiasi scoglio per “fare l&#8217;inchino” non si sa bene neppure a chi.<br />
Stando così le cose, nonostante i &#8216;funzionari&#8217; avrebbero potuto tener fede al proprio nome &#8216;funzionando&#8217; e facendo &#8216;funzionare&#8217; qualcosa di utile, c&#8217;è forse spazio per qualche considerazione.</p>
<p>Ammesso che qualcuno lo intenda resuscitare, il Comitato, per assolvere meglio al suo compito dovrebbe ispirarsi ad alcune esigenze che ci permettiamo di elencare:</p>
<p>1.	E&#8217; vero che non si trattava, per deliberata e dichiarata scelta, di un organismo &#8216;rappresentativo&#8217; dei musulmani presenti sul territorio italiano, ma perché non includervi qualche donna in più (ce n&#8217;era una sola) e qualche esponente delle seconde generazioni?</p>
<p>2.	Essendo i componenti nominati dal Ministro in qualità di esperti, non sarebbe stato meglio evitare di includervi autori di articoli e libri sistematicamente ostili all&#8217;islam (vedi&#8230;) e pure la moglie del più celebre musulmano convertito al cristianesimo e battezzato dal Papa in mondovisione la notte di Pasqua del 2008?</p>
<p>3.	A quanto ci risulta l&#8217;unico dei &#8216;pareri&#8217; del Comitato che abbia avuto qualche seguito parlamentare è quello relativo al velo integrale. Si tratta davvero di una questione prioritaria rispetto a quella dei luoghi di culto e della formazione degli imam? O siamo alle solite, ossia alla politica-spettacolo che prende sul serio solo le questioni simbolico-mediatiche, lasciando tutto il resto all&#8217;improvvisazione, al caso e all&#8217;emergenza? </p>
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		<title>Nel mare di mezzo: migrazioni e dignità</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 14:17:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Caritas Ambrosiana, in collaborazione con la rivista internazionale dei gesuiti «Popoli», organizza un convegno sulle rivolte nordafricana e i cambiamenti che ne sono derivati, a partire dall&#8217;impatto sugli equilibri internazionali fino ad arrivare alla questione &#8220;religiosa&#8221; legata a questi cambiamenti. Oltre agli esperti e ai docenti, interverranno anche gli yallisti Akram Idries e Wejdane Mejri. Yalla Italia vi aspetta! PROGRAMMA ore 9.30 L’Africa mediterranea verso nuovi scenari Gian Paolo Calchi Novati, docente di Storia dell&#8217;Africa all&#8217;Università di Roma Sapienza e responsabile Programma Africa dell&#8217;ISPI ore 10.30 Dignità libertà sviluppo: bussole per il futuro? Tavola rotonda con interventi di: Fahima Ghali egiziana, avvocato amministrativista Akram Idries, redattore di «Yalla Italia» Wejdane Mejri, tunisina, presidente dell&#8217;Associazione PONTES dei tunisini in Italia Abdenbi Hellal, mediatore interculturale Modera Paolo Branca, docente di lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano ore 14.30-17.00 SUD-NORD: DESTINI INTRECCIATI &#8211; Tre focus in contemporanea 1. I sistemi economici...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caritas Ambrosiana, in collaborazione con la rivista internazionale dei gesuiti <a href="http://www.popoli.info/easyne2/homepage.aspx"target="_blank">«Popoli»</a>, organizza un <a href="http://www.caritas.it/Documents/0/5545.html"target="_blank">convegno</a> sulle rivolte nordafricana e i cambiamenti che ne sono derivati, a partire dall&#8217;impatto sugli equilibri internazionali fino ad arrivare alla questione &#8220;religiosa&#8221; legata a questi cambiamenti. Oltre agli esperti e ai docenti, interverranno anche gli yallisti Akram Idries e Wejdane Mejri. Yalla Italia vi aspetta!</p>
<p>
<strong>PROGRAMMA<br />
</strong></p>
<p><strong>ore 9.30<br />
L’Africa mediterranea verso nuovi scenari<br /></strong><br />
Gian Paolo Calchi Novati, docente di Storia dell&#8217;Africa all&#8217;Università di Roma Sapienza e responsabile Programma Africa dell&#8217;ISPI</p>
<p><strong>ore 10.30<br />
Dignità libertà sviluppo: bussole per il futuro?<br /></strong><br />
Tavola rotonda con interventi di:<br />
Fahima Ghali egiziana, avvocato amministrativista<br />
Akram Idries, redattore di «Yalla Italia»<br />
Wejdane Mejri, tunisina, presidente dell&#8217;Associazione PONTES dei tunisini in Italia<br />
Abdenbi Hellal, mediatore interculturale<br />
Modera Paolo Branca, docente di lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano</p>
<p><strong>ore 14.30-17.00<br />
SUD-NORD: DESTINI INTRECCIATI &#8211; Tre focus in contemporanea<br /></strong><br />
1. I sistemi economici del Nord Africa: minacce, opportunità, interdipendenze Oscar Garavello, docente di Politica economica all’Università degli studi di Milano<br />
Lara Panzani, responsabile progetti COSPE in Tunisia<br />
2. Migrazioni quotidiane, scelte politiche<br />
Oliviero Forti, responsabile Ufficio immigrazione Caritas italiana Domenico Quirico, inviato de «La Stampa»<br />
3. Il ruolo dell’informazione: vecchi e nuovi media<br />
Cecilia Zecchinelli, inviata del «Corriere della Sera»<br />
Luna Colferai, dottore in lingua e letteratura araba</p>
<p>
Destinatari: giovani e adulti attenti alla realtà internazionale e alle sue dinamiche<br />
Data: 11 febbraio 2012<br />
Orario: 9.30 – 17.00<br />
Luogo: Auditorium San Fedele, via Hoepli 3/b – 20121 Milano</p>
<p>Informazioni: Centro Documentazione Mondialità &#8211; 02.58391395 &#8211; centro_mondial@diocesi.milano.it<br />
Iscrizioni on line: www.chiesadimilano.it/cdm</p>
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		<title>Elezioni yemenite: se il candidato è uno solo</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:03:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ebla Ahmed</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente, il 21 febbrario 2012, si terrano le elezioni presidenziali in Yemen. Il presidente Saleh, nel frattempo, resterà negli Stati Uniti in attesa di sapere chi sarà il suo successore. Lui stesso, prima di arrivare negli Usa, secondo quanto si apprende dal suo entourage, si era recato nel sultanato dell’Oman, con la moglie e i cinque figli più giovani (quattro maschi e una femmina). Intanto l’inviato speciale dell’Onu per lo Yemen, Jamal Benomar, che ha fatto un resoconto al Consiglio di sicurezza sulla situazione nel Paese, si è dichiarato deluso dalla legge adottata la settimana scorsa dal Parlamento, che conferma l’immunità di Saleh. &#8220;Ho detto a tutti gli interlocutori che, a prescindere dai cambiamenti apportati alla legge, la sua ultima versione non è conforme alle nostre aspettative&#8221;. Benomar ha anche aggiunto: “tutti i responsabili delle violazioni dei diritti umani, tra i quali gli atti di violenza, devono essere giudicati&#8221;. Il...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente, il 21 febbrario 2012, si terrano le elezioni presidenziali in Yemen. Il presidente <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/'Ali_'Abd_Allah_Saleh"target="_blank">Saleh</a>, nel frattempo, resterà negli Stati Uniti in attesa di sapere chi sarà il suo successore. Lui stesso, prima di arrivare negli Usa, secondo quanto si apprende dal suo entourage, si era recato nel sultanato dell’Oman, con la moglie e i cinque figli più giovani (quattro maschi e una femmina).</p>
<p>Intanto l’inviato speciale dell’Onu per lo Yemen, Jamal Benomar, che ha fatto un resoconto al Consiglio di sicurezza sulla situazione nel Paese, si è dichiarato deluso dalla legge adottata la settimana scorsa dal Parlamento, che conferma l’immunità di Saleh. &#8220;Ho detto a tutti gli interlocutori che, a prescindere dai cambiamenti apportati alla legge, la sua ultima versione non è conforme alle nostre aspettative&#8221;. Benomar ha anche aggiunto: “tutti i responsabili delle violazioni dei diritti umani, tra i quali gli atti di violenza, devono essere giudicati&#8221;.</p>
<p>Il Consiglio ha anche espresso preoccupazione di fronte &#8220;al deteriorarsi della sicurezza e alla presenza crescente di Al-Qaida nello Yemen”.</p>
<p>Anche per quest il paese spera di vedere &#8220;elezioni credibili e pacifiche&#8221;. Il ministero della Difesa ha infatti confermato che il 21 febbraio, per questo importante momento politico, si sta elaborando un piano per dispiegare 103.000 soldati utili a mantenere l&#8217;ordine principalmente nei seggi, ma anche in tutto il paese. In un&#8217;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=OGWFcvsmiZ8"target="_blank">intervista</a> trasmessa da al-Arabiya TV, Abu Bakr al-Qirbi, ha detto che “sarà difficile controllare e fare le elezioni, se lo Yemen non risolve prima i suoi problemi di sicurezza”. Attualmente, molti militanti islamici legati ad Al-Qaida hanno preso il controllo della parte centro-occidentale, in particolare della città di Radda, e di alcune zone di di Abyan nella provincia meridionale. Hillary Clinton, durante una visita ad Abidjan (capitale della Costa d&#8217;Avorio), ha detto che “gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i suoi partner per assicurare che i militanti di al-Qaeda nello Yemen non prendano piede nella regione”. Secondo il piano del CCG, Saleh, prima di lasciare il paese, avrebbe dovuto trasferire i suoi poteri al vice presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, che, guarda caso, è anche l’unico candidato espresso dai maggiori partiti nelle prossime elezioni presidenziali del 21 febbraio.</p>
<p>Ma è possibile, legale e giusto? Quindi cosa accadrà allo Yemen? Alle elezioni il popolo non sceglierà il successore di Saleh, perché di fatto è già stato scelto dai partiti. Il nome di Abd Rabbuh Mansur Hadi sarà infatti l&#8217;unico che comparirà sulla schede elettorale, perché altri candidati non sono stati ammessi.</p>
<p>Tutto questo accade anche se la Costituzione dello Yemen afferma molto chiaramente che alle elezioni ci deve essere più di un candidato. Principio seguito, tra l’altro, anche da Saleh, nonostante gli altri candidati non avessero possibilità di vincere. Tutto annullato allora? No. Quindi a cosa sono serviti gli sforzi diplomatici di americani e sauditi? Forse a trasformare queste elezioni yemenite in uno degli episodi più vergognosi della primavera araba. Entrambi i paesi stanno infatti manipolando gli eventi per i propri interessi a breve termine, con evidente disinteresse per le aspirazioni a lungo termine del popolo.</p>
<p>Persino la concessione del visto per entrare in Usa a Saleh, che gli permette di vivere senza minaccia di arresto, in effetti significa giocare in modo vergognoso con l’immunità del parlamento.</p>
<p>La Casa Bianca però si difende sostenendo che l&#8217; autorizzazione a Saleh diventa legittima per un &#8220;trattamento medico&#8221;.  Sarà vero? Resta il fatto che agli occhi di molti yemeniti queste elezioni saranno solo il segno che il vecchio sistema ha cambiato volto, ma è rimasto intatto. </p>
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		<title>Immigrazione: sfatiamo qualche mito</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 11:23:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Naghia Ahmed</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono convinzioni diffuse che sono dure a morire, dicerie talmente consolidate nel senso comune da diventare quasi verità. Spesso, però, non hanno alcun fondamento anche se riportate dai giornali, e rendono ambivalente la reazione degli italiani verso gli immigrati. “Gli immigrati vengono con i barconi” In realtà, benché ci siano vari periodi dell’anno in cui le notizie informano di nuovi e incessanti barconi carichi di clandestini che richiamano le invasioni unne, la percentuale di immigrati giunti davvero in questo modo è solo del 13%, a fronte del 65% che arriva con un regolare visto turistico, alla scadenza del quale scatta l’irregolarità. In Italia, i 2/3 degli immigrati hanno passato un periodo di clandestinità, per le quote di ingresso inadeguate e per il meccanismo dell’ingresso su chiamata nominale. “Gli immigrati ci stanno invadendo e ci rubano il lavoro/non vogliono lavorare” Secondo la top ten stilata dal Dipartimento di Economia e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Ci sono convinzioni diffuse che sono dure a morire, dicerie talmente consolidate nel senso comune da diventare quasi verità. Spesso, però, non hanno alcun fondamento anche se riportate dai giornali, e rendono ambivalente la reazione degli italiani verso gli <a href="http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2011/12/15/news/immigrati_la_paura_diffusa_per_i_clandestini_ma_accoglienza_verso_chi_fugge_dalla_povert-26646774/"target="_blank">immigrati</a>. </p>
<p>
<strong>“Gli immigrati vengono con i barconi”<br /></strong><br />
In realtà, benché ci siano vari periodi dell’anno in cui le notizie informano di nuovi e incessanti barconi carichi di clandestini che richiamano le invasioni unne, la percentuale di immigrati giunti davvero in questo modo è solo del 13%, a fronte del 65% che arriva con un regolare visto turistico, alla scadenza del quale scatta <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2010/11/07/news/clandestini_flop-8834136/"target="_blank">l’irregolarità</a>. In Italia, i 2/3 degli immigrati hanno passato un periodo di clandestinità, per le quote di ingresso inadeguate e per il meccanismo dell’ingresso su chiamata <a href="http://www.qualificare.info/home.php?id=38"target="_blank">nominale</a>.</p>
<p><strong><br />
“Gli immigrati ci stanno invadendo e ci rubano il lavoro/non vogliono lavorare”<br /></strong><br />
Secondo la top ten stilata dal Dipartimento di Economia e Affari Sociali dell’ONU sui Paesi con il maggior numero di <a href="http://www.migrationinformation.org/datahub/charts/6.1.shtml"target="_blank">migranti internazionali</a>, al primo posto si trovano gli USA, seguiti dalla Russia, Francia e Germania. L’Italia non è nemmeno citata. In compenso, secondo il Dossier Statistico Caritas/Migrantes del 2011, gli stranieri incidono sulla popolazione italiana per il 7,5% (di cui il 51,8% donne) ed “esercitano un ruolo rilevante nel supplire alle carenze strutturali a livello demografico e occupazionale”. C’è una forte incidenza di minori e persone in età lavorativa, gli over 65 anni superano di poco il 2% tra gli stranieri, mentre rappresentano un quinto della popolazione italiana. Rappresentano il 9-11% del PIL nazionale e un decimo della forza lavoro, sono disposti a svolgere mansioni meno qualificate al punto che entro l’anno dall’arrivo il 60% degli immigrati ha un lavoro (seppur spesso in nero), mentre è in aumento l’imprenditoria.</p>
<p><strong>“Portano malattie”<br /></strong><br />
I dati sul profilo sanitario del paziente immigrato sono difficili da definire e sono ricavabili solo dalle casistiche ambulatoriali di strutture del volontariato; bisogna però ricordare che le migrazioni creano una selezione, così che partano solo giovani sani, forti, e che possano investire in un progetto migratorio a lungo termine, discorso che non vale invece per i rifugiati. Le patologie più frequenti sono quelle legate alla povertà e sono analoghe a quelle di un italiano della classe più disagiata: bronchiti, gastriti, sindromi gastroenteriche e dermatiti. Sono diffuse anche le malattie infortunistiche (con un’incidenza doppia rispetto agli <a href="http://www.caritasitaliana.it/pls/caritasitaliana/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=1090"target="_blank">italiani</a>), legate ad una minor sicurezza nei luoghi di lavoro. Le patologie infettive incidono solo per il 4-8% perché molti agenti e vettori mancano nell’ambiente italiano (un esempio su tutti la malaria) o perché circoscritti a particolari categorie. Sono presenti, ma non c’è un reale rischio di diffusione (a discapito degli articoli che, con tono terroristico e confondendo “infezione” e “malattia”, segnalano focolai di tubercolosi), e il modo migliore per controllarle è la prevenzione tramite un normale accesso alle strutture sanitarie. Non sono certo gli untori di manzoniana memoria.<br />
Il Dossier ricorda, poi, che persistono ancora delle carenze nell’accesso al SSN e aree critiche nell’assitenza sanitaria ai migranti, con problematiche differenti tra il clandestino e il regolare: il primo non riesce ad accedere ai servizi essenziali, il secondo non è a conoscenza dell’offerta, compresa la prevenzione.</p>
<p>Demolire certi miti in un sol colpo è impresa assai ardua, ma vale la pena tentare, magari con un passaparola!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Disinformazione e primavera libica: cronache di un&#8217;assemblea studentesca</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 11:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Boutros</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Non è sempre così facile trovare il tema giusto per un’assemblea studentesca, lo è ancor meno per una scuola di circa 1500 studenti, come il liceo Cassini di Genova. Il 26 gennaio era atteso come ospite don Ciotti, il padre di “Libera”, ed eroe antimafia: assemblea interessante, partecipazione garantita, e trafiletto su tutti i giornali. Peccato che il preside avesse avuto qualcosa da ridire: “Niente scorte armate all’interno dell’Istituto!”… ed ecco che sfumò una potenziale “assemblea perfetta”. “E ora che si fa?” si saranno chiesti i rappresentanti d’istituto, messi alle strette dal tempo e dai ragazzi impazienti di scoprire chi avrebbe preso il posto di don Ciotti. “È passato un anno dalle Rivoluzioni… ma sappiamo davvero tutto?” L’obiettivo dell’assemblea, organizzata principalmente da Ettore Chiorra (uno dei rappresentanti), non è stato il semplice “fare il punto della situazione”, o un excursus di tutto quello che accadeva un anno fa, o l’invito...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Non è sempre così facile trovare il tema giusto per un’assemblea studentesca, lo è ancor meno per una scuola di circa 1500 studenti, come il liceo Cassini di Genova.<br />
Il 26 gennaio era atteso come ospite don Ciotti, il padre di “Libera”, ed eroe antimafia: assemblea interessante, partecipazione garantita, e trafiletto su tutti i giornali.<br /> Peccato che il preside avesse avuto <a href="http://www.cittadigenova.com/Genova/Cronaca/Studenti-del-Cassini-contro-il-preside-47299.aspx"target="_blank">qualcosa da ridire</a>: “Niente scorte armate all’interno dell’Istituto!”… ed ecco che sfumò una potenziale “assemblea perfetta”.<br />
“E ora che si fa?” si saranno chiesti i rappresentanti d’istituto, messi alle strette dal tempo e dai ragazzi impazienti di scoprire chi avrebbe preso il posto di don Ciotti.</p>
<p>“È passato un anno dalle Rivoluzioni… ma sappiamo davvero tutto?”<br />
L’obiettivo dell’assemblea, organizzata principalmente da Ettore Chiorra (uno dei rappresentanti), non è stato il semplice “fare il punto della situazione”, o un excursus di tutto quello che accadeva un anno fa, o l’invito di qualche ospite esperto di geopolitica del Mediorienteò. Il tentativo è stato invece quello di affrontare il tema delle rivolte arabe (e in particolar modo la vicenda libica) sotto un altro punto di vista. <br />
Per quanto questi temi possano interessare me, so benissimo che “Disinformazione e Primavera libica”, non è esattamente un argomento che manda in fibrillazione il liceale medio.<br />
“Alla maggior parte degli studenti non frega nulla dell’Italia, figurati della Libia!” è una delle risposte più frequenti alla mia domanda: Verrà qualcuno?</p>
<p>Il punto di vista che viene presentato da Ettore Chiorra – appassionato di politiche del Medioriente, fan di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gamal_Abd_el-Nasser"target="_blank">Gamal Abd al-Nasser</a>, che all’università vorrebbe studiare arabo – vuole sottolineare la palese parzialità dei media italiani: “Almeno il 90% ha posizioni chiaramente filoatlantiste e filoisraeliane. Il nostro è un regime mascherato, più mediatico che manganellatore, anche se oggi hanno anche manganellato…”. Per il mediatico – e questo lo aggiungo io – pensate alla cronaca nera: è diventata tanto nera da oscurare le vere notizie. Per il manganellatore, invece, provate solo a parlar male di Saviano o di Fazio!<br />
L’assemblea procede, e a grande sorpresa, i partecipanti sono circa un centinaio, un centinaio di persone che si sono trovate a fare i conti con dichiarazioni del tipo: “Gheddafi non ha mai bombardato i ribelli” o “I veri criminali siamo noi”… il punto è che risulta quasi impossibile, ormai, provare solo a immaginare l’ipotesi “Lui era il bravo e noi i cattivi”. Brividi.<br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=WFA0iCpZPok"target="_blank">Questo</a> è il documentario che è stato proiettato durante l’assemblea, vi consiglio vivamente di darci un’occhiata. Tutta un’altra storia, s’intitola “Maledetta Primavera”, e l’oggetto della maledizione, questa volta, siamo proprio noi (noi?) occidentali. <br />
Sarà bastato ad affascinare gli studenti e ad avvicinarli al mondo arabo? Arduo capirlo, gli unici commenti a fine assemblea sono stati “Era un po’ di parte”, anche se non è mancato qualche apprezzamento. Certo, molti giovani avrebbero preferito don Ciotti, e a fine assemblea non hanno potuto che esclamare: “Maledetta Primavera!”</p>
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		<title>La carbonara halal è servita</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ebla Ahmed</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Carbonara Halal- Bucatini alla carbonara di Petto d&#8217;Oca Affumicata (Ricetta per 2 persone) Ingredienti: 160gr bucatini 150 gr petto d&#8217;Oca affumicata 2 tuorli d&#8217;uovo un bicchiere di panna (20 cl circa) un ciuffo di prezzemolo un cucchiaino da caffe di olio di oliva Questo piatto è stato inventato dieci anni fa dallo Chef Leonello Spadoni dopo aver lavorato per un breve periodo nello Yatch di un noto sceicco arabo musulmano. Dopo aver aperto il proprio ristorante in Toscana &#8216;La Favola Mia&#8217; di Chiesina Uzzanese (Pt), ha deciso di averlo nel proprio Menu per dare la possibilita&#8217; a tutti (di religione musulmana,ebrea, o solamente per scelta di dieta) di assaggiare questa variante della tradizionale &#8216;Carbonara Italiana&#8217; &#8230; ma usando un altro ingrediente (il petto d&#8217;Oca affumicato al posto della pancetta di maiale). E&#8217; un passo avanti nella Cucina Italiana? Vediamo cosa ne pensa lo chef]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Carbonara Halal- Bucatini alla carbonara di Petto d&#8217;Oca Affumicata (Ricetta per 2 persone)<br />
Ingredienti:</p>
<p>160gr bucatini<br />
150 gr petto d&#8217;Oca affumicata<br />
2 tuorli d&#8217;uovo<br />
un bicchiere di panna (20 cl circa)<br />
un ciuffo di prezzemolo<br />
un cucchiaino da caffe di olio di oliva</p>
<p>Questo piatto è stato inventato dieci anni fa dallo Chef Leonello Spadoni dopo aver lavorato per un breve periodo nello Yatch di un noto sceicco arabo musulmano.<br /> <br />
Dopo aver aperto il proprio ristorante in Toscana &#8216;La Favola Mia&#8217; di Chiesina Uzzanese (Pt), ha deciso di averlo nel proprio Menu per dare la possibilita&#8217; a tutti (di religione musulmana,ebrea, o solamente per scelta di dieta) di assaggiare questa variante della tradizionale &#8216;Carbonara Italiana&#8217; &#8230; ma usando un altro ingrediente (il petto d&#8217;Oca affumicato al posto della pancetta di maiale).<br />
E&#8217; un passo avanti nella Cucina Italiana?<br />
Vediamo cosa ne pensa lo chef</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/U-h6hMZ97_Q" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cronache alternative di una rivoluzione : il venerdì della collera</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/cronache-alternative-di-una-rivoluzione-il-venerdi-della-collera/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 10:37:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabrina Mandouh</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[28 gennaio 2011. È venerdì mattina, mi sveglio verso le 11, guardo il cellulare, ma niente. Ancora morto. Mi catapulto ad accendere la tv per capire come stiano andando le cose. Troppo presto, la preghiera è alle 12 e 30, il corteo verso piazza Tahrir inizierà verso le 2. Vado dagli altri, già svegli : &#8220;Io vado!&#8221; &#8220;Smettila! Papà ha chiamato e ci ha raccomandato di non scendere. Neanche qua a Rehab&#8221;. E&#8217; mia mamma. Sa quanto vorrei scendere, ma purtroppo anche lei in alcune situazioni non riesce a persuadere mio padre e a maggior ragione in una circostanza del genere. Con Omar è inutile parlare, essendo il uomo di casa in quel momento, doveva darci il buon esempio e rimanere in casa anche lui a suo malincuore. Ma mi conosce, se decide di scendere, sa che tempo 5 minuti e scenderò anch&#8217;io. E a scendere insieme non ci pensa...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
28 gennaio 2011.</p>
<p>È venerdì mattina, mi sveglio verso le 11, guardo il cellulare, ma niente. Ancora morto. Mi catapulto ad accendere la tv per capire come stiano andando le cose. Troppo presto, la preghiera è alle 12 e 30, il <a href="http://notizie.virgilio.it/esteri/cortei-in-egitto-per-venerdi-di-collera-oscurato-internet_143586.html"target="_blank">corteo</a> verso piazza Tahrir inizierà verso le 2. Vado dagli altri, già svegli : &#8220;Io vado!&#8221; &#8220;Smettila! Papà ha chiamato e ci ha raccomandato di non scendere. Neanche qua a Rehab&#8221;. E&#8217; mia mamma. Sa quanto vorrei scendere, ma purtroppo anche lei in alcune situazioni non riesce a persuadere mio padre e a maggior ragione in una circostanza del genere.<br /> <br />
Con Omar è inutile parlare, essendo il uomo di casa in quel momento, doveva darci il buon esempio e rimanere in casa anche lui a suo malincuore.<br /> <br />
Ma mi conosce, se decide di scendere,  sa che tempo 5 minuti e scenderò anch&#8217;io. E a scendere insieme non ci pensa affatto. Un conto è essere responsabili di se stessi, un altro è avermi come peso. Affrontare l&#8217;argomento con lui ci farebbe discutere e avere conflitti inutili.<br />
Aspettando che arrivino le 2 continuo a fare zapping tra SKY tg24, Al Arabiya e Al Jazeera. Ecco! I primi avvenimenti sono visibili nei canali arabi. Bellissimooo! Tutte quelle persone dirette verso la piazza!<br />
Ci sono vari blocchi sulle strade che portano al centro per evitare il raduno di persone, ma molti, moltissimi sono riusciti a imboccare altre vie per essere presenti.<br />
Quanta volontà! Nonostante i primi scontri con la polizia non si abbattono. Le tv continuano ad alternare le immagini delle principali città che aderiscono alla protesta.<br />
Il Cairo, Alessandria, Suez, Mansoura.<br /> <br />
Sono immagini che mi rendono fiera da una parte ma dall&#8217;altra mi riempiono di paura. Tutte quelle persone unite per un unico obiettivo. Amo l&#8217;Egitto!&#8230;</p>
<p>Ma quella polizia? Fino a che punto sono disposti ad arrivare? Lacrimogeni, proiettili di gomma&#8230; Ci sono già dei feriti. Immagini sconcertanti.</p>
<p>Con gli occhi puntati sul televisore, continuiamo a cambiare tra i canali arabi e italiani, un po&#8217; perché mia madre e mia cognata hanno difficoltà a capire l&#8217;arabo dei telegiornali, ma soprattutto continuiamo a fare zapping con la speranza di sentire buone notizie. Magari cambiando canale cambiano le prospettive e i fatti!</p>
<p>Ci teniamo aggiornati con mio padre tramite telefono fisso. Le cose peggiorano. Gli scontri sono sempre più forti, sempre più violenza. Sembrano degli scontri senza fine..</p>
<p>Io e mia cognata scendiamo a comprare dei viveri. Sì dei viveri. Tutto l&#8217;Egitto è bloccato. Polizia contro i civili. Morti. Feriti. La repressione continua.<br />
Ma questa volta si combatte contro decine di migliaia di persone, e tutto davanti agli occhi di tutto il Mondo. Mubarak. Troppo grande per fare la fine di Ben Ali. Lui combatte. E contro chi? Il suo popolo.</p>
<p>Non siamo le uniche. Ci sono le file alle casse. Gente che compra 20 kg di zucchero, riso, pasta&#8230; Non sappiamo <a href="http://www.lettera43.it/cronaca/7577/il-prezzo-della-rivolta.htm"target="_blank">dove finiremo</a>.</p>
<p>Ma la cosa che ho particolarmente notato al momento, sono state le file al telefono fisso dei vari negozi. Sono in tanti a non avere più il telefono fisso in casa. Molti sono scesi a chiamare i familiari dai telefoni dei negozianti, unico mezzo di comunicazione disponibile. Siamo tornati in dietro di 15 anni&#8230;</p>
<p>Compriamo di tutto. Anche il lievito e la farina per fare il pane. Ad un certo punto sento alcuni dire un termine strano, che non avevo mai sentito in arabo. Mi faccio spiegare. E capisco. Coprifuoco! Qua. In Egitto. Il coprifuoco.</p>
<p>&#8220;Clemi dobbiamo andare. C&#8217;è il coprifuoco dalle 6 alle 8 di domattina.&#8221; &#8221; Come coprifuoco?&#8221;  &#8221; Sì. Andiamo che se no si preoccupano a casa.&#8221;<br />
Arriviamo a casa sconcertate. Cosa sta succedendo?<br /> <br />
Inutile dire che le cose stavano peggiorando. &#8221; Noooo! Il museo no! Ma sono dei matti?!! Cosa stanno facendo?!&#8221; &#8220;Perché?!&#8221;<br />
Troppe domande e nessuna risposta&#8230;</p>
<p>&#8220;Cari cittadini, non vi parlo da presidente ma da egiziano&#8221;&#8230; Wowww! Eccolo! È un grande! Dai che se ne va!&#8230;<br />
Nulla. Figuriamoci&#8230; Speranze svanite. Il nostro caro ex Mubarak cosa ha suscitato? Solo altro stress! Ha alimentato gli animi. Non ci posso credere&#8230; Che faccia tosta!<br />
<br />
Non c&#8217;erano parole per quello che stava succedendo. Edifici e auto in fiamme, la nostra storia che stava per essere perduta, feriti, morti&#8230; Vedere quelle immagini da uno schermo dava un&#8217;impressione surreale. Non potevo credere a ciò che vedevo. Tutti quei luoghi li vedevo quotidianamente, è la mia città. Quella è la mia gente.</p>
<p>Sembrava un sogno.<br /> <br />
Decido di andare a dormire con la speranza di svegliarmi..</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I 10 valori dei musulmani progressisti (MOI Voices 6)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Grande Colibrì - Omosessualità e Interculturalità</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Muslims for Progressive Values (Musulmani per i Valori Progressisti) associazione fondata nel 2007 e diffusa soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, è una delle più importanti organizzazioni islamiche progressiste. Opponendosi alla retorica di islamisti e tradizionalisti, MPV non propone un cambiamento o una riforma dell&#8217;Islam, ma, al contrario, vorrebbe recuperare i principi fondamentali di libertà, giustizia ed uguaglianza presenti nel Corano. Proponiamo qui sotto i dieci principi ispiratori dell&#8217;organizzazione, tra i quali figura, in piena coerenza con quanto detto prima, il rispetto dei diritti delle persone LGBT. 1. Identità: Accettiamo come musulmano chiunque si identifichi come tale. La veridicità e l&#8217;integrità di tale affermazione è una questione tra l&#8217;individuo e il Dio e non riguarda lo Stato né è un tema sul quale altri individui possano o debbano giudicare. 2. Uguaglianza: Affermiamo l&#8217;uguale valore di ogni essere umano, indipendentemente da razza, sesso, genere, etnia, nazionalità, credo, orientamento sessuale e...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://mpvusa.org/"target="_blanket">Muslims for Progressive Values</a> (Musulmani per i Valori Progressisti) associazione fondata nel 2007 e diffusa soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, è una delle più importanti organizzazioni islamiche progressiste. Opponendosi alla retorica di islamisti e tradizionalisti, MPV non propone un cambiamento o una riforma dell&#8217;Islam, ma, al contrario, vorrebbe recuperare i principi fondamentali di libertà, giustizia ed uguaglianza presenti nel Corano. Proponiamo qui sotto i dieci principi ispiratori dell&#8217;organizzazione, tra i quali figura, in piena coerenza con quanto detto prima, il rispetto dei diritti delle persone <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/LGBT"target="_blanket">LGBT</a>.</p>
