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Baranzate, il paese più extra d’Italia. 70 etnie in una sola via

di Randa Ghazy

Un interno giorno. Una famiglia africana seduta nel proprio salotto. Di sfondo, dietro di loro, non una scena tribale o qualche ritratto di famiglia, ma un poster gigante della Venere di Botticelli a grandezza umana.

Siamo in un anonimo appartamento di un’anonima palazzina in via Palmanova, a Baranzate, periferia nord di Milano.
Quartiere, poi Comune, di antica immigrazione meridionale – a due passi da qui, ad Arese, c’erano gli stabilimenti della grande fabbrica Alfa Romeo. Immigrati industrializzati e poi imborghesiti, che hanno via via lasciato il campo, a Baranzate, ad altre stirpi di migranti. In questi poco più che 2,5 km quadrati di territorio comunale si contano oggi più di 70 diverse etnie provenienti da tutto il mondo. Famiglie senegalesi, filippine, brasiliane, ecuadoregne, rumene, nigeriane, kosovare, tutte concentrate nel “quartiere di via Gorizia”. La via più malfamata e più interessante di Baranzate, dove si concentra in poche vie il 57% della popolazione straniera dell’intero comune, dove gli spunti di cronaca (nera) non mancano, stando a una lettura superficiale di quotidiani e notiziari.
Ma dove, se ci si va, si scoprono stupefacenti – nella loro normalità – storie di condivisione.

Braccio di ferro

Come quella di Issa Bathily, segretario di Jappò, l’associazione che raccoglie la comunità senegalese di Baranzate. Jappò è nata quattro anni fa al n. 27 del quartiere Gorizia, ed approfitta dell’ospitalità della sede del Partito Democratico che concede una sala per le riunioni.
A Baranzate i senegalesi sono oltre 300 e capita spesso, mi dice Issa, che abbiano bisogno di assistenza sociale, un aiuto per il visto, ma anche sostegno economico: come quello che l’associazione ha recentemente offerto a una ragazza che non aveva i mezzi per delle cure e per il suo viaggio in Senegal.
Arrivato in Italia nel 2007, Issa parla perfettamente l’italiano. Quando glielo faccio notare mi spiega che, dopo un breve periodo a Brescia, è approdato a Milano per lavoro, ed è venuto subito ad abitare a Baranzate.
Qui ha frequentato per circa un anno il corso di italiano organizzato «gratis» dalla parrocchia di Sant’Arialdo, ed ora è lui stesso a insegnare l’italiano ai senegalesi e agli altri stranieri che ruotano intorno alla parrocchia. Ma non è la sua unica attività di volontariato: Issa partecipa anche al progetto “Braccio di Ferro”, una sorta di doposcuola dell’oratorio, dove assiste i bambini stranieri e italiani con i compiti e li fa giocare.
Il lavoro? Per un po’ ha fatto il magazziniere, ora è disoccupato. Così mette il suo tempo a disposizione «dei cittadini di Baranzate», come dice lui. Tutti? «Tutti, senza problemi».

Grazie a Sant’Arialdo

«Problemi? E perché?», esordisce con naturalezza Bàbilin. Nata e cresciuta nelle Filippine, arriva in Italia nel 1994 come suora con voti temporanei.
Nel 1996 si sposta in Sicilia, a Ragusa, a fare l’apostolato in una casa di riposo. Nel 2004 però decide di lasciare la vita religiosa. «Si può fare apostolato anche da fuori», dice. È così che Bàbilin comincia a fare la badante, e nel 2005 arriva anche l’amore. Conosce il marito, di Ragusa ma emigrato ormai da anni a Milano.
Per seguire lui approda a Baranzate, nel 2006, dove trova anche il suo padre spirituale, don Paolo, e nel 2007 nasce la piccola Matilde. Ma anche da mamma Bàbilin continua a fare volontariato nella “sua” Baranzate, a insegnare catechismo alla parrocchia di Sant’Arialdo, e a frequentare peruviani, nigeriani, e persone di ogni tipo che grazie alle riunioni della Rete Interculturale e di “Il mondo nel quartiere” hanno sviluppato un’amicizia e una coesione che per lei significano “famiglia”. Tanto che, mentre molti suoi connazionali di Baranzate frequentano un centro di Milano, dove la Messa viene celebrata in filippino, lei preferisce rimanere fedele alla parrocchia del quartiere.

