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Quanto siamo eredi dell’orientalismo?

di Lubna Ammoune

Sguardi fieri e penetranti, corpi sinuosi, attitudine disinvolta, sincronicità di esotismo ed erotismo. Tutto questo è racchiuso in tele che per anni hanno infiammato la fantasia del pensiero occidentale nei confronti dell’Oriente. Un Oriente vicino, ma allo stesso tempo lontanissimo e impenetrabile. Quanto siamo eredi di questa concezione e idea costruite su un immaginario fantasioso?

Renata Pepicelli offre questa peculiare chiave di lettura per cercare di delineare un parallelismo che a un certo però s’intreccia, quello tra la storia del velo e la storia dell’Occidente.

L’autrice spiega quanto siamo legati agli incanti e alle scoperte che hanno caratterizzato la pittura del Settecento e Ottocento europeo che esplorava attraverso i dipinti il mondo “altro” che tanto ha affascinato e intrigato il Vecchio continente. È proprio sulla nota di queste suggestioni che è permesso di avvinarci all’attualità che di tempo in tempo ripresenta l’enigmatica questione del velo. In Francia è stato battezzato l’affaire du voile, mentre in Italia se ne discute in termini di legge anti-velo.

Tutto questo che legame contempla con i piaceri proibiti, gli hammam, gli harem e le odalische che hanno costituito un rilevante capitolo della storia dell’arte che abbiamo studiato? È sottile e quasi impercettibile questo file, ma esiste. È la chiave innovativa di cui la penna della Pepicelli ha lasciato traccia nel saggio Il velo nell’islam. Storia, politica, estetica (Carocci editore, 2012).

Meyda Yegenoglu, in Colonial Fantasies. Towards a Feminist Reading of Orientalism,spiega che la donna è il soggetto su cui l’Occidente ha fatto convergere l’immagine di tutto l’Oriente, rendendola la rappresentazione stessa della cultura islamica, della sua spiritualità e della sua essenza immutabile. Da allora non è cambiato molto. Se non è esattamente la donna ad essere il soggetto, lo è il suo velo.
Da questa presa di coscienza, la Pepicelli ripercorre quelli che lei definisce veli coloniali e scrive come la propaganda coloniale abbia sistematicamente operato un processo di femminilizzazione dell’Oriente. “Inscrivendo la narrazione di quest’ultimo in quella delle sue donne, ritratte come oppresse e arretrate, e conseguentemente da salvare e da far progredire, si è trovata una delle più forti giustificazioni alla missione colonizzatrice, alias civilizzatrice, dell’Occidente. Svelare, salvare, modernizzare le donne orientali ha significato in ultima istanza svelare, salvare e modernizzare l’Oriente stesso, affermando al contempo la supremazia culturale, oltre che politica ed economica, dell’Occidente. […] Si è trattato di un processo di costruzione dell’altra, e più in generale dell’altro, a cui hanno partecipato tra XVIII e XX secolo viaggiatori, soldati, diplomatici e artisti che, in alcuni casi, non erano mai stati in Oriente. […] Allo sguardo del colonizzatore, il velo rappresentava la maschera della donna e più in generale dell’Oriente, una superficie esteriore che nascondeva/proteggeva un’interiorità considerata pericolosa e seduttiva allo stesso tempo. Strappare il velo delle donne significava pertanto avere accesso all’Oriente stesso; significava penetrare il cuore della cultura colonizzata. […] Qui finalmente poteva essere soddisfatto il desiderio/bisogno di controllo dei colonizzatori. Svelate, le donne svelavano i segreti nascosti dell’Oriente, che appariva finalmente penetrabile, conquistabile, totalmente sottomettibile”.

Oggi possiamo forse parlare ancora di Occidente e Oriente? O sarebbe forse più corretto distinguere e usare termini come gli Occidenti e gli Orienti? Le categorie di pensiero hanno seguito le orme delle distanze geografiche e sono profondamente cambiate. Eppure si percepisce tuttora un’ossessione legata al simbolo per eccellenza dell’Islam, il velo, che in realtà è associato a una pluralità di culture.

Leggere e capire la storia e la questione incentrata su di esso non solo fornisce gli strumenti per costruire un dibattito di cui si sente l’urgenza politica, ma è di fondamentale rilievo per capire la nostra natura identitaria. Nella premessa de Il velo nell’Islam, l’autrice scrive infatti come il dibattito in corso su quest’indumento fin dall’epoca coloniale non ci parli solo d’Islam. “Scrivere sul velo islamico significa scrivere anche sull’Occidente, non solo perché ormai l’islam ne fa parte, ma perché il dibattito sul velo ci racconta, molto più di quanto si possa pensare, dell’Occidente, della sua percezione di sé e degli altri, delle sue fantasie e delle sue paure nascoste. […] La questione del velo chiama in causa l’Occidente stesso. È una questione che riguarda tutti noi, musulmani e non musulmani”.

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LA67 |

Il velo???????simbolo per eccelenza dell’islam???????ecco appunto,se si trattasse solo del velo…….ma le donne islamiche non possono neanche scoprire il collo,gli arti superiori,inferiori,piedi,in paesi ASSURDI neanche il volto.E’questo il DEGRADO per eccellenza dell’islam.