<p>1.<strong> Identità</strong>: Accettiamo come musulmano chiunque si identifichi come tale. La veridicità e l&#8217;integrità di tale affermazione è una questione tra l&#8217;individuo e il Dio e non riguarda lo Stato né è un tema sul quale altri individui possano o debbano giudicare.</p>
<p>2. <strong>Uguaglianza</strong>: Affermiamo l&#8217;uguale valore di ogni essere umano, indipendentemente da razza, sesso, genere, etnia, nazionalità, credo, orientamento sessuale e abilità. Ci impegniamo a lavorare per realizzare società che assicurino a tutti opportunità sociali, politiche, educative ed economiche.</p>
<p>3. <strong>Separazione tra autorità religiose e statali</strong>: Crediamo che la libertà di coscienza sia non solo essenziale per tutte le società umane, ma anche parte integrante della visione coranica dell&#8217;umanità. Crediamo che la laicità sia l&#8217;unico strumento per realizzare l&#8217;ideale islamico di libertà dalla costrizione in merito alla fede.</p>
<p>4. <strong>Libertà di parola</strong>: Sosteniamo la libertà di espressione e la libertà di dissenso, sia esso politico, artistico, sociale o religioso, anche qualora tale espressione possa essere offensiva e tale dissenso possa essere considerato blasfemo. Nessuno dovrebbe essere perseguito legalmente, imprigionato o detenuto per aver espresso o promosso opinioni impopolari.</p>
<p>5. <strong>Diritti umani universali</strong>: Affermiamo il nostro impegno per la giustizia sociale, economica ed ambientale. Crediamo che la piena auto-realizzazione di tutte le persone, in un mondo sicuro e sostenibile, sia un requisito indispensabile per la libertà, la civiltà e la pace. Sosteniamo gli sforzi per un sistema sanitario universale, per un&#8217;educazione pubblica universale, per la protezione del nostro ambiente e per l&#8217;estirpazione della povertà.</p>
<p>6.<strong> Diritti delle donne:</strong> Sosteniamo l&#8217;intervento e l&#8217;autodeterminazione delle donne in ogni aspetto delle loro vite. Crediamo nella piena partecipazione femminile nella società ad ogni livello. Affermiamo il nostro impegno per la giustizia riproduttiva e affinché le donne possano prendere decisioni salutari relativamente ai loro corpi, alla loro sessualità e alla loro riproduzione.</p>
<p>7. <strong>Diritti LGBTQ:</strong> Promuoviamo i diritti umani e civili delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali e queer (LGBTIQ). Sosteniamo la piena uguaglianza e inclusione di tutti gli individui, indipendentemente dall&#8217;orientamento sessuale e dall&#8217;identità di genere, nella società e nella comunità musulmana. Affermiamo il nostro impegno affinché termini la discriminazione basata sull&#8217;orientamento sessuale e sull&#8217;identità di genere.</p>
<p>8. <strong>Analisi e interpretazione critiche</strong>: Chiediamo un impegno critico con la scrittura islamica, la giurisprudenza tradizionale e il dibattito musulmano attuale. Crediamo che il pensiero critico sia parte essenziale dello sviluppo spirituale. Promuoviamo interpretazioni che riflettano i principi coranici fondamentali di tolleranza, inclusività, misericordia, compassione e giustizia.</p>
<p>9. <strong>Compassione:</strong> Affermiamo che la giustizia e la compassione dovrebbero esserei principi guida per tutti gli aspetti della condotta umana. Ripudiamo il militarismo e la violenza, sia essa a livello individuale, organizzativo o nazionale.</p>
<p>10. <strong>Diversità</strong>: Abbracciamo il pluralismo religioso e la diversità di ispirazioni che stimolano le persone ad abbracciare la giustizia sociale. Crediamo che, per la persona, la religione non sia l&#8217;esclusiva fonte di verità. Cosicché ci confronteremo con una diversità di tradizioni filosofiche e spirituali alla ricerca di un mondo più giusto, più pacifico e più sostenibile.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ilgrandecolibri.com"target="_blanket">Il Grande Colibrì</a><br />
Foto @MPV</p>
<p>Segui il progetto  <a href="http://www.ilgrandecolibri.com/p/moi-musulmani-omosessuali-in-italia.html"target="_blanket">MOI  Musulmani Omosessuali in Italia</a><br />
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		<title>Per mio papà, l&#8217;identità non è un brand</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 12:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sissy Ghali</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Wind, Tre, Vodafone Italia o Tim l’operatore telefonico in Italia è una scelta che riflette il carattere: i volubili inseguono l’offerta più allettante, innovando piano tariffario e/o operatore con la stessa frequenza con cui si cambiano d’abito; i fedeli sono tali per pigrizia o per amore; gli irritati butterebbero tutte le sim che possiedono nel Naviglio, come la sottoscritta. Agli operatori che tutti conosciamo e che ho citato se ne è aggiunto in tempi recenti un altro: Blanda Mobile è il primo operatore mobile telefonico arabo in Italia, nato per iniziativa di Arabia Mobile Services S.r.l. e dunque di Vodafone Egypt Ha tariffe concorrenziali: dai 10 centesimi di Euro al minuto (IVA inclusa) per i telefoni fissi in Egitto, Marocco, Algeria e i mobili in Egitto ai 30 centesimi per i mobili in Marocco e Algeria; 25 cent al minuto verso la rete fissa e 40 verso i cellulari in...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Wind, Tre, Vodafone Italia o Tim l’operatore telefonico in Italia è una scelta che riflette il carattere: i volubili inseguono l’offerta più allettante, innovando piano tariffario e/o operatore con la stessa frequenza con cui si cambiano d’abito; i  fedeli sono tali per pigrizia o per amore; gli irritati butterebbero tutte le sim che possiedono nel Naviglio, come la sottoscritta.</p>
<p>Agli operatori che tutti conosciamo e che ho citato se ne è aggiunto in tempi recenti un altro: <a href=" http://www.bladna.it/"target="_blanket">Blanda Mobile</a> è il primo operatore mobile telefonico arabo in Italia, nato per iniziativa di Arabia Mobile Services S.r.l. e dunque di <a href="http://www.vodafone.com.eg/vodafoneportalWeb/en/myWorld_mainPage"target="_blanket">Vodafone Egypt </a><br />
Ha tariffe concorrenziali: dai 10 centesimi di Euro al minuto (IVA inclusa) per i telefoni fissi in Egitto, Marocco, Algeria e i mobili in Egitto ai 30 centesimi per i mobili in Marocco e Algeria; 25 cent al minuto verso la rete fissa e 40 verso i cellulari in Tunisia.</p>
<p>Ha scelto di farsi poca pubblicità perché confida nel meccanismo del passa parola tra i numerosi nordafricani immigrati in Italia. </p>
<p>La strada, che porta ad intercettare e fidelizzare 150 mila clienti, potrebbe essere più in salita di quanto preventivato.<br />
 Perché? La faccenda mi ha incuriosito: detesto i cellulari ma ho deciso di indagare sommariamente la questione una sera a cena dai miei genitori, conducendo un’indagine di mercato su mio padre.<br />
La cavia era perfetta: è arabo, ha un telefono dual sim e la propensione a usarlo con estrema frequenza (tra l’altro anche per seccare costantemente moglie e figli), telefona con cadenza settimanale ai nipoti in Egitto sia sulla linea fissa che su quella mobile.</p>
<p>Gli ho posto tre domande: cambiare operatore mi pare infatti una scelta che ha senso solo se, in via alternativa, una persona è insoddisfatta del suo operatore attuale ovvero un altro operatore si dimostra più conveniente ovvero vi sono ragioni identitarie-sentimentali per farlo.<br />
Mio padre ha risposto che non era insoddisfatto degli attuali operatori, che il nuovo non gli pareva tanto migliore tenuto conto anche delle tariffe per le chiamate nazionali (e in effetti non è che gli arabi in Italia comunichino unidirezionalmente con la madrepatria e non tra loro), che l’origine “araba”, addirittura “egiziana” non motivava a sufficienza un cambiamento (e in effetti le Società non hanno una cittadinanza, hanno solo più prosaicamente una sede e dei profitti eventuali di cui l’Egitto non beneficia se non indirettamente). Il test spiega in modo sommario perché Bladna Mobile non ha (ancora?) sfondato.</p>
<p>Non so perché la questione mi abbia interessato o forse sì: mi chiedo se l’ascesa di strategie di marketing che fanno leva sul fattore nazionalistico o etnico non debba scontrarsi e misurarsi con il fatto che il consumatore non è né passivo né acritico e difficilmente sceglie per puro spirito campanilistico, fosse anche solo l’acquisto di una sim card.</p>
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		<title>Gente giusta. Gabriele Nissim, l’uomo che dà la caccia a chi fa del bene</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 11:21:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[MosChiese]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha preso l’idea del “Giardino dei giusti” e l’ha allargata a tutte le shoah del Novecento. Raccontando le piccole storie di chi oggi rischia la vita per rompere il meccanismo del male. Dal Rwanda alla Bosnia, fino ai ragazzi che, a Napoli, si dedicano ai bambini di strada. Ci sono storie impossibili da tacere. Dimitar Peshev, il deputato bulgaro filonazista che nel 1943 tolse all’ultimo momento 50mila ebrei di Bulgaria dal treno che li portava ad Auschwitz. Pierantonio Costa, il console italiano in Rwanda che nel 1994 portò oltre confine duemila persone di etnia tutsi nascondendole nel suo fuoristrada, e le salvò dal massacro messo in atto dagli hutu. Ancora, l’italorussa Luciana De Marchi, figlia di un comunista piemontese condannato a morte durante i pogrom staliniani con l’accusa di spionaggio, che dopo una lotta di mezzo secolo riabilita la figura del padre dalle accuse infondate. O la giovane palestinese che,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha preso l’idea del “Giardino dei giusti” e l’ha allargata a tutte le shoah del Novecento. Raccontando le piccole storie di chi oggi rischia la vita per rompere il meccanismo del male. Dal Rwanda alla Bosnia, fino ai ragazzi che, a Napoli, si dedicano ai bambini di strada. </p>
<p>Ci sono storie impossibili da tacere. <strong>Dimitar Peshev</strong>, il deputato bulgaro filonazista che nel 1943 tolse all’ultimo momento 50mila ebrei di Bulgaria dal treno che li portava ad Auschwitz. <strong>Pierantonio Costa</strong>, il console italiano in Rwanda che nel 1994 portò oltre confine duemila persone di etnia tutsi nascondendole nel suo fuoristrada, e le salvò dal massacro messo in atto dagli hutu.<br /> <br />
Ancora, l’italorussa <strong>Luciana De Marchi</strong>, figlia di un comunista piemontese condannato a morte durante i pogrom staliniani con l’accusa di spionaggio, che dopo una lotta di mezzo secolo riabilita la figura del padre dalle accuse infondate. O la giovane palestinese che, all’ultimo momento, decide di non farsi esplodere nella folla piena di israeliani e si consegna alle guardie, iniziando, una volta libera, la sua nuova vita dedicata alla risoluzione non violenta dei conflitti.<br /> <br />
 Storie vere, ma che restano nascoste: almeno finché qualcuno non ne va a caccia, e le racconta, queste parabole di per- sone “giuste”, spesso inghiottite tra le pieghe della Storia.</p>
<p><strong>Gerusalemme non basta</strong></p>
<p>Il cacciatore di giusti si chiama <strong>Gabriele Nissim</strong>, è un giornalista e storico italiano di origine ebraica e ideatore di <a href="http://www.gariwo.net/"target="_blanket">Gariwo</a>- Comitato Foresta dei Giusti Milano. «Quelle che io cerco, e racconto, sono vicende di persone che, a un certo punto della propria vita, si trovano di fronte a un’ingiustizia e, anche a costo di rimetterci le penne, vanno in soccorso dei sofferenti, interrompendo la catena del male di cui sono testimoni», spiega Nissim, che a questa caccia ha dedicato la gran parte dei suoi 61 anni.<br />
 Andandoli a conoscere o, laddove non è stato possibile, ripercorrendone le gesta attraverso le testimonianze di parenti, amici, conoscenti, per poi divulgare le loro storie attraverso documentari televisivi, libri e inchieste.<br />
 L’ultima sua fatica letteraria, &#8220;La bontà insensata&#8221;, è uscita la scorsa primavera ed è un saggio dal forte impatto emotivo, una sorta di “opera summa” dei giusti, perché oltre a narrare le varie esperienze personali ne spiega l’importanza – simbolica e concreta – per la società di oggi.</p>
<p>«Tutto è iniziato grazie a Moshe Bejski, ebreo salvato da Oskar Schindler durante la persecuzione nazista: lui ha creato, all’interno del Museo della memoria Yad Vashem di Gerusalemme, il Garden of the righteous, giardino in cui ogni albero piantato è dedicato a un righteous, un giusto della Shoah».<br />
Nissim, caro amico di Bejski, ha riprodotto un giardino simile a Milano, sulla cima del Monte Stella, collina simbolica perché creata con l’accumulo delle macerie dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. «Ho semplicemente allargato l’idea di Bejski ai giusti di tutte le guerre e totalitarismi», spiega Nissim.</p>
<p>Dopo Milano, altri giardini sono nati a Yerevan, luogo simbolo del genocidio armeno, e a Sarajevo, in Bosnia, dove gli alberi sono dedicati a serbi che durante la guerra civile hanno aiutato i bosniaci, e viceversa. E ora Nissim, tramite la sua associazione, chiede addirittura al Parlamento europeo &#8211; con tanto di raccolta di firme &#8211; che per tutte queste persone venga istituia una giornata commemorativa, il 6 marzo, data sclta in omaggio a<br />
Bejski, mortoappunto del 2007.«È un dovere morale cercare e far conoscere al mondo queste figure.<br /> <br />
Che non sono da ricordare come eroi, piuttosto individui che, compiendo un atto di bontà insensata, sconfiggono l’ideologia con la pietas, la compassione.<br />
 Come il bulgaro Dimitar Peshev». È questo il giusto a cui Nissim, che di recente ha invitato in Italia il figlio del dissidente russo Aleksandr Solzhenitsyn (al quale Gariwo ha dedicato un albero del Monte Stella), si sente più legato. </p>
<p>A lui ha dedicato il libro L’uomo che fermò Hitler: «La sua decisione di fermare il convoglio di 50mila ebrei destinati all’olocausto è stato un atto morale clamoroso», spiega, «Peshev è andato contro il re Boris III di Bulgaria e il governo di cui faceva parte, attirandosi molte antipatie.<br />
 E pensare che è morto nel 1973 in povertà e senza gloria, perché non era mai riuscito a levarsi di dosso l’etichetta di “filonazista”». Per questo Nissim, intercettata la sua vicenda umana, si è adoperato per ridargli giustizia, guadagnandosi la stima del parlamento bulgaro, che nel 1998 l’ha nominato Cavaliere di Madera, la massima onorificenza nazionale.<br />
Ogni guerra ha i suoi righteous, ma in tempo di pace chi risponde all’identikit del “giusto”? «Chi si assume la responsabilità delle proprie azioni e non ha paura delle conseguenze: penso a chi non paga il pizzo alla mafia, ai giovani che operano con i bambini di strada a Napoli, a chi si dedica al volontariato e fa dell’impegno civile una scelta di vita».</p>
<p><strong>Gli antirazzisti a parole</strong></p>
<p>Nissim non gradisce quelli che definisce «antirazzisti a parole»: «C’è una schiera di intellettuali che si indigna, firma una petizione dietro l’altra ma non fa alcun passo concreto per rimuovere le cause.<br />
A loro chiedo di smetterla e di mettersi in gioco davvero. Magari compiendo atti di bontà insensata», un concetto recuperato dal russo Vasilij Grossman e che «è dentro ognuno di noi, quando siamo capaci di perdonare, di non farci nemici».</p>
<p>Un ottimo antidoto a quella che l’ebrea tedesca Hannah Arendt definì la «banalità del male», la capacità dell’uomo di compiere azioni abominevoli senza rimorsi di coscienza. Chi salva una vita salva il mondo, è scritto nella Bibbia: «Rendere universali le storie dei giusti serve a tutti per avere esempi positivi da seguire, ed è un’eredità per le generazioni future», aggiunge Nissim, che si definisce «una staffetta, un pescatore alla ricerca di perle».<br /> <br />
La ruandese tutsi J<strong>olande Mukagasana</strong> è una di queste: da bambina, nel genocidio del 1994, le sterminarono la famiglia davanti agli occhi, da allora ha seppellito l’odio e promuove iniziative di riconciliazione nel mondo. «Lo scorso anno è stata candidata al premio Nobel per la Pace. Se ha trovato la forza lei, chiunque può darsi da fare a rendere migliore il mondo in cui viviamo».</p>
<p>di Daniele Biella<br />
Tratto dal settimanale <a href="http://www.Vita.it"target="_blanket">Vita</a></p>
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		<title>Immigrazione. Tassa sui permessi di soggiorno, nessuno sconto</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante le dichiarazioni di Riccardi e Cancellieri, da lunedì scatta la super-tassa Oggi è l&#8217;ultimo giorno per rinnovare i permessi di soggiorno alle vecchie tariffe. Da lunedì, il 30 gennaio, entrerà in vigore il decreto firmato dal ministro Maroni, con una nuova tassa che va dagli 80 euro se il permesso è annuale, 100 euro se il permesso è biennale o 200 euro se è un permesso per soggiornanti di lungo periodo, la cosiddetta carta di soggiorno. A inizio gennaio, all&#8217;indomani della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto, i ministri Riccardi e Cancellieri avevano annunciato che avrebbero rivisto iò decreto, per “verificare se la sua applicazione possa essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare”, suscitatndo l&#8217;altolà della Lega. Alla vigilia dell&#8217;entrata in vigore del decreto, non è arrivata nessuna indicazione, nessuna modifica, nessun ripensamento. Stranieriinitalia.it, il primo a lanciare l&#8217;allarme, ha documentato...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante le dichiarazioni di Riccardi e Cancellieri, da lunedì scatta la super-tassa</p>
<p>Oggi è l&#8217;ultimo giorno per rinnovare i permessi di soggiorno alle vecchie tariffe.<br />
Da lunedì, il 30 gennaio, entrerà in vigore il decreto firmato dal ministro Maroni, con una nuova tassa che va dagli 80 euro se il permesso è annuale, 100 euro se il permesso è biennale o 200 euro se è un permesso per soggiornanti di lungo periodo, la cosiddetta carta di soggiorno.</p>
<p>A inizio gennaio, all&#8217;indomani della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto, i ministri Riccardi e Cancellieri avevano annunciato che avrebbero rivisto iò decreto, per “verificare se la sua applicazione possa essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare”, suscitatndo l&#8217;altolà della Lega.</p>
<p>Alla vigilia dell&#8217;entrata in vigore del decreto, non è arrivata nessuna indicazione, nessuna modifica, nessun ripensamento. <a href="http://www.stranieriinitalia.it/attualita-tassa_sul_permesso._ultimi_giorni_per_non_pagarla_14481.html"target="_blanket"> Stranieriinitalia.it</a>, il primo a lanciare l&#8217;allarme, ha documentato come dall’inizio di gennaio ci sia stata una corsa ai patronati, per chiedere aiuto nella compilazione delle domande, anche con largo anticipo rispetto alla scadenza dei documenti, giusto per anticipare l&#8217;entrata in vigore della nuova tassa: «Stiamo compilando anche per permessi che scadranno l’estate prossima e registriamo un boom di richieste per la carta di soggiorno», ha raccontato al sito Maurizio Bove, responsabile immigrazione della Cisl di Milano.</p>
<p>Stranieriinitalia.it chiede al Governo di cancellare la nuova tassa: «E se il nuovo governo non ha la voglia, il coraggio o la forza per eliminarla, almeno la riduca drasticamente, subito, prima che entri in vigore quel decreto figlio di una stagione politica anti-immigrati che speriamo finalmente superata».</p>
<p>di Sara De Carli<br />
Tratto dal settimanale <a href="http://www.vita.it/<br />
"target="_blanket">Vita</a></p>
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		<title>Formazione. Nuovi cittadini tra antichi e moderni patrimoni</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 15:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Souk of the future]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono aperte le iscrizioni al corso per Mediatori Artistico-Culturali a Milano, Varese e nel distretto della Valle Camonica, rivolto prevalentemente a cittadini di origine straniera per diffondere tra i migranti che vivono e lavorano in Italia la conoscenza del patrimonio storico artistico italiano per favorire l’integrazione e stimolare il confronto tra le diverse culture. A promuovere il corso l’Associazione Amici del Fai &#8211; Restauro Monumenti e Paesaggio Onlus in collaborazione con il Fai – Fondo Ambiente Italiano e grazie al contributo di Fondazione Cariplo. L’Italia sta cambiando: la imponente immigrazione di persone provenienti da tutto il mondo e i costanti flussi di visitatori stranieri hanno modificato notevolmente la nostra società. L’idea quindi di organizzare corsi per Mediatori Artistico-Culturali nasce dalla considerazione che in un futuro non troppo lontano anche questi nuovi cittadini saranno chiamati a contribuire a tutelare il nostro patrimonio. La conoscenza dell’arte e della storia locali può quindi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono aperte le iscrizioni al corso per Mediatori Artistico-Culturali a Milano, Varese e nel distretto della Valle Camonica, rivolto prevalentemente a cittadini di origine straniera per diffondere tra i migranti che vivono e lavorano in Italia la conoscenza del patrimonio storico artistico italiano per favorire l’integrazione e stimolare il confronto tra le diverse culture.</p>
<p>A promuovere il corso l’Associazione Amici del Fai &#8211; Restauro Monumenti e Paesaggio Onlus in collaborazione con il Fai – Fondo Ambiente Italiano e grazie al contributo di Fondazione Cariplo.</p>
<p>L’Italia sta cambiando: la imponente immigrazione di persone provenienti da tutto il mondo e i costanti flussi di visitatori stranieri hanno modificato notevolmente la nostra società.<br />
 L’idea quindi di organizzare corsi per Mediatori Artistico-Culturali nasce dalla considerazione che in un futuro non troppo lontano anche questi nuovi cittadini saranno chiamati a contribuire a tutelare il nostro patrimonio. La conoscenza dell’arte e della storia locali può quindi promuovere integrazione e coesione sociale e favorire lo sviluppo di un sentimento di identità e appartenenza.</p>
<p>Da febbraio a giugno 2012 a Milano, Varese e i Val Camonica si terranno otto lezioni teoriche, in lingua italiana, relative allo studio della storia e della storia dell’arte e dell’architettura della località in cui si svolgono, con storici ed esperti d’arte che guideranno gli studenti anche nelle otto visite guidate previste dal corso. Gli iscritti che supereranno il test finale riceveranno un attestato di Mediatori Artistico Culturali e potranno essere “promotori di cultura” e accompagnare, dietro compenso ed entro le attività proposte dall’Associazione, i propri connazionali in visite guidate in lingua.</p>
<p>Il corso è rivolto prevalentemente ai cittadini di origine straniera. I requisiti per essere ammessi sono: permesso di soggiorno o titolo equivalente, maggiore età, buona conoscenza della lingua italiana (parlata e scritta), interesse per gli argomenti trattati: storia, arte, cultura.<br />
Ogni corso è gratuito e si rivolge a un massimo di 30 persone. I corsi inzieranno il 21 febbraio e si concluderanno il 12 giugno 2012.<br />
Le lezioni teoriche si terranno dalle ore 18,30 alle 20,30 nella sede di Caritas Ambrosiana in via San Bernardino a Milano, il sabato successivo si terranno le visite pratiche.</p>
<p>Le iscrizioni sono aperte fino al 6 febbraio 2012.<br />
Per iscriversi: compilare il modulo scaricabile dal sito www.amicidelfai.it e inviarlo a: amicidelfai@fondoambiente.it o per posta alla sede dell&#8217;associazione Amici del Fai in viale Coni Zugna 5 &#8211; 20144 Milano</p>
<p>Info: tel. 02. 467615280</p>
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		<title>Un bolinho per dare un sapore a una giornata uggiosa</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/un-bolinho-per-dare-un-sapore-a-una-giornata-uggiosa/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 14:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Menta &#38; Guaraná</dc:creator>
				<category><![CDATA[Speziato o Piccante]]></category>

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		<description><![CDATA[Immaginate un pomeriggio uggioso, magari di una domenica un po&#8217; noiosa. La domanda sorge spontanea. Cosa potrei fare per tirarmi su il morale? Ve lo dico io. Prendete carta e penna e preparatevi per una ricetta segreta tutta made in Brazil! Al Sud la chiamiamo (i nomi mi verranno sicuramente contestati perché le varianti cambiano di regione a regione) Bolinho de Chuva (“frittelle della pioggia”) o Bolinho de Banana (“frittelle di banana). A casa mia di solito lo fa mia nonna o mia madre! Per la merenda o a colazione, sono ideali quando fuori piove e sul tavolo c&#8217;è anche una buona tisana. Ingredienti: - 7 banane (un po&#8217; mature vanno bene) - 2 tazze di zucchero (puoi valutare a tuo piacere) - 3 tazze di farina - 2 uova - 1 cucchiaino di lievito (non esagerate, non deve diventare troppo stopposo) - 1 bicchiere di latte (valutate la quantità...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate un pomeriggio uggioso, magari di una domenica un po&#8217; noiosa.<br />
 La domanda sorge spontanea. Cosa potrei fare per tirarmi su il morale? Ve lo dico io. Prendete carta e penna e preparatevi per una ricetta segreta tutta made in Brazil!</p>
<p>Al Sud la chiamiamo (i nomi mi verranno sicuramente contestati perché le varianti cambiano di regione a regione) <strong>Bolinho de Chuva</strong> (“frittelle della pioggia”) o <strong>Bolinho de Banana (</strong>“frittelle di banana).<br /> <br />
A casa mia di solito lo fa mia nonna o mia madre! Per la merenda o a colazione,  sono ideali quando fuori piove e sul tavolo c&#8217;è anche una buona tisana.</p>
<p><strong>Ingredienti:</strong><br /> <br />
-	7 banane (un po&#8217; mature vanno bene)<br /> <br />
-	2 tazze di zucchero (puoi valutare a tuo piacere)<br /> <br />
-	3 tazze di farina<br /> <br />
-	2 uova<br /> <br />
-	1 cucchiaino di lievito (non esagerate, non deve diventare troppo stopposo)<br /> <br />
-	1 bicchiere di latte (valutate la quantità in base all’impasto che creerete)<br /> <br />
-	Zucchero e cannella in polvere</p>
<p><strong>Preparazione</strong> (semplicissima):</p>
<p>-	schiacciate le banane (a me piacciono anche se sono tagliate a pezzettini piccoli)<br /> <br />
-	aggiungete lo zucchero, le uova e mescolate<br /> <br />
-	quando “l&#8217;impasto” diventa omogeneo aggiungete la farina, il lievito e il late, mescolate<br /> <br />
-	in una pentola con dell’olio bollente iniziate a friggere l’impasto (la grandezza delle frittelle varia a vostro piacimento)<br /> <br />
-	lasciatele asciugare dall’olio in eccesso su della carta assorbente<br /> <br />
-	quando sono pronti spolverate con lo zucchero e la cannella (sempre a vostro piacimento, io di solito abbondo)</p>
<p>Ecco fatto!<br /> <br />
Aspettate la prossima pioggia o neve..e Bom Apetite da <a href="http://www.mentaeguarana.com/<br />
"target="_blanket">Menta&#038;guarana</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Giorno della Memoria.Ecco come Mohammed V salvò i marocchini ebrei dalla deportazione</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 10:31:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8221;Noi ebrei marocchini siamo stati salvati da re Mohammed V. E&#8217; grazie a lui se in Marocco la Shoah non c&#8217;e&#8217; stata&#8221;. Tiene a ricordarlo alla vigilia del Giorno della Memoria il rabbino Yousef Haddad, esponente di spicco della comunita&#8217; ebraica marocchina, che racconta in che modo la casa reale salvo&#8217; dalla deportazione in Germania gli ebrei che si trovavano nel paese. &#8220;Non ho dati storici da riferire &#8211; ha spiegato il rabbino oggi ottantaquattrenne &#8211; ma ho una storia da raccontare. Negli anni Quaranta il mio paese era occupato dalla Francia e dal governo di Vichy, il quale chiede a re Mohammed V di consegnare una lista con i nomi di tutti i sudditi marocchini di fede ebraica. Il re si oppose a qualsiasi eventualita&#8217; di deportazione e di discriminazione, e rispose che non esistevano in Marocco sudditi ebrei, ma solo sudditi marocchini&#8221;. Questa ricostruzione viene confermata anche da...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221;Noi ebrei marocchini siamo stati salvati da re <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mohammed_V_del_Marocco "target="_blanket">Mohammed V</a>. E&#8217; grazie a lui se in Marocco la Shoah non c&#8217;e&#8217; stata&#8221;.<br />
Tiene a ricordarlo alla vigilia del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_Memoria"target="_blanket"> Giorno della Memoria</a> il rabbino Yousef Haddad, esponente di spicco della comunita&#8217; ebraica marocchina, che racconta  in che modo la casa reale salvo&#8217; dalla deportazione in Germania gli ebrei che si trovavano nel paese. &#8220;Non ho dati storici da riferire &#8211; ha spiegato il rabbino oggi ottantaquattrenne &#8211; ma ho una storia da raccontare. Negli anni Quaranta il mio paese era occupato dalla Francia e dal governo di Vichy, il quale chiede a re Mohammed V di consegnare una lista con i nomi di tutti i sudditi marocchini di fede ebraica. Il re si oppose a qualsiasi eventualita&#8217; di deportazione e di discriminazione, e rispose che non esistevano in Marocco sudditi ebrei, ma solo sudditi marocchini&#8221;. Questa ricostruzione viene confermata anche da Marco Baratto, docente di Storia Contemporanea presso l&#8217;universita&#8217; Statale di Milano. &#8220;Cio&#8217; che racconta il rabbino marocchino &#8211; riferisce. si iscrive nella tradizione di tolleranza che fa parte della storia della monarchia di Rabat e della cultura di quel paese dove convivono ebrei, cristiani e musulmani.<br />
Il gesto di Mohammed V si iscrive in questo clima di tolleranza&#8221;.</p>
