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Noi e la crisi 6. Io marocchina, farò strada anche senza cittadinanza

di Fatima Khachi

Recentemente una studentessa di psicologia all’Università Cattolica di Milano mi ha intervistata per la tesi.
Vi confesso che se la richiesta non fosse arrivata da sua sorella, ex compagna di corso, non avrei accettato. Sono stufa di essere trattata come un topolino da laboratorio, un alieno sotto esame.
Infatti quando ho incontrato l’intervistatrice le ho comunicato questo mio disagio avvertendola che non ero minimamente disposta a rispondere a domande strettamente private e che speravo che non ci fosse la solita domanda sul velo.

La poverina mi ha tranquillizzato riguardo questo.
Tuttavia, quando ha iniziato a farmi le domande, mi sono sentita in una caserma! Nome, cognome, età genitori, fratelli ecc.
Doveva analizzare un esemplare di una persona che ha abbandonato il proprio paese d’origine in tenera età e l’eventuale shock seguito. Dopo una trafila di domande è arrivata a chiedermi che cosa temessi del futuro. Bella domanda!!
Le ho risposto: il terremoto, sapendo benissimo che lei intendeva altro.

Molto probabilmente lei si aspettava che le rispondessi la paura di non trovare un lavoro! Quasi tutti i miei compagni di corso continuano a ripetermi (senza rimorsi) di aver maturato l’intenzione di abbandonare l’Italia. E io sono sempre l’unica a dire: io ci voglio restare e, scherzando, cerco di intimorirli: “guardate che se tutti gli italiani se ne vanno, l’Italia sarà popolata solo da immigrati!”

Tra i giovani dilaga la convinzione di come sia più facile trovare un’ occupazione all’estero. Io sono convinta che il talento e le capacità professionali abbiano ( anche se con fatica) nel sistema Italia la possibilità di esprimersi.
Sarò anche molto idealista, romantica ecc, ma sono fermamente convinta che qui ci sia ancora molto da fare, bisogna solo rimboccarsi le maniche.

E questo lo dico soprattutto ai giovani: bisogna imparare ad essere più flessibili e sempre concentrati alla ricerca o alla valorizzazione delle occasioni. A meno che non stai a casa a pettinare le bambole sperando che le opportunità professionali caschino dal cielo, sono certa che non solo noi giovani troveremo un lavoro, ma che esso corrisponderà alle attese. Non ci credete? Allora guardate quello che accade nel settore del non profit. Secondo questo studio, emerge che l’81,6% degli intervistati ignora le opportunità professionali del settore.

Molti mi suggeriscono di lasciare l’Italia perché, secondo loro, il mio “talento sarebbe più apprezzato all’estero”.
Sarà anche vero ma sinceramente non ho voglia di sradicarmi di nuovo da qui per ripiantare radici altrove.
Lo farei per un certo numero limitato di anni ma tornerei sempre alla mia seconda patria, l’Italia.

Sono estremamente convinta che le mie capacità saranno funzionali anche alla ripresa di questo paese, che mi ha dato molto, tranne la cittadinanza, questione ormai archiviata.
Infatti ho deciso di rinunciarvi perché voglio assaporare il gusto di arrivare in cima alla scala da “immigrata”.

Chi invece ritiene che “l’Italia faccia schifo” e incoraggia i propri figli ad andarsene non merita di essere riconosciuto italiano e nemmeno il diritto di lamentarsi dei politici e della classe dirigente che ci tocca avere al governo, perché se siamo ridotti così male è anche colpa sua.

Le altre puntate di Noi e la Crisi
Noi e la crisi 1. Yalla Italia…o Ciao Italia?
Noi e la crisi 2.Fratelli d’Italia, dov’è la Vittoria?
Noi e la crisi 3. Per i marocchini l’Italia rimane l’Eden
Noi e la crisi 4. Noi, giovani sfigati di oggi
Noi e la crisi 5. Orientalisti in fuga…verso Occidente

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francesca iacovino |

perfettamente d’accordo!!

