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Olimpiadi, atlete e hijab. Apertura o ipocrisia?

di Esmehen Hassen

Ed eccoci qui, dopo mesi di attesa, strabilianti spot pubblicitari e servizi televisivi conditi in tutte le salse, finalmente i tanto attesi Giochi Olimpici sono cominciati…e con loro gli episodi da raccontare.
Che queste Olimpiadi avrebbero fatto parlare di sé, lo si era capito ancora prima che i giochi (nel vero senso della parola) avessero inizio.

Sono le Olimpiadi delle sorprese queste, eh già perché per la prima volta nella storia dei Giochi, Arabia Saudita, Qatar e Brunei, tre tra i Paesi più conservatori al mondo, hanno permesso a delle loro atlete di parteciparvi.
Le donne in questione sono in totale sette.

Per l’Arabia Saudita sono presenti Sarah Attar ottocentista, e la sua giovanissima connazionale Wodjan Ali Seraj Abdulrahim Shahrkhani, judoka nella categoria degli +78 kg.
Per il Qatar le donne in campo sono addirittura quattro e in discipline diversissime tra loro, Bahiya al-Hamad per il tiro al volo, la nuotatrice Nada Arkaji, la sprinter Noor al-Malki e Aia Mohamed per il ping pong.
Per il Brunei una sola atleta dovrà rendere onore al suo Paese, Maziah Mahusin nella categoria femminile dei 400 metri ostacoli.

Fin qui sembra un tripudio di belle notizie, di segnali di apertura non indifferenti da parte di Paesi dai quali non ce lo si sarebbe mai aspettato forse ma, si sa, non è tutt’oro quello che luccica e anche questa volta la battuta d’arresto agli entusiasmi iniziali non si è fatta attendere.
Oltre che le donne, un altro sembra essere il protagonista di queste Olimpiadi: l’hijab.
Quasi tutte le atlete in gara infatti, tranne la nuotatrice del Qatar e la rappresentante del Brunei, indossano l’hijab e l’han portato con sé fino a Londra indossandolo nella sfilata di apertura dei Giochi e anche negli allenamenti.

Nulla da dire contro l’hijab, soprattutto se indossato per intima convinzione ma molto da dire invece quando questo diventa un’imposizione anche in un ambito, come quello dello sport, dove, se ci sono delle regole da rispettare, non sono altre che quelle dello spirito agonistico, dello stare insieme e del fair play.
Il caso che è impazzato su tutti i giornali e che rimbalza da una parte all’altra del globo è quello della giovanissima (diciottenne) judoka saudita Wodjan Ali Seraj Abdulrahim Shahrkhani che si è trovata al centro di un braccio di ferro che ha visto protagonisti da una parte l’International Judo Federation (IJF) che premeva affinché l’atleta gareggiasse senza alcun tipo di copricapo poiché « contrario allo spirito del judo » e poiché, prevedendo il judo particolari mosse, l’utilizzo del velo sarebbe potuto essere pericoloso per l’atleta; e dall’altra il Comitato Olimpico Saudita che aveva messo in chiaro già dal principio che le proprie atlete avrebbero dovuto conformarsi al codice dell’abbigliamento islamico, o quello che così viene definito.

Dopo l’intervento anche del padre della ragazza, che in un’intervista tel
efonica da Londra ha sentenziato: «Combatta col velo oppure torni a casa», la decisione finale, che ha richiesto un giorno di riflessioni e confronti, alla fine è stata presa: Wodjan Shaherkani gareggia con uno speciale hijab.
Difatti così è stato, la Shaherkhani ha gareggiato venerdì con uno speciale hijab prodotto in Olanda e recentemente riconosciuto dalla Fifa, che si chiude con un velcro e permette quindi una rapida apertura nel caso in cui venga tirato.