<p>Secondo l&#8217;accademico milanese, &#8220;va considerato che il Marocco era all&#8217;epoca diviso, dal punto di vista territoriale, con la Francia di Vichy che dominava varie zone del paese e che di fatto aveva tentato di introdurre le stesse leggi anti-ebraiche che erano state approvate in Algeria. In Marocco, pero&#8217;, c&#8217;e stata una duplice reazione: quella di Mohammed V, che pur non governando si oppose non solo non consegnando la lista dei cittadini marocchini di religione israelitica, ma compendo anche due gesti simbolici&#8221;. Baratto spiega come &#8220;il primo di questi due gesti fu quello di invitare alla festa del trono negli anni Quaranta una rappresentanza della comunita&#8217; ebraica marocchina.<br /> <br />
Il secondo gesto avvenne quando vollero imporre di indossare la stella gialla agli ebrei marocchini. Il re rispose che dovevano ordinarne 10 in piu&#8217;, che era il numero esatto dei membri della famiglia reale, i quali l&#8217;avrebbero indossata. Volle condividere di fatto la situazione dei suoi sudditi di religione israelitica, impedendo l&#8217;applicazione delle norme anti-ebraiche&#8221;.</p>
<p>L&#8217;accademico ricorda infine come &#8220;questa tolleranza venne recepita dalla popolazione, tanto che quando il governo di Vichy vieto&#8217; agli ebrei di esercitare la libera professione, i musulmani li aiutarono. Cosi&#8217; fu per gli avvocati musulmani che discutevano in aula le cause studiate da quelli ebrei.<br /> <br />
 Si tratta di una tradizione di tolleranza che continua, se si pensa che due mesi fa c&#8217;e&#8217; stato in Marocco il primo convegno dedicato ai temi della Shoah, che a Casablanca c&#8217;e&#8217; l&#8217;unico museo ebraico del mondo arabo e che re Mohammed VI ha un consigliere ebreo&#8221;.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>La mafia du pouvoir dictatorial en Tunisie</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/la-mafia-du-pouvoir-dictatorial-en-tunisie/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:56:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ouejdane Mejri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Depuis la chute du régime en Tunisie, on parle de pieuvre et de mafia du pouvoir, incarnée non seulement par les familles de l’ex « régente de Carthage » mais surtout par ce réseau incrusté dans la société tunisienne qu’était le parti du RCD. Le parti déclarait avoir à peu près deux millions d’adhérents, mais il est clair que les tenants pouvoir dans cette maille n’étaient que quelques centaines. La chaîne du pouvoir était pyramidale et chaque niveau se distinguait par ses propres « influences ». Les gouverneurs locaux (3omda et mo3tmad) nommés par ce même parti dans les petits villages ou quartiers des grandes villes géraient les allocations sociales et donc décidaient de la vie et de la mort des familles les plus démunies de la Tunisie. Ces mêmes personnages avaient comme rôle de « ficher » tout le monde, d’espionner qui allait et qui venait, qui demandait une...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Depuis la chute du régime en Tunisie, on parle de pieuvre et de mafia du pouvoir, incarnée non seulement par les familles de l’ex <a href="http://nawaat.org/portail/2009/10/03/la-regente-de-carthage-les-extraits-du-livre-evenement-sur-leila-trabelsi-epouse-ben-ali/"target="_blank">« régente de Carthage »</a> mais surtout par ce réseau incrusté dans la société tunisienne qu’était le parti du <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Rassemblement_constitutionnel_d%C3%A9mocratique"target="_blank">RCD</a>. </p>
<p>Le parti déclarait avoir à peu près deux millions d’adhérents, mais il est clair que les tenants pouvoir dans cette maille n’étaient que quelques centaines. La chaîne du pouvoir était pyramidale et chaque niveau se distinguait par ses propres « influences ». Les gouverneurs locaux (3omda et mo3tmad) nommés par ce même parti dans les petits villages ou quartiers des grandes villes géraient les allocations sociales et donc décidaient de la vie et de la mort des familles les plus démunies de la Tunisie. Ces mêmes personnages avaient comme rôle de « ficher » tout le monde, d’espionner qui allait et qui venait, qui demandait une autorisation pour bâtir ou pour fonder une société, qui voyageait, qui achetait une nouvelle voiture ou se mariait. Toute autorisation qu’un citoyen demandait passait par eux faisant ainsi que <strong>les relations entre les citoyens et les administrations de l’Etat étaient exclusivement conditionnées par ces personnages douteux.<br /> <br />
</strong><br />
Si d’un côté le tunisien devait payer sa « redevance » aux familles mafieuses pour tout projet qu’il désirait ouvrir en Tunisie il devait aussi payer leurs parts à ces gouverneurs locaux. Même l’allocation de pauvreté était sujette à une « taxe » (j3ala) monétaire ou encore en services. Le système des « <strong>faveurs échangés</strong> » était celui qui tenait cette pieuvre en vie : le citoyen était recruté pour applaudir, voter, soutenir le pouvoir du dictateur en échange de lui garantir ses « droits » dus ou encore pour pouvoir être privilégié par rapport à d’autres.</p>
<p>Les hauts gradés de l’échelle du parti contrôlaient des centres de pouvoir encore plus élevés, en passant des gouvernorats aux ministères. Dans ces hauts lieux du pouvoir, les projets internationaux unissaient les intérêts économiques des sociétés ou institutions étrangères avec ceux de certains dirigeants du parti et des familles mafieuses. L’argent qui arrivait de l’union européenne par exemple, pour financer les projets de coopération internationale, <strong>finissait par payer les voitures de luxe des hauts dirigeants de l’Etat ou leurs voyages à l’étranger</strong>. Les comptes bancaires en devise des familles du président et de sa femme continuaient à être garnis par les pots-de-vin exigés aux partenaires internationaux pour activer presque tous les projets d’investissement ou de collaboration économique en Tunisie. <strong>Le système était connu par tous et tous y adhéraient sans aucun état d’âme. Business is Business.</strong> </p>
<p>Venons-en au parti mauve à l’étranger. Le RCD était aussi solidement présent auprès des communautés tunisiennes en France, Italie, Allemagne, Canada, etc avec des centaines de comités locaux (cho3ab) et des dizaines de sièges pour les accueillir. Ces représentations à l’étranger  recevaient les fonds directement du parti central et étaient constamment présentes auprès des consulats afin de contrôler de la même manière que les petits « 3omda » les va-et-vient et les actions de tout un chacun. Le RCD n’avait pas beaucoup de pouvoir sur les tunisiens à l’étranger, car la très grande majorité des immigrés ont fui ce système en partant de la Tunisie.<br /> <br />
De plus les « faveurs » que le parti pouvait échanger avec les citoyens à l’étranger sont très rares, si ce n’étaient les avantages sur le territoire tunisien. Ces comités locaux « organisaient » les élections de Ben Ali et avaient leurs réseaux « d’agents » qui les soutenaient sur le territoire pour les falsifications de ces élections. Aujourd’hui, beaucoup d’entre eux sont face à un choix déterminant : laisser le peu de pouvoir qu’ils avaient ou se battre pour le garder. Ils ne sont pas disparu, ils sont encore là et veulent par tous les moyens s’infiltrer dans ces prochaines élections.</p>
<p>Un exemple éclatant, qui devrait nous faire réfléchir tous, est celui d’une contre-manifestation RCDiste qui a eu lieu en Sicile, à Palerme, il y’a de cela quelques semaines. Un groupe de tunisiens, femmes et hommes de tout âge, avaient organisé un sit-in devant le siège du consulat de Tunisie à Palerme afin de dénoncer la présence d’une liste indépendante promue par un ex-président d’un comité du RCD (ra2is cho3ba), qui par ailleurs continue à « travailler » auprès du consulat.<br /> Tenez-vous bien, cette manifestation a été violemment réprimée, non point par la police, mais par l’arrivée d’un groupe d’une vingtaine d’autres tunisiens qui ont malmené et chassé ces manifestants anti-RCD en les menaçant de tous les mots. Aujourd’hui les RCDistes se permettent de paraître, à « visage découvert », afin d’arrêter avec violences et menaces les protestations anti-RCD ne peut que nous indiquer que cette pieuvre non seulement existe encore mais qu’elle ne fait que continuer à être ce qu’elle était : une véritable mafia. </p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Cronache alternative di una rivoluzione: Prologo</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/cronache-alternative-di-una-rivoluzione-prologo/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 09:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabrina Mandouh</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi si compie il primo anniversario dall&#8217;inizio della rivoluzione egiziana. Mi tornano alla mente i momenti passati e l&#8217;ansia di quelle giornate interminabili. Il Cairo, 25 gennaio 2011, si festeggia la giornata nazionale della polizia. Prima manifestazione con più di 30 mila cittadini presenti nel corteo in piazza Tahrir. Ricordo che guardavo quel momento in streaming dal mio computer in ufficio. È un successo e si prevede perciò una protesta più grande il venerdì successivo, il giorno festivo dei Paesi islamici. Il giovedì sera sento la mia amica Dina. Ci mettiamo d&#8217;accordo per incontrarci l&#8217;indomani dopo la preghiera del mezzogiorno per andare insieme alla manifestazione in centro. Troppo esaltata! Si va in piazza! Wowww! Finalmente un gesto importante per cambiare! Tutti insieme per uno stesso obiettivo! In 27 anni di vita non avevo mai sentito di un&#8217;organizzazione tale da creare una protesta simile, sono sempre state manifestazioni di alcune minoranze....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Oggi si compie il primo anniversario dall&#8217;inizio della rivoluzione egiziana. Mi tornano alla mente i momenti passati e l&#8217;ansia di quelle giornate interminabili.</p>
<p>Il Cairo, 25 gennaio 2011, si festeggia la giornata nazionale della polizia. Prima manifestazione con più di 30 mila cittadini presenti nel corteo in piazza Tahrir. <br />
Ricordo che guardavo quel momento in streaming dal mio computer in ufficio. È un successo e si prevede perciò una protesta più grande il venerdì successivo, il giorno festivo dei Paesi islamici.</p>
<p>Il giovedì sera sento la mia amica Dina. Ci mettiamo d&#8217;accordo per incontrarci l&#8217;indomani dopo la preghiera del mezzogiorno per andare insieme alla manifestazione in centro. Troppo esaltata! Si va in piazza! Wowww! Finalmente un gesto importante per cambiare! Tutti insieme per uno stesso obiettivo! In 27 anni di vita non avevo mai sentito di un&#8217;organizzazione tale da creare una protesta simile, sono sempre state manifestazioni di alcune minoranze.<br /> <br />
Sono nata con questo governo e non ho mai visto altro. </p>
<p>Basta! C&#8217;è bisogno di qualcosa di migliore per il mio Paese! Per la mia gente!</p>
<p>Tempo 10 minuti, e il mio entusiasmo svanisce. Riceviamo la chiamata di mio papà: &#8220;Prendete il necessario per domani e andate a dormire da tuo fratello a Rehab (è un compound distante dal centro città). Si prevede una grande manifestazione. Là siete lontani da tutto. Non uscite assolutamente di casa domani. Scendete subito. Non fate tardi ad andare&#8221;.</p>
<p>Sono nervosa: voglio andare in piazza! Come posso non essere presente alla manifestazione?! Per la prima volta sento di poter far qualcosa di utile per il mio Paese. Non è possibile! Daiiii!</p>
<p>Non potevo esprimermi però. Se mio padre ha un certo tono di voce significa che non si può assolutamente discutere.  Quando lo sento così determinato preferisco evitare. So che è un padre premuroso e so che la sua esperienza in molti casi lo porta a vedere più in là di me.</p>
<p>Mi rendevo conto che sarebbe stato pericoloso andare a Tahrir, non avrei avuto le carte in regola per poterlo contraddire. Così era. E così abbiam fatto.</p>
<p>Ma la mia testolina non smetteva di pensare a come sarebbe stato emozionante andare. Io? A una manifestazione? In Egitto? Non potevo perdermela!</p>
<p>Ok! Sì! Vado a Rehab e domani scendo. Cerco di &#8216;corrompere&#8217; Omar! Sì! Lo convincerò! Glielo dico, mi capirà sicuramente. Magari scendiamo insieme!<br />
Ma ecco che suona il cellulare. È mio fratello: &#8220;Venite a dormire da me oggi. Papà ha chiamato. Domani non si scende. Si sta a Rehab&#8221;. &#8221; Ma Omar?!&#8221;. &#8221; Sabrina non iniziare! Non ti ci mettere pure tu! &#8221; . Papà era stato categorico anche con mio fratello.</p>
<p>Ecco che i miei progetti per il giorno successivo stavano andando in fumo.  Preparo il borsone con vestiti e pigiama, porto il pc, così ho la possibilità di aggiornarmi il giorno successivo, e scendo con mia madre.</p>
<p>Arrivo a casa di mio fratello, discutiamo un po&#8217; ma senza arrivare a nessuna conclusione. Sarebbe stato poco cauto andare in piazza senza il consenso di mio padre. Preferivo avere la sua approvazione. Anche se credevo ai principi alla base di quella giornata, non sarebbe valsa la pena di disobbedire a mio padre e dargli delle preoccupazioni.</p>
<p>Arrivata a queste conclusioni prendo il cellulare per chiamare la mia amica per dirle che non sarei andata con lei, ma ecco! Niente cellulare!</p>
<p>Vado a controllare quello di mia madre. Nulla! Primo effetto! Il governo ha fatto sospendere tutte le linee di rete mobile. Questi non scherzano&#8230;controllo subito il telefono di casa, e per fortuna è ancora attivo, ma è inutile dire che non avevo il numero di casa di Dina. Ormai è un optional avere il numero di rete fissa di qualcuno.<br />
Prendo il computer e cerco di connettermi a internet pensando di scriverle un messaggio su facebook. Niente! Sono più &#8220;intelligenti&#8221; loro. Anche internet è sospeso! Ed ecco che ci hanno isolati! Nessun contatto con il &#8216;mondo&#8217; esterno. Noi, casa e televisione. Tv, che chissà cosa avrebbe mostrato e cosa avrebbe omesso l&#8217;indomani&#8230;</p>
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		<title>Beppe Grillo e cittadinanza: come perdere un&#8217;ottima occasione per tacere</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 16:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Beppe Grillo è uno che si odia tantissimo, o si ama abbastanza. Sul suo cliccatissimo blog ieri è comparsa questa perla di saggezza di cui, non c&#8217;è che dire, tutti noi avevamo enorme bisogno: «La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall&#8217;altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della &#8220;liberalizzazione&#8221; delle nascite». Insomma siamo tutti incazzati e in crisi, ci tolgono la serenità e la pensione, e va sempre bene ogni tanto sparare alla Croce rossa senza problemi di sorta, un po&#8217; come andare a un poligono di tiro a sparare a mitraglietta su un bersaglio immobile....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Beppe Grillo è uno che si odia tantissimo, o si ama abbastanza. Sul suo cliccatissimo blog ieri è comparsa questa perla di saggezza di cui, non c&#8217;è che dire, tutti noi avevamo enorme bisogno:</p>
<p><em>«La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall&#8217;altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della &#8220;liberalizzazione&#8221; delle nascite». </em></p>
<p>Insomma siamo tutti incazzati e in crisi, ci tolgono la serenità e la pensione, e va sempre bene ogni tanto sparare alla Croce rossa senza problemi di sorta, un po&#8217; come andare a un poligono di tiro a sparare a mitraglietta su un bersaglio immobile.<br /> <br />
Gli immigrati e i loro figli, così a me pare, sono quel bersaglio immobile. Sono immobili e silenti e anche un po&#8217; sgrammaticati qualche volta, d&#8217;accordo, e sono così immobili che ogni tanto escono di senno e urlano al mondo tutta l&#8217;impotenza che hanno.<br />
I disordini di Via Padova, le rivolte a Lampedusa o Rosarno. Cosa significano?<br />
 A me sembrano piccoli, drammatici momenti di verità che dovrebbero aiutarci a capire, tra una lobotomizzazione quotidiana e l&#8217;altra, le categorie di bene e male. Il senso di ingiustizia. La disperazione, vera, di chi non fa parte di categorie sociali esteticamente accettabili. Di chi può esistere, purchè non si veda.</p>
<p><a href="http://www.beppegrillo.it/2011/11/immigrati_di_di.html"target="_blank">Qui</a> siamo un&#8217;arma di distrazione di massa. <a href="http://www.beppegrillo.it/2012/01/la_cittadinanza.html"target="_blank">Qui</a> siamo un problema &#8220;non reale&#8221; che serve a trasformare gli italiani in tifosi. <a href="http://www.danielasantanche.com/2008/03/31/immigrazione-santanche-sono-pazzi-a-concedere-il-voto/"target="_blank">Qui</a> siamo materiale da esplusione e non meritevoli di diritto di voto. Secondo quanto pontificava Oriana Fallaci, ci riproduciamo come topi e non paghiamo le tasse, anzi, non le capiamo neanche, le tasse. <a href="http://www.iltempo.it/politica/2010/03/24/1141031-vero_proprio_cavallo_battaglia.shtml"target="_blank">Qui</a> invece, che bello, siamo carne da macello elettorale, saponette per ripulire l&#8217;immagine di ex fascisti che pensa un po&#8217; l&#8217;ironia, hanno dato il nome a una legge spazzatura sull&#8217;immigrazione (la stessa in vigore oggi, ma questo non è un &#8220;problema reale&#8221;, direbbe Grillo).</p>
<p>Allora, dopo essere usati sempre e comunque come target di attacchi strumentali, pedine da INPS utili all&#8217;erogazione di pensioni di cui probabilmente non potremo godere a nostra volta (esattamente come, se non peggio, per gli italiani), dopo aver subito ciò che tutti gli immigrati subiscono nella loro difficile esperienza di vita &#8211; gli italiani erano i criminali di New York, oggi sono i <a href="http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/09/27/news/campagna_razzista_in_canton_ticino_i_frontalieri_italiani_sono_i_come_ratti-7491091/"target="_blank">ratti</a> del Canton Ticino &#8211; dobbiamo sopportare attivisti che, a caso, decidono di renderci per l&#8217;ennesima volta strumento o oggetto di qualcosa.<br />
No, Beppe Grillo. Per una volta, e questa volta davvero per una buona causa, dovresti tacere.<br />
Che se qualcuno avesse il dubbio che quello che tu dici non sia tanto grave, basta vedere i commenti che fioccano sul tuo blog sotto gli articoli citati.</p>
<p>C&#8217;è chi dice che bisogna essere di religione cattolica, per avere la cittadinanza italiana (secondo questo criterio andrebbe revocata la cittadinanza almeno ad una buona metà degli italiani che conosco).<br />
C&#8217;é chi dice, inforcando gli occhialini precisi dell&#8217;analisi scientifica, che &#8220;cinque anni son pochi ne servono dieci almeno&#8221;. Secondo studi attendibili che dimentica di citare.</p>
<p>Chi pontifica: &#8220;con la sovrappopolazione che c&#8217;è non mi sembra una buona idea&#8221; e un altro emerito studioso che ci delizia con un trattato di antropologia e sociologia umana: &#8220;il presidente degli italiani dovrebbe sapere che la maggior parte degli stranieri sono poveri e non hanno alcun interesse di conoscere la storia o di perfezionare la lingua italiana, essi da noi vogliono solo i soldi&#8221;, lamentandosi del fatto che il presidente della repubblica non fa alcuna differenza tra italiani ed extracomunitari (che onta! noi siamo umani, loro sub-umani, suvvia lo sanno tutti!) e specificando che agli immigrati mancano &#8220;civiltà, rispetto dell&#8217;ambiente, volontà di integrazione&#8221;. Come ciliegina sulla torta, lo studioso aggiunge una tassonomia molto raffinata: i sudamericani non salutano, sono ubriaconi violenti e lasciano i materassi nei pianerottoli, i marocchini spacciano droga e &#8220;parecchi albanesi&#8221; rubano in casa. Non pervenute le caratteristiche di egiziani e cinesi, siamo in attesa del prossimo studio.</p>
<p>L&#8217;apice del grottesco però viene raggiunto da un commento che cita la densità di popolazione dell&#8217;Italia, che sarebbe seconda solo a quella dell&#8217;India e quindi &#8220;aiuto si salvi chi può&#8221;.</p>
<p>Allora mi pare utile chiarire un paio di cosette, al dottor Grillo e agli agitatori di folla vari e disparati.</p>
<p>La mancanza di una legislazione adeguata e al passo coi tempi in materia di immigrazione è un problema REALE. Un grosso problema reale.<br />
Una voce in più nella lista delle cose che fanno di noi uno dei paesi europei più arretrati in materia di diritti umani e civili, oltre che un&#8217;incongruenza che non fa che acuire il senso di ingiustizia patito da immigrati e figli di immigrati che sono, guardate un po&#8217;, &#8220;esseri umani&#8221;. Che patiscono (Beppe Grillo, prendi nota) problemi reali.<br />
Lasciatemi chiarire ancora una cosa: se Aisha nasce in Italia da genitori non italiani, a diciotto anni può richiedere la cittadinanza. Non è un automatismo, la deve richiedere, e anche in fretta, prima di compierne 19. <a href="http://www.vita.it/news/view/82585"target="_blank">Stupidaggini burocratiche</a> di vario tipo possono ovviamente ostacolarla. E, com&#8217;è ovvio, nonostante parli italiano probabilmente meglio di molti italiani che parlano solo dialetto da quando sono nati, fino a diciotto anni vive in Italia da straniera: niente concorsi per italiani, niente gite di classe dove sorgano problemi col permesso di soggiorno, eccetera.</p>
<p>Secondo caso: Fatima sfortunatamente non nasce in Italia, ma ci arriva a due anni. Anche lei ad un certo punto parla italiano meglio degli italiani, ma a meno che i genitori non riescano ad ottenere la cittadinanza, dopo dieci anni di residenza (vuoi per motivi di reddito o che altro) niente gita o concorsi pubblici anche per lei.</p>
<p>Aggiungo che la burocrazia italiana impiega ANNI (non mesi, anni) a rispondere alle richieste di cittadinanza.</p>
<p>Modernizzare la nostra legislazione in materia sarebbe un minimo atto di civiltà e senso della giustizia in un paese che va avanti anche grazie alla volontà, al duro sacrificio, e ai contributi degli immigrati. Che non sono eroi, nè vittime, nè sub-umani.</p>
<p>Però sono soggetti, signor Grillo. Non armi di distrazione di massa. Bensì soggetti meritevoli di diritti. Lo lasci dire a noi figli di immigrati, se davvero questa proposta di legge non ha senso.</p>
<p>Insomma, leggere il post di Beppe Grillo mi ha proprio urtato i nervi.<br />
Ho avuto la stessa sensazione di quando sento Marco Travaglio e Roberto Saviano parlare del conflitto tra israeliani e palestinesi.<br />
Perchè non vi occupate di ciò di cui siete competenti e non lasciate fare a noi?</p>
<p>Yalla, non preoccupatevi: lo facciamo volentieri. Non siamo più bersagli immobili.</p>
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		<title>EGITTO. La politica si allea con Amnesty</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/egitto-la-politica-si-allea-con-amnesty/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 11:21:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[I partiti hanno promesso all’associzione di porre fine allo stato d’emergenza. Nessun impegno però su diritti delle donne e pena di morte La maggior parte dei principali partiti politici egiziani ha promesso ad Amnesty International di portare avanti ambiziose riforme nel campo dei diritti umani, ma ha al contempo dato risposte ambigue o ha rifiutato d’impegnarsi a porre fine alla discriminazione, a proteggere i diritti delle donne e ad abolire la pena di morte. È questo il risultato dell’invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell’inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un “Manifesto per i diritti umani in Egitto”, contenente 10 misure-chiave, e di esprimere in questo modo la loro seria volonta’ di favorire riforme significative in materia di diritti umani. Amnesty International ha scritto a 54 partiti politici e ha cercato d’incontrare 15 delle formazioni principali: di queste, nove hanno sottoscritto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
<em>I partiti hanno promesso all’associzione di porre fine allo stato d’emergenza. Nessun impegno però su diritti delle donne e pena di morte<br /></em><br />
<br />
La maggior parte dei principali partiti politici egiziani ha promesso ad <a href="http://www.amnesty.it/index.html"target="_blank">Amnesty International</a> di portare avanti ambiziose riforme nel campo dei diritti umani, ma ha al contempo dato risposte ambigue o ha rifiutato d’impegnarsi a porre fine alla discriminazione, a proteggere i diritti delle donne e ad abolire la pena di morte.</p>
<p>È questo il risultato dell’invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell’inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un “Manifesto per i diritti umani in Egitto”, contenente 10 misure-chiave, e di esprimere in questo modo la loro seria volonta’ di favorire riforme significative in materia di diritti umani.</p>
<p>Amnesty International ha scritto a 54 partiti politici e ha cercato d’incontrare 15 delle formazioni principali: di queste, nove hanno sottoscritto il “Manifesto per i diritti umani in Egitto”, in tutto o in parte, e tre hanno dato risposte a voce.<br />
Il Partito della libertà e della giustizia, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella nuova Assemblea del popolo, è stato uno dei tre partiti che sostanzialmente non hanno risposto, nonostante i considerevoli sforzi fatti da Amnesty International per conoscere il suo punto di vista.</p>
<p>«Mentre questa settimana s’insediano i primi nuovi parlamentari, è incoraggiante vedere che così tanti dei principali partiti politici abbiano discusso con Amnesty International e si siano dimostrati pronti a impegnarsi in favore del cambiamento, attraverso il contrasto alla tortura, la tutela dei diritti degli abitanti degli insediamenti precari e la garanzia di processi equi», ha dichiarato Philip Luther, direttore ad interim di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. «Tuttavia, è preoccupante constatare che un certo numero di partiti ha rifiutato d’impegnarsi in favore dell’uguaglianza dei diritti per le donne. Oltre al fatto che nel nuovo parlamento egiziano le donne sono poche, questo pone alti ostacoli a un ruolo a tutto tondo delle donne nella vita politica egiziana», ha commentato. <br />«Vogliamo sfidare il nuovo parlamento a cogliere l’opportunità della stesura della nuova costituzione per garantire tutti i diritti a tutte le persone. Le pietre miliari della nuova costituzione dovranno essere la non discriminazione e l’uguaglianza di genere», ha precisato Luther.</p>
<p>I due unici partiti che hanno sottoscritto tutti e 10 gli impegni del ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’ sono stati il Partito socialdemocratico egiziano e il Partito dell’alleanza popolare socialista. Quasi tutti i 12 partiti che hanno risposto ad Amnesty International si sono impegnati ad attuare i primi sette punti, che comprendono il rispetto dei diritti civili e politici, la fine del trentennale stato d’emergenza, il contrasto alla tortura, la tutela della liberta’ d’espressione e d’associazione, la garanzia di celebrare processi equi e lo svolgimento d’indagini sulle violazioni dei diritti umani commesse sotto il regime di Hosni Mubarak.</p>
<p>Amnesty International ha inoltre ottenuto da quasi tutti i partiti un impegno in favore degli abitanti  degli insediamenti precari e dei diritti economici, sociali e culturali di tutti gli egiziani.</p>
<p>L’ottavo punto del Manifesto, la fine della discriminazione, è stato sottoscritto dalla maggior parte dei partiti ma diversi di essi hanno risposto di non poter accogliere la richiesta di Amnesty International di porre fine alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. I commenti di almeno due partiti lasciano intendere che il problema della discriminazione contro i copti, compresa quella relativa all’edificazione dei luoghi di culto, è stato esagerato.</p>
<p>Un certo numero di partiti ha espresso riserve sul nono punto del ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’, relativo alla protezione dei diritti delle donne, inclusa l’uguaglianza di diritti in materia di matrimonio, divorzio, affidamento dei figli ed eredita’. Diversi partiti hanno invocato la legge islamica per spiegare le ragioni del loro mancato impegno.</p>
<p>La maggior parte dei partiti ha espresso riserve sul decimo punto del Manifesto, l’abolizione della pena di morte, chi sostenendo che l’impegno sia in contrasto con l’Islam, chi argomentando che è necessario approfondire il tema. Anche i due partiti favorevoli all’abolizione della pena capitale hanno detto che si tratta di un obiettivo a lungo termine, non raggiungibile nei prossimi anni.</p>
<p>«Il vero banco di prova per i partiti egiziani sara’ tradurre questi impegni in iniziative parlamentari per abolire le leggi repressive dell’era Mubarak, riformare le forze di polizia e i servizi di sicurezza e approvare norme che proteggano i diritti umani e rompano i ponti col lascito di abusi del passato. Una delle prime misure dovrà essere l’abolizione del così tanto deprecato stato d’emergenza», ha commentato Luther.</p>
<p>«Donne e uomini sono stati fianco a fianco durante le proteste e si sono reciprocamente aiutati per rovesciare il presidente Mubarak e arrivare a queste elezioni. Negare l’uguaglianza tra loro vorrebbe dire annientare la speranza di fare ingresso in un’era di diritti e dignità per tutti», ha concluso Luther.<br />
<strong><br />
I 10 impegni contenuti nel “Manifesto per i diritti umani in Egitto”di Amnesty International<br /></strong><br />
<br />
1. Porre fine allo stato d’emergenza e riformare le forze di sicurezza<br />
2. Porre fine alla detenzione incommunicado e combattere la tortura<br />
3. Garantire processi equi<br />
4. Rispettare i diritti alla liberta’ di riunione, associazione ed espressione<br />
5. Indagare sulle violazioni dei diritti umani del passato<br />
6. Realizzare i diritti economici, sociali e culturali per tutti<br />
7. Tutelare i diritti degli abitanti degli insediamenti precari<br />
8. Porre fine alla discriminazione<br />
9. Proteggere i diritti delle donne<br />
10. Abolire la pena di morte</p>
<p>
Tratto da <a href="http://www.vita.it/news/view/117577"target="_blank">Vita.it</a></p>
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		<title>Moschee d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 11:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pillitteri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mille e una yalla]]></category>