Un forte attaccamento alla parrocchia e alla “grande famiglia” sorta intorno alla figura di don Paolo emerge anche dalle parole di Michel, del Benin, in Italia dal 1988 e in possesso dell’ambita cittadinanza. Da anni è magazziniere in una ditta metalmeccanica, ed è felice di abitare a Baranzate «nonostante la recente “invasione albanese”», si lascia scappare.
La forza del quartiere? «La parrocchia di Sant’Arialdo, che ha accettato di stipulare un gemellaggio con la Chiesa di Savalou, la mia parrocchia di riferimento in Benin. Grazie a questo accordo, qui da Baranzate abbiamo promosso la costruzione di orfanotrofi là nel mio Paese. Anzi, nel mio ex Paese», si corregge.

La contingenza economica non è delle migliori, e la maggior parte di queste famiglie è in condizioni economiche e lavorative difficili.
Eppure ciò che colpisce da questi stralci di chiacchierate, da questo piccolo esempio di “intercultura in divenire”, è la voglia di collaborare, condividere, costruire. La disponibilità a impegnarsi in prima persona. E la capacità che ha avuto il territorio di autogenerare forme di incontro e di partecipazione.
Ne è un esempio la Rete Interculturale Solidale, creata dalla cooperativa Dike, che si occupa di mediazione dei conflitti sociali e penali, e che ha messo insieme una cinquantina di volontari di diverse nazionalità che partecipano all’allestimento dei banchetti gastronomici delle diverse comunità (si va dai rom, ai filippini, dallo Sri Lanka all’Ecuador per arrivare alla Calabria) che compongono la festa annuale “Il mondo nel quartiere”, quest’anno fissata per domenica 16 settembre.
«Proprio il fatto di avere così tante e diverse nazionalità fa sì che non si creino dei ghetti, ma anzi ci si parli in italiano, ed è l’essere uniti nelle difficoltà a stimolare la voglia di creare comunità e di dedicare il proprio tempo all’azione, anche gratuita e volontaria, per la collettività», spiega Michel.


L’effetto esponenziale

Insomma, il quartiere Gorizia è una specie di Eden? «Tutt’altro», stronca gli entusiasmi don Paolo Steffano, fulcro, motore e collante del quartiere. «Le criticità del quartiere sono un po’ quelle di tutti i quartieri con queste caratteristiche». Il problema è quello che don Paolo chiama “l’effetto esponenziale”: «Se ti tiro una sberla si tratta di una sberla, se te la tiro a Baranzate allora subito è “Violenza a Baranzate”.
Certo, le situazioni-limite non mancano, sono tante le famiglie monogenitoriali e in quel caso perdere il lavoro o avere una difficoltà rende tutto più complicato. Una signora cilena è stata ricoverata e l’unica soluzione per le figlie si è rivelata “l’adozione pastorale”, così le due bambine sono state divise e sono state ospitate nelle due diverse parrocchie del paese… Un dramma tra i tanti che capitano».

Don Paolo spesso è costretto a ricorrere a soluzioni-tampone attingendo al fondo solidale che viene dalle offerte e dalle poche migliaia di euro all’anno ricavate dalla raccolta dei tappi.
Ma esistono gruppi etnici con cui la convivenza è più difficile? Don Paolo sorride, parla di una comunità cinese «numerosissima ma invisibile», e di «una comunità musulmana assolutamente in sintonia con la parrocchia». Perché in fondo i poveri soffrono insieme e «non fanno mai la guerra. La fanno quando i ricchi decidono che devono farla».
Ma il cosiddetto disagio c’è, e tante giovani coppie di baranzatesi, appena possono, tagliano la corda. Alla scuola materna il 78% dei bambini è di origine straniera, e questa percentuale «agisce purtroppo come disincentivo per le coppie italiane». Qual è la fatica più grande, nel rapporto con i cittadini italiani di Baranzate? «Evitare che le persone diventino categorie. Perché se togli la categoria, allora affronti le relazioni», spiega il sacerdote.