Questa notizia è arrivata come una sconfitta clamorosa per lo sport e per le regole del gioco, forse per la risonanza mediatica dell’episodio, forse perché Marius Vizer, presidente dell’IJF, è stato l’unico a sollevare la questione dell’incompatibilità dell’hijab con lo sport mentre in altre discipline le atlete velate, come la qatariota Bahiya al-Hamad per il tiro al volo, hanno gareggiato senza problemi (almeno conosciuti).

Ma forse la ragione è anche un’altra, in questo episodio è stata più che mai lampante l’imposizione dell’hijab non soltanto sulle regole del judo, che vieta la copertura del capo, ma soprattutto sull’atleta (DONNA) che magari pur di partecipare alle SUE Olimpiadi e di viversi il SUO momento, avrà anche potuto pensare di rinunciare, per il tempo della gara, all’hijab.
Quelle che dovevano essere così le Olimpiadi delle belle novità, finiscono per essere quindi le Olimpiadi delle imposizioni e dei compromessi.

È vero sì, quest’anno l’Arabia Saudita ha permesso la partecipazione femminile ai Giochi e questo può esser considerato un passo avanti ed è vero sì che non si ottiene tutto e subito ma…

Quanto vale una partecipazione sotto imposizione?

Quanto può valere una partecipazione sul filo rosso della squalifica nello sport e del linciaggio in patria?

Il passo avanti compiuto non viene vanificato dal fatto che le atlete saudite possano gareggiare ma non nelle condizioni che le regole sportive prevedono?
E, ciliegina sulla torta, non sa di ipocrisia il fatto che Sarah Attar, l’altra atleta saudita, in passato abbia gareggiato in gare universitarie senza velo e con un body aderente, e pur avendo avuto problemi con il Comitato Olimpico Saudita, sia stata poi “perdonata” perché in possesso della doppia cittadinanza saudita e statunitense?

Certamente l’abito non fa il monaco, in questo caso l’atleta ma c’è una cosa ancora più certa: i Sa’ūd non si smentiscono mai.

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Jasmene |

quella dei sauditi è palesamente ipocrisia. Per loro la libertà e la dignità delle donne non contano. Come non contano le regole degli organi sportivi internazionali che evidentemente si sono fatti comprare dai pertoldollari. Io ho provato una gran pena per queste atlete con l’jihab e speravo che una di loro se lo togliesse in diretta per lanciare un messeggio di libertà…mi accontento di questo articolo e ringrazio l’autrice per la sua sensibilità nei confronti delle condizioni di queste donne.

Stefano |

Brava Esmeralda. Continua a togtliere il velo da queste ipocrisie. Su questo argomento c’è un silenzio da parte dei media che è fastisioso. Cosa succederebbe se il vaticano imponesse al Coni la croce al collo dei nostri atleti? Sai che casino che ne uscirebbe…ma no, ma se le nefandezze le fanno i sauditi allora tutti zitti, anzi, tutti in coda ad esaltare l’aperura nei confronti di questi paesi.

Esmehen |

Cara Jasmene

Io l’ho già detto nell’articolo, per me il problema non è il velo in sè per sè quanto l’imposizione…se ci fosse stata ( e non dubito che ci possa essere stata) anche una sola atleta che voleva indossarlo anche nelle competizioni per sua scelta, avrei taciuto perché non avrei avuto nulla da ridire ma quando l’imposizione su una ragazza di soli 18 anni, che ha già addosso tensioni non indifferenti per via dell’incontro che avrebbe dovuto affrontare e vincere, si è fatta palesemente avanti a me tutta questa decantata partecipazione delle donne Saudite alle Olimpiadi è sembrata solo tanta scena e niente di più e per questo e anche per quello che ho scritto nel commento ad Anna Maria sopra, ho giudicato il tutto solo come un grande atto ipocrita.