LA67 |

Nessuno in questo blog parla di VELO,parla di islam.Signora Lubna,e’vero che in Tunisia hanno decapitato un ragazzo perche’era apostata?fate un articolo,questo ragazzo,bellissimo,fate un articolo su questo che e’l'islam.E comunque il velo fa schifo.

Sa |

Cara signora LA67 ma ci é o ci fa? :)

Edly Andreano |

Ehm…non sono solita controbattere ad idee altrui, e credo che la signorina Lubna che stimo moltissimo, sappia difendersi da sola. Magari se l’articolo non lo condivideva, bastava non rispondere come ha fatto lei in questi due scarni “commenti”.
Ma lei, LA67 l’articolo l’ha letto vero? Temo che abbia solamente notato qualche frase qua e là e ne abbia tirato somme grossolane, a mio dire.

Anzitutto, non trovo giusto dire ‘il velo fa schifo’. Mi raccomando signora LA67, non si metta mai la sciarpina quando fa freddino, se le fa schifo, le fa schifo, non crede? Visto che dalla sua alta considerazione, anche le vecchiette non dovrebbero portare il velo; per altro, anche le donne ebree ultraortodosse indossano un velo, (personalmente credo molto grazioso se non fosse l’attaccatura alta) il tichel. Comunque, la mia risposta finisce qui, non ho molto tempo a perder tempo con lei.

Curi la sua intelligenza e la sviluppi, che l’ignoranza è la peggiore delle malattie.

Pier Francesco |

Cara Lubna,
Il corpo della donna è sempre stato oggetto di desiderio di controllo: la donna è l’essere procreatore per eccellenza, e quindi controllare il suo corpo significa, in ultima istanza, controllare la società. Per capire le varie culture e le varie realtà, si va sempre a indagare sulla figura femminile e sul ruolo che essa in una certa società. E quando torno da qualche viaggio, amici e parenti mi chiedono sempre come erano le donne da quelle parti, come se la donna racchiudesse in sé l’essenza di una Nazione.
;-)
La teoria di Renata Pepicelli sul significato del velo nell’epoca coloniale e sull’utilizzo propagandistico dello stesso è indubbiamente affascinante, e devo ammettere che era un aspetto al quale non avevo mai pensato. Volevo però esprimere una mia personalissima riflessione sulla domanda che poni nel titolo, cioè in che misura siamo eredi dell’orientalismo.
A mio parere, non lo siamo per niente o comunque poco. Non vedo, infatti, quale legame possa esserci tra la letteratura e la pittura dell’Ottocento, che trattavano il fascino e il mistero dell’Oriente, con l’atteggiamento di paura che contraddistingue la nostra società odierna nei confronti dell’altro. Orientalismo significa, infatti, interesse e ammirazione per le civiltà orientali.
Nel passato, l’Oriente ha sempre esercitato un’attrazione nei confronti di noi occidentali, perché ci sembrava riassumere in sé tutte le caratteristiche a noi mancanti o che avevamo perso: il razionalismo occidentale contrapposto allo spiritualismo orientale (basti pensare al successo riscosso dalle filosofie indiane); la vita regolata e standardizzata, propria di una civiltà industriale, contrapposta a un altro stile contraddistinto da genuinità e spontaneità dei rapporti. Secondo me, oggi non c’è nulla di tutto ciò. Ritengo che le cosiddette leggi anti-velo (che poi si rivolgono essenzialmente al velo integrale) non siano animate da spirito “colonialista”, bensì dal suo esatto contrario, cioè dalla paura di essere colonizzati. Nello straniero non vediamo l’oggetto misterioso, seducente e pericoloso al tempo stesso, ma solo colui/colei che vorrebbe ricreare il suo Paese di origine qui da noi.
Insomma: sarebbe come voler paragonare Rudyard Kipling a Matteo Salvini.

Lubna Ammoune |

Gentile LA67, cerchiamo di cominciare un confronto costruttivo, andando per gradi. Lei mi riconferma che è l’Islam a fare schifo? O certe sue interpretazioni? Questo è il primo punto. Se mi riscrive quanto già affermato, temo che non andremo molto lontano

LA67 |

Gentile signora Lubna,per favore non scriva cose che non ho detto,io mi fermo qui non scrivero’piu’perche ho capito che certi argomenti sono molto dolorosi,per tutti e specialmente se vissuti in passato,chiedo scusa se ho offeso qualcuno non era mia intenzione,e comunque ringrazio buona serata.

Lubna Ammoune |

Mia cara lettrice LA67, il mio commento è stato ben meditato prima di essere mandato. Voleva essere una sana provocazione per farle capire cosa si prova a ricevere un commento e intuire che l’altro non abbia letto quanto da noi scritto. Lei si riferiva al velo e ritiene che faccia schifo. Io personalmente non mi offendo, ma dopo aver tratto spunto da un saggio come quello della Pepicelli avrei voluto ricevere un commento diverso. Con questo non intendo l’elogio del velo, ma neanche un’affermazione come quella sopra riportata. Sono io che la ringrazio se deciderà di riscrivermi, anche in privato se vuole lubna_ammoune@yahoo.it Buona serata a lei