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		<description><![CDATA[Con Moschee d’Italia, il diritto al luogo, il dibattito sociale e politico”( Emi 2011)non aspettatevi il solito libro politicamente e culturalmente corretto sull’evoluzione o regressioni del dibattito sull’Islam in Italia da parte di una ricercatrice accreditata e competente come Maria Bombardieri, che oltre alla laurea specialistica in Scienze delle Religioni, indirizzo Islamistica, è membro di Eurislam (database bibliografico sui musulmani in Europa). Il testo è un’opportuna ( visto i tempi che corrono) e dettagliata ricerca in grado di far luce su una questione cruciale, quella dei luoghi di culto musulmani, sviscerandone le cause dei conflitti, le motivazioni degli attori sociali, raccontando la storia dei leader e delle associazioni islamiche presenti in Italia, il tutto in chiave comparativa con gli altri paesi europei. Poiché parlare di moschee, soprattutto quelle che sono ancora sulla carta, scalda subito gli animi, questo testo fa chiarezza sui termini del dibatto dando i “giusti nomi alle...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con <a href="http://www.libreriacoletti.it/libro/moschee-d-italia-il-diritto-al-luogo-di-culto-il-dibattito-sociale-e-politico.aspx?p=785925"target="_blanket">Moschee d’Italia, il diritto al luogo, il dibattito sociale e politico”( Emi 2011)</a>non aspettatevi il solito libro politicamente e culturalmente corretto sull’evoluzione o regressioni del dibattito sull’Islam in Italia da parte di una ricercatrice accreditata e competente come Maria Bombardieri, che oltre alla laurea specialistica in Scienze delle Religioni, indirizzo Islamistica, è  membro di Eurislam (database bibliografico sui musulmani in Europa).</p>
<p>Il testo è un’opportuna ( visto i tempi che corrono) e dettagliata ricerca in grado di far luce su una questione cruciale, quella dei luoghi di culto musulmani, sviscerandone le cause dei conflitti, le motivazioni degli attori sociali, raccontando la storia dei leader e delle associazioni islamiche presenti in Italia, il tutto in chiave comparativa con gli altri paesi europei.</p>
<p>Poiché parlare di moschee, soprattutto quelle che sono ancora sulla carta, scalda subito gli animi,  questo testo fa chiarezza sui termini del dibatto dando i “giusti nomi alle cose”.<br />
Il libro è anche un’alternativa esauriente all’infobesità  dilagante sulle tematiche che riguardano l’indotto islamico in Italia, le sue correnti, i sui vecchi e nuovi protagonisti.<br />
«Questo studio» ci ha detto l’autrice Maria Bombardieri  «ha un’utilità sociale: studiare il conflitto, per  aiutare gli attori sociali coinvolti (istituzioni, partiti politici, musulmani, cittadini contro, chiesa cattolica ecc..) a trovare un comune denominatore sul quale modellare una convivenza tra uomini e donne di fedi diverse o almeno chiarire i termini del dibattito».</p>
<p> Considerando l’avvicendamento in corso nei palazzi della politica di Roma, il libro di Maria Bombardieri è la lettura ideale per i nuovi inquilini del ministero degli Interni.<br />
La mancanza di ideologia e l’imprinting apolitico che caratterizzano il libro, rendono questa ricerca un must read per i nuovi decision maker tecnici chiamati a regolamentare un’aggiornata legislazione che faccia chiarezza  sulle procedure per edificare luoghi di culto e porti a una normalizzazione dei rapporti tra Islam italiano e lo Stato.</p>
<p>Moschee d’Italia.<br />
Il diritto al luogo di culto<br />
Il dibattito sociale e politico<br />
Edizioni Emi<br />
254 pag.<br />
14 Euro</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Marocco: così bello, così splendido, così accogliente e così rovinato..</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 12:28:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; dura per i marocchini che vivono in patria, ma lo è anche per i marocchini europei che tornano nel loro paese d&#8217;origine. Come Omar e Nadia, due marocchini che vivono e lavorano in Belgio, tornati in Marocco per ottenere il certificato di nascita della loro figlia. Tahar Ben Jelloun, nel libro Marocco, Romanzo, racconta la loro esasperazione per ottenere un certificato. Figuriamoci quella dei giovani alla ricerca di un lavoro. Sono talmente esasperati che si devono dare fuoco. Ecco alcuni passaggi del libro: &#8220;Numero di ore passate negli uffici pubblici durante questi mesi di andirivieni da una scrivania all&#8217;altra, senza contare i viaggi a Bruxelles per portare i documenti richiesti dalla pubblica amministrazione: 50 ore. Numero dei documenti preparati e fotocopiati: 43. Somma investita in questo affare:23,483 dirham. Ma la cosa più terribile è che questa faccenda ha avuto delle conseguenze sulla salute della coppia: Omar ha messo su...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; dura per i marocchini che vivono in patria, ma lo è anche per i marocchini europei che tornano nel loro paese d&#8217;origine.<br />
 Come Omar e Nadia, due marocchini che vivono e lavorano in Belgio, tornati in Marocco per ottenere il certificato di nascita della loro figlia. Tahar Ben Jelloun, nel libro <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/tahar-ben-jelloun/marocco-romanzo/978880618884"target="_blanket"> Marocco, Romanzo</a>, racconta  la loro esasperazione per ottenere un certificato.</p>
<p> Figuriamoci quella dei giovani alla ricerca di un lavoro. Sono talmente esasperati che <a href=" http://it.euronews.net/2012/01/20/marocco-giovani-si-immolano-contro-la-disoccupazione/ "target="_blanket">si devono dare fuoco.</a></p>
<p>Ecco alcuni passaggi del libro:</p>
<p>&#8220;Numero di ore passate negli uffici pubblici durante questi mesi di andirivieni da una scrivania all&#8217;altra, senza contare i viaggi a Bruxelles per portare i documenti richiesti dalla pubblica amministrazione: 50 ore.<br />
Numero dei documenti preparati e fotocopiati: 43.<br />
Somma investita in questo affare:23,483 dirham.</p>
<p>Ma la cosa più terribile è che questa faccenda ha avuto delle conseguenze sulla salute della coppia: Omar ha messo su cinque chili ( lo stress). Nadia è diventata insonne ed è seguita da un medico per una depressione.</p>
<p>Per quanto riguarda la piccola, lei sorride alla vita, ingnara del pasticcio in cui si sono messi i suoi.<br />
Ho riportato questa storia per lei. Non credo che il racconto faccia sì che il cittadino d&#8217;ora in poi sia trattato con dignità e lealtà, nè che si vinca la corruzione o dimunisca il grado di frustrazione e gelosia di alcuni piccoli funzionari mal pagati che non sopportano di vedere altri marocchini avere successo altrove.</p>
<p>Lascio l&#8217;ultima parola alla coppia: «Questo paese è meraviglioso, ma per viverci bisogna conoscerne i codici; non padroneggiarli può portare alla follia!».</p>
<p>Questa stessa follia l&#8217;hanno sperimentata anche alcuni europei che hanno voluto stabilirsi in Marocco per creare una piccola impresa o per viverci da pensionati. I più furbi si fanno aiutare da quei marocchini che conoscono gli ingranaggi e gli intrallazzi dell&#8217;amministrazione. Altri si scoraggiano e ripartono chiedendosi perchè un paese così bello, una terra così splendida, un popolo così accogliente siano rovinati da una burocrazia che si accanisce sulla gente modesta e si piega alla volontà dei ricchi. Perchè il quadro  non sia completamente nero, diciamo che le cose stanno cambiando, ma a dosi omeopatiche&#8221;.</p>
<p>Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2010. Due anni dopo, le cose sono diventate nere. Nero carbone. </p>
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		<title>Turchia: Ong protegge le donne maltrattate. Con la pistola</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;associazione Sefkat insegna alle vittime di violenza domestica come utilizzare armi da fuoco a scopo difensivo E&#8217; allarme violenza in Turchia: centinaia di donne ogni anno vengono uccise dai mariti, fidanzati o parenti maschi, spesso sotto gli occhi delle autorità. Molte organizzazioni non profit cercano di aiutarle, ma una in particolare, la Sfkat (compassione, in turco) ha deciso di passare dalle parole ai fatti, pubblicando una brochure in cui si insegna alle donne come procurarsi un&#8217;arma e usarla. &#8220;Siamo convinti che debba essere lo Stato a proteggere le donne, ma è inutile fingere che lo faccia&#8221;, ha dichiarato Hayrettin Bulan di Sefkat. Nel 2011 sono state ben 252 le donne turche uccise da membri maschi della famiglia (soprattutto mariti), contro le 217 del 2010. E un&#8217;altra ong turca, significativamente chiamata We Will Stop the Killing of Women (fermeremo la strage delle donne), ha rilevato che il 73% delle vittime aveva...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
<em>L&#8217;associazione Sefkat insegna alle vittime di violenza domestica come utilizzare armi da fuoco a scopo difensivo<br />
</em><br />
<br />
E&#8217; allarme <a href="http://www.stophonourkillings.com/?q=node/8179"target="_blank">violenza</a> in Turchia: centinaia di donne ogni anno vengono uccise dai mariti, fidanzati o parenti maschi, spesso sotto gli occhi delle autorità. Molte organizzazioni non profit cercano di aiutarle, ma una in particolare, la Sfkat (compassione, in turco) ha deciso di passare dalle parole ai fatti, pubblicando una brochure in cui si insegna alle donne come procurarsi un&#8217;arma e usarla.</p>
<p>&#8220;Siamo convinti che debba essere lo Stato a proteggere le donne, ma è inutile fingere che lo faccia&#8221;, ha dichiarato Hayrettin Bulan di Sefkat. Nel 2011 sono state ben 252 le donne turche uccise da membri maschi della famiglia (soprattutto mariti), contro le 217 del 2010. E un&#8217;altra ong turca, significativamente chiamata We Will Stop the Killing of Women (fermeremo la strage delle donne), ha rilevato che il 73% delle vittime aveva chiesto protezione alla polizia, purtroppo senza successo.<br />
 &#8220;In questa situazione, le donne non hanno scelta: devono proteggersi da sole&#8221;, sottolinea Bulan.</p>
<p>La guida pubblicata dall&#8217;associazione, che si intitola &#8220;Come salvarsi la vita&#8221;, offre consigli di autodifesa quali tecniche di mediazione e difesa verbale, una mappa dei luoghi sicuri in cui rifugiarsi ma anche dettagliate istruzioni su come difendersi attivamente attraverso l&#8217;uso di armi da fuoco.</p>
<p>&#8220;E&#8217; assolutamente l&#8217;ultima spiaggia&#8221;, ha spiegato ancora Bulan, &#8220;e nella guida scriviamo chiaramente che prima bisogna tentare tutte le altre strade. Ma quando l&#8217;aggressore è deciso a nuocere ed è dietro la porta, non resta altro da fare&#8221;. <br />
Più di 3500 donne si sono rivolte finora al centralino dell&#8217;associazione per chiedere informazioni sull&#8217;addestramento pratico all&#8217;uso delle armi.</p>
<p>tratto da <a href="http://vita.it/news/view/117558"target="_blank">Vita.it</a></p>
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		<title>Come esser(ci) musulmani in Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Siete daccordo con Tariq Ramadan? &#8220;Essere musulmano in Europa significa interagire con tutta la società a diversi livelli, dall&#8217;impegno locale a quello nazionale e anche continentale. Le prime comunità islamiche, a causa della novità della situazione in cui si trovavano, sono state portate in modo assolutamente naturale a chiudersi in se stesse durante i primi due o tre decenni e a sforzarsi di risolvere i loro problemi in modo indipendente, e dall&#8217;interno. Esse percepivano l&#8217;ambiente europeo come estraneo, alienante e spesso aggressivo ed era meglio non avere nulla a che fare con esso, né lasciarsi coinvolgere troppo. Per quanto questo processo possa essere considerato come una tappa del tutto naturale in un dato momento della storia dello stanziamento dei musulmani nei nuovi paesi, oggi non è più così. Non si può immaginare un qualche futuro per i musulmani in Europa se essi si rifiutano di avere rapporti con l&#8217;ambiente circostante...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siete daccordo con Tariq Ramadan?</p>
<p>&#8220;Essere musulmano in Europa significa interagire con tutta la società a diversi livelli, dall&#8217;impegno locale a quello nazionale e anche continentale. Le prime comunità islamiche, a causa della novità della situazione in cui si trovavano, sono state portate in modo assolutamente naturale a chiudersi in se stesse durante i primi due o tre decenni e a sforzarsi di risolvere i loro problemi in modo indipendente, e dall&#8217;interno.<br />
 Esse percepivano l&#8217;ambiente europeo come estraneo, alienante e spesso aggressivo ed era meglio non avere nulla a che fare con esso, né lasciarsi coinvolgere troppo. Per quanto questo processo possa essere considerato come una tappa del tutto naturale in un dato momento della storia dello stanziamento dei musulmani nei nuovi paesi, oggi non è più così.</p>
<p>Non si può immaginare un qualche futuro per i musulmani in Europa se essi si rifiutano di avere rapporti con l&#8217;ambiente circostante e se non sviluppano una dialettica grazie alla quale potranno essere, dare e ricevere&#8221;. </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Non aprite quel portone: follie da &#8220;extracondominio&#8221;</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/riunioni-di-extracondominio/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:08:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sissy Ghali</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Esiste a Milano un Condominio in cui la vita si svolge in armonia? Uno stabile nel quale convivono in pace extracomunitari, comunitari, italiani, famiglie e single, giovani e anziani? Un luogo dove la titolare della portineria non sia un cerbero attempato, divorziato e inacidito che ancora si tinge i capelli di biondo? Se esiste, non è certamente quello in cui vivo io. Nel mio palazzo vecchiette all&#8217;apparenza inermi scattano come pantere verso il telefono per chiamare i pompieri non appena la famiglia sudamericana decide che è tempo di barbecue sul balcone posteriore e questi ultimi ricambiano con prontezza non appena l&#8217;amabile nonnina di turno dimentica un pentolino sul fuoco e un fumo acre si diffonde per la scala. Le quattro studentesse dell&#8217;est, bionde e appariscenti, sostengono un&#8217;intensa guerra di nervi con la signora del piano di sotto, un tempo considerata la più bella &#8211; e perciò più corteggiata &#8211; del...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Esiste a Milano un Condominio in cui la vita si svolge in armonia?</p>
<p>Uno stabile nel quale convivono in pace extracomunitari, comunitari, italiani, famiglie e single, giovani e anziani?<br />
Un luogo dove la titolare della portineria non sia un cerbero attempato, divorziato e inacidito che ancora si tinge i capelli di biondo?<br />
Se esiste, non è certamente quello in cui vivo io.</p>
<p>Nel mio palazzo vecchiette all&#8217;apparenza inermi scattano come pantere verso il telefono per chiamare i pompieri non appena la famiglia sudamericana decide che è tempo di barbecue sul balcone posteriore e questi ultimi ricambiano con prontezza non appena l&#8217;amabile nonnina di turno dimentica un pentolino sul fuoco e un fumo acre si diffonde per la scala.<br />
Le quattro studentesse dell&#8217;est, bionde e appariscenti, sostengono un&#8217;intensa guerra di nervi con la signora del piano di sotto, un tempo considerata la più bella &#8211; e perciò più corteggiata &#8211; del palazzo e ora curatissima e tiratissima nonna a tempo pieno, mentre la famiglia italiana dell&#8217;ultimo piano si contende quotidianamente l&#8217;ascensore con l&#8217;altrettanto numerosa famiglia araba loro dirimpettaia.</p>
<p>A governare questa piccola rappresentazione di umanità vi sono due consiglieri di scala: un quasi centenario ex sindacalista e un’ex insegnante ormai vedova;  il primo scrive email all&#8217;amministratore anche mentre si trova in ospedale con l’anca in frantumi, la seconda gira armata di fotocamera digitale, pronta a documentare ogni violazione del regolamento condominiale.<br />
Dopo cinquant&#8217;anni a Milano un signore, che parla solo napoletano stretto, si è assunto l&#8217;ingrato compito di respingere qualsiasi assalto al Condominio da parte di testimoni di Geova, volontari in cerca di fondi per le Onlus più varie, venditori porta a porta del giornale del partito comunista; a volte si trova costretto a chiamare in suo soccorso il padre di famiglia sudamericano.</p>
<p>Il 1 gennaio non c&#8217;erano né l&#8217;uno né l&#8217;altro, né c&#8217;era la custode: una ragazza cinese completamente ubriaca si è introdotta nell&#8217;androne e nuda si è messa a suonare tutte le porte fino al definitivo intervento della polizia.<br />
Nell&#8217;ordine del giorno della prossima assemblea i consiglieri hanno preteso di inserire la seguente questione: “necessità di stabilire chi abbia aperto il portone alla signorina di nazionalità cinese in data 1.01.2012”.<br />
Che dire? Sarà la mia prima riunione di Condominio…</p>
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		<title>Shoah, il talento al servizio della memoria</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/shoah-il-talento-al-servizio-della-memoria/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 09:33:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agenda]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del Giorno della Memoria 2012 Talenti in Circolopresenta: Storia e storie di &#8220;Shoah&#8221;di Claude Lanzmann il più importante documentario mai realizzato sull&#8217;abisso dello sterminio Giovedì 26 gennaio alle ore 20.30 Biblioteca Civica Lino Penati, via Cavour 51, Cernusco sul Naviglio Proiezione integrale domenica 5 febbraio a partire dalle ore 10 via Fatebenefratelli 9 Cernusco sul Naviglio A Cernusco si accendono i riflettori sul più importante film mai realizzato sulla più tragica esperienza dell&#8217;uomo moderno. Realizzato in dodici anni di lavoro, oltre nove ore e mezza di durata, “Shoah” di Claude Lanzmann è uscito nelle sale nel 1985. Un&#8217;uscita che ha segnato uno spartiacque epocale: basti pensare che il termine stesso Shoah è entrato nel linguaggio comune per definire lo sterminio degli ebrei dopo l&#8217;uscita del film. Talenti in Circolo si propone di dare un contributo importante alla celebrazione del Giorno della Memoria con un&#8217;operazione dal forte valore memoriale,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione del Giorno della Memoria 2012 <a href="http://www.facebook.com/pages/Talenti-in-Circolo#!/pages/Talenti-in-Circolo/146703725401310"target="_blanket">Talenti in Circolo</a>presenta:</p>
<p>                                            <strong> Storia e storie di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=BbGO3x6JkxQ"target="_blanket">&#8220;Shoah&#8221;</a>di Claude Lanzmann</strong><br /> <br />
                                               il più importante documentario mai realizzato sull&#8217;abisso dello sterminio</p>
<p><strong>Giovedì 26 gennaio </strong>alle ore 20.30<br /> <br />
Biblioteca Civica Lino Penati, via Cavour 51, Cernusco sul Naviglio<br /> <br />
Proiezione integrale domenica 5 febbraio a partire dalle ore 10<br /> <br />
via Fatebenefratelli  9  Cernusco sul Naviglio</p>
<p>A Cernusco si accendono i riflettori sul più importante film mai realizzato sulla più tragica esperienza dell&#8217;uomo moderno. Realizzato in dodici anni di lavoro, oltre nove ore e mezza di durata, “<strong>Shoah</strong>” di Claude Lanzmann è uscito nelle sale nel 1985.<br />
 Un&#8217;uscita che ha segnato uno spartiacque epocale: basti pensare che il termine stesso Shoah è entrato nel linguaggio comune per definire lo sterminio degli ebrei dopo l&#8217;uscita del film.</p>
<p><strong>Talenti in Circolo</strong> si propone di dare un contributo importante alla celebrazione del Giorno della Memoria con un&#8217;operazione dal forte valore memoriale, civile e culturale; un invito al viaggio all&#8217;interno della straordinaria opera di uno dei maggiori talenti del nostro 900, un uomo che caparbiamente, per 12 anni, contro tutte le difficoltà, ha perseguito un obiettivo che a molti sembrava irraggiungibile.</p>
<p><strong>L’iniziativa si svolgerà in due momenti. </strong><br />
Una serata in biblioteca (giovedì 26 gennaio alle ore 20.30 Biblioteca Civica Lino Penati, via Cavour 51, Cernusco sul Naviglio) per conoscere la straordinaria vicenda di questo film: alla proiezione di alcune sequenze particolarmente significative si accompagneranno le parole di un&#8217;esperta, la storica del cinema <strong>Elisa Galeati</strong> &#8211; attiva da diversi anni nella realizzazione di rassegne e incontri sulla memoria filmica della Shoah -, le letture a cura dell&#8217;attrice <strong>Danielle Sassoon</strong> e la musica dal vivo con il violoncellista <strong>David Tabbat</strong>. Alla serata collaboreranno anche l&#8217;Anpi di Cernusco e il Cag (centro di aggregazione giovanile) il Labirinto.</p>
<p>Dieci giorni dopo la proiezione integrale del film stesso, un evento abbastanza unico in Italia, data la durata. Domenica 5 febbraio ore 10-12.30, 14.30-19.00, 20.30-23.00 (durata totale 570&#8242;), via Fatebenefratelli n. 9 (sede Cooperativa Edificatrice Cernuschese Bruno Ciceri).</p>
<p>&#8220;Shoah&#8221; è una grande sfida. Lo è stata per il regista, che ha impiegato 12 anni a portare a termine le riprese, lo è per lo spettatore, data la durata &#8220;monstre&#8221; (9 ore) e l&#8217;impegno emotivo che richiede.<br />
Talenti in Circolo nasce con l&#8217;obiettivo di creare eventi mai banali, basati su un coinvolgimento reale della comunità, sull&#8217;impegno attivo di chi decide di partecipare. Proiettare il film di Lanzmann va proprio in questa direzione: chiederà ai partecipanti di vivere in maniera speciale la celebrazione del Giorno della Memoria.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;iniziativa è strutturata in modo da lasciare ai partecipanti la massima libertà sulle modalità di partecipazione: chi vorrà partecipare solo alla serata in biblioteca potrà farlo, chi vorrà assistere solo alla proiezione o a una parte di essa altrettanto: ciascuno potrà avvicinarsi a questo capolavoro di cinema e memoria nella modalità che riterrà più opportuna.</p>
<p>Qualcosa di più di un semplice film, qualcosa di più di un semplice momento di memoria. Prendiamo a prestito le parole di Moni Ovadia: «<strong>Dopo aver visto “Shoah” di Claude Lanzmann io non sono stato piú l&#8217;uomo di prima, mai più</strong>». </p>
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		<title>Perché ho portato Gesù a Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 15:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Parla Andrée Shammah, fondatrice del teatro che ospita lo spettacolo &#8220;Sul concetto di volto nel figlio di Dio&#8221; attaccato dai tradizionalisti di Giuseppe Frangi Gennaio è per tradizione un mese caldo su questo palco: 40 anni fa, di questi tempi, il teatro Franco Parenti (allora si chiamava Pier Lombardo) inaugurava le sue attività con uno spettacolo formidabile che aveva diviso Milano: era L’Ambleto di Giovanni Testori. Oggi, senza più Testori né Parenti, su quello stesso palco saliranno in scena i protagonisti di uno spettacolo che ha innescato l’indignazione, davvero un po’ irrazionale, dei cattolici tradizionalisti. È Sul concetto di volto nel figlio di Dio, di Romeo Castellucci, che è stato al centro di violente contestazioni già a Parigi. Strano destino: Parenti, il grande attore protagonista dell’Ambleto, era comunista, Andrée Ruth Shammah, regista sin dalla prima ora, è ebrea. Ma se c’è un filo conduttore tra questi due spettacoli distanti 40...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parla Andrée Shammah, fondatrice del teatro che ospita  lo spettacolo &#8220;Sul concetto di volto nel figlio di Dio&#8221;  attaccato dai tradizionalisti</p>
<p>di <a href="http://blog.vita.it/robedachiodi/"target="_blanket">Giuseppe Frangi</a></p>
<p>Gennaio è per tradizione un mese caldo su questo palco: 40 anni fa, di questi tempi, il teatro Franco Parenti (allora si chiamava Pier Lombardo) inaugurava le sue attività con uno spettacolo formidabile che aveva diviso Milano: era L’Ambleto di <a href="http://www.associazionetestori.it/"target="_blanket">Giovanni Testori</a>.<br />
Oggi, senza più Testori né Parenti, su quello stesso palco saliranno in scena i protagonisti di uno spettacolo che ha innescato <a href="http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/01/19/news/quello_spettacolo_una_bestemmia_padre_cavalcoli_attacca_castellucci-28440836/ "target="_blanket">l’indignazione</a>, davvero un po’ irrazionale, dei cattolici tradizionalisti.<br />
È <strong>Sul concetto di volto nel figlio di Dio</strong>, di Romeo Castellucci, che è stato al centro di violente contestazioni già a Parigi.<br /> <br />
Strano destino: Parenti, il grande attore protagonista dell’Ambleto, era comunista, Andrée Ruth Shammah, regista sin dalla prima ora, è ebrea. Ma se c’è un filo conduttore tra questi due spettacoli distanti 40 anni, è l’ingombrante, incalzante presenza di Cristo, in parole (Testori) o in figure (Castellucci). </p>
<p>A parte questo, le differenze tra allora e oggi sono tante. Andrée Shammah in questi giorni è sommersa di lettere metà di insulti e metà di sostegno. Quel che più la inquieta è la discesa in campo di siti antisemiti, con attacchi violentissimi alla sua persona. La “prima” è prevista per il 24 gennaio, e si prevede calda. «Hanno annunciato di voler dire un rosario riparatore davanti al teatro; ho offerto loro una sala all’interno, se ritengono giusto questo gesto.<br />
In fondo, questa non è terra dissacrata: è qui dentro che un giorno ho conosciuto don Giussani. E qui disse la messa don Mazzi a dieci anni dalla morte di Testori».</p>
<p><strong>Lei non s’aspettava tutto questo can can. Ma Parigi era stata un’avvisaglia&#8230;</strong></p>
<p>Ovviamente lo spettacolo lo avevamo fermato prima. È la prima volta che la Compagnia di Castellucci, che è una delle più stimate in Europa, arriva al Franco Parenti. Da tantissimo non erano a Milano. Ma non avevamo certo agito in modo superficiale. Vista la delicatezza del tema ho cercato di capire, parlandone con Castellucci. Ho letto i giudizi di religiosi importanti che avevano visto lo spettacolo, parlandone benissimo. Se si legge la lettera del regista scritta in occasione di questa messa in scena milanese, si capisce la serietà e la profondità della sua riflessione.<br /> <br />
È uno spettacolo che si inseriva benissimo in una programmazione che mette al centro i nodi e le domande importanti per l’uomo d’oggi. E poi era stato a Venezia e persino a Roma, e nessuno aveva avuto niente da ridire. È uno spettacolo che prende molto sul serio il cristianesimo.</p>
<p><strong>  Però in molti non l’hanno capita così. Come se lo spiega?</strong></p>
<p>Certo, le lettere che mi arrivano sono inquietanti per violenza, e sembra che stiano parlando di un’altra cosa che non è lo spettacolo di Castellucci. Per fortuna me ne arrivano anche tante di sostegno. Una di un ragazzo mi ha commosso: mi scriveva di stare tranquilla, perché Cristo non ha bisogno di milizie per farsi largo nel mondo.</p>
<p><strong>Anche 40 anni fa quando siete partiti non erano “rose e fiori”. Quali sono le differenze?</strong></p>
<p>Sono differenze enormi. Nonostante fossero anni duri, c’era più apertura, più curiosità. Erano anni anarchicamente più liberi. Avevamo sfidato la città aprendo un teatro che si contrapponeva alla grande istituzione, Il Piccolo, e che sino ad allora era stato un cinema a luci rosse oltre la cerchia dei Bastioni.<br />
Testori ci aveva ribattezzato gli Scarrozzanti, una definzione che rende bene lo spirito di quei momenti.<br />
Oggi invece vedo dietro l’angolo sempre il rischio di essere etichettati, e di trovarsi addosso definzioni fasulle che non riesci più a toglierti di dosso. Ci sono meno spazi per muoversi.<br />
 Devi sempre dire chi sono i tuoi e stare da quella parte assegnata. In quello schema il Parenti non riesce a starci. Per fare un esempio: ci hanno messo addosso l’etichetta di “anticattolici” eppure in questi giorni abbiamo ospitato un bellis- simo spettacolo Job, scritto da Fabrice Hadjadj, un ebreo convertito al cattolicesimo.<br />
 È uno spettacolo che aveva debuttato al Meeting di Rimini.<br />
Il Parenti è un teatro privato, che svolge una funzio- ne pubblica e ha un’anima trasversale. Se no, che ci stiamo fare?</p>
<p>tratto dal settimanale <a href="http://www.vita.it"target="_blanket">Vita</a></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Operatori del dialogo interculturale presso istituzioni pubbliche e private</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/operatori-del-dialogo-interculturale-presso-istituzioni-pubbliche-e-private/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 14:53:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Souk of the future]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.yallaitalia.it/?p=5463</guid>
		<description><![CDATA[La sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, per iniziativa della Facoltà di Lettere e Filosofia e della Facoltà di Scienze della Formazione e in collaborazione con il Laboratorio di Ricerca e Intervento Sociale (LaRIS) e con il Centro Interuniversitario di Ricerca sulle Migrazioni (C.I.R.Mi.B.) di Brescia, istituisce per l’anno accademico 2011-2012 la III edizione del Corso di Master universitario di primo livello in “Operatori del dialogo interculturale presso istituzioni pubbliche e private”. Finalità Anche in provincia di Brescia l’immigrazione si presenta come un fenomeno strutturale, costitutivo della realtà sociale e quindi stabilizzato nel territorio. Da questa nuova realtà multietnica e multiculturale emergono molte esperienze di impegno e costruzione di dialogo e integrazione, ma anche situazioni problematiche riguardanti le condizioni di inserimento e di partecipazione dei cittadini non italiani nel tessuto locale. Il Master in “Operatori del dialogo interculturale presso istituzioni pubbliche e private” intende quindi offrire l’opportunità per...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, per iniziativa della Facoltà di Lettere e Filosofia e della Facoltà di Scienze della Formazione e in collaborazione con il Laboratorio di Ricerca e Intervento Sociale (LaRIS) e con il Centro Interuniversitario di Ricerca sulle Migrazioni (C.I.R.Mi.B.) di Brescia, istituisce per l’anno accademico 2011-2012 la III edizione del Corso di Master universitario di primo livello in “Operatori del dialogo interculturale presso istituzioni pubbliche e private”.</p>
<p><strong>Finalità</strong></p>
<p>Anche in provincia di Brescia l’immigrazione si presenta come un fenomeno strutturale, costitutivo della realtà sociale e quindi stabilizzato nel territorio. Da questa nuova realtà multietnica e multiculturale emergono molte esperienze di impegno e costruzione di dialogo e integrazione, ma anche situazioni problematiche riguardanti le condizioni di inserimento e di partecipazione dei cittadini non italiani nel tessuto locale.</p>
<p>Il Master in “Operatori del dialogo interculturale presso istituzioni pubbliche e private” intende quindi offrire l’opportunità per definire e formare una nuova figura di operatore, capace di:</p>