Caro Stefano,

I media,specie quelli italiani, dopo aver fatto il servizio che esalta l’atteggiamento di apertura dei Sauditi, come al solito, hanno dimenticato il dopo…come era prevedibile.
Per il resto, purtroppo il denaro compra tutto, anche la sensibilità (che non è solo mia per fortuna)nei confronti di una ragazza giovanissima che si è trovata al centro di polemiche senza fine, messa davanti ad un bivio e(perché la sua voce non si è sentita, lo ribadisco) costretta a fare come il padre e la patria le imponevano. L’oggetto è stata lei, donna…gli attori sono stati tutti uomini…niente di nuovo sotto il sole…

Ad entrambe, Jasmene e Stefano, grazie sia per i complimenti che per i commenti.
:)

Esmehen |

Ah mi sono accorta adesso che nel titolo è presente un errore di battitura, evidentemente nell’impaginazione dell’articolo sarà sfuggito:

Ovviamente non è jihab ma HIJAB, come correttamente scritto nel resto dell’articolo.

Chiedo venia!!!

:)

Pier Francesco |

Cara Esmeralda,
L’ipocrisia non è solo nei Sa’ud, ma un po’ in tutti noi.
I governi saudita e qatariota permettono la partecipazione delle loro atlete al solo scopo di accontentare le anime belle occidentali, che così potranno esprimere la loro ingenua felicità per il passo avanti compiuto da questi Paesi. I regimi sanno bene che l’opinione pubblica occidentale, soprattutto quella anglosassone storicamente iper-femminista e che è il loro termine di paragone, è molto sensibile al tema della condizione femminile nel mondo musulmano e quindi la blandiscono. Poi, delle impiccagioni e delle decapitazioni in piazza, così come degli oppositori torturati in galera, non gliene frega niente a nessuno, ma questa è un’altra questione.
La storia dell’hijab in gara è delicata. Ci sono sport nei quali non dà alcun fastidio (il tiro, ad esempio) e altri dove potrebbe essere di ostacolo (il judo, per l’appunto). Nel primo caso, non ci vedo nulla di male a ché le atlete lo tengano, nel secondo mi pare giusto cercare una via di compromesso e mi sembra che la “cuffietta” usata dalla judoka saudita sia stata una buona soluzione.
Ricordiamci comunque che qui ci sono due leggi che si scontrano: da un lato, la legge religiosa-divina-coranica-assoluta-eterna che impone di indossarlo e dall’altro la legge sportiva-umana-peritura-fallace-imperfetta che lo vieta durante la gara. Poiché la prima ha sicuramente la precedenza sulla seconda (senno’che Legge Divina è, scusa eh?) e poiché il Re Saudita è il Custode dei Luoghi Santi e delle Due Sacre Moschee e quindi Defensor Fidei, la posizione delle autorità saudite mi pare del tutto comprensibile.
Che sia un miscredente infedele come me a ricordare queste cose a una musulmana come te mi lascia perplesso: è proprio vero che non c’è più religione!! Ah ah ah…
:-D :-D :-D
Alla fine, però, la realtà è un’altra. Con i loro petrodollari e i fondi sovrani, Arabia Saudita e Qatar sono grandi finanziatori di mezzo mondo, compresi pure non pochi “centri islamici” in Europa (anche qui mi fermo, altrimenti non so dove finisco), e di conseguenza un po’ vanno ascoltati. Per capirci: se il problema delle atlete con l’hijab l’avesse sollevato la Tunisia, il CIO l’avrebbe mandata a cagare a velocità supersonica, o te lo togli o non gareggi. Qui però è diverso, dovete anche voi avere un po’ di comprensione.
:-P