Gli italiani dove sono?

«Il problema della “percentuale” nelle nostre scuole non è altro che una bolla», spiega deciso Franco Cesaratto, vicesindaco di Baranzate con delega agli Affari Sociali. «Sebbene la scuola comunale registri una percentuale di bambini “stranieri” molto alta, si tratta in realtà di bambini di seconda generazione. Dietro nomi e cognomi esotici si celano cioè un livello di integrazione e di profitto molto più alti di quello che si potrebbe immaginare».

Cesaratto non nega le difficoltà linguistiche o di inserimento scolastico, ma sostiene che proprio su questo tema servono sostegno esterno e la valorizzazione di questa esperienza pilota, mentre gli investimenti per gli enti locali in questo momento scarseggiano. «Scappare da Baranzate quando la società in cui ci prepariamo a inserire i nostri figli è multietnica non ha senso», spiega Cesaratto «per non parlare del fatto che se non ci fossero queste fughe, avremmo delle classi più omogenee e quindi i bambini stranieri riuscirebbero a inserirsi meglio».

Il vero problema sta fuori – se pur a due passi – dal quartiere Gorizia e da Baranzate. Si tratta del campo rom di via Monte Bisbino: uno spazio a sé, con una cesura anche fisica, una recinzione, che lo tiene fuori dal Comune, e dove baracche di legno si alternano a villette appena costruite nel terreno acquistato dai nomadi, un tempo una discarica. Qui abitano centinaia di persone ormai stanziali e molte di loro vivono di furto e accattonaggio.
Ma è un tema slegato dal discorso immigrazione, considerato che il campo esiste dagli anni Settanta, ovvero ben prima dell’ondata migratoria che ha cambiato il volto del paese. E che in realtà il campo è formalmente sul territorio del Comune di Milano, anche se le ricadute in termini di erogazione di servizi gravano sull’amministrazione di Baranzate. «Una situazione paradossale», si rammarica il vicesindaco, «ma così è. Difficilmente, nonostante una minoranza di casi di integrazione riuscita, questo tipo di presenza rispetta le regole di una frequenza scolastica continua e pone i presupposti per seguire i ragazzi anche fuori dall’ambito scolastico».

Una scuola di eccellenza

Secondo Cesaratto, è questo a scatenare maggiormente i pregiudizi dei genitori baranzatesi. «È un campo di 600 individui, che produce una popolazione scolastica di 60/70 bambini: si tratta di dimensioni troppo ampie perché il suo impatto sia socialmente ed economicamente sostenibile dal nostro piccolo Comune. Mi ricordo come il sindaco Pisapia ha gestito nella sua campagna elettorale per Milano la questione nomadi: sicuramente quel genere di ragionamento non lo ha fatto anche per il campo di via Monte Bisbino», dice. Baranzate ha cercato di far fronte a questa situazione strabordante in maniera coordinata quattro anni fa, tramite un accordo con la Prefettura, l’Ufficio Scolastico Regionale e i distretti scolastici del circondario per una distribuzione della popolazione scolastica. «Il progetto è fallito perché l’unico elemento che il Comune di Milano avrebbe dovuto finanziare, ovvero il trasporto, è venuto a mancare», conclude Cesaratto.
Orizzonte cupo? Qualche luce si vede, e viene da quel grande bacino di integrazione che – checché se ne dica – è ancora rappresentato dalla scuola.

La media di Baranzate, in particolare, rappresenta un laboratorio di creatività dove gli insegnanti si specializzano da sé nei temi dell’integrazione, vengono creati libri di testo multilingue insieme agli studenti stranieri, e soprattutto si è riusciti a creare dell’eccellenza. Lo scorso anno qui si è “diplomato” il primo bambino rom. C’è un corso a indirizzo musicale che attira anche studenti dai comuni limitrofi, e l’orchestra scolastica composta dalle due terze ha vinto concorsi, ha suonato ad una rassegna del Conservatorio e viene chiamata ad esibirsi in diversi eventi pubblici. Se il vento non è cambiato, potrebbe cambiare almeno la musica…

Tratto dal numero di settembre di Vita

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