<p>Intercettare bisogni e emergenze del territorio circa i problemi della convivenza e della comunicazione interculturale;</p>
<p>Analizzare e valutare la portata di tali problemi alla luce di conoscenze e competenze filosofiche, antropologiche, sociologiche, psico-pedagogiche, giuridiche e di storia e cultura religiosa;</p>
<p>Progettare e attuare forme efficaci di intervento &#8211; in chiave di mediazione linguisticoculturale (con particolare attenzione agli aspetti della cultura religiosa) &#8211; nelle specifiche situazioni, grazie all’acquisizione di strumenti adeguati;</p>
<p>Promuovere modalità di interazione tra stranieri e italiani &#8211; e, non meno, anche tra gruppi di stranieri &#8211; centrate su ascolto, confronto critico, rispetto e riconoscimento reciproci, negoziazione, capacità di gestire i conflitti, produzione di eventi esteticoartistici, percorsi di cittadinanza consapevole</p>
<p>Le domande di iscrizione dovranno pervenire all’Ufficio Master della sede di Brescia entro il 29 febbraio p.v.<br />
Per scaricare il bando di iscrizione, clicca <a href="http://brescia.unicatt.it/masters_9480.html "target="_blanket">qui</a></p>
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		<title>Nell&#8217; Egitto post rivoluzione, Al-Azhar costruisce il (suo) mito</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 14:23:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noor Gamyla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Costruzione e appropriazione di un mito. All’avvicinarsi del 25 gennaio, data di eruzione della rivolta egiziana nel 2011, grandi manovre per mettere le mani su questo evento, cristallizzarlo nella memoria nazionale e così, ovviamente, esorcizzarne le potenzialità rivoluzionarie inghiottendolo nella retorica di regime. È stato proclamato ufficialmente giorno di festa per la nazione, questo è già un segno eloquente. La decisione viene dai vertici militari che guidano il paese, dopo la resa del vecchio dittatore, che compare nella corte che giudica lui e i suoi più stretti collaboratori per le violenze inflitte dalle forze di sicurezza ai dimostranti. L’immagine di questo vecchio trasportato in barella, il volto una maschera di cera e grandi occhiali neri per celare il suo sguardo, è un pezzo della retorica della celebrazione. Il procuratore generale e l’avvocato di parte civile hanno chiesto per lui la condanna a morte. Il cronista di Misr al-yawm riferisce che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Costruzione e appropriazione di un mito.<br /> <br />
All’avvicinarsi del 25 gennaio, data di eruzione della rivolta egiziana nel 2011, grandi manovre per mettere le mani su questo evento, cristallizzarlo nella memoria nazionale e così, ovviamente, esorcizzarne le potenzialità rivoluzionarie inghiottendolo nella retorica di regime.</p>
<p> È stato proclamato ufficialmente giorno di<br />
<a href="http://www.thedailynewsegypt.com/egypt/scaf-plans-jan-25-celebrations-as-activists-call-for-mass-protests.html"target="_blanket">festa per la nazione</a>, questo è già un segno eloquente.<br />
 La decisione viene dai vertici militari che guidano il paese, dopo la resa del vecchio dittatore, che compare nella corte che giudica lui e i suoi più stretti collaboratori per le violenze inflitte dalle forze di sicurezza ai dimostranti.<br />
 L’immagine di questo vecchio trasportato in barella, il volto una maschera di cera e grandi occhiali neri per celare il suo sguardo, è un pezzo della retorica della celebrazione.<br />
 Il procuratore generale e l’avvocato di parte civile hanno chiesto per lui la condanna a morte. Il cronista di Misr al-yawm riferisce che all’udire questa parola, Mubarak ha avuto un gesto di disperazione, portando le mani sul volto.<br />
 Il suo ministro degli interni, processato con lui, una risatina ironica. Ma il processo è lento, per la gente in strada esasperatamente lento. Una vignetta raffigura due egizianetti in dialogo: “<strong>Dicono che è il processo del secolo&#8230;”. “Sì, e ci vorrà un secolo!</strong>”</p>
<p>Tra i soggetti freneticamente impegnati in questa elaborazione ed appropriazione del mito, <a href=" http://it.wikipedia.org/wiki/Universit%C3%A0_al-Azhar"target="_blanket">Al-Azhar</a> è certamente in prima fila.<br />
 Mi pare di capire che si muova in tre direzioni: la prima è, passatemi l’espressione, <strong>rifarsi una verginità</strong>.<br />
 Dopo essere stata per decenni l’istituzione religiosa governativa, quindi profondamente solidale col regime, la grande istituzione accademica sunnita cerca di smarcarsi dal suo passato e dire che finalmente può tornare a giocare il suo ruolo di autorità religiosa indipendente, che ha nel Corano e nella Sunna i suoi unici punti di riferimenti.</p>
<p> La seconda direzione è quella di presentarsi come la forza religiosa più equilibrata ed aperta nei confronti delle forze liberali e laiche del paese.<br />
Così qualche giorno fa, ha diffuso il suo  <a href="http://www.almasryalyoum.com/en/node/594171"target="_blanket">&#8220;Manifesto delle libertà&#8221;</a>, un documento contenente quattro principi fondamentali che dovrebbero essere inclusi nella prossima costituzione: la libertà religiosa, la libertà di espressione del pensiero, la libertà di ricerca scientifica e la libertà di espressione artistica, in tutte le sue forme.</p>
<p> Il documento, ovviamente, è stato accolto favorevolmente dal fronte liberale, cristiani inclusi, che chiede diventi quella carta dei principi sovra-costituzionali, già fonte di gravi tensioni, per l’ipoteca che i militari avevano cercato di porre su di essa.</p>
<p> La terza direzione, che al-Azhar sta percorrendo in questo acceleratissimo ri-dispiegamento delle forze in campo, riguarda l&#8217; edizione delle fonti della sunna, cioè le raccolte dei hadith, quei detti e aneddoti riferiti a Muhammad e ai suoi compagni sui quali si è costruito l’islam come sistema strettamente integrato di religione, etica e diritto.<br /> <br />
Con questo intento il fatto che Al-Azhar si sta posizionando come l’unica tutrice della wasatiyya, cioè quella “medietà” che deve caratterizzare l’islam autentico e che consente un rapporto pacifico con i non musulmani e con il mondo globalizzato. </p>
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		<title>“Gratitudine e responsabilità – Il ruolo dei Giusti dalla Shoah ad oggi</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/%e2%80%9cgratitudine-e-responsabilita-%e2%80%93-il-ruolo-dei-giusti-dalla-shoah-ad-oggi/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 12:17:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agenda]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del Giorno della Memoria indetto per il 27/1 saranno in Italia Yolande Mukagasana, ruandese sopravvissuta al genocidio dei Tutsi del 1994 candidata al Premio Nobel per la Pace 2011 e la sua salvatrice Jacqueline Mukansonera. Saranno infatti ospiti d’eccezione di un incontro organizzato da Gariwo onlus (associazione che intende ricordare le figure esemplari di resistenza morale ai regimi totalitari nella storia del Novecento) per ricordare gli ebrei perseguitati e uccisi durante l&#8217;olocausto nazista e, più in generale, tutti i perseguitati e le vittime dei genocidi della storia. L’iniziativa prevede la lettura di passi del libro di Gabriele Nissim, Presidente di Gariwo, “La bontà insensata” accompagnati da musiche di Gaetano Liguori e un dialogo tra Yolande Mukagasana e la sua salvatrice Jacqueline Mukansonera. Gariwo ha appena presentato al Parlamento Europeo di Strasburgo la richiesta di istituzione di una Giornata europea in memoria dei Giusti, il 6 marzo, per commemorare...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione del Giorno della Memoria indetto per il 27/1 saranno in Italia Yolande Mukagasana, ruandese sopravvissuta al genocidio dei Tutsi del 1994 candidata al Premio Nobel per la Pace 2011 e la sua salvatrice Jacqueline Mukansonera.</p>
<p>Saranno infatti ospiti d’eccezione di un incontro organizzato da Gariwo onlus (associazione che intende ricordare le figure esemplari di resistenza morale ai regimi totalitari nella storia del Novecento) per ricordare gli ebrei perseguitati e uccisi durante l&#8217;olocausto nazista e, più in generale, tutti i perseguitati e le vittime dei genocidi della storia.</p>
<p>L’iniziativa prevede la lettura di passi del libro di Gabriele Nissim, Presidente di Gariwo, “La bontà insensata” accompagnati da musiche di Gaetano Liguori e un dialogo tra Yolande Mukagasana e la sua salvatrice Jacqueline Mukansonera.</p>
<p><a href="http://www.gariwo.net "target="_blanket">Gariwo</a><br />
 ha appena presentato al Parlamento Europeo di Strasburgo la richiesta di istituzione di una Giornata europea in memoria dei Giusti, il 6 marzo, per commemorare coloro che si sono opposti &#8211; e ancor oggi si oppongono &#8211; con coraggio e responsabilità ai crimini contro l’umanità e ai totalitarismi.</p>
<p><strong>Quando</strong>: giovedì 26/1/2012 dalle 9.30 alle 13.00<br />
<strong>Dove</strong>:auditorium San Fedele di Milano Via Hoepli 3b.</p>
<p>La sera del 26 è inoltre in programma uno spettacolo <a href="http://www.teatrofrancoparenti.it/spettacolo?i=353 "target="_blanket">teatrale</a></p>
<p><strong>UNA FIRMA PER I GIUSTI IN EUROPA</strong></p>
<p>E’ stato presentato al Parlamento Europeo di Strasburgo un appello, promosso da Gariwo , la foresta dei Giusti, per l’istituzionalizzazione di una Giornata Europea in Memoria dei Giusti, il 6 marzo, per ricordare le donne e gli uomini che hanno cercato di impedire i genocidi in difesa dei diritti umani.</p>
<p> Se non hai ancora firmato fallo ora cliccano <a href="http://www.facebook.com/gariwo?sk=app_119340141514038"target="_blanket">qui</a></p>
<p><strong>Cos&#8217;è Gariwo?</strong><br />
Gariwo, la foresta dei Giusti è un&#8217;associazione onlus nata a Milano nel 2000 su iniziativa di Gabriele Nissim, ebreo, e Pietro Kuciukian, armeno, con l&#8217;intento di accrescere e approfondire la conoscenza e l&#8217;interesse sui Giusti, le figure esemplari di resistenza morale ai regimi totalitari nella storia del Novecento in Europa e nel mondo.<br />
Il termine Giusto è tratto dal passo della Bibbia che afferma &#8220;chi salva una vita salva il mondo intero&#8221; ed è stato applicato per la prima volta in Israele in riferimento a coloro che hanno salvato gli ebrei durante la persecuzione nazista in Europa<br />.<br />
In ricordo dei Giusti, sull&#8217;esempio del Giardino dei Giusti di Yad Vashem a Gerusalemme l’associazione ha promosso l&#8217;istituzione di luoghi della memoria in diverse parti del mondo. Dopo la creazione di un Giardino dei Giusti in luoghi-simbolo, come Yerevan, in Armenia, e la fondazione a Sarajevo di Gariwosa &#8211; Gardens of the Righteous Worldwide, nel 2003 è nato presso il Monte Stella di Milano il Giardino dei Giusti di tutto il mondo, gestito in collaborazione con il Comune di Milano e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane. Qui ogni anno, in primavera, vengono piantati nuovi alberi, simbolicamente riferiti a tutti coloro che in ogni parte della terra hanno cercato o cercano di impedire il crimine di genocidio, di difendere i diritti dell&#8217;uomo nelle situazioni estreme, o che si battono per salvaguardare la memoria contro i ricorrenti tentativi di negare la realtà delle persecuzioni.</p>
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		<title>Mohammed Sgaier Awlad Ahmad: incontro tra poesia e democrazia</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/mohammed-sgaier-awlad-ahmad-incontro-tra-poesia-e-democrazia/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 10:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Boutros</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Chi siamo? “Non importa”. Parola di Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, il Poeta della Rivoluzione tunisina, che alla nostra domanda sulle Seconde Generazioni non ha dubbi: “I migranti e le loro famiglie non hanno bisogno di farsi domande inutili sulla loro identità, hanno invece il dovere di conoscere molto bene la società e la cultura in cui vivono”. Un nuovo punto di vista, quello del poeta tunisino, che ironizza sul colore della sua pelle, chiedendo all’aula gremita di Palazzo Ducale (Genova): “Vi sembro svedese?&#8230; no, e non importa, perché a distinguermi è solo ciò che offro alla Civiltà”. Awlad Ahmad è probabilmente il Victor Hugo (almeno quello della Comune di Parigi) tunisino, padre della Maison de la Poésie, e profeta della Rivoluzione. Di orientamento dichiaratamente sinistrorso, non risparmia le critiche al nuovo Governo guidato dal partito islamista Ennahda. “Non ci sarà nessuna democrazia se la religione interferisce con la politica” sentenzia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
&#8220;Chi siamo? “Non importa”.<br /> <br />
Parola di <a href="http://nuke.lushir.it/Pubblicazioni2011/MohammedSgaierAwladAhmad/tabid/68/Default.aspx"target="_blank">Mohammed Sgaier Awlad Ahmad</a>, il Poeta della Rivoluzione tunisina, che alla nostra domanda sulle Seconde Generazioni non ha dubbi: “I migranti e le loro famiglie non hanno bisogno di farsi domande inutili sulla loro identità, hanno invece il dovere di conoscere molto bene la società e la cultura in cui vivono”.<br />
Un nuovo punto di vista, quello del poeta tunisino, che ironizza sul colore della sua pelle, chiedendo all’aula gremita di <a href="http://www.viveregenova.comune.genova.it/content/awlad-ahmad-il-poeta-della-rivoluzione-tunisina-mediterranea011"target="_blank">Palazzo Ducale</a> (Genova):<br />
“Vi sembro svedese?&#8230; no, e non importa, perché a distinguermi è solo ciò che offro alla Civiltà”.</p>
<p>Awlad Ahmad è probabilmente il Victor Hugo (almeno quello della Comune di Parigi) tunisino, padre della Maison de la Poésie, e profeta della Rivoluzione. Di orientamento dichiaratamente sinistrorso, non risparmia le critiche al nuovo Governo guidato dal partito islamista Ennahda. <br />
“Non ci sarà nessuna democrazia se la religione interferisce con la politica” sentenzia il poeta. Un attimo di silenzio, il traduttore un po’ impacciato traduce, e la sala regala un applauso soddisfatto all’autore tunisino. Tutto alla perfezione a quanto pare, quando…</p>
<p>Quando un giovane dai lineamenti mediorientali si alza con qualcosa da dire sia ad Awlad Ahmad sia al traduttore. Gli organizzatori dell’evento tentennano, ma Rushdi (sì, gli ho chiesto come si chiamava!) accusa:<br />
“È quindi democrazia non farmi parlare!?” a queste parole nessuno poteva più rispondere nulla, e come mi aspettavo – dato che l’errore di traduzione non mi sembrava così terribile – fratello Rushdi è libero di fare uno sproloquio in arabo in difesa dell’Islam e dei suoi valori:<br />
“Siamo arrivati fino in Ispania!”… sì, siamo arrivati anche a questo!<br />
Ed ecco che il nostro incontro di letture poetiche è diventato un tentativo di capire cosa sia esattamente la democrazia: è semplicemente democrazia l’aver potuto partecipare ad elezioni libere, come sostiene Rushdi, o le elezioni libere sono solo un “passo tecnico” per arrivare al vero “governo democratico”, come ha risposto il poeta?<br />
Non si sa. Sta di fatto che Awlad Ahmad, con la sua Opera non fa solo la Rivoluzione in Tunisia, ma costruisce la poesia moderna a partire da un’immagine, una parola, un ritmo, e nessuna struttura prefissata. Ed è stato così che la Rivoluzione è andata avanti: senza leader, senza troppe ideologie e senza strategie, da una <a href="http://www.yallaitalia.it/2012/01/tunisia-a-un-anno-dalla-caduta-di-ben-ali-107-martiri-come-bouazizi/"target="_blank">scintilla</a> (come ama chiamarla il poeta), che sacrificandosi ha dato inizio a tutto questo.</p>
<p>Per fortuna che alla fine c’è ancora tempo per una poesia:</p>
<p><em>Poesia fino alla vittoria</em></p>
<p>Il vento sta arrivando<br />
E le loro case sono di paglia.<br />
La mano si sta alzando<br />
E il loro vetro è fragile.</p>
<p>Non preoccupatevi mai,<br />
Miei fratelli. Mai.<br />
Se cacceranno un uccello<br />
Il suo nido lo raggiungerà.</p>
<p>Viva la Tunisia<br />
Che è noi tutti. </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Conosci Faruk?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 08:29:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Conosci Faruk? Chiedeva nei giorni scorsi un anonimo manifesto appeso un po&#8217; ovunque sui muri della Capitale. Storia di un inizio di campagna tesseramento nell&#8217;epoca del digitale, del social network e del guerrilla marketing. Poi allo sfondo blu e alla nuvoletta à la Twitter si è sostituito un manifesto ufficiale, con tanto di simbolo di partito, didascalie e foto di (semi) primo piano. Eccolo Faruk. Uno dei nostri, come sottolinea la campagna. E pure un cittadino dell&#8217;Italia di domani. 45 anni, gastronomo, sorride. Ora Faruk lo conosci. E magari se a quel nebuloso termine “gastronomo” sostituisci “ristoratore”, “cuoco”, “capo chef” o quel che ti pare, forse Faruk l&#8217;hai pure incontrato. E senza farti notare dagli amici ti sei alzato da tavola, ti sei avvicinato a lui con il fare distratto di chi cerca la toilette e gli hai domandato, sornione e goloso peccatore ai sensi di un bel numero di...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conosci Faruk? Chiedeva nei giorni scorsi un anonimo manifesto appeso un po&#8217; ovunque sui muri della Capitale.<br />
 Storia di un inizio di campagna tesseramento nell&#8217;epoca del digitale, del social network e del guerrilla marketing. Poi allo sfondo blu e alla nuvoletta à la Twitter si è sostituito un manifesto ufficiale, con tanto di simbolo di partito, didascalie e foto di (semi) primo piano.</p>
<p>Eccolo Faruk. Uno dei nostri, come sottolinea la campagna. E pure un cittadino dell&#8217;Italia di domani. 45 anni, gastronomo, sorride.</p>
<p>Ora Faruk lo conosci. E magari se a quel nebuloso termine “gastronomo” sostituisci “ristoratore”, “cuoco”, “capo chef” o quel che ti pare, forse Faruk l&#8217;hai pure incontrato. E senza farti notare dagli amici ti sei alzato da tavola, ti sei avvicinato a lui con il fare distratto di chi cerca la toilette e gli hai domandato, sornione e goloso peccatore ai sensi di un bel numero di religioni rivelate, quale particolare ingrediente rende la sua bastilla ai frutti di mare così saporita.</p>
<p>Perché quel “gastronomo” è una piccola nota fuori posto. Almeno stando a chi di gastronomi se ne intende, nel senso che li sforna fatti e finiti, <a href="http://www.unisg.it/welcome.lasso"target="_blanket">l&#8217;Università degli Studi di Scienze Gastronomiche</a>: “il gastronomo è una nuova figura professionale che conosce il processo produttivo degli alimenti dalle sue origini agrarie e zootecniche, con particolare attenzione alle sue implicazioni ambientali e alla sua sostenibilità, alle trasformazioni industriali e possiede le cognizioni necessarie per collocare tale processo produttivo sia nell&#8217;economia di mercato che nella comunicazione”.</p>
<p>Insomma, forse Faruk lo avete incontrato, più difficile imbattersi in un professionista dell&#8217;alimentazione dalla A di arancia alla Z di zabaione.</p>
<p>Ma il manifesto del Pd ci regala qualche elemento in più, raccontandoci come Faruk spende il suo tempo libero. Infatti il nostro ha la passione per “l&#8217;approfondimento politico”. La politica è nobile passione, spesso per il militante è anche un grande investimento di tempo, energie, affetti.<br />
 Ma al sorridente Faruk non può bastare partecipare alle riunioni di circolo, seguire i dibattiti proposti dalla festa del partito, appassionarsi davanti ai talk show e volantinare ai mercati. Approfondisce. Se si parla di sistemi elettorali, per esempio, corre a guardarsi gli atti dell&#8217;assemblea costituente. Ha letto e sottolineato tutti gli ultimi libri di Gallino, Tito Boeri, Stiglitz e persino di Sarrazin. Legge quotidianamente almeno 7 giornali, di 6 paesi diversi. Passa le nottate insonni per seguire le dirette del Congresso USA o per non perdersi l&#8217;intervista live di Dilma Rousseff.</p>
<p>Ecco, questo Faruk non lo conosco. Anche perché probabilmente non esiste. E rischia di essere uno scivolone del Pd, certo non figlio di un&#8217;impostazione del partito, ma di una topica dell&#8217;agenzia di comunicazione.</p>
<p>E&#8217; del tutto possibile che ci sia un Faruk, 45enne e ristoratore, che nel tempo libero di dedica con passione e intelligenza all&#8217;attivismo politico. Invece la campagna pubblicitaria ci racconta di un super-uomo, che fa un mestiere piuttosto inusitato e all&#8217;avanguardia e che, naturalmente, ha un livello di coinvolgimento nella politica superiore alla media.<br />
Come se agli immigrati (che poi Faruk sarà qui da vent&#8217;anni e ormai sarà cittadino italiano a tutti gli effetti), per essere considerati accettati e titolari di diritti politici, si debba sempre chiedere uno sforzo superiore alla normalità.</p>
<p>Invece il “Faruk possibile” ha lavorato per dieci anni in un ristorante, risparmiando e facendo sacrifici per aprire il suo, insieme a un socio. Cucina etnica, ma anche rigatoni burro e salvia. E la sera, quando non è in cucina, va al circolo e dice la sua. Quando non ha i bambini da tenere, quando non c&#8217;è la Champions, quando la moglie (italiana di nascita e un po&#8217; rompi) non lo costringe a una cena con i parenti di lei. Ecco, questo Faruk, tra suocera, gormiti e calci di rigore, quando dedica una serata alla politica ha davvero qualcosa da dire.</p>
<p>Tomaso Greco</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il paradiso dei bambini</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/il-paradiso-dei-bambini/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 14:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Il professor Paolo Branca e lo Yallista-to-be Elias Barmaki ci regalano una riflessione tratta dalla splendida raccolta di racconti la Taverna del gatto nero di Naghib Mahfuz. Montaggio di Lorenzo Maria Alvaro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il professor Paolo Branca e lo Yallista-to-be Elias Barmaki ci regalano una riflessione tratta dalla splendida raccolta di racconti la <a href="http://www.arabismo.it/?area=letteratura&#038;menu=narrativa&#038;pag=tavernagattonero"target="_blank">Taverna del gatto nero</a> di Naghib Mahfuz.</p>
<p>
<iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/eIbE_Z0j9NM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Montaggio di Lorenzo Maria Alvaro</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Se il settimo giorno macellaio halal e barista cinese non si riposano</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 11:31:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rania Ibrahim</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[E il settimo giorno, Dio si riposò. Certo,Dio … ma non Atef, il mio macellaio halal. In questi giorni molte categorie di commercianti &#8211; vedi tassisti, benzinai, assicuratori, autotrasportatori, agricoltori, edicolanti, farmacisti, avvocati, notai e altri appartenenti a questo o quell’altro ordine professionale &#8211; sono già sul piede di guerra con scioperi selvaggi e blocchi per difendere i loro diritti le loro specializzazioni e competenze, secondo loro penalizzate dall’introduzione di una serie di deregulations che danneggerebbero i loro interessi e le loro categorie. Loro per l’appunto. Ma non Atef. “Ci stanno rovinando”, gridano i tassisti inferociti, “già guadagnamo poco o niente e dobbiamo pagarci migliaia e migliaia di euro per le licenze, e che vi credete non siamo mica ricchi!”. Noo, poveracci come avvocati, medici e gioiellieri che poi dichiarano al fisco introiti da Terzo Mondo. Il commento più “assurdo” nel quale mi sono imbattuta l’ho seguito in un&#8217;intervista tv...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
E il settimo giorno, Dio si riposò. Certo,Dio … ma non Atef, il mio macellaio halal.</p>
<p>In questi giorni  molte categorie di commercianti &#8211; vedi tassisti, benzinai, assicuratori, autotrasportatori, agricoltori, edicolanti, farmacisti, avvocati, notai e altri appartenenti a questo o quell’altro ordine professionale &#8211; sono già sul piede di guerra con scioperi selvaggi  e blocchi per difendere i loro diritti le loro specializzazioni e competenze, secondo loro penalizzate dall’introduzione di una serie di deregulations che danneggerebbero i loro interessi e le loro categorie.</p>
<p> Loro per l’appunto. Ma non Atef.<br />
“Ci stanno rovinando”, gridano i tassisti inferociti, “già guadagnamo poco o niente e dobbiamo pagarci migliaia e migliaia di euro per le licenze, e che vi credete non siamo mica ricchi!”. Noo, poveracci come avvocati, medici e gioiellieri  che poi dichiarano al fisco <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/litalia-dei-finti-poveri/184317/"target="_blank">introiti da Terzo Mondo</a>.<br />
<br /> <br />
 Il commento più “assurdo” nel quale mi sono imbattuta l’ho seguito in un&#8217;intervista tv dove un tassista inviperito ha tirato fuori l’immancabile argomento all’insegna del volemosebbene: ”Adesso sapete chi ci farà concorrenza, loro, sti extracommunitari der caz….ci rovineranno, peggio per voi, ci sarà da avere paura, saremo come a New York, cor tassista cor turbante in testa che ce prova co tu mojie e poi prega in macchina e ve fa saltà naria”…&#8221;e il cinese che puzza de fritto e nun capisce na cippa”&#8230;che dire, complimenti! Hai aperto la bocca e hai bruciato anni e anni di dialogo interreligioso e di cammino nel rispetto e nella reciprocità delle fedi. Un tassista così, meglio perderlo che trovarlo.</p>
<p>Mi chiedo: chissà se queste liberalizzazioni porteranno ad un mercato più concorrenziale, corretto, e se realmente ci saranno dei benefici percepibili  nell’immediato, come l’abbattimento di costi eccessivi per alcune prestazioni professionali? Certo: le competenze, la professionalità, l’esperienza in alcuni settori sono fondamentali. Personalmente non valuterei mai la scelta, ad esempio, di una consulenza legale in base al tariffario, ma sceglierei in base alla valutazione effettiva e al curriculum di questo o quell’altro avvocato.</p>
<p> Atef, in merito alle liberalizzazioni, in particolare <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-01-12/scatta-deregulation-totale-professioni-064257.shtml?uuid=AaZO34cE&#038;fromSearch"target="_blank">quelle</a> riguardanti l’autonomia e la gestione degli orari e i giorni di apertura degli esercizi commerciali introdotte dal 1 gennaio 2012  ha una reazione completamente opposta. Normalmente è aperto dal lunedi alla domenica dalle 10.00 fino alle 21.00, e già potremmo dire che sia abbondantemente presente sul “mercato” (Mash’Allah, spero non mi legga, si sa quanto gli arabi credano al malocchio, e superstizioni&#8230;). invece no.<br /> <br />
Per lui questa novità delle liberalizzazioni, è vista come una opportunità per aumentare  i propri guadagni , e come? “Possibili due o tre turni di lavoro”, spiega. Stando al suo ragionamento, ci saranno più opportunità di lavoro, avendo la possibilità di ampliare ancora di più, gli orari e giorni di apertura. Quindi nuovi collaboratori, tutti suoi parenti, ovvio.<br /> <br />
Con la sua risatina stampata dalle 10.00 alle 21.00 dal lunedì alla domenica mi dice: “Ma Signora Rania, arrivano ospiti inattesi e non ha niente in frigo? Basta che mi manda suo marito e vedrà che non sfigurerà. E poi, se dovesse rimanere nuovamente incinta (tièh) e avesse voglia di bestacca coll’osso alle tre di notte,suo marito non potrebbe non accontentarla. Non ha scuse.&#8221;<br />
Povero marito, mi sa che gli sta antipatico.</p>
<p>Non solo macellai, la moglie Nafisa si aggiunge alla chiaccherata e incalza: “Ci saranno i saldi tutto l’anno&#8221; (peccato però che manchino pure i soldi tutto l’anno).<br /> Addio parrucchiere chiuso il lunedì e se poi hai bisogno di una ceretta-lampo il sabato sera, per l’invito a sorpresa, beh, non resta che infilarti il cappotto e andare dall’estetista, che già me la vedo con spatola in mano, nel cuore della notte pronta a torturarti. E beh, volete mettere? …a “farci il pelo” e a spennarci il portafogli anche all’alba?</p>
<p>Personalmente vedo una categoria che a mio avviso si sta sfregando le mani più di tutte: i ladri e i rapinatori che non vedono l’ora di valutare anch’essi le novità apportate dalla manovra Monti.<br />
Mah, forse Atef ha proprio ragione…più guadagni per tutti…</p>
<p> Anche la barista cinese sotto casa non è preoccupata, anzi, sta trovando soluzioni per organizzarsi al meglio. Che gli extra-commercianti siano più coraggiosi e più propensi ad eventuali novità di quelli nostrani? Forse sì. Come dice Atef in arab-iano: “bisogna guardari sember il latu bozitifo della cosa”, semplice no!</p>
<p>Al di la delle opportunità di lavoro o dell’incremento dei guadagni tutto questo porterà ad uno stile di vita differente, al quale noi italiani non siamo ancora abituati, ma presente da anni in altri stati quali UK o USA. Si sa che i cambiamenti e gli sconvolgimenti delle proprie abitudini possono provocare un rigetto a primo acchito, ma forse dovremmo tutti attendere prima di sentenziare il successo o meno di tali misure.</p>
<p>Intanto da nostalgica e perennemente immersa nei miei ricordi, non faccio altro che pensare a quanto mi mancherà il rumore delle saracinesche sincronizzate dei bottegai e dei negozianti che animavano e scandivano l’inizio e la fine delle mie giornate, nei caratteristici (una volta) vicoli dei Navigli della mia amata Milano, quando ancora ci si ricordava di santificare le feste.</p>
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		<title>Tunisia: a un anno dalla caduta di Ben Ali, 107 martiri come Bouazizi</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 10:38:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Tunisi &#8211; Sono almeno 107 i cittadini tunisini, in maggioranza giovani e poveri, che dalla caduta del regime di Zine al-Abidine Ben Ali, il 14 gennaio di un anno fa, hanno deciso di immolarsi, dandosi fuoco per protesta. Una strada iniziata da Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che il 4 gennaio 2011 si è dato fuoco per protesta a Sidi Bouzid dopo che la polizia gli aveva confiscato la merce e per le condizioni economiche del suo Paese. Dal suo gesto, che aveva come obiettivo anche quello di condannare una corruzione diffusa, ha avuto origine la cosidetta &#8216;primavera araba&#8221; diffusasi in diversi Paesi tra cui Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain. E in Tunisia, dopo Bouazizi, sono almeno 107 i giovani, per lo più residenti in aree rurali povere, ad aver seguito il suo esempio. Come ha portato alla luce la Bbc, nell&#8217;anno successivo alla Rivoluzione si è assistito a un...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Tunisi &#8211; Sono almeno 107 i cittadini tunisini, in maggioranza giovani e poveri, che dalla caduta del regime di Zine al-Abidine Ben Ali, il 14 gennaio di un anno fa, hanno deciso di immolarsi, dandosi fuoco per protesta. Una strada iniziata da <a href="http://www.terranews.it/news/2011/01/mohammed-bouazizi-nuovo-martire-dei-tunisini-disperati"target="-blank">Mohamed Bouazizi</a>, il venditore ambulante che il 4 gennaio 2011 si è dato fuoco per protesta a Sidi Bouzid dopo che la polizia gli aveva confiscato la merce e per le condizioni economiche del suo Paese.</p>