    Esmehen |

    Caro Pier Francesco,

    Che l’Occidente si esalti presto per un nonnulla ( o quasi)siamo d’accordo, basta infatti guardare gli articolo come quello che hai postato per capire quanto basta per alimentare speranze che non so fino a che punto potranno avverarsi. Di ipocrisia certo non ne riscontro solo nei Sa’ud, questo è certo, ma non mi è certamente sfuggito l’atteggiamento ipocrita e da “due pesi e due misure” che hanno tenuto con la judoka rispetto a quello che tempo addietro hanno tenuto con la sua connazionale Sarah Attar, “colpevole” di aver gareggiato in gare universitarie senza velo e con un body aderente, eppure “perdonata” poichè non solo cittadina saudita ma anche statunitense e si sa che quando ci sono di mezzo gli USA non si muove foglia.
    Anche io non ci vedo nulla di male a gareggiare col velo, come non ci vedo nulla di male nel portarlo…purchè però nel caso dello sport non sia di reale impedimento (o addirittura pericolo) per l’atleta e purché, sia nello sport che nella vita, sia la donna a scegliere di portarlo e non l’uomo (sotto forma di qualsiasi autorità) ad imporglielo.
    La soluzione della cuffietta non mi ha infastidita in sé per sé, è stato tutto il trambusto che si è creato a farmi incavolare e soprattutto, lo dirò fino allo sfinimento, il fatto che la ragazza non sia stata presa in considerazione. Io ho udito solo voci di uomini e basta: questo mi ha fatto girare i cosiddetti, ancora una volta e sinceramente non escludo che anche la sua gara, il fatto che lei abbia perso non possa che essere stato frutto delle tensioni che ha avuto intorno a sé e di cui è stata OGGETTO e non SOGGETTO.
    Non deve lasciarti perplesso il ricordarmi tutto ciò che mi hai ricordata, poiché in primis io non sono musulmana e in secundis ho, in generale, un’idea molto mia della fede che esula completamente da qualsiasi manifestazione esteriore che possa essere un velo, il fare la quaresima, il ramadan, i sacramenti e via di seguito.
    Senza contare il fatto poi che, se proprio dovessi definirmi musulmana per il semplice fatto che i miei genitori lo sono, bene sarei sicuramente una musulmana che sostiene apertamente che il Corano non impone l’hijab e che quando nel Corano si nomina il termine “hijab” si intende tutt’altra cosa, ma non è questo il caso di parlarne.
    Infine concordo con te sul potere dei petroldollari e sul fatto che se una richiesta del genere l’avesse avanzata la Tunisia nessuno le avrebbe dato retta.
    Grazie del commento.
    :)

Pier Francesco |
Michela |

Sono molto contenta di questo articolo, perché finalmente si è capita una cosa: le regole sono regole, vanno rispettate, nello sport così come nella vita sociale vanno rispettate le leggi del paese dove si vive. Se in uno sport si prevede il volto scoperto non c’è nessuna ragione che possa essere addotta per non rispettarla, perché quella regola non è stata fatta per discriminare nessuno (in tal caso sarei d’accordo nel contestarla), ma rientra semplicemente nelle modalità per partecipare ad un determinato sport. Tanto è vero che in altri sport quella regola non c’è, perché sono sport diversi e quindi anche le regole sono diverse.
Facendo un’eccezione per l’atleta saudita, il comitato ha sancito l’ineguaglianza tra atleti, e non ci ha perso solo lo sport, ma anche la società tutta, perché si è stabilito che non siamo tutti uguali. E questo di certo non a vantaggio dell’atleta saudita, ma al contrario a tutto suo svantaggio.

