| S-veliamoci

Senza etichette

di Monica Waheb

-Ti avevo detto che i bicchieri li dovevi asciugare con questo panno.
-Sì, Claire, ma Sabina mi ha detto ora che è meglio usare quest’altro perché…
-Shut the fuck up, stai zitta, cazzo.

Cosa fai quando a dirti così è il tuo capo? Trattieni tutta la rabbia, cerchi di mandare via quel senso di umiliazione che ultimamente se ne sta lì, attanagliato per bene nella tua pancia, e te ne stai zitta davvero, cazzo.

“Va bene, lei è una stronza frustrata. Però anche tu, sai, non le sai accettare le critiche. Impara a non rispondere ogni volta che ti dicono qualcosa.”

D’altronde è anche per questo che sono qui.

Penso a mio padre, o a una sua versione più giovane di trentacinque anni fa. Prese un aereo e se ne andò, in cerca di qualcosa che probabilmente nemmeno lui ricorda esattamente.
Poi ce la fai, costruisci delle basi solide, una famiglia, incontri dei problemi. Alla fine ce la fai. Penso a tutti quei discorsi piagnucolanti sulle 2g, su quanto sia difficile ed estraniante essere figli di immigrati, alle crisi di identità. Penso a tutte le volte in cui ho inconsciamente colpevolizzato i miei genitori di avermi messo al mondo in un calderone di culture incerto, dove non sapevo chi fossi e da dove venissi.

E penso ancora a mio padre su quell’aereo pronto ad atterrare sul nulla più assoluto. Estremamente eccitante, quello sì. Ma in quell’esatto momento no che non ci pensi all’adrenalina, all’eccitazione. È  che ti caghi in mano e basta.

Trentacinque anni dopo la storia si ripete. Con grosse e non indifferenti varianti, sia chiaro.
Un aereo, valigie, genitori abbracciati che ti fanno ciao con la mano mentre piangono, quelli immagino siano gli stessi, però.
Te ne vai e li saluti da lontano e non c’è niente da fare. “Non sto andando in guerra, tra cinque mesi sono di nuovo qui” è quello che cerchi di dirgli mentre gli sorridi, aspettando che se ne vadano.
Dall’altra parte, a destinazione, hai una casa, hai degli amici. Hai un paese dove hai studiato, o fatto qualcosa di simile, per un intero semestre.
Non è esattamente come avere il vuoto sotto ai piedi.

Però ti caghi sotto, è uguale.

Salgo sull’aereo, il pilota farfuglia qualcosa nel microfono, si decolla e poi il panico.
Ho dimenticato le cuffie e non ho neanche un libro, non una rivista, non uno stupidissimo cruciverba nella borsa.
Il tempo non passa.
Le tre ore che servono per arrivare in Irlanda diventano dodici. Almeno per me.

Quando non hai nulla da fare inizi a pensare a quello che succederà ma –che sorpresa– non lo sai mica.
Pensi che ti devi trovare un lavoro, ma come fai senza nemmeno uno straccio di esperienza alle spalle a vent’anni suonati? Una vita troppo comoda si finisce per rinfacciarsela.

Bisogna che menta.
Devo fare un curriculum.
Non ha senso.
Fatemi scendere.

-Ricordati che puoi tornare quando vuoi. Ricordati che hai una famiglia alle spalle, che non sei da sola. Ricordati che se non ce la fai non te ne devi vergognare. Ora vai e mettiti alla prova, se è questo che vuoi.

Quando hai vent’anni pensi talmente tante volte che i tuoi genitori dicano solo cazzate che fai fatica a ricordarti discorsi come questi. Però poi lo fai e le ondate di panico diventano un po’ meno frequenti.

Finalmente l’aereo atterra e quando esco a prendere il bus davanti all’areoporto mi ritrovo sotto a quel solito cielo così particolare dove le nuvole sfrecciano velocissime, dirette chissà dove. Ora tutto ricomincia ad avere più senso.

Anche se tre mesi dopo ti ritrovi a fare la cameriera in un ristorante affianco di una boss che ti ha fatto ritornare in mente per bene tutte le lezioni di filosofia al liceo su Marx e sull’alienazione dell’operaio da se stesso e dal capitalista per cui lavora.
Anche se poi ti licenzia senza preavviso per telefono.
Anche se ti ritrovi ancora una volta senza lavoro.
Anche se non sai se stai facendo una grande cazzata a mettere così tranquillamente in stand-by un intero semestre della tua carriera accademica.
Anche se ci sono tutti gli ‘anche se’ di questo mondo.

Quando parti e non sai verso cosa stai andando tutte le pippe mentali sull’essere una 2g si polverizzano e si trasformano in niente.
Perché ci sono solo io con me stessa e allora chissenefrega se i miei antenati erano egiziani, bulgari o aztechi.

Quello che sono e sarò lo decido io. Ed io non voglio più etichette.

Alessandra |

Ti auguro di riuscire ad essere sempre te stessa, senza condizionamenti religiosi, ideologici, economici o altro.. Ho letto la pagina di un imam che paragona i “non credenti” al virus dell’influenza ed i musulmani che lui definisce “ipocriti” perché non indossano hijab o altro al virus dell’HIV. Dice di rispettare i primi, i non credenti, perché non si mascherano non sono ipocrita..tuttavia LI ETICHETTA COME VIRUS…ed i virus si sa sono da combattere…quello dell’influenza comunque non lo prenderei sotto gamba!!! È vero non è bello essere ETICHETTATI soprattutto come VIRUS…se poi negli stessi giorni sul blog dell’Accademia della crusca dei sedicenti fanatici dell’ISIS scrivono “SIETE UMANI????” …che pensare..boh!! NON PENSO DI ESSERE PARAGONABILE ad un VIRUS, anche se dell’influenza, E RITENGO ciò offensivo oltre che da prendere con attenzione circa la considerazione che certi imam hanno di noi “non credenti” e di musulmani “per lui ipocriti perché non osservanti precetti, regole e Norme RELIGIOSE”.

Marco |

Ne dubito sui ripensamenti..Il credere ad un ” profeta” che ha violentato una bambina di 9 anni la dice lunga sulla loro natura ” umana”..!!