<p>Dal suo gesto, che aveva come obiettivo anche quello di condannare una corruzione diffusa, ha avuto origine la cosidetta &#8216;primavera araba&#8221; diffusasi in diversi Paesi tra cui Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain. E in Tunisia, dopo Bouazizi, sono almeno 107 i giovani, per lo più residenti in aree rurali povere, ad aver seguito il suo esempio. Come ha portato alla luce la <a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-16230190"target="_blank">Bbc</a>, nell&#8217;anno successivo alla Rivoluzione si è assistito a un aumento di immolazioni cinque volte superiore a quelle dell&#8217;anno precedente.</p>
<p>Dati allarmanti che rischiano di minare le principali conquiste raggiunte con la rivolta popolare. Coloro che si immolano sono generalmente uomini celibi e con un&#8217;istruzione limitata, senza lavoro e con poche prospettive di trovarne uno. Solitamente, i loro atti di disperazione li conducono alla morte entro 48 ore, e se sopravvivono, li costringono a una lunga agonia, per sè e per le rispettive famiglie.<br />
«Queste azioni hanno guadagnato notorietà per il gesto compiuto da Bouzazi, ma non risolvono alcun problema, rendono solo le cose peggiori per le vittime e le loro famiglie», ha detto il medico Amenallah Messaadi che guida il Centro ustioni di Tunisi e che ha raccolto i dati sulle immolazioni. Una pratica che continua, tra coloro che si considerano illusi dalla rivoluzione e che sono disoccupati. Solo la scorsa settimana almeno tre persone, dal nord al sud del Paese, si sono date fuoco.</p>
<p>Un cittadino, padre di tre figli a Gafsa, è morto lunedì dopo essersi cosparso di benzina ed essersi dato fuoco davanti alla sede del municipio. Stava protestando per l&#8217;assenza di posti di lavoro per il sottoproletariato nel Paese. I tunisini «dovrebbero smetterla di gettare benzina sul fuoco», dice Messaadi, invitando ad abbandonare questa pratica.<br /> <br />
Ricoverato al Centro ustioni di Tunisi, Hosni, un giovane di Gasserine, ha raccontato la sua scelta di immolarsi cospargendosi di benzina e dandosi fuoco per l&#8217;assenza di lavoro. Sopravvissuto al tentativo di suicidio, Hosni ha perso le dita della mano destra, è sfigurato in volto e per il resto della sua vita dovrà sottoporsi a cure mediche. «Non ho studiato, non ho un lavoro ed ero disperato &#8211; ha spiegato Hosni &#8211; L&#8217;intero Paese sembrava in fiamme, così mi sono dato alle fiamme anch&#8217;io, ma questo non ha migliorato la situazione. Ho distrutto la mia vita e quella della mia famiglia».</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/"target="_blank">Adnkronos</a></p>
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		<title>L’audace impresa di spiegare l’Islam ai Leghisti</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 10:16:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Naghia Ahmed</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mille e una yalla]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima cosa che colpisce è il colore della copertina, il verde: è il colore della Lega Nord, verde erba come la Padania, che abbiamo visto sfoggiare in tantissime circostanze, dalle bandiere di Pontida ai fazzoletti dei suoi rappresentanti. Il verde, però, pur con una gradazione cromatica leggermente diversa, è anche il colore dell’Islam. Forse qualcuno dovrebbe dirlo a Calderoli. Verde Padania e verde Islam, apparentemente agli antipodi e paradossalmente uniti nell’analisi diretta e lucida contenuta nell’ultimo libro di Khaled Fouad Allam, L’Islam spiegato ai leghisti. Il sociologo algerino non risparmia nessuno, svelando e mostrando, attraverso le accuse e i luoghi comuni a cui ci ha abituato la Lega negli anni, i nodi da sciogliere dell’Islam e del mondo occidentale per giungere ad una svolta. Il mondo islamico, infatti, deve accendere i proiettori sulla donna, la democrazia, la mancanza di memoria storica che impedisce una riflessione e un’evoluzione della civiltà...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
La prima cosa che colpisce è il colore della copertina, il verde: è il colore della Lega Nord, verde erba come la Padania, che abbiamo visto sfoggiare in tantissime circostanze, dalle bandiere di Pontida ai fazzoletti dei suoi rappresentanti.<br /> <br />
Il verde, però, pur con una gradazione cromatica leggermente diversa, è anche il colore dell’Islam. Forse qualcuno dovrebbe dirlo a Calderoli.</p>
<p>Verde Padania e verde Islam, apparentemente agli antipodi e paradossalmente uniti nell’analisi diretta e lucida contenuta nell’ultimo libro di Khaled Fouad Allam, <a href="http://www.edizpiemme.it/libri/l-islam-spiegato-ai-leghisti"target="_blank">L’Islam spiegato ai leghisti</a>. Il sociologo algerino non risparmia nessuno, svelando e mostrando, attraverso le accuse e i luoghi comuni a cui ci ha abituato la Lega negli anni, i nodi da sciogliere dell’Islam e del mondo occidentale per giungere ad una svolta.</p>
<p>Il mondo islamico, infatti, deve accendere i proiettori sulla donna, la democrazia, la mancanza di memoria storica che impedisce una riflessione e un’evoluzione della civiltà islamica. Allam evidenzia delle analogie tra la Storia alla fine del XI secolo e la situazione attuale, in cui “le spinte democratiche e liberali sono soffocate dal fondamentalismo e dal radicalismo islamico” e in cui il mondo islamico a contatto con l’Occidente è bloccato in un limbo, tra tradizione e modernità.<br />
D’altro canto,  per l’autore, l’Occidente deve affrontare le questioni del <a href="http://www.infomedi.it/adel_jabbar_multiculturalismo.htm"target="_blank">multiculturalismo</a>, della Turchia che potrebbe, grazie alla sua tripla valenza (asiatica, araba ed europea), essere una notevole risorsa per l’Europa; c’è anche la paura dell’ “Eurabia”, fomentata dall’islamofobia  che il sociologo chiama “più colta” e la necessità di ribadire che “la democrazia è un diritto di tutti, e che non esistono popoli o culture ad essa inadatti e altri più preparati”, perché ciò implica una relazione di ineguaglianza che impedisce a priori <a href="http://www.youtube.com/watch?v=nKxDTUv3tW8"target="_blank">l’integrazione</a>.</p>
<p>Allam citando un passo di Simone Weil, contenuto in un articolo di Aldo Bonomi, ben delinea la matrice dell’azione leghista: “Lo sradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane, perché si moltiplica da solo. Le persone realmente sradicate non hanno che due comportamenti possibili: o cadere in un’inerzia dell’anima quasi pari alla morte, o gettarsi in un’attività che tende sempre a sradicare, spesso con metodi violentissimi, coloro che non lo sono ancora”. Il sociologo algerino nota, però, che la Lega Nord agisce su due piani, la “ridicolizzazione dell’avversario” e la conoscenza delle tematiche attraverso un attento studio della materia da parte dell’élite, alimentando l’ancestrale paura dell’ “altro”.</p>
<p>Il capitolo più interessante risulta essere quello sulla sua esperienza a Mazara del Vallo (dove è consulente del sindaco sul tema dell’immigrazione) da quando scoprì la Sicilia (al –Sikiliyya) due anni dopo l’arrivo in Italia. Ripercorrendo la storia dell’isola attraverso gli edifici, la sua gente e il dialetto, traccia i contorni del più riuscito laboratorio di integrazione delle culture del Mediterraneo, una sorta di “melting pot” ante litteram. Ed ecco che i “terroni” hanno di che insegnare al popolo del senatùr, mostrando loro che forse il <a href="http://www.prov-varese.leganord.org/doc/solealpi.htm"target="_blank">Sole delle Alpi</a> e la Mezzaluna fanno parte dello stesso universo.</p>
<p>
Khaled Fouad Allam<br />
<em>L&#8217;islam spiegato ai leghisti <br /></em><br />
Piemme Edizioni &#8211; 2011 <br />
182 pagine <br />
prezzo € 15,50</p>
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		<title>Noi, cristiani d&#8217;arabia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 15:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Noi, cristiani d’Arabia Presentazione mercoledì, 18 gennaio 2012 Ore 18.30 presso la Libreria Terra Santa Via Gherardini 2, Milano Partecipano: Chiara Zappa, autrice, giornalista della rivista del Pime Mondo e Missione e Giuseppe Caffulli, direttore della rivista Terrasanta Nella Penisola arabica e nei Paesi del Golfo è presente oggi una numerosissima comunità cristiana (forse 2 milioni nella sola Arabia Saudita, ben il 7,4% della popolazione), formatasi in seguito a una massiccia immigrazione economica. Il libro di Chiara Zappa, presentato alla Libreria Terra Santa, ci aiuta a cogliere la complessità e la portata del fenomeno. Fino a pochi anni fa era una realtà praticamente sconosciuta. Oggi, anche grazie all’impegno della stampa missionaria e cattolica, della realtà dei cristiani nella Penisola arabica si parla con maggior frequenza e cognizione di causa. Al novero delle voci che si sono fin qui espresse, si aggiunge quella di Chiara Zappa, autrice del volume “Noi, cristiani d’Arabia”...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pimemilano.com/index.php?l=it&#038;idn=8&#038;idnews=1256&#038;onlpg=5"target="_blanket">Noi, cristiani d’Arabia</a></p>
<p>Presentazione mercoledì, 18 gennaio 2012<br /> <br />
Ore 18.30 presso la Libreria Terra Santa <br />
Via Gherardini 2, Milano</p>
<p>Partecipano: <strong>Chiara Zappa</strong>, autrice, giornalista della rivista del Pime Mondo e Missione e <strong>Giuseppe Caffulli</strong>, direttore della rivista Terrasanta</p>
<p></p>
<p>Nella Penisola arabica e nei Paesi del Golfo è presente oggi una numerosissima comunità cristiana (forse 2 milioni nella sola Arabia Saudita, ben il 7,4% della popolazione), formatasi in seguito a una massiccia immigrazione economica. Il libro di Chiara Zappa, presentato alla Libreria Terra Santa, ci aiuta a cogliere la complessità e la portata del fenomeno.</p>
<p>Fino a pochi anni fa era una realtà praticamente sconosciuta. Oggi, anche grazie all’impegno della stampa missionaria e cattolica, della realtà dei cristiani nella Penisola arabica si parla con maggior frequenza e cognizione di causa. Al novero delle voci che si sono fin qui espresse, si aggiunge quella di Chiara Zappa, autrice del volume “Noi, cristiani d’Arabia” (EMI, 2011), libro-reportage sulla realtà dei fedeli in Cristo nella terra santa dell’islam in cui l’autrice cerca di ricostruire il vero volto della presenza cristiana nei Paesi del Golfo persico e in Arabia Saudita.</p>
<p>Alla Libreria Terra Santa la Zappa, insieme a Giuseppe Caffulli, guida il pubblico in un percorso attraverso le varie realtà cristiane, comunità quasi interamente costituite da immigrati provenienti dall’Estremo Oriente, manodopera a basso prezzo indispensabile per l’economia saudita e per la costruzione degli imponenti complessi residenziali a Dubai ed Abu Dhabi, cuore finanziario dei Paesi del Golfo</p>
<p>. </p>
<p>Tra i temi che vengono affrontati: la realtà delle lavoratrici filippine (spesso in condizione di semischiavitù), indonesiane e cingalesi; il dialogo con l’islam e  l’impegno educativo della Chiesa cattolica; l’Arabia Saudita, dove vige ancora un regime pesantemente discriminatorio per i cristiani che vivono nel Paese e dove la polizia religiosa reprime ogni tipo di culto che non sia quello islamico. Il libro non propone conclusioni né offre un giudizio finale sulla realtà dei “cristiani d’Arabia”: si limita a consegnare al lettore una serie di dati e a delineare alcuni scenari sottolineando più volte che siamo di fronte a una situazione in evoluzione. Come dimostrano le recenti rivoluzioni in Tunisia e in Egitto, le sabbie sociali dei deserti arabi non sono mai ferme. Sotto di esse maturano grandi fermenti sociali, culturali e politici che, direttamente o indirettamente, coinvolgono anche le minoranze cristiane </p>
<p>L’incontro fa parte degli “Aperitivi d’autore” organizzati presso la Libreria Terra Santa: presentazioni di libri che offrono lo spunto per conversazioni informali con personalità del mondo della cultura e del giornalismo. Occasioni di scambio e di conoscenza in un ambiente colloquiale e intimo, dove un semplice aperitivo diventa il pretesto per incontrare un autore e il suo mondo.</p>
<p> <br />
Per informazioni:  Edizioni Terra Santa:  Tel. 02 34592679 – Fax 02 31801980 www.edizioniterrasanta.it – ufficiostampa@edizioniterrasanta.it </p>
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		<title>Nancy Ajram saluta Yalla Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Grande successo per il concerto di Nancy Ajram. Quasi 7mila persone hanno assistito all&#8217;evento più atteso dal mondo arabo, tra cui numerose autorità istituzionali provenienti da tutta l&#8217;area del Maghreb. Ad animare il Bladna Festival, la performance dei più noti graffiti artist: Hany Khaled e Hend Kheera. E grande soddisfazione per Yalla Italia. Essere salutati da una mega star non capita a tutti i siti&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Grande successo per il concerto di Nancy Ajram.</p>
<p>Quasi 7mila persone hanno assistito all&#8217;evento più atteso dal mondo arabo, tra cui numerose autorità istituzionali provenienti da tutta l&#8217;area del Maghreb. Ad animare il Bladna Festival, la performance dei più noti graffiti artist: Hany Khaled e Hend Kheera.</p>
<p>E grande soddisfazione per Yalla Italia. Essere salutati da una mega star non capita a tutti i siti&#8230;</p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/hSHP-gLi0bI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<item>
		<title>Tradizione o Modernità nella Tunisia post-Rivolta?</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/tradizione-o-modernita-nella-tunisia-post-rivolta/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leila El Houssi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Spinto , buttato a terra e trattenuto con forza nel suo ufficio. Così il Preside della Facoltà di lettere, Habib Kazdaghli, è stato aggredito da un gruppo di salafiti qualche settimana fa all’interno dell’Università La Manouba di Tunisi. Il tutto sembrerebbe nato da un episodio di qualche giorno prima. Una studentessa si presenta per una sessione di esami indossando il niqab [velo nero, che avvolge l'intera figura con una fessura all'altezza degli occhi] che rende impossibile l’accertamento della sua identità. Scatta nell’ateneo il divieto di sostenere esami indossando il niqab. Successivamente un gruppo di salafiti fa irruzione all’interno della facoltà per protestare contro il divieto e avanza ulteriori richieste tra cui aule separate per uomini e donne e la creazione di un luogo di preghiera dentro i locali dell’Università. Il prof. Habib Khazdaghli e la dirigenza dell’Ateneo si sono schierati contro le richieste dei salafiti e non hanno ceduto alle...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Spinto , buttato a terra e trattenuto con forza nel suo ufficio. Così il Preside della Facoltà di lettere, Habib Kazdaghli, è stato <a href="http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/tunisi-fondamentalisti-religiosi-aggrediscono-preside-facolta-lettere-1036124/"target="_blank">aggredito</a> da un gruppo di salafiti qualche settimana fa all’interno dell’Università La Manouba di Tunisi.<br /> <br />
Il tutto sembrerebbe nato da un episodio di qualche giorno prima. Una studentessa si presenta per una sessione di esami indossando il niqab [velo nero, che avvolge l'intera figura con una fessura all'altezza degli occhi] che rende impossibile l’accertamento della sua identità. Scatta nell’ateneo il divieto di sostenere esami indossando il niqab.<br />
Successivamente un gruppo di salafiti fa irruzione all’interno della facoltà per protestare contro il divieto e avanza ulteriori richieste tra cui aule separate per uomini e donne e la creazione di un luogo di preghiera dentro i locali dell’Università. Il prof. Habib Khazdaghli e la dirigenza dell’Ateneo si sono schierati contro le richieste dei salafiti e non hanno ceduto alle pressioni. </p>
<p>Non è la prima volta nella Tunisia post-rivolta che si assiste ad aggressioni simili. Altre Università, scuole e Istituti di ricerca sono stati bersaglio da parte dei gruppi salafiti. Tornare all’Islam è il loro slogan. <br />
Ma cosa significa? La risposta forse risiede nel forte timore dei salafiti che il processo di laicizzazione dall’alto, portato avanti in Tunisia sino all’avvento della Rivolta, continui dal loro punto di vista a rappresentare una minaccia all’interno della società. Di conseguenza ai loro occhi si rende necessario imporre alla società tunisina un modello religioso e culturale di un Islam “ dai tratti originari” in cui la pratica religiosa s’identifica come segnalatore della tendenza della società. In questo, la pratica dei riti quotidiani e il rispetto generale dei precetti religiosi divengono imprendiscibilmente oggetto di transazione e di controllo sociale. <br />
Quindi fattori rappresentativi come il Niqab o il luogo di preghiera all’interno di università o scuole assumono una valenza simbolica fondamentale per chi cerca di formare una realtà sociale nuova ispirata ad un Islam originario. Così la “purificazione sociale in senso religioso” si proietta laddove il processo di laicizzazione ha avuto origine, ossia dai luoghi dove si produce cultura.</p>
<p>Ma come vive questo “confronto/scontro” la società tunisina post-rivolta? E’ vero che le elezioni hanno portato all’affermazione di un partito islamico, Ennadha, e s’intuisce che in seno alla comunità esista una richiesta di identità legata al mondo arabo-musulmano. Ma è anche vero che la Tunisia attuale è figlia di un processo storico-culturale dal quale non si può prescindere. Oltre a una transculturalità che ha radici secolari, la Tunisia ha vissuto un importante processo di modernizzazione iniziato già all’indomani dell’indipendenza. La modernità è così penetrata in seno alla comunità producendo istanze di emancipazione sociale, legate all’incremento della scolarizzazione e al processo di acquisizione dei diritti della donna.<br />
Su questo sfondo le incursioni dei salafiti nei luoghi dove si produce cultura dipingono uno scenario preoccupante caratterizzato da un tentativo di frantumazione del processo modernizzatore in nome della salvaguardia di valori religiosi che possano riaffermare un’identità collettiva. I Salafiti sembrano muoversi secondo questa logica e ritengono di avere un discreto seguito all’interno della società. Ma le trasformazioni sociali del processo modernista, che hanno coinvolto usi, costumi e mentalità hanno contribuito notevolmente a mutare la coscienza collettiva nelle generazioni post-indipendenza. <br />
Ne consegue che la laicizzazione dall’alto ha collimato con un’equivalente trasformazione dal basso. Eppure, la secolarizzazione forzata e il malcostume imperante durante il regime del dittatore Ben Ali hanno prodotto una destabilizzazione sociale che ha generato, nella odierna società tunisina, un risveglio in senso religioso. E l’affermazione del partito <a href="http://it.euronews.net/2011/10/25/tunisia-ennahda"target="_blank">Ennadha</a> riflette innegabilmente tale scenario. Forse nel partito islamico c’è il tentativo di appropriarsi di una modernità in senso “teologico”. Una modernità che il fronte laico, che resiste all’interno della comunità, non intende farsi scippare e che difende strenuamente in ogni occasione. Da qui possiamo affermare che il tentativo da parte dei salafiti di rovesciamento totale della modernità sembrerebbe essere frenato sia dal fronte laico sia da Ennadha. </p>
<p>Tuttavia è lecito domandarsi se la reinterpretazione di Ennadha della modernità riuscirà a bloccare definitivamente la visione tradizionalista del/dei movimento/i salafita/i. Indubbiamente un’azione di questo tipo che porterebbe Ennadha a “sdoganarsi” e a conquistare ulteriore credito, dovrebbe tuttavia essere accompagnata da operazioni politiche incisive sul fronte culturale. <br />
Infatti è attraverso un accesso libero e senza limitazioni alla conoscenza, al pensiero e alla cultura che uno Stato può effettivamente uscire dall’arcaicità sociale. A tal proposito diviene condizione necessaria, per uno Stato moderno, difendere strenuamente i luoghi in cui “ si produce” la cultura. </p>
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		<title>Moschea a Genova:s&#8217;ha da fare?</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 10:55:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Boutros</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Le hanno provate tutte (comitati di quartiere, cittadini ostinati e leghisti) per impedire la costruzione di una moschea a Genova: riusciranno nel loro intento? A questa domanda ci risponde Nadia Rouatbi , responsabile della sezione genovese dei Giovani Musulmani d’Italia, “una tosta”, come l’ha definita il quotidiano Repubblica, che assicura il massimo impegno di tutti i giovani musulmani di Genova “Affinché dei cittadini italiani (oltre alle seconde, se non terze generazioni!) non vengano privati di un loro diritto”. Ed è proprio di Diritti Fondamentali che si parla, ogni volta che viene fuori l’argomento “Moschea-Genova”, l’Articolo 8 della Costituzione parla chiaro: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”. Ma secondo qualcuno, un referendum può comunque valere su un diritto costituzionale. E che referendum! Aprite bene le orecchie adesso (meglio gli occhi forse!), perché quello che state per leggere è davvero esilarante: circa due annetti fa, la Lega si...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le hanno provate tutte (comitati di quartiere, cittadini ostinati e leghisti) per impedire la costruzione di una moschea a Genova: riusciranno nel loro intento?<br />
A questa domanda ci risponde<br />
<a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/12/14/nadia-il-sorriso-genovese-dell-islam.html"target="_blanket">Nadia Rouatbi</a><br />
, responsabile della sezione genovese dei Giovani Musulmani d’Italia, “una tosta”, come l’ha definita il quotidiano Repubblica, che assicura il massimo impegno di tutti i giovani musulmani di Genova “Affinché dei cittadini italiani (oltre alle seconde, se non terze generazioni!) non vengano privati di un loro diritto”.</p>
<p>Ed è proprio di Diritti Fondamentali che si parla, ogni volta che viene fuori l’argomento “Moschea-Genova”, l’Articolo 8 della Costituzione parla chiaro: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”.<br />
Ma secondo qualcuno, un referendum può comunque valere su un diritto costituzionale. E che referendum!<br />
Aprite bene le orecchie adesso (meglio gli occhi forse!), perché quello che state per leggere è davvero esilarante: circa due annetti fa, la Lega si è sentita seriamente minacciata dal concretizzarsi – per mezzo dell’edificio moschea – dell’invasione islamica a Genova, e ha avuto la brillante idea di indire un referendum che fermi lo scellerato decreto comunale che aveva deciso per la costruzione del luogo di culto nell’area del Lagaccio.<br />
 L’esilarante in tutto questo (si ride per non piangere) è stato un <a href="http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2010/01/24/AM63YhJD-quattro_moschea_referendum.shtml"target="_blanket">articolo</a> di Marco Peschiera, uscito pochi giorni dopo sul Secolo XIX. Vi dico solo il titolo, poi il resto leggetevelo da voi: &#8220;Genova, il referendum sulla moschea «Ma io ho votato quattro volte»&#8221;</p>
<p>Ma proviamo a chiedere ai genovesi: “D’accordo con una moschea a Genova?”, molti (ahimè) direbbero: “Che se la facciano a casa loro” (vedi <a href="http://www.ilsecoloxix.it/p/2012/01/10/AOJTjYeB-moschea_vorresti_genova.shtml"target="_blanket">sondaggio</a> del Secolo XIX).<br />
 Ne abbiamo parlato con Nadia, che ci propone una riflessione interessante, una riflessione da yallista vera: quello che si sente sempre dire è: “non possono pretendere di avere una moschea recando problemi, o vietando che in quel posto si faccia un servizio per gli italiani”. Replica: “Ma noi non siamo italiani!?”. Ormai (di nuovo ahimè), sempre di più si arriva a tirare in ballo questo punto molto delicato. Sempre meno persone riescono a capire il punto di vista delle seconde generazioni, e sempre più seconde generazioni hanno il bisogno di essere capite: a voi le riflessioni, e ai posteri l’ardua sentenza.</p>
<p>Godetevi intanto il teatrino di Palazzo Tursi (sede del Comune), andato in scena martedì scorso…<br />
L’imam genovese, Salah Husein, se l’è vista proprio brutta!</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/_q5WpyxjBSo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>E pensare che la Genova dei secoli bui poteva vantarne ben quattro di moschee: altro che crociate!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Attorno al Samovar: le iraniane e il sesso</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 10:47:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maral Shams</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[“Sparlare degli uni e degli altri è tonificante per il cuore” annuncia la padrona di casa, la nonna Satrapi nel libro Taglia e Cuci di Marjane Satrapi, l’autrice del famosissimo graphic novel Persepolis. Nel salotto di casa Satrapi, donne di diverse generazioni si scambiano confidenze a ruota libera, bevendo tè al cardamomo senza sosta. Si parla di sesso senza usare metafore, della ricerca del piacere e della relazione amorosa: fra tradimenti e matrimoni combinati, verginità perdute e chirurgia estetica il ritmo viene scandito dal fischiettio del Samovar fumante. Anche nel salotto di mia nonna si parlava di sesso e amore senza mezze misure. L’anno scorso qualche mese prima di volare in cielo ci ha invitate tutte a casa sua; eravamo una trentina di donne, tra zie, cugine e vicine di casa. “Maral ti do i soldi, vai a comprare un po’ di datteri intanto che accendo il Samovar”. La nonna...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
“Sparlare degli uni e degli altri è tonificante per il cuore” annuncia la padrona di casa, la nonna Satrapi nel libro <a href="http://blog.panorama.it/libri/2009/02/18/marjane-satrapi-taglia-e-cuci-chiacchiere-dietro-il-velo-in-graphic-novel/"target="_blank">Taglia e Cuci</a> di Marjane Satrapi, l’autrice del famosissimo graphic novel Persepolis.<br />
Nel salotto di casa Satrapi, donne di diverse generazioni si scambiano confidenze a ruota libera, bevendo tè al cardamomo senza sosta. Si parla di sesso senza usare metafore, della ricerca del piacere e della relazione amorosa: fra tradimenti e matrimoni combinati, verginità perdute e chirurgia estetica il ritmo viene scandito dal fischiettio del <a href="http://www.insiemeate.net/tag/samovar/"target="_blank">Samovar</a> fumante.</p>
<p>Anche nel salotto di mia nonna si parlava di sesso e amore senza mezze misure.<br /> <br />
L’anno scorso qualche mese prima di volare in cielo ci ha invitate tutte a casa sua; eravamo una trentina di donne, tra zie, cugine e vicine di casa.<br /> <br />
“Maral ti do i soldi, vai a comprare un po’ di datteri intanto che accendo il Samovar”.  La nonna non teneva i soldi in banca o nella cassaforte.  Aveva l’abitudine di nascondere tutto nel reggiseno. “ Le banche sono ladre e truffaldine, le mie tette non mi hanno mai tradita”- diceva la nonna. <br /> <br />
“Nonna, allora ogni volta che il nonno ti spogliava diventava un uomo ricco! Si beccava le tue tettone e un sacco di soldi”-  ha esclamato Aida<br /> <br />
Nonna: Ma che ricco! Quello era talmente svelto che non si accorgeva di nulla- non facevo nemmeno in tempo a slacciarmi il reggiseno che la festa era già finita!<br /> <br />
Zia Nasrin: Non dirlo a me! Certe volte Reza arriva a casa tutto di fretta, sento già che gli ribollono gli ormoni, corre in bagno, si leva le calze puzzolenti e viene da me. Niente romanticismo o corteggiamento, ci mancherebbe, mi chiede di spogliarmi e mi butta sul letto. Non faccio in tempo nemmeno a rompermi le scatole.</p>
<p>Vicina Mehri: Su dai non lamentatevi! Voi almeno ve lo ricordate il sesso. Io mi sento sessualmente mummificata! <br /> <br />
Zia Azadeh: Ma che discorsi sono questi?  È colpa nostra se gli uomini sono cosi frettolosi! Non ci facciamo desiderare, siamo troppo servili: dovremmo fare come le occidentali e inventarci sempre il mal di testa o tre mestruazioni al mese!<br /> <br />
Nonna: E tu pensi che bastino queste scuse a fermare quelle bestie?<br /> <br />
Cugina Sarah: No che non bastano, ma almeno mi faccio desiderare! Da quando in ufficio è arrivata quella gattamorta di Maryam mio marito arriva a casa sempre alle 10! Dice che ha un sacco di cose da fare in ufficio, che ha mille responsabilità e che deve fare gli straordinari! Te lo dico io che straordinari deve fare! Giuro che se lo becco gli stacco le…<br /> <br />
Nonna: Eh dai non ti scaldare! Lo sai anche tu che alla fine torna sempre da te! <br /> <br />
Amica della Zia: io sono contenta cosi come sto! Davanti ai parenti vesto sempre il chador, parlo di religione e faccio discorsi filosofici, ma il giovedì sera quando Majid va via per lavoro…è li  che mi scateno! Mi trasferisco dalla mia amica single, prendiamo la macchina e passiamo il tempo in centri benessere e ce la spassiamo con giovani rampolli!<br /> <br />
Vicina Somayeh: Beh se loro possono avere fino a 4 mogli chi ha detto che noi non possiamo avere 4 amanti? <br /> <br />
Aida: Maral accendi la musica.. dai balliamo.. dimentichiamoci di queste mezze calzette, tanto alla fine le regine siamo noi!</p>
<p> <br />
Il Samovar cominciava a fumare e fischiettare, il profumo dei datteri aveva già riempito la stanza, le voci si alzavano sempre di più. Avevamo tutte qualcosa da dire. Ci si passava il tè di mano in mano e si rideva delle nostre sventure amorose. L’atmosfera era frizzante.  La nonna scuoteva il seno e ballava da seduta- Era troppo malata per alzarsi e troppo sveglia per stare ferma. <br /> <br />