    Esmehen |

    Cara Michela,

    Io sono sincera, se fosse stato un desiderio reale( per quanto sia possibile accertane la veridicità) della donna (della ragazza in questo caso) quello di gareggiare col velo e se il velo non fosse espressamente in contrasto con le regole dello sport che la stessa donna pratica e, soprattutto, se l velo non avesse potuto costituire un pericolo per l’atleta in uno sport come il judo, non avrei avuto da ridire nel senso che io non sono una “contro il velo” e non sono a favore delle imposizioni di nessun tipo, non voglio venga imposto di mettere il velo ma neppure di toglierlo (salvo che per motivi come quelli che ti ho citato o altri in altri contesti).
    Nonostante io non lo consideri un obbligo imposto il velo, capisco che l’interpretazione maggioritaria sia quest’ultima da tempo e quindi la rispetto in chi la afferma liberamente e senza costrizioni ma quello che mi ha fatto girare l’ecosistema (per non dire altro) è stata la faccia tosta dell’ipocrisia saudita…il gesto di apertura però subito le imposizioni sia su tutto il Comitato Olimpico ma soprattutto sulla donna in questione attraverso la partecipazione della quale si voleva dare un segnale di apertura…segnale che, e qui rispondo anche a Mario, non si è dato per niente o comunque è stata tutta una cosa più o meno strumentalizzata più che un vero atto di apertura verso le donne.
    Inoltre, parlo sempre con Mario, non credo che una soluzione possano essere Olimpiadi a porte chiuse ed esclusivamente femminili…le donne non hanno bisogno di un ghetto in cui poter essere libere…le donne hanno bisogno di essere libere OVUNQUE così come lo sono gli uomini.
    Per il resto, per le notizie che hai riportato, ti ringrazio come ringrazio entrambi per i commenti.

      Michela |

      Cara Esmehen, la volontà o meno delle persone non c’entra nulla, la volontà di una persona non può andare contro le regole o le leggi. Il velo non va indossato nel judo perché quella è la regola, come non va indossato in Italia perché c’è una legge che prevede che tutti vadano a volto scoperto. Se una donna vuole indossarlo (parlo di quello integrale ovviamente) allora vada a vivere in un paese dove questa legge non c’è. Non si può violare una legge per motivi religiosi, perchè altrimenti non saremmo più tutti uguali nei confronti della legge stessa. E la diversità difronte la legge è antidemocratica. Anche se posso capire che la democrazia ed il rispetto delle regole a qualcuno non piacciono…

Mario |

Un bravo all’atleta tunisina Habiba Ghribi http://www.london2012.com/athlete/ghribi-habiba-1062703/ , che ieri ha vinto la medaglia d’argento sui 3000 metri siepi, specialità dell’atletica che la vede da anni tra le migliori specialiste al mondo. Era islamicamente nuda (almeno come tantissimi musulmani pensano), come le altre grandi atlete nordafricane che hanno vinto titoli olimpici nell’atletica a partire dai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984 in poi http://www.youtube.com/watch?v=dBhCnM_V6yw . La judoka saudita, per la verità molto paffutella, nel suo sport alla fine ha gareggiato senza problemi, intendo dire senza essere penalizzata nella sue prestazioni e senza essere avvantaggiata, come accadrebbe se una donna musulmana gareggiasse nel nuoto con un burkini o simili dato che i costumoni che coprivano tutto o quasi il corpo delle nuotatrici e dei nuotatori sono stati banditi di recente dalla Federazione Internazionale perchè facevano andare troppo forte e avvantaggiavano determinati atleti ed atlete alterando così il risultato delle gare. Ne sa qualcosa la più nota atleta egiziana http://www.bbc.co.uk/sport/0/olympics/18274033 , specialista del pentathlon moderno , che da quando ha deciso di coprirsi vive una situazione piuttosto complicata sia con la gara di corsa campestre (da coperta i risultati sono molto peggiorati) che con la gara di nuoto (come detto prima i costumoni sono stati banditi per ragioni tecniche che non possono essere derogate). La vedremo gareggiare forse il prossimo 12 agosto, vedremo se sarà disposta a ragionevoli e necessari compromessi. Tornando alla judoka saudita, oltre alla comoda cuffia, rilevo che ha combattuto necessariamente a piedi nudi , col collo scoperto, con le orecchie in parte scoperta, con qualche ciuffo di capelli visibile , con un abito abbastanza aderente in un ambiente promiscuo e con milioni e milioni di spettatori maschi davanti al video ansiosi di eccittarsi di fronte alle nudità femminile. Questo secondo la prevalente prospettiva islamica. Non sono concessioni da poco. Un abbigliamento decisamente illecito anche per tante ragazze musulmane velate di seconda generazione che vivono in Italia che mai farebbero compromessi di questo tipo. Tutto in ogni caso si complica con altri sport. Come fare nel caso dei 3000 siepi , dei 5000 , dei 10000 metri e della maratona? Lasciando perdere il Ramadan e i problemi connessi, l’unica soluzione è un’ Olimpiade separata per le donne, senza televisioni, senza macchine fotografiche e senza maschi totalmente banditi nel giro di 100 chilomentri. Le donne potranno così spogliarsi e gareggiare con l’abbigliamento più comodo per la pratica sportiva e gli uomini riusciranno meglio a controllare i loro istinti.