Fatima Khachi |

@Francesca
grazie mille :)

Leticia |

Ciao Fatima, ora che letto il tuo articolo, apprezzo quello che hai scritto e anche molto…io per anni sono stata ferma nella decisione di restare in quel paese che mi ha sempre dato tanto, ho imparato una lingua, mi ha dato un`ottima formazione, amicizie e in fine l`amore…sai, anche io in italia ero immigrata…e si ripeto, l`italia mi ha dato tanto, mi ha dato una casa…ma si é presa anche tanto e io ho sudato per dare tutto quello che avevo…avvolte venivo trattata da “stupida clandestina che non capisce niente”…e avvolte ho avuto tante porte chiuse in faccia…ma ancora una volta ho rimboccato le maniche e ho dato tutto quello che avevo (conosci la storia di Menta&Guaranà)…ma purtroppo io e mio marito abbiamo abbandonato quella che era casa nostra…mio marito (marocchino ma cittadino Italiano) aveva un buon lavoro, ma il suo stipendio non bastava per pagare l`affitto, la macchina, le spese, le tasse…e lui dentro l`azienda non veniva valorizzato e non vedeva opportunità di crescita…quasi per scherzo ha mandato il suo cv a Malta e gli hanno aperto le porte…stanno investendo in lui…i responsabili dell`azienda e anche io vedo un futuro ottimo per lui…e di conseguenza per noi…non sto a ripetere quello che ti ho scritto su fb…ma alcune persone si sono stancate di dare tutto per un paese che non gli valorizza…e hanno semplicemente deciso di valorizzare se stessi (invece di valorizzare un lavoro in nero che poi magari dopo 5 anni di duro lavoro ti prende…si ti prende come stagista e ti paga meno di prima..ma scherziamo) e semplicemente di essere felici…un bacio

Andrea Artusi |

Ciao, Fatima.

Anzitutto ti ringrazio di avermi segnalato il tuo articolo che tocca un tema davvero di grande attualità. Come sai sono appena tornato da un viaggio in Kenya per attività di volontariato e mi sento quindi nella condizione un po’ particolare di essermi allontanato abbastanza dal mio paese, dalle abitudini e dal dibattito che stiamo vivendo qui per fare qualche considerazione.

La prima è che paradossalmente ho trovato i giovani africani e quelli italiani d’accordo su un punto: per trovare lavoro e stare bene bisogna andarsene via… Ma dove? E fino a dove ci si deve inerpicare per trovare questa condizione? Insomma la questione secondo me dovrebbe forse fare un passo in avanti che non è il dove appunto ma il come.

Tu manifesti la tua intenzione di restare che è lodevolissima e ancor più significativa considerata la tua estrazione. Ma come facciamo a convincerci e realizzare una modalità per cui i talenti non se ne vanno, le potenzialità restano, le ricchezze vengono sfruttate? Io di risposte ne ho poche ma penso sarebbe il caso di cominciare a discuterne seriamente per trovare dei modi.

Forse chi uscirà per primo e meglio da questa bruttissima crisi sarà proprio chi riuscirà a sbrogliare questo nodo…

Andrea |

Carissima Fatima, ti ringrazio per la tua intelligente e coinvolgente riflessione, che mi sembra di capire è più una condivisione di vita vissuta che di cose soltanto pensate. Questo mi fa trovare in accordo e sulla stessa lunghezza d’onda, quale giovane (cittadino) italiano.
Gli obiettivi di cui parli – dici giustamente – non possiamo considerarli una responsabilità esclusiva dei governanti e dei politici, mentre noi ci concediamo il lusso di “pettinare le bambole”.
L’Italia deve aspirare a diventare un Paese più umano e creativo, un Paese migliore. Questo significa che ogni italiano (anche i giovani e le donne, così ancora troppo ai margini) dovrebbero contribuire all’edificazione della società, della polis. È una cosa che compete a tutti noi, a me, a te personalmente e comunitariamente. Senza possibilità di delega.
Sono convinto che se noi giovani non cominciamo a sentirci e adoperarci ad essere parte integrante del rinnovamento della nostra patria nazionale e europea non solo tutto è destinato ad affondare, ma ci sentiremo sempre più stranieri nella nostra stessa terra, occupatori di un suolo che non abbiamo coltivato, abitanti di un paese che non abbiamo costruito in prima persona, e che dunque non ci appartiene.
Come abitare e alimentare una sana corrente di rinnovamento? Personalmente, credo che fare bene la mia piccola insostituibile parte di uomo nella società sia la strada saggia e possibile per il cambiamento. Tutto questo è impegno, formazione, studio, partecipazione a questa realtà più grande che è la vita pubblica in un’intenzione di ricerca del bene, in modo positivamente critico, relazionalmente bello. Sono portato a pensare che ogni giovane che si stia umilmente e tenacemente impegnando nello studio con una prospettiva e un progetto valido, oppure che stia onestamente lavorando già o cercando lavoro, oppure offrendo se stesso nel servizio (cioè in un amore che edifica), in sostanza che percorra fino in fondo il suo cammino di uomo o donna… questi fonda oggi e accresce concretamente la speranza e la fattibilità di un futuro migliore per tutti.
Non si può proprio parlare di libertà e giustizia senza un’assunzione diretta e onesta di responsabilità (che è il primo e imprescindibile modo di far sentire la propria voce).
Chi se ne va dall’Italia cercando un futuro migliore, senza dubbio impoverisce il nostro territorio… Spero tuttavia che abbia il buon cuore patriottico di portare e coltivare la nostra cultura e originalità dove andrà a vivere, senza dimenticare le proprie radici umane: sarebbe un grandissimo servizio reso a tutti noi e al nostro Paese, anche se a distanza.
Ad ogni modo credo che, a un certo punto, proprio perché si è giovani occorre capire che è fin troppo facile dissociarsi, accusare gli altri e avanzare pretese verso il sistema. Il vero cambiamento, quello duraturo e profondo, non può che cominciare da se stessi per poi essere operato da dentro la società, sporcandosi “ufficialmente” le mani insieme a altre persone con spirito di servizio.
Questo per dire che è molto bello e incoraggiante trovare gente che parla come te. Come dicono i saggi, il pessimismo non è mai il modo corretto di leggere la realtà, che è invece sempre un po’ migliore di quanto possa sembrarci.