Abbiamo chiuso le finestre e ballato per ore. In quel mondo parallelo non c’erano segreti. Mogli e madri costrette a convivere con una società opprimente, diventavano improvvisamente ragazzine scatenate. La paura lasciava spazio alla spensieratezza e il tempo si fermava. Fuori da quella finestra c’erano sì agonia, corruzione e falsità ma in quei trenta metri di stanza la nonna riusciva a fermare il tempo usando solo datteri, spezie e tè fumante.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tunisia. I retroscena del giorno in cui Ben Ali  fuggì</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 09:35:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[È una data storica, quella del 14 gennaio 2011, per il futuro della Tunisia e dei Paesi vicini, investiti in seguito alla rivoluzione tunisina dalla cosidetta primavera araba. Quel giorno, dopo circa un mese di rivolte di piazza, il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali ha deciso di abbandonare il potere oltre che il Paese. Come ricostruisce l&#8217;emittente al-Arabiya, tutto ha avuto inizio nella capitale, Tunisi, e in molte altre città dove si sono svolte le proteste, ma le decisioni sono state prese nelle sedi istituzionali: il Palazzo presidenziale a Cartagine, l&#8217;ex residenza del presidente a Sidi Bou Said, il ministero degli Interni, quello della Difesa, la via al-Habib Bourkiba nella capitale, l&#8217;aeroporto internazionale di Tunisi-Cartagine, la base aerea militare di Ouainia e il palazzo governativo di El Kasba. Tutto è iniziato alle 8 del mattino, quando l&#8217;ex presidente Ben Ali è arrivato al suo ufficio nel Palazzo presidenziale...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È una data storica, quella del 14 gennaio 2011, per il futuro della Tunisia e dei Paesi vicini, investiti in seguito alla rivoluzione tunisina dalla cosidetta primavera araba.</p>
<p>Quel giorno, dopo circa un mese di rivolte di piazza, il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali ha deciso di abbandonare il potere oltre che il Paese.</p>
<p> Come ricostruisce l&#8217;emittente al-Arabiya, tutto ha avuto inizio nella capitale, Tunisi, e in molte altre città dove si sono svolte le proteste, ma le decisioni sono state prese nelle sedi istituzionali: il Palazzo presidenziale a Cartagine, l&#8217;ex residenza del presidente a Sidi Bou Said, il ministero degli Interni, quello della Difesa, la via al-Habib Bourkiba nella capitale, l&#8217;aeroporto internazionale di Tunisi-Cartagine, la base aerea militare di Ouainia e il palazzo governativo di El Kasba.</p>
<p> Tutto è iniziato alle 8 del mattino, quando l&#8217;ex presidente Ben Ali è arrivato al suo ufficio nel Palazzo presidenziale di Cartagine con i ministri degli Interni e quello della Difesa, oltre che con il primo ministro Mohammed Al-Ghannoushi.<br />
 Allo stesso tempo, un piccolo numero di manifestanti era sceso per via Habib Bourkiba di fronte al ministero tunisino degli Interni, guidati dall&#8217;attivista per i diritti umani e avvocato Radiya Al-Nassrawi, candidata al Nobel per la Pace e impegnata a chiedere il rilascio del marito, leader del partito comunita dei lavoratori detenuto nell&#8217;edificio del ministero dgeli Interni.</p>
<p>Dalle 11 del mattino la situazione ha iniziato a peggiorare. L&#8217;ex presidente ha ricevuto le prime informazioni circa i rischi per la sua persona. Alle 13, il clima si è surriscaldato, con circa 70mila manifestanti in piazza e l&#8217;inasprirsi della repressione da parte dell&#8217;esercito. In alcune città i manifestanti sono arrivati a incendiare le caserme della polizia e della guardia nazionale.<br />
 La situazione si è aggravata con l&#8217;aumentare della disobbedienza e della ribellione nelle carceri della capitale e in altre città della Tunisia. Situazioni che hanno stremato le foze di sicurezza tunisine, impegnate da un mese nel contenere le proteste. In base a questa situazione, l&#8217;ex presidente ha deciso di inviare la moglie Leila Trabelsi, il figlio Mohammed e la figlia Halima a Gedda in Arabia Saudita, ufficialmente per il pellegrinaggio alla Mecca.<br />
 Il capo di protocollo della presidenza ha organizzato il viaggio, mentre Ben Ali non era ancora intenzionato a lasciare il Paese. Alla first lady è stata quindi recapitata una nota del marito nella quale le si diceva di preparare i bagagli e di partire per Gedda. I servizi di sicurezza hanno quindi ricevuto informazioni discordanti circa un potenziale attacco via elicottero al palazzo presidenziale con l&#8217;obiettivo di uccidere il presidente e altre informazioni su navi da guerra pronte ad attaccare il palazzo presidenziale dal mare.</p>
<p>Nel mezzo di eventi che hanno gettato il palazzo presidenziale nel panico e nel terrore, l&#8217;aeroporto internazionale di Tunisi-Cartagine, e in particolare la sala Vip usata dalle personalità illustri, ha registrato eventi mai vista nella storia.<br />
 Il colonnello Samir al-Tarhouni della Brigata tunisina dell&#8217;anti-terrorismo e la sua squadra sono entrati nell&#8217;aeroporto per evitare che la famiglia Trabelsi lasciasse il Paese. Al-Tarhouni ha preso l&#8217;iniziativa senza il permesso del ministero degli Interni, per cui il suo è stato considerato un atto di ribellione, specialmente dopo che le avanguardie della Guardia nazionale hanno abbandonato le loro postazioni a palazzo e partecipato all&#8217;operazione all&#8217;aeroporto.<br />
 Nel frattempo la first lady era giunta a palazzo con il figlio Mohammed per salutare il marito, ma, saputo della rivolta all&#8217;aeroporto, l&#8217;ex presidente ha insistito per accompagnare la moglie in una caserma militare dove potesse essere garantita la loro partenza. Poco dopo è partito un convoglio di nove auto, una delle quali guidata dalla moglie di Ben Ali e con a bordo il presidente e il figlio, arrivato a destinazione alla caserma di Ouainia. L&#8217;ex presidente è uscito dall&#8217;auto parcheggiata davanti all&#8217;aereo presidenziale e, in quel momento, ha deciso di accompagnare la famiglia a Gedda e poi far ritorno in patria.</p>
<p>L&#8217;aereo presidenziale è quindi decollato. Nel frattempo la notizia della partenza del presidente si è diffusa tra i servizi di sicurezza, soprattutto tra le guardie presidenziali. Il panico ha invaso il palazzo presidenziale a Cartagine, tanto che il colonnello Sami Sik Salem, incaricato di proteggere l&#8217;istituzione, ha chiamato il primo ministro Mohammed al-Ghannoushi e gli ha chiesto di recarsi a palazzo a coprire il vuoto di potere che si era creato dopo la partenza del presidente.</p>
<p> Sotto rafforzate misure di sicurezza, il premier, il presidente del Parlamento e i loro consiglieri sono giunti a palazzo. Successivamente un comunicato annunciava che il primo ministro aveva assunto la carica di presidente ad interim in linea con il capitolo 56 della Costituzione tunisina.<br />
 Per tutta la notte e durante il viaggio a Gedda ci sono state diverse telefonate tra l&#8217;ex presidente Zine el-Abidine Ben Ali, il primo ministro Mohammed al-Al-Ghannouchi, il ministro della Difesa e capo di Stato maggiore generale Rachid Ammar. Alla fine, in un vertice notturno al ministero degli Interni si è deciso di evitare che Ben Ali facesse ritorno in Tunisia.</p>
<p>Quindi, al pilota dell&#8217;aereo presidenziale è stato ordinato di tornare in patria senza il presidente a bordo. </p>
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		<title>Integrazione. Sharia-Oklahoma 1 a 0</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 13:52:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Bocciato il tentativo dello Stato americano di tenere fuori la legge islamica dai tribunali La legge con cui l&#8217;Oklahoma aveva tentato di modificare la propria costituzione, introducendo il divieto di tener conto della sharia (la legge islamica) nei tribunali è stata dichiarata &#8220;incostituzionale&#8221;. L&#8217;Oklahoma aveva tentato la modifica costituzionale con un emendamento, che è stato però bloccato dalla decisione di un giudice distrettuale a cui si era rivolta un&#8217;associazione islamica. La modifica costituzionale, chiamata popolarmente &#8220;bando della sharia&#8221;, era stata approvata con un referendum nel 2010. I sì erano stati il 70%. L&#8217;emendamento recitava: &#8220;I tribunali non dovranno recepire i principi legali di altre nazioni o culture. Particolarmente i tribunali non dovranno considerare leggi internazionali o la legge della sharia&#8221;. Il testo non è ovviamente piaciuto alle organizzazioni islamiche locali, e in particolare al Council on American-Islamic Relations, con sede proprio in Oklahoma, il cui leader Muneer Awad ha presentato...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bocciato il tentativo dello Stato americano di tenere fuori la legge islamica dai tribunali</p>
<p>La legge con cui l&#8217;Oklahoma aveva tentato di modificare la propria costituzione, introducendo il divieto di tener conto della sharia (la legge islamica) nei tribunali è stata dichiarata &#8220;incostituzionale&#8221;.<br /> <br />
L&#8217;Oklahoma aveva tentato la modifica costituzionale con un emendamento, che è stato però bloccato dalla decisione di un giudice distrettuale a cui si era rivolta un&#8217;associazione islamica.<br />
 La modifica costituzionale, chiamata popolarmente &#8220;bando della sharia&#8221;, era stata approvata con un referendum nel 2010. I sì erano stati il 70%.</p>
<p>L&#8217;emendamento recitava: &#8220;I tribunali non dovranno recepire i principi legali di altre nazioni o culture. Particolarmente i tribunali non dovranno considerare leggi internazionali o la legge della sharia&#8221;. Il testo non è ovviamente piaciuto alle organizzazioni islamiche locali, e in particolare al <a href="http://www.cair.com/ "target="_blanket"> Council on American-Islamic Relations</a>, con sede proprio in Oklahoma, il cui leader Muneer Awad ha presentato ricorso al giudice federale, sostenendo che l&#8217;emendamento, oltre a violare il diritto costituzionale alla libertà religiosa, avrebbe avuto effetti negativi su tutti gli aspetti della sua vita, inclusi testamento ed eredità.</p>
<p>Per parte sua, l&#8217;autore dell&#8217;emendamento, il deputato repubblicano Rex Duncan, si è difeso sottolineando che il suo non era un attacco ai musulmani ma una &#8220;mossa preventiva&#8221; contro la possibile applicazione della sharia. La sentenza tuttavia ha dato ragione ad Awad, che secondo la corte &#8220;ha mostrato con efficacia&#8221; il danno potenziale che gli sarebbe derivato dall&#8217;effettiva entrata in vigore della modifica costituzionale.</p>
<p>&#8220;Quando una legge gradita agli elettori è sospettata di incostituzionalità, l&#8217;interesse degli elettori non è più forte del diritto del signor Awad di veder tutelati i propri diritti costituzionali&#8221;, si legge ancora nella sentenza. &#8220;La comunità musulmana dell&#8217;Oklahoma vuole semplicemente godere di tutti i diritti civili e religiosi che la costituziona garantisce a ogni americano&#8221;, è stato il commento del battagliero Muneer Awad.</p>
<p>Di Gabriella Meroni<br />
Da <a href="http://www.vita.it"target="_blanket">Vita.it</a></p>
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		<title>Dalle ragazze arabe le italiane hanno imparato il trucco</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/dalle-ragazze-arabe-le-italiane-hanno-imparato-il-trucco/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 13:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Souk of the future]]></category>

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		<description><![CDATA[A inizi anni 60, vedendo Elizabeth Taylor interpretare Cleopatra, saremmo rimasti incantati dalla sua bellezza, ma avremmo subito pensato che quel trucco poteva andare bene giusto a Carnevale: tonnellate di ombretto ed eyeliner a rendere quegli occhi – già grandi – davvero enormi. Oggi le cose potrebbero essere un po’ diverse. Noi italiani, grandi maestri dell’estetica, negli ultimi anni &#8211; forse inconsciamente &#8211; ci siamo lasciati influenzare dal “meticciato estetico”: ragazze filippine, sudamericane e cinesi che attirano gli sguardi degli uomini, giovani arabi e africani che popolano i sogni di molte donne italiane&#8230; La nostra famosa sensibilità per la bellezza si è arricchita di sfumature e “colori” nuovi, è uscita dal clichè tipico che ci vuole, secondo una sorta di schema un po’ bipolare, invidiosi delle bellezze nordiche oppure cultori delle donne dal sapore mediterraneo. Ma l’aspetto più interessante è che non solo gli uomini e le donne italiane apprezzano...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A inizi anni 60, vedendo Elizabeth Taylor interpretare Cleopatra, saremmo rimasti incantati dalla sua bellezza, ma avremmo subito pensato che quel trucco poteva andare bene giusto a Carnevale: tonnellate di ombretto ed eyeliner a rendere quegli occhi – già grandi – davvero enormi.<br />
 Oggi le cose potrebbero essere un po’ diverse.</p>
<p>Noi italiani, grandi maestri dell’estetica, negli ultimi anni &#8211; forse inconsciamente &#8211; ci siamo lasciati influenzare dal “meticciato estetico”: ragazze filippine, sudamericane e cinesi che attirano gli sguardi degli uomini, giovani arabi e africani che popolano i sogni di molte donne italiane&#8230; La nostra famosa sensibilità per la bellezza si è arricchita di sfumature e “colori” nuovi, è uscita dal clichè tipico che ci vuole, secondo una sorta di schema un po’ bipolare, invidiosi delle bellezze nordiche oppure cultori delle donne dal sapore mediterraneo.</p>
<p>Ma l’aspetto più interessante è che non solo gli uomini e le donne italiane apprezzano le bellezze straniere, ma cercano anche di carpirne trucchi e riti estetici. Qualche esempio? Le donne arabe sono delle vere e proprie maniache della depilazione, e hanno delle tecniche antiche molto rinomate. Ed ecco che oggi anche i centri estetici nostrani propongono, oltre alla normale ceretta, la più esotica <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Halva "target="_blanket">halva</a>, un impasto di miele e limone scaldato solo con le mani, e persino la “fatla”, il filo orientale che secondo un’antica tecnica araba permette di praticare una depilazione veloce, (quasi) indolore e molto adatta soprattutto alla pulizia del viso.<br />
 Non solo: sono proprio le donne arabe, molte delle quali velate, che ci insegnano d utilizzare impacchi all’olio di argan e maschere naturali di hennè per rafforzare e abbellire i nostri capelli.</p>
<p>Centri estetici, parrucchieri, e infine anche profumerie: il meticciato arriva fino a lì. Alcune note case cosmetiche hanno elaborato delle intere linee di make up basate sul trucco delle donne arabe. Il “kohl”, diffusissimo in India e nel Maghreb, realizzato con un composto ridotto in polvere da sfumare sugli occhi, ha oggi ispirato dei kajal modaioli che anche noi donne italiane possiamo utilizzare per rendere il nostro sguardo più esotico e profondo. Insomma, oggi anche la Cleopatra di Elizabeth Taylor andrebbe molto di moda&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le nordiche? Sul mio catalogo sono un flop</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/le-nordiche-sul-mio-catalogo-sono-un-flop/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 12:19:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabrina Mandouh</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Da piccola, al Cairo, sentivo in continuazione apprezzamenti su donne bionde, magrissime, dai capelli lisci e con gli occhi azzurri. E purtroppo non solo tra i grandi; anche tra i ragazzini le bionde erano il “top”. E che dire a una ragazza mulatta, riccia, con occhi e capelli neri dalle forme decisamente più accentuate rispetto ai canoni richiesti allora? Per fortuna oggi le donne arabe stanno avendo la loro rivalsa. Grazie alla globalizzazione e agli scambi interculturali anche i canoni di bellezza si stanno evolvendo: non più solo donne taglia 38 e niente più capelli biondi platino. Il “nero” prende spazio, e i colori mediterranei conquistano terreno grazie a testimonial globali come la latina Jennifer Lopez, l’italiana Monica Bellucci e l’arabo-colombiana Shakira; tutt’altra cosa rispetto alla tipologia di donna nordica che fino a pochi anni fa in Italia era considerata il top. L’idea odierna non è piu quella di una...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da piccola, al Cairo, sentivo in continuazione apprezzamenti su donne bionde, magrissime, dai capelli lisci e con gli occhi azzurri. E purtroppo non solo tra i grandi; anche tra i ragazzini le bionde erano il “top”.</p>
<p> E che dire a una ragazza mulatta, riccia, con occhi e capelli neri dalle forme decisamente più accentuate rispetto ai canoni richiesti allora? Per fortuna oggi le donne arabe stanno avendo la loro rivalsa.</p>
<p>Grazie alla globalizzazione e agli scambi interculturali anche i canoni di bellezza si stanno evolvendo: non più solo donne taglia 38 e niente più capelli biondi platino. Il “nero” prende spazio, e i colori mediterranei conquistano terreno grazie a testimonial globali come la latina Jennifer Lopez, l’italiana Monica Bellucci e l’arabo-colombiana Shakira; tutt’altra cosa rispetto alla tipologia di donna nordica che fino a pochi anni fa in Italia era considerata il top.<br />
 L’idea odierna non è piu quella di una donna-obiettivo, la “donna che dovrebbe essere”, ma l’immagine di donna esistente, reale, che non deve ricorrere a chissà quali metodi per cambiare.<br />
 Niente più parrucchieri, diete o lenti a contatto. Oggi è il fascino del mistero che ha il sopravvento: gli occhi da pantera, capelli indefiniti, le piccole imperfezioni sono il segreto di bellezza di una donna.</p>
<p>I canoni di bellezza sono cambiati, e anche gli uomini hanno cambiato i loro gusti: oggi sono più affascinati dalla donna latina e mediorientale. Un cambiamento dei gusti che si nota in maniera importante<br />
anche nel campo della moda, dove cataloghi e riviste sono ormai tappezzati da immagini di donne dal fascino mediterraneo. Lavorando in <a href="http://gioiaeg.com/index.html"target="_blanket">un’azienda</a> che disegna e realizza capi di intimo femminile, che ha il suo mercato principale in Egitto, ma ha anche una quota di export, ho visto nascere e affermarsi fortemente negli ultimi anni questo cambiamento.</p>
<p> Se un tempo le modelle che selezionavamo per il nostro catalogo erano quasi esclusivamente ragazze russe, dai colori e misure decisamente nordici, le modelle che con il mio staff abbiamo scelto per i cataloghi degli ultimi anni sono in prevalenza arabe e brasiliane, dal forte fascino latino e dalle forme arrotondate.</p>
<p>Le clienti di oggi si devono rispecchiare nelle immagini del catalogo, non più considerarle dei “motivi di ispirazione”, spesso frustranti.<br />
Devono percepire una similitudine con le modelle e non considerarle più un obiettivo da raggiungere. Ci deve essere quasi un rapporto di empatia, e questo, appunto, è una conseguenza dell’evoluzione avvenuta negli odierni canoni di bellezza, che hanno fatto acquisire alla donna mediterranea più sicurezza e confidenza con se stessa. E, anche questo nuovo atteggiamento, mi pare che agli uomini piaccia molto&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Diego Dalla Palma svela la seduzione delle donne mediorientali</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 11:20:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ebla Ahmed</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Diego Dalla Palma è tra gli esperti d’immagine più prestigiosi del mondo. E&#8217; stato soprannominato dal New York Times come &#8220;Il profeta del make up made in Italy&#8221;. È consulente per l’immagine e la comunicazione di aziende leader nel settore dell’economia italiana e image maker di personaggi dello spettacolo, della moda e del management. Da qualche anno, Diego Dalla Palma è diventato anche un originale, anticonformista opinion leader, consultato e apprezzato dai principali mezzi di comunicazione. Ho voluto intervistarlo perchè,proprio come me, ultimamente ha iniziato un suo percorso verso l’interiorità, l’introspezione, la ricerca di valori che nutrano lo spirito, l’anima e contribuiscano a dare un senso più profondo alla nostra vita. Chi sei? Come descrivi la tua professione? Sono Diego Dalla Palma, un curioso viaggiatore della vita convinto che l’aspetto debba essere, prima di tutto, la più autentica valorizzazione della propria essenza raggiungendo quell’unicità che rende speciali. Che differenza c’è...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diegodallapalmastyle.it/index_eng.html"target="_blanket">Diego Dalla Palma</a> è tra gli esperti d’immagine più prestigiosi del mondo.  E&#8217; stato soprannominato dal <a href="http://www.nytimes.com/index_eng.html"target="_blanket">New York Times</a> come &#8220;Il profeta del make up made in Italy&#8221;.<br />
È consulente per l’immagine e la comunicazione di aziende leader nel settore dell’economia italiana e image maker di personaggi dello spettacolo, della moda e del management.<br /> <br />
Da qualche anno, Diego Dalla Palma è diventato anche un originale, anticonformista opinion leader, consultato e apprezzato dai principali mezzi di comunicazione.<br />
 Ho voluto intervistarlo perchè,proprio come me, ultimamente ha iniziato un suo percorso verso l’interiorità, l’introspezione, la ricerca di valori che nutrano lo spirito, l’anima e contribuiscano a dare un senso più profondo alla nostra vita.</p>
<p><strong>Chi sei? Come descrivi la tua professione?</strong></p>
<p> Sono Diego Dalla Palma, un curioso viaggiatore della vita convinto che l’aspetto debba essere, prima di tutto, la più autentica valorizzazione della propria essenza raggiungendo quell’unicità che rende speciali.</p>
<p><strong>Che differenza c’è (se c’è) tra la seduzione femminile occidentale e quella medio-orientale?</strong></p>
<p>La seduzione, quando è fatta di eleganza e mistero, quando è sussurrata e non sguaiata, quando parte dalla testa e non dal corpo trovo segua gli stessi percorsi in tutto il mondo. In questo momento però le donne occidentali stanno confondendo seduzione con ostentazione che, personalmente, sento come il massimo dell’ineleganza e quindi lontanissima dall’essere seducente.</p>
<p><strong>Il velo può essere un mezzo di seduzione o….?</strong></p>
<p>Certo che si! Il mistero è la chiave fondamentale della seduzione, a condizione però che sia una scelta consapevole e autonoma. Nel rispetto di ogni cultura e di ogni credo religioso, sono fermamente convinto che l’imposizione del velo sia una condanna e una mortificazione della donna.</p>
<p><strong><br />
La seduzione può essere influenzata dalla propria religione o dalla propria cultura? In che modo?</strong></p>
<p>La seduzione è strettamente legata alla cultura per cui è inevitabile che esse si influenzino vicendevolmente, anche e soprattutto in relazione ai diversi canoni di bellezza che le differenti culture portano con loro. In relazione alla religione direi che, visto il carattere particolarmente sessuofobo della maggior parte di loro, tendono più a mortificare il gioco della seduzione che ad influenzarlo.</p>
<p><strong>Cosa ha da offrire in più in seduzione una donna occidentale ad una donna mediorientale o viceversa?</strong></p>
<p>Una donna mediorientale può insegnare ad una occidentale come sedurre con uno sguardo o come parlare con un profumo, come trasmettere con il corpo eleganza e risultare eccitante anche se completamente coperta. In breve, il fatto che la femminilità non si vede: si sente! Una occidentale, più che un insegnamento può dare un monito: che se la seduzione è esclusivamente legata al desiderio erotico e all’ammiccamento è solo destinata a diventare volgarità.</p>
<p><strong>Secondo te le donne di seconda generazione quale seduzione hanno acquisito? Oppure è una nuova?</strong></p>
<p>Queste donne hanno avuto il difficile ed entusiasmante compito di creare un ponte culturale tra modi di vivere e di pensare spesso molto diversi tra loro. Nella maggior parte dei casi, con intelligenza tipicamente femminile, hanno saputo “mixare” i due mondi, creando nuovi modelli di donna e di seduzione con misura, originalità e un pizzico di coraggio.</p>
<p><strong>Un consiglio riguardo la seduzione per i lettori di Yalla Italia?</strong></p>
<p>La seduzione è frutto della personalità, per cui il modo per esserlo non va cercato sulle pagine delle riviste, ma dentro di noi, valorizzando la propria personalità, il proprio carattere. Solo così si diventa autentici e, quindi, straordinariamente seducenti.</p>
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		<title>Ecco come i migranti hanno trasformato i canoni di bellezza</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/ecco-come-i-migranti-hanno-trasformato-i-canoni-di-bellezza/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 10:56:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Un fenomeno raccontato da sociologi, stilisti, professionisti della moda. E confermato da una semplice passeggiata per strada. Le immigrate di seconda generazione – arabe, ma anche orientali – hanno fatto scoprire agli italiani (e alle italiane) nuove tipologie di estetica femminile. Che parte dal carattere&#8230; Per le strade delle nostre città circolano ormai da alcuni anni volti e corpi nuovi: lineamenti a noi familiari si mescolano con occhi a mandorla, pelli scure o ambrate, forme più rotonde o più magre del consueto. Sono le straniere che vivono in Italia (in tutto circa 2 milioni 180mila, dice l’Istat), che stanno lentamente contribuendo al diffondersi di nuovi canoni di bellezza. E modellano, dettaglio dopo dettaglio, un’immagine femminile diversa dal passato. Se dal mondo dei media emergono presenze carismatiche come la giornalista palestinese Rula Jebreal, o la cantante di origine marocchina Malika Ayane, o Nabiha Akkari, l’attrice di origini tunisine protagonista del film...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un fenomeno raccontato da sociologi, stilisti, professionisti della moda. E confermato da una semplice passeggiata per strada. Le immigrate di seconda generazione – arabe, ma anche orientali – hanno fatto scoprire agli italiani (e alle italiane) nuove tipologie di estetica femminile. Che parte dal carattere&#8230;</p>
<p>Per le strade delle nostre città circolano ormai da alcuni anni volti e corpi nuovi: lineamenti a noi familiari si mescolano con occhi a mandorla, pelli scure o ambrate, forme più rotonde o più magre del consueto. </p>
<p>Sono le straniere che vivono in Italia (in tutto circa 2 milioni 180mila, dice l’Istat), che stanno lentamente contribuendo al diffondersi di nuovi canoni di bellezza. E modellano, dettaglio dopo dettaglio, un’immagine femminile diversa dal passato.<br />
 Se dal mondo dei media emergono presenze carismatiche come la giornalista palestinese Rula Jebreal, o la cantante di origine marocchina Malika Ayane, o Nabiha Akkari, l’attrice di origini tunisine protagonista del film campione d’incassi &#8220;Che bella giornata&#8221;, nella vita di tutti i giorni tante illustri sconosciute venute da luoghi lontani regalano qualcosa del loro modo di essere a una società che si lascia gradualmente contaminare dalla loro originalità.</p>
<p>«Qualsiasi meticciato, qualsiasi contaminazione estetica è importante: in Italia è il segno che ci stiamo civilizzando», afferma il fotografo Oliviero Toscani, tra i primi a portare, a inizi anni 90, “altri” tipi di bellezza nella comunicazione pubblicitaria. «Se Leonardo Da Vinci tornasse oggi a dipingere la Gioconda, simbolo di bellezza femminile per eccellenza», dice Toscani, «la rifarebbe esattamente così com’è, perché potrebbe essere una donna latina, come una magrebina o una tedesca». «Le donne più belle sono una mescolanza di razze», spiega Gabriella Ciccone, titolare dell’agenzia Esprit Model Management di Firenze: «Penso a certe modelle del Sudafrica, un po’ olandesi e un po’ africane, ma anche a tante supertop americane, con varie etnie nel dna».</p>
<p><strong>Dalle cover alla strada</strong></p>
<p>Moda, cinema e tv sono i canali che più contribuiscono a trasformare questo mix in canone estetico. Le tendenze che vengono dal mondo della moda (per esempio, è stato un caso mon- diale il tutto esaurito della speciale “Black Issue” della rivista Vogue, interamente dedicata nel luglio del 2008 dal direttore Franca Sozzani alle modelle di colore) in questo caso trovano un forte riscontro nella vita reale. «Credo proprio che la presenza di straniere contribuisca al diffondersi di nuovi canoni di bellezza anche perché molti immigrati hanno mogli o mariti italiani», conferma Giorgio Dalla Palma, che nel suo libro Diego per te dà consigli estetici specifici per donne africane, asiatiche e nordiche. Seguiti anche da tante donne italiane.<br />
 «Questo fenomeno delle coppie miste», aggiunge Evelyn Ampon, stilista del Ghana, «sta diffondendo in Italia nuovi tratti somatici, e di conseguenza una diversa tipologia di muscolatura, di lineamenti e soprattutto una varietà infinita di tonalità della pelle. Il risultato di queste unioni spesso è di una bellezza sconvolgente, che supera tutti i canoni di riferimento».</p>
<p><strong>United colors</strong></p>
<p>Ma quali sono i cambiamenti più evidenti in atto? Le straniere, per esempio, hanno contribuito a diffondere l’immagine di una donna meno disposta a esibire il proprio corpo. «Da noi le ragazze non possono mettere i pantaloncini corti», dice Kameliah Alqam, studentessa 24enne palestinese, occhi neri, pelle bianca e sorriso luminoso. «In Italia le ragazze si abbigliano in modo più aggressivo, più rock, mentre da noi questo è raro», aggiunge Ermira, 21 anni, musulmana del Kosovo.  «Vestiamo in modo normale, ma non ci sogneremmo mai di metterci in shorts», conferma Elmira Teyyubova, volto caucasico e lunghi capelli scuri, originaria dell’Azerbaijan, nazione a maggioranza musulmana. «Le africane, sia cristiane sia musulmane, tendono a vestirsi con abiti più lunghi e meno aderenti», osserva Stephen Ogongo, giornalista del Kenya, «e credo che attraggano maggiormente l’uomo, perché fa nasce- re la voglia di scoprire».</p>
<p>Ma grazie alle straniere le strade italiane sono anche più ricche di colori. «Le nostre donne scelgono abiti decisamente più colorati delle italiane», afferma Ogongo. «Anche le slave usano colori molto accesi: le migranti stanno portando colore nelle nostre vite», aggiunge Riva Evstifeeva, russa, lettrice all’Università di Pisa.<br />
Emerge inoltre una particolare cura del proprio aspetto. «Le nostre ragazze sono molto curate, femminili e abituate a truccarsi molto», sostiene Tamara, studentessa originaria dell’Ossezia, nel Caucaso. Oltre al look, è il comportamento in toto della donna straniera ad avere in sé qualcosa di diverso e, in un certo senso, di antico rispetto a oggi. «Da noi le donne non fumano mai per strada e non hanno comportamenti aggressivi», aggiunge l’osseta Tamara. «A una kosovara non è consentito dire parolacce o parlare ad alta voce», afferma Ermira.<br /> Comportamenti che in Italia erano diffusi qualche generazione fa e sono andati perduti. Per ora.</p>
<p>di Luciana Maci<br />
Tratto da  <a href="http://www.vita.it"target="_blanket">settimanale Vita</a></p>
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		<title>Velo e/o femminismo?</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/velo-eo-femminismo/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 10:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggi ce l'ho con]]></category>