    Esmehen |

    Caro Mario,

    Ti ho risposto su, nel commento di risposta a Michela.
    :)

Mario |

Esmehen, Io non mi riferivo a tutte le donne musulmane, mi riferivo a quelle donne musulmane il cui abbigliamento cosiddetto islamico ne pregiudica le prestazioni in molti sport o è incompatibile con il regolare svolgimento delle gare (ho fatto l’esempio del nuoto con le nuove regole adottate per ragioni tecniche e non per islamofobia). Se in un ambiente promiscuo fatto di maschi e di femmine l’abbigliamento cosiddetto islamico è una variabile totalmente indipendente, che non ammette deroghe o adattamenti in nome di una prescrizione divina indiscutibile che prevale sempre su tutto, allora in quei casi di incompatibilità a cui facevo riferimento l’unica soluzione praticabile (anche se estremamente costosa e quindi a carico di istituzioni di sport islamico) è lo svolgimento delle gare in un ambiente riservato alle donne in cui siano vietate macchine fotografiche , videocamere e altre tecnologie che possono immortalere le “nudità” delle atlete. Parliamoci chiaro, il 99 per cento per cento delle donne che si coprono da capo a piedi preferiscono giocare a basket o a calcio in pantaloncini corti se non ci sono 10 gradi sotto zero e non ci sono maschi eccitabili in zona. Una fondista coperta da capo a piedi non è in grado di sostenere al meglio un 10.000 metri o una maratona. Ci può essere l’eccezione che eccezione rimane, ma in generale si rischia una situazione insostenibile. Due ultime considerazioni: 1) quelle donne musulmane che non sono disposte per loro scelta a compromessi neanche minimi sono ben felici di gareggiare liberamente e comodamente in un ambiente sportivo che garantisca la totale separazione dei sessi; 2) lo sport non può prescindere dalle regole e dalla parità degli atleti di fronte a queste, che non può essere alterata da un abbigliamento che ostacola i concorrenti (a seconda dei casi la donna che lo indossa o chi con lei concorre) e/o alterà il livello delle prestazioni (come nel nuoto).

Mario |

Sull’argomento si pronuncia anche Barack Obama che non perde occasione per rendersi ancora una volta ridicolo http://www.rferl.org/content/obama-celebrates-muslim-women-at-olympics/24673719.html

Anna Maria Monti |

Credo che una frase sia importante.”non si può ottenere tutto subito”…sfilare velate, non c’è problema, gareggiare..può essere pericoloso…ma se si vuole i sistemi ci sono…forse sarebbe meglio non estremizzare tutto, qualche piccolo compromesso non è ipocrisia…non si può cambiare tutto subito, la partecipazione c’è, il portabandiera dell’Arabia Saudita..una donna….ci sono secoli di restrizioni dietro le spalle….è col dialogo che si può pervenire a qualcosa…quindi non demonizziamo il velo…ma parlando, ragionando …qualcosa poi si muove.