Andrea

Fatima Khachi |

@ Leticia
Grazie per aver condiviso la tua esperienza personale che sicuramente aiuta molto a completare il quadro. Non posso darti torto su nulla. Mi dispiace che abbiate “deciso” di abbandondare la vostra casa, è una bruttissima sensazione che conosce solo chi lo ha dovuto fare. Spero che riuscirete a ricostruirvi il vostro mondo a Malta. Tantissimi sinceri auguri a entrambi! Un abbraccio forte
@ Andrea 1 e 2
Condivido fermamente le tue osservazione. Anche i giovani marocchini non fanno altro che ripetere che bisogna andarsene dal Marocco, ma dove? Andare contro la morte affogando nel Mediterraneo con una barca? Oppure, magari con l’aiuto della provvidenza dopo essere riusciti a superare le colonne d’ercole e completare il viaggio di Ulisse, arrivando così nel paradiso Europa per dormire per strada, far la fame ecc perché clandestini?
I giovani devono capire che sono loro ad essere chiamati a diventare protagonisti delle vicende del loro paese e non aspettarsi che cambi il partito al governo ecc. Invece io li vedo sempre più disinteressati a queste vicende e preoccupati solo del loro piccolo mondo, ignorando che questo dipende anche dalla vita pubblica. Bisogna impegnarsi e risvegliare il senso di responsabilità verso il proprio paese. Concordo pienamente con quello che ha detto Andrea (2) “ogni italiano dovrebbero contribuire all’edificazione della società, della polis. È una cosa che compete a tutti noi”. Condivido anche la soluzione che ha proposto “fare bene la mia piccola insostituibile parte di uomo nella società sia la strada saggia e possibile per il cambiamento”. Per quanto riguarda la tua ultima ipotesi, secondo me è proprio chi sbroglierà questo nodo che uscirà per primo e meglio dalla crisi…

Pier Francesco |

Cara Fatima,
Mi unisco pienamente a te nella critica di chi dice che l’Italia fa schifo e vorrebbe incoraggiare i propri figli a espatriare. Se facessimo tutti così, chissà dove finiremmo!
Ci sono invece un po’ di cose sulle quali mi sento di dissentire leggermente. Sarò un po’ fuori dal coro, ti prego di scusarmi, ma altrimenti non mi diverto!
:-P :-P
In primo luogo, secondo me sbagli a non voler più la cittadinanza, pur avendone tutti i diritti e i titoli, perché significa darla vinta al Leviatano. Capisco i motivi della tua delusione, ma su questo punto non bisognerebbe mollare mai. A meno che non ti sia resa conto che la cittadinanza è un fatto puramente burocratico e quindi inutile nella vita quotidiana, ma purtroppo temo che non sia così, soprattutto se sei in possesso di una cittadinanza “extracomunitaria”.
In secondo luogo, capisco anche perché ti lamenti di essere sempre trattata come un topolino di laboratorio, deve essere sicuramente scocciante, ma àrmati di santa pazienza e prova a metterti nei panni della studentessa di psicologia: lei deve fare una tesi su chi ha lasciato il proprio Paese di origine e tutti i problemi annessi, e chi doveva intervistare: il bauscia “autoctono”? Avrebbe potuto scegliere la strada facile facile della tesi compilativa, del copia-e-incolla da qualche trattato di sociologia, ma mi pare assai più lodevole che abbia preferito incontrare direttamente chi questa esperienza l’ha vissuta sulla propria pelle.
Tu, al posto suo, che avresti fatto?
(Per inciso: ovviamente non so come sia avvenuta l’intervista, magari è stata scortese e sgarbata, ma questo è un altro discorso… :-P )
Vorrei anche farti notare che se voi stessi ci tenete a presentare e a esporre in pubblico la vostra identità di “seconda generazione”, è anche naturale che poi gli “altri” (cioè: noi) tendano a tempestarvi di domande sull’argomento, magari in totale buona fede, ma solo perché trattasi di una situazione identitaria a noi sconosciuta e quindi meritevole di attenzione.
Tornando al discorso sulla ricerca del lavoro, come già detto sarebbe meglio che lo si ricercasse in Italia, ma in ogni caso non trovo sbagliato che si consideri la possibilità di andare altrove, ovviamente nella consapevolezza che non si troverà mai l’Eden. Bisogna più che altro trovare il giusto compromesso tra le proprie aspirazioni e ciò che offre il “mercato”. Sono convinto altresì anch’io della bontà dell’esperienza di qualche anno all’estero (la vedo quasi come una necessità: ho avuto la fortuna di farla e la ripeterei), perché per un popolo piuttosto provinciale come il nostro, fa bene entrare in contatto con altri mondi. E attenzione: non sto mica parlando dell’India o del Qatar, o di chissà quale paese esotico, ma può bastare benissimo la Germania o la Norvegia (oserei dire persino la Svizzera, che ha già tante differenze rispetto a noi, pur essendo confinante) per imparare che nel mondo esistono altre visioni della realtà oltre a quella italiana.
Un abbraccio!
:-)

P.S. Consentimi l’ultimo appunto: ma proprio nella GdF vuoi entrare? Ma non potevi scegliere l’Aeronautica o la Marina? E’ ovvio che poi la cittadinanza non te la danno! Per cosa? Per avere un’altra rompi che viene a ficcare il naso nei nostri affari?? E no, eh..?
:-D :-D

Andrea |

Carissima Fatima, perdona se mi permetto ora un’osservazione un po’ più personale, ma visto che ne hai parlato nel tuo articolo immagino che ti stia bene discutere in una certa limitata misura anche questa cosa. Tu scrivi: <>.
Non trovi che questo sia in contraddizione con il resto del tuo discorso e con i valori che esprimi? A parte che non capisco bene cosa intendi per “scala” (lo ammetto: non mi aggrada molto come concetto!), ma a questo punto può sembrare quasi che la cittadinanza sia solo una cosa strumentale, un ingrediente in più per la realizzazione individuale, qualcosa che riguarda il singolo unilateralmente… La cittadinanza invece non si conquista né si conferisce: si RICONOSCE, dunque uno è cittadino (secondo un sacrosanto discorso di principio) non perché glielo dice lo stato, ma perché lo è già e la legge può (e deve) “solo” formalizzare questa cosa. Penso che in un discorso di questo tipo la cittadinanza di chiunque riguardi non solo la persona in questione, ma anche la comunità civile di cui fa parte: è una reciproca accoglienza e riconoscimento, un mutuo impegno. Secondo me uno non “si sceglie” cittadino, si riconosce e viene riconosciuto tale.
Ripeto, perdona la mia sfrontatezza (oltre che la prolissità), magari tu intendevi tutt’altro… Mi sono permesso di farti questa domanda in tono amichevole e soltanto in virtù delle solide e belle cose condivise prima. Tante belle cose e grazie ancora

Andrea (2)

Andrea |

non so perché nel mio commento non c’è la citazione che avevo fatto, che è la seguente:

questo paese, che mi ha dato molto, tranne la cittadinanza, questione ormai archiviata.
Infatti ho deciso di rinunciarvi perché voglio assaporare il gusto di arrivare in cima alla scala da “immigrata”.

marco |

Salam cari amici,

io lavoro all’estero ma vi posso dire che non smetto un solo minuto di sperare che i tantissimi cervelli in fuga dal nostro paese tornino.

Per quanto mi riguarda penso che io accetterei ..e accetto lavori da società straniere anche se ciò implica trasferirmi all’estero, ma di sicuro i miei figli parleranno italiano, conosceranno l’illuminismo, il romanticismo, l’arte greco-romana