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		<description><![CDATA[Velo. Donne musulmane. Femminismo. Tre variabili che non hanno mai smesso di suscitare grandi polemiche, e che nel mondo musulmano stesso non hanno mancato di generare riflessioni sulla femminilità e sul modo di esercitarla. In Egitto, anche se oggi molti se ne sono dimenticati o addirittura non lo hanno mai saputo, a cavallo tra l&#8217;Ottocento e il Novecento inizia un rinascimento, in cui vengono pubblicati saggi a iosa sull&#8217;argomento, e le donne pongono le basi del femminismo islamico. Una polemica su tutte esercita grande fascino su di me: quella tra il giurista Qasim Amin e una delle prime femministe arabe, l’egiziana Malak Hifni Nasif (1886-1918) più conosciuta sotto lo pseudonimo di Baithat al-Badiya (Colei che cerca nel deserto). Nel 1899 l’egiziano Qasim Amin pubblicò il libro Tahrir al-marah (La liberazione della donna) in cui invitava la donna araba a liberarsi del velo per prendere attivamente parte alla vita del paese....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
Velo. Donne musulmane. Femminismo. Tre variabili che non hanno mai smesso di suscitare grandi polemiche, e che nel mondo musulmano stesso non hanno mancato di generare riflessioni sulla femminilità e sul modo di esercitarla.<br />
In Egitto, anche se oggi molti se ne sono dimenticati o addirittura non lo hanno mai saputo, a cavallo tra l&#8217;Ottocento e il Novecento inizia un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nahda"target="_blank">rinascimento</a>, in cui vengono pubblicati saggi a iosa sull&#8217;argomento, e le donne pongono le basi del femminismo islamico.</p>
<p>Una polemica su tutte esercita grande fascino su di me: quella tra il giurista Qasim Amin e una delle prime femministe arabe, l’egiziana Malak Hifni Nasif (1886-1918) più conosciuta sotto lo pseudonimo di Baithat al-Badiya (Colei che cerca nel deserto).</p>
<p>Nel 1899 l’egiziano Qasim Amin pubblicò il libro <a href="http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=240:islam-e-liberta-femminile&#038;catid=42:rassegne-bibliografiche-a-tema&#038;Itemid=178"target="_blank">Tahrir al-marah</a> (La liberazione della donna) in cui invitava la donna araba a liberarsi del velo per prendere attivamente parte alla vita del paese.</p>
<p>Amin  sosteneva che l’imposizione del velo non era esplicitamente prevista nella shariah, ma che era stata la società ad imporlo alla donna.</p>
<p>Sebbene l’autore, nello stesso tempo, mettesse in guardia dall’emulare passivamente i costumi occidentali, la Nasif si infuriò, ribattendo, in sostanza: &#8220;tu uomo, io donna. Fatti gli affari tuoi&#8221;. O, per dirla in modo più elegante, affermò che gli intellettuali non avevano alcun diritto di dire alle donne come vestirsi, che il dispotismo maschile doveva finire, e che le donne non erano ancora pronte ad un&#8217;audacia simile. Secondo la Nasif la priorità era dare alle donne un&#8217;istruzione adeguata, e poi loro avrebbero scelto che fare del velo.</p>
<p>Ultimamente sono tornata a riflettere sul femminismo arabo, così sconosciuto al resto del mondo, e a come noi donne musulmane dovremmo stimolare un dibattito sulla libertà, l&#8217;indipendenza e la piena emancipazione.</p>
<p>Cosa significa essere donna oggi? Chi ha diritto di parlarne, di parlare di velo o minigonne, come evitare gli errori del femminismo occidentale  e come riprodurne autonomamente i successi?<br />
Sarà il femminismo a salvarci? O gli insegnamenti del Profeta e il suo rispetto per le donne contenevano già tutte le risposte? Fino a dove deve arrivare la contestazione, e fino a quando si deve parlare di donne&#8230;quando inizieremo a parlare di androcentrismo? Di uomini, insomma?</p>
<p>
E allora mi è venuto in mente un uomo che non è musulmano, nè italiano, nè egiziano&#8230;mi è venuto in mente un pensatore.</p>
<p>Il più grande filosofo francese di oggi, Alain Badiou, che in mezzo alla bufera che si scatenò per la decisione di Jacques Chirac di introdurre una norma anti-velo nelle scuole (attenzione, non anti-burqa! Anti-velo, in quanto simbolo religioso manifesto e non per questioni legate all&#8217;identificazione del volto), nel 2004 scrisse un articolo su Le Monde. <br />
In Italia siamo ben lontani dalla laicità liberticida dello Stato francese, ma questo pezzo  mi pare comunque contenere, da solo, tutte le provocazioni che oggi lancerei agli estremisti: femministe col paraocchi, islamofobi per vocazione, donne che non sanno ciò che stanno facendo del proprio corpo e della propria bellezza.</p>
<p>
<strong>Velo, Nike e Lacoste Al lavoro, Chirac</strong><br />
<em>ALAIN BADIOU*</em></p>
<p>1. A certi simpatici cittadini e cittadine della nostra repubblica un giorno venne in mente che occorreva una legge per vietare qualsiasi velo che coprisse i capelli delle ragazze. Tanto per cominciare, a scuola, e poi altrove. Se possibile ovunque. Ma che dico, una legge? Una Legge! Il presidente della Repubblica era un politico limitato quanto inaffondabile. Eletto con una maggioranza plebiscitaria dall&#8217;82% dei votanti, fra cui tutti i socialisti, gente fra le cui fila si reclutavano molte delle simpatiche cittadine e cittadini della nostra repubblica di cui sopra, consentì di buon grado: una legge, ma sì, una Legge contro quel migliaio scarso di giovani donne che si mettono sui capelli il velo in oggetto. Le pecore nere, le teste rasate a zero! E musulmane, per giunta! E così, una volta di più, nel solco della grande tradizione della capitolazione di Sedan, del maresciallo Pétain, della guerra d&#8217;Algeria, delle furbate di Mitterrand, delle leggi scellerate contro gli operai sans papiers, la Francia stupì il mondo intero. Dopo le tragedie, la farsa. </p>
<p>2. Ebbene sì, finalmente la Francia ha trovato un problema alla sua altezza: il velo sulla testa di alcune ragazze. Possiamo ben dirlo, la decadenza di questo paese è stata fermata. L&#8217;invasione musulmana, da tempo diagnosticata da Le Pen, e attualmente confermata da intellettuali di specchiata virtù, ha trovato un degno interlocutore. La battaglia di Poitiers era robetta, Carlo Martello un coltello spuntato. Chirac, i socialisti, le femministe e gli intellettuali illuministi in preda alla islamofobia vinceranno la battaglia del velo. Da Poitiers al velo, la logica non fa una grinza, e il progresso è di tutto rispetto.</p>
<p>3. A causa grandiosa, argomentazioni innovative. Ad esempio: il velo deve essere proibito, in quanto segno del potere dei maschi (il padre, il fratello maggiore) su queste ragazze o giovani donne. Si escluderanno quindi quelle che si ostinano a indossarlo. Insomma: queste ragazze, e queste donne sono oppresse. Perciò saranno punite. È un po&#8217; come dire: «Questa donna è stata violentata, che vada in carcere». Il velo è così importante da meritare una logica dagli assiomi rimessi a nuovo.</p>
<p>4. Oppure, al contrario: sono loro che vogliono portarlo liberamente, questo velo maledetto, le ribelli, le birbanti! E perciò, saranno punite. Un momento: non è questo il segno di una oppressione da parte del maschio? Il padre e il fratello maggiore c&#8217;entrano, o no? Ma allora, perché è così necessario vietarlo questo velo? Ma perché è ostentatamente religioso. Quelle bricconcelle ostentano la loro fede. In castigo. Ecco fatto!</p>
<p>5. Oppure c&#8217;è di mezzo il padre e il fratello maggiore, e per motivi femministi il velo deve essere strappato. Oppure è la ragazza stessa che agisce secondo la sua fede, e «laicamente» deve essere strappato. Non c&#8217;è un velo che vada bene. A capo scoperto! Dappertutto! Come si diceva un tempo &#8211; lo dicevano anche le non musulmane &#8211; che tutti escano con i capelli in bella mostra.</p>
<p>6. Intendiamoci bene, il padre e il fratello maggiore della ragazza col velo non sono mere comparse familiari. Spesso lo si dice con tono insinuante, a volte con tono declamatorio: il padre è un operaio abbrutito, un poveraccio «venuto direttamente dal bled», dallo sprofondo del mondo e adesso lavora alla catena di montaggio della Renault. Un uomo arcaico, ma stupido. Il fratello maggiore vive nella merda, un uomo moderno. Ma corrotto. Periferie da patibolo. Tipi pericolosi.</p>
<p>7. La religione musulmana aggiunge alle tare delle altre religioni anche questa, gravissima: in questo paese, è la religione dei poveri.</p>
<p>8. Immaginiamo il preside di un liceo, seguito da una squadra di ispettori muniti di centimetro, di forbici, di testi di giurisprudenza: si va a verificare alle porte della scuola se veli, kippa ed altri copricapo sono «ostentatori». Quel velo che sembra un francobollo fissato su uno chignon? Quella kippa grande come una moneta da due euro. Roba sospetta, molto sospetta. Il minuscolo potrebbe essere benissimo l&#8217;ostentazione del maiuscolo. Ma cosa vedo? Attenzione! Un cappello a cilindro! Ohimè! Mallarmé, interrogato a proposito del cappello a cilindro, l&#8217;aveva ben detto: «Chi ha mai messo qualcosa di simile non può toglierselo. Potrà finire il mondo, ma non il cappello». Ostentazione per l&#8217;eternità.</p>
<p>[...]</p>
<p>10. D&#8217;altronde, non è forse il commercio la vera religione di massa? Rispetto alla quale i musulmani convinti fanno la figura di una minoranza ascetica? Non è il segno ostentatorio di questa religione degradante, quello che possiamo leggere sui pantaloni, le scarpe da basket, le T-shirts: Nike, Chevignon, Lacoste&#8230; Non è forse ancora più meschino essere a scuola la donna sandwich di un trust multinazionale, anziché la donna fedele a un Dio? Per colpire il bersaglio al cuore, per pensare in grande, sappiamo che cosa ci vuole: una legge contro i prodotti griffati. Al lavoro, Chirac. Vietiamo senza la minima debolezza i segni ostentatori del Capitale.</p>
<p>[...]<br />
<br />
12. E&#8217; <strong>strana, la rabbia riservata da tante signore femministe alle poche ragazze col velo, fino al punto di supplicare il povero presidente Chirac, il sovietico con la maggioranza dell&#8217;82%, di infierire in nome della Legge, quando poi il corpo prostituito della donna si trova ovunque, la pornografia più umiliante è venduta nell&#8217;universo mondo, i consigli di esposizione sessuale dei corpi sono illustrati con dovizia di particolari nelle riviste per fanciulle adolescenti.</strong></p>
<p>13. Una sola spiegazione: una ragazza deve mettere in mostra quello che ha da vendere. Deve presentare bene la sua mercanzia. Deve far capire che ormai la circolazione delle donne segue il modello su larga scala, e non lo scambio ristretto. Al diavolo i padri e i fratelli maggiori barbuti! Viva il mercato planetario! Il modello, è la top model. Si dice che il velo è il simbolo intollerabile del controllo della sessualità femminile. Perché, credete che non sia controllata anche nelle nostre società?</p>
<p>14. Credevamo di aver capito che è un diritto femminile intangibile, quello di non spogliarsi se non davanti a colui (o a colei) che si è scelto per farlo. E invece no. È d&#8217;importanza essenziale accennare lo spogliarello in qualsiasi momento. Chi continua a coprire in qualche modo ciò che immette sul mercato, non è un commerciante onesto.</p>
<p>15. Si potrà sostenere anche questo, ed è piuttosto curioso: la legge sul velo è una legge capitalista pura. Ordina che la femminilità sia esposta. In altri termini, rende obbligatoria la circolazione secondo un paradigma mercantile del corpo femminile. Vieta qualsiasi riserbo in materia, e proprio fra le adolescenti, cartina di tornasole di tutto l&#8217;universo soggettivo.</p>
<p>16. <strong>Si dice un po&#8217; dappertutto che il &#8220;velo&#8221; è il simbolo intollerabile del controllo della sessualità femminile. Perché, credete forse che non sia controllata, oggi come oggi, nelle nostre società, la sessualità femminile?</strong> Tanta ingenuità avrebbe fatto ridere Foucault. Non ci si è mai presi cura in maniera così minuziosa della sessualità femminile, con tanti buoni consigli, con tante discriminazioni impartite tra il suo uso buono e l&#8217;uso cattivo. Il godimento è diventato un dovere sinistro. L&#8217;esposizione universale delle parti del corpo che si suppone siano eccitanti, un dovere ancora più inflessibile dell&#8217;imperativo morale di Kant. Nel frattempo, tra il «Godete, donne!» delle nostre gazzette e l&#8217;imperativo «Non godete!» delle nostre bisnonne, Lacan ha accertato da molto tempo l&#8217;isomorfismo. Il controllo commerciale è più costante, più sicuro, più penetrante di quanto non sia mai stato il controllo patriarcale. La circolazione generalizzata della prostituzione è più rapida e affidabile che non le difficoltose chiusure familiari, le cui male parate, dalla commedia greca fino ai tempi di Molière, hanno suscitato il riso nell&#8217;arco dei secoli.<br />
[...]<br />
<br />
19. Si torna sempre lì: il nemico del pensiero, oggi come oggi, è la proprietà, il commercio, delle cose come delle anime, e non la fede. Si dirà piuttosto che è la fede (politica) la mancanza più importante. <strong>«L&#8217;ascesa degli integralismi» altro non è se non lo specchio in cui gli occidentali ben pasciuti considerano con sgomento gli effetti della devastazione delle coscienze a cui presiedono. </strong>E stranamente la rovina del pensiero politico, che tentano ovunque di organizzare, talvolta all&#8217;insegna della democrazia insignificante, talvolta con grande spiegamento di paracadutisti umanitari. In tali condizioni, la laicità, che asserisce di essere al servizio dei saperi, non è altro se non una regola secolare scolastica di rispetto della concorrenza, di formazione in base alle norme «occidentali» e di ostilità a qualsiasi credo. È la scuola del consumatore cool, del commercio soft, del libero proprietario e dell&#8217;elettore senza più illusioni.</p>
<p>20. <strong>Non si sarà mai abbastanza estasiati di fronte al percorso di questo femminismo particolare che, iniziato perché le donne fossero libere, oggi come oggi sostiene che questa libertà è talmente obbligatoria da esigere che si escludano le ragazze (ma neanche un maschio!) per il semplice fatto del loro abbigliamento.</strong></p>
<p>[...]<br />
<br />
27. In verità, la Legge sul velo esprime soltanto una cosa: la paura. Gli occidentali in generale, i francesi in particolare, altro non sono se non un&#8217;accozzaglia tremebonda di paurosi. Di che cosa hanno paura? Dei barbari, come sempre. Quelli dell&#8217;interno, i «ragazzi delle periferie»; quelli dell&#8217;esterno, i «terroristi islamisti». Perché hanno paura? Perché sono colpevoli, ma si dichiarano innocenti. Colpevoli a partire dagli anni 1980, di aver rinnegato e tentato di annientare qualsiasi politica di emancipazione, qualsiasi ragione rivoluzionaria, qualsiasi affermazione vera di qualcosa di diverso da quel che c&#8217;è. Colpevoli di aggrapparsi ai loro squallidi privilegi. Colpevoli di non essere altro che vecchi bambini che giocano con quello che comprano. Ma sì, «in una lunga infanzia li hanno fatti invecchiare». E per questo hanno paura di tutto ciò che è un po&#8217; meno vecchio di loro. Ad esempio, una signorina decisa del fatto suo.</p>
<p>[...]</p>
<p>31. Ognuno ha le guerre che si merita. In questo mondo raggelato dalla paura, i grandi banditi bombardano senza pietà paesi ormai dissanguati. I banditi intermedi praticano l&#8217;assassinio mirato di coloro che creano difficoltà. I banditi piccoli piccoli fanno leggi contro il velo.</p>
<p>32. Ma è una cosa meno grave, direte. Certamente. È meno grave. Al cospetto del defunto Tribunale della Storia, ci concederanno le attenuanti: «Specializzato in pettinature, ha avuto soltanto un ruolo marginale nella vicenda di cui si tratta».</p>
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		<title>Egitto: il sesso è peccato anche per i cadaveri</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 14:02:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noor Gamyla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[I salafiti egiziani hanno superato ogni limite. L’interferire in nome dell’islamicamente corretto nelle decisioni che riguardano la vita pubblica e privata (quella sessuale in particolare ) delle persone dalla nascita fino alla vecchiaia, ormai non gli basta più. Il loro nuovo target è il cadavere. Per cui, eccoli con i loro haram e i loro assurdi divieti anche sul corpo dei morti. Nel nuovo Egitto infatti, i cadaveri degli uomini e delle donne, secondo le proposte dei salafiti evidenziate in questo pezzo, non potranno essere sepolti uno affianco all&#8217;altro nei loculi dei cimiteri. La promiscuità è un peccato anche da morti. Forse ci siamo persi qualche nuova interpretazione coranica che asserisce come il sesso post mortem sia haram, o qualcuno ha forse provato che gli ormoni non muoiono mai.Mah! Visto l’andazzo dei matrimoni tra parenti, scommetto che non si farà nessuna eccezione nemmeno per le tombe di famiglia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I salafiti egiziani hanno superato ogni limite. L’interferire in nome dell’islamicamente corretto nelle decisioni che riguardano la vita pubblica e privata (quella sessuale in particolare ) delle persone dalla nascita fino alla vecchiaia, ormai non gli basta più.</p>
<p>Il loro nuovo target è il cadavere. Per cui, eccoli con i loro haram e i loro assurdi divieti anche sul corpo dei morti.<br />
Nel nuovo Egitto infatti, i cadaveri degli uomini e delle donne, secondo le proposte dei salafiti evidenziate in questo <a href=" http://www.almasryalyoum.com/en/node/591266"target="_blanket">pezzo</a>, non potranno essere sepolti uno affianco all&#8217;altro nei loculi dei cimiteri. La promiscuità è un peccato anche da morti.<br /> <br />
Forse ci siamo persi qualche nuova interpretazione coranica che asserisce come il sesso post mortem sia haram, o qualcuno ha forse  provato che gli ormoni non muoiono mai.Mah!</p>
<p>Visto l’andazzo dei matrimoni tra parenti, scommetto che non si farà nessuna eccezione nemmeno per le tombe di famiglia.</p>
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		<title>Tunisini scomparsi. Leggi, immagina e mobilitati&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 10:34:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Noi siamo un gruppo di donne italiane e tunisine che sabato 14 gennaio, anniversario della rivoluzione tunisina, ha deciso di organizzare un presidio davanti alla Prefettura di Milano (corso Monforte, ore 10) per sostenere l’appello dei familiari tunisini e ribadire che la parola libertà senza libertà di movimento è una parola vuota. In quell’occasione consegneremo al Prefetto di Milano e al Console tunisino una lettera indirizzata ai Ministri degli esteri e degli interni italiani e tunisini in cui si chiede di rispondere alla domanda che i familiari di quei giovani dispersi rivolgono da troppo tempo alle istituzioni del loro paese e alle istituzioni italiane: uno scambio delle impronte digitali conservate nei database dei due paesi. Un incrocio dei dati, su richiesta dei genitori, per ritrasformare le impronte di quei giovani in vite, o, eventualmente, in morti, di cui fare il lutto e da aggiungere all’infinito elenco delle morti di migranti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Noi siamo un gruppo di donne italiane e tunisine che <strong>sabato 14 gennaio,</strong> anniversario della rivoluzione tunisina, ha deciso di organizzare un presidio davanti alla <strong>Prefettura di Milano </strong>(corso Monforte, ore 10) per <strong>sostenere l’appello</strong> dei familiari tunisini e ribadire che la parola libertà senza libertà di movimento è una parola vuota.</p>
<p>In quell’occasione consegneremo al Prefetto di Milano e al Console tunisino una lettera indirizzata ai Ministri degli esteri e degli interni italiani e tunisini in cui si chiede di rispondere alla domanda che i familiari di quei giovani dispersi rivolgono da troppo tempo alle istituzioni del loro paese e alle istituzioni italiane: uno scambio delle impronte digitali conservate nei database dei due paesi.<br />
 Un incrocio dei dati, su richiesta dei genitori, per ritrasformare le impronte di quei giovani in vite, o, eventualmente, in morti, di cui fare il lutto e da aggiungere all’infinito elenco delle morti di migranti nel Mediterraneo che, volute dalle politiche di controllo delle migrazioni, hanno trasformato quel mare in un cimitero marino.<br />
 Basterebbe questo semplice gesto, infatti, per rispettare il dolore dei familiari tunisini, dovendo riconoscere, almeno indirettamente e in parte, le vite di quei giovani e il loro desiderio di libertà. A tutte/i, e a tutte/i coloro che hanno sostenuto la campagna “Da una sponda all’altra: vite che contano” in appoggio all’appello dei familiari, chiediamo di partecipare all’iniziativa.</p>
<p><strong>Leggi, immagina e mobilitati</strong>:<br />
Prova a immaginare: tuo fratello o tuo figlio parte e non dà più notizie di sé dopo la sua partenza. Non è arrivato? Non lo sai, potrebbe essere stato arrestato nello stato di arrivo che non prevede che si possa arrivare semplicemente partendo e che per questo arresta quelli che arrivano mettendoli nei centri di detenzione o in prigione. Aspetti qualche giorno, guardi immagini alla televisione del luogo in cui potrebbe essere arrivato, per sperare di vederlo. Capisci anche che tuo figlio o tuo fratello non è l’unico a non aver telefonato dopo essere partito. Insieme alle altre famiglie chiedi allora alle autorità del tuo paese di informarsi, di capire se sono tutti in qualche carcere, speri che lo siano anche se temi che non vengano trattati bene.<br />
 Ma le autorità non fanno nulla, non chiedono e non ti ascoltano, per mesi. Tu nel frattempo fai presidi, manifestazioni, parli con i rappresentanti di alcune associazioni, con i giornalisti, porti la foto di tuo figlio o di tuo fratello ovunque, ti affidi a ogni persona che viene dall’altro paese, le dai le foto, la data di nascita, le impronte digitali. Vuoi sapere.<br />
Ma non accade nulla e cominci a immaginare: potrebbe essere in una cella di isolamento, potrebbe essere stato arrestato come passeur, potrebbe essersi rivoltato nel centro di detenzione, potrebbe…. Potrebbe essere in Italia, ma forse a Malta, forse in Libia.<br />
Immagini, tu? Per alcune e alcuni di noi non si tratta di immaginare perché è quello che ci è successo. Sono partiti dalla Tunisia con le barche e in molti non hanno più dato notizia di sé. Sono morti? Sono in carcere? Sono…?</p>
<p>Per saperlo chiediamo ora alle autorità italiane e tunisine di collaborare. Sarebbe molto semplice, perché in Tunisia le carte di identità sono con le impronte digitali e in Italia esistono i rilievi dattiloscopici dei migranti identificati o detenuti. Chiediamo, allora, che i parenti dei dispersi possano fare una domanda al Ministero degli esteri tunisino affinché fornisca le impronte digitali al Ministero degli interni italiano e a questo chiediamo di rispondere.</p>
<p>Per saperne di più:<br />
<a href="http://www.pontes.it/"target="_blanket">Associazione Pontes</a><br />
<a href="http://leventicinqueundici.noblogs.org/"target="_blanket">leventicinqueundici</a></p>
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		<title>An Arab Spring for gay rights?</title>
		<link>http://www.yallaitalia.it/2012/01/an-arab-spring-for-gay-rights/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 10:18:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Randa Ghazy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Yallaleaks]]></category>

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		<description><![CDATA[CAIRO – With a yearning for human rights playing a vital role in the Arab revolts; putting an end to discriminatory LGBT laws may determine how the future democratic process unfolds. “As a gay Arab, I feel represented in these protests in every way and I’m confident that one day there will be a gay rights movement sweeping the Arab streets,” 22-year-old Egyptian biology student, Khaled tells IPS. “But to get there we have to achieve other levels of freedom such as transparent governments and building institutions where no human rights crime will go unpunished. “Religion and certain traditions still play a major role amongst the protesters and once new governments are formed I believe that the issue of gay rights will continue to be unacceptable and we’ll need a hundred more revolutions to at least be able to discuss the issue openly.” After many years of oppression under authoritarian...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
CAIRO – With a yearning for human rights playing a vital role in the Arab revolts; putting an end to discriminatory LGBT laws may determine how the future democratic process unfolds.</p>
<p>“As a gay Arab, I feel represented in these protests in every way and I’m confident that one day there will be a gay rights movement sweeping the Arab streets,” 22-year-old Egyptian biology student, Khaled tells IPS. “But to get there we have to achieve other levels of freedom such as transparent governments and building institutions where no human rights crime will go unpunished.</p>
<p>“Religion and certain traditions still play a major role amongst the protesters and once new governments are formed I believe that the issue of gay rights will continue to be unacceptable and we’ll need a hundred more revolutions to at least be able to discuss the issue openly.”</p>
<p>After many years of oppression under authoritarian regimes, Islamists have emerged as a major force that could shape the region’s future.</p>
<p>Following the ouster of long-time Egyptian president Hosni Mubarak, the Muslim Brotherhood’s Freedom and Justice Party and the al-Nour party are leading in the third round of Egypt’s parliamentary elections.</p>
<p>
The moderate Ennahda party, which dominated October’s historic elections in Tunisia, is now poised to form an interim government and write the new constitution.</p>
<p>In Morocco, the Justice and Development Party (PJD) became the first Islamist party to run the Arab world’s oldest monarchy after garnering the most seats in last November’s elections.</p>
<p>However, the fact that the pro-democracy movements were led by Arab youth has lessened a fear that progress towards human rights and democracy will be halted with the rise of Islamists.</p>
<p>“Repression of Arab LGBT (lesbian, gay, bisexual and transsexual) individuals under previous regimes no doubt existed. Having a non-Islamist government is no guarantee against the persecution of individuals for sexual and gender non-conformity,” Middle East and North Africa researcher for the New York-based Human Rights Watch (HRW) Rasha Moumneh tells IPS.</p>
<p>“However, the fear over what is being called an Islamist ‘takeover’ completely ignores what is actually happening on the ground. The Tunisians had free and fair elections for the first time in decades. In Egypt, the primary concern is the abhorrent behaviour of the Supreme Council of the Armed Forces, and not the Islamists.”<br />
<br />
In most countries in the Middle East and North Africa (MENA), homosexuality is a criminal offence.</p>
<p>Sodomy laws such as Tunisia’s penal code article 230 criminalise same-sex acts for both men and women with a punishment of up to three years imprisonment.</p>
<p>Although Egyptian law does not criminalise homosexuality, authorities use a 1961 law on the Combat of Prostitution, which carries a custodial sentence of between three months to three years in prison and is tried in criminal rather than state security courts.</p>
<p>In the Queen Boat arrests in Egypt in 2001, 52 men were arrested at a club and charged with debauchery and blasphemy. The torture they suffered in detention under the Mubarak regime was well documented by human rights groups.</p>
<p>In the past, governments have used homosexuality as an excuse to maintain a conservative society.</p>
<p>“Sexuality has always been a politically tense battlefield. On the one hand, one of the more common accusations leveled at local groups working towards the rights of LGBT persons to discredit them is that they are Western cultural imports, or harbingers of Western imperialism,” says Moumneh.</p>
<p>“On the other hand, social anxiety brought about by homosexuality is not all that different from conservative fears that arise from the promotion of women’s rights and freedoms.”</p>
<p>In Algeria, law prohibits homosexuality and cross-dressing. Individuals prosecuted under Article 333 and 338 of Algerian law face imprisonment of between two months and three years and fines ranging from 500 to 10,000 Algerian dinars.</p>
<p>For many trans people societal discrimination is magnified by the lack of inclusion within the LGBT community.</p>
<p>“Within the community you have this hierarchy of gay men, the feminine men, the lesbians, the bisexuals and then the trans. Of course there’s also the class issue that plays a role in further dividing the community,” 39-year-old Randa Lamri, founding member of Abu Nahas, an underground LGBT rights association in Algeria tells IPS.</p>
<p>“What really makes me angry is the discrimination that I face within the LGBT community where I’m told that trans people give the gay community a bad reputation because we don’t respect our bodies. In a vulnerable community, exclusion can jeopardise our struggle.”</p>
<p>Simba Shani Kamaria Russeau<br />
Fonte: <a href="http://www.afronline.org/?p=21992"target="_blank">Afroline</a></p>
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		<title>Marwa e l&#8217;ultimo grande ostacolo: battesimo, Islam, varie ed eventuali</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 11:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marwa Fouly</dc:creator>
				<category><![CDATA[S-veliamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Com&#8217;è essere una ragazza madre, di seconda generazione e di origini musulmane? Ce lo racconta Marwa, in questa quarta e ultima puntata Ho sempre pensato che essere genitore fosse tra i mestieri più difficili in assoluto. Si è responsabili verso questi piccoli esserini, ai quali bisognerà insegnare tutto: l&#8217;educazione, l&#8217;onestà, la tolleranza, l&#8217;amore, l&#8217;altruismo, il rispetto e il non giudicare il prossimo dalle apparenze e dai luoghi comuni. Ma, detto tra noi, non credevo di dover iniziare ancor prima di esserlo realmente! Ebbene sì&#8230;parlo proprio della religione. Io cresciuta nella fede islamica, lui con quella cattolica ed il quesito era proprio là, che mi aspettava al varco! I mesi passavano e si parlava di tutto, insomma, si sognava ad occhi aperti una vita perfetta per la figlia in arrivo, ma dentro di me aspettavo proprio quel domandone che non arrivava, ed allora ho preso in mano la situazione e ho...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
<strong>Com&#8217;è essere una ragazza madre, di seconda generazione e di origini musulmane? Ce lo racconta Marwa, in questa quarta e ultima puntata<br />
</strong></p>
<p>Ho sempre pensato che essere genitore fosse tra 