Esmeralda Hassen |

Anna Maria, io non ho demonizzato il velo e l’ipocrisia non l’ho riferita a chi ha accettato il compromesso bensì all’Arabia Saudita che, se voleva lanciare un messaggio di apertura, per me non ci è riuscita ma ha testimoniato solo ipocrisia.Io non sono contro il velo, l’ho detto chiaramente, purché sia indossato per scelta ma quello che in questo contesto non mi è piaciuto è stato:
- che della diretta interessata non si sia sentita neppure la voce
- che ci sia stata una partecipazione femminile condizionata a priori
- che, in riferimento all’altra atleta Saudita in passato( ha gareggiato in gare universitarie senza velo e con un body aderente), siano stati usati due pesi e due misure per il semplice fatto che Sarah Attar ha la doppia cittadinanza e per questo
è stata “perdonata” per il suo abbigliamento sportivo mentre alla Shahrkhani non è stato concesso neppure di esprimersi ( almeno io non ne ho avuto notizia)
Se non è ipocrisia questa…non so…

    Anna Maria Monti |

    anch’io non sono d’accordo su questo…ma proprio perchè la situazione oggettiva è difficile lanciare anatemi contro un Paese o contro delle Tradizioni non credo sia la strada giusta,….due pesi due misure…e non accade tutti i giorni?…quello che conta è il dialogo, ma ..questo ci mette tutti in discussione e non piace

    Anna Maria Monti |

    qualcosa si è mosso…anche in altri campi…poco…sarà come dici tu ..ipocrita’ non lo so e non giudico….però si è mosso…

    Esmeralda Hassen |

    Io non ho lanciato anatemi contro un Paese e le sue tradizioni nè tanto meno ho negato un dialogo, ho solo espresso la mia opinione su un fatto accaduto e su cui non ho potuto tacere evitando di dire apertamente quel che pensavo e penso. Il fatto che “due pesi e due misure” accada tutti i giorni non vuol dire che bisogna accettarlo come la norma, se si parla di principi, e a maggior ragione di principi islamici di cui l’Arabia Saudita vuol farsi portavoce, in nome dei principi si dovrebbe essere coerenti…per me i Sa’ud non lo sono mai stati ed anche questa volta non si sono smentiti…non è il dialogo ed il confronto a non piacermi, ma io in questo episodio, di dialogo e confronto, soprattutto che avesse coinvolto attivamente la ragazza, c’ho visto ben poco.

    Anna Maria Monti |

    …coinvolgere la ragazza interessata?…non so di che nazionalità sei tu…ma io studio abbastanza la legislazione dei Paesi Islamici….e un pò conosco quella saudita……ripeto…qualcosa si è mosso…ma la condizione della donna e’ di un certo tipo..tutto subito non è possibile, anche se certi vertici lo volessero devono fare i conti con altri, potenti e con mentalità diverse,c’è un proverbio orientale che dice.” non si può arare più di un campo in una sola notte”. e poi passo e chiudo.ciao

    Esmeralda Hassen |

    Sono Tunisina e conosco bene le cose di cui parli…difatti sfondi una porta aperta in quello che hai detto dato che l’avevo detto già chiaramente nell’articolo che ero (sono) consapevole che “tutto e subito” non è possibile…non sto discutendo questo, non è questo quello che ho trattato nell’articolo…nell’articolo ho semplicemente espresso che secondo me tutta la valenza che queste partecipazioni femminile avrebbero dovuto avere alle Olimpiadi, alla fine è stata rimpicciolita parecchio da un atteggiamento, per me, ipocrita dei Sauditi.
    Non nego il passo in avanti ma sinceramente non mi sento neppure di esaltarlo più di tanto.C’est tout! Ciao e grazie dei commenti.

    Anna Maria Monti |

    …e chi esalta?….se non una va a Riad..organizza un gruppo di “sufragette saudite” e poi …stiamo a vedere che risultati si ottengono…a volte occorre camminare con piccoli passi, ma camminare, …..se non …uno va là….e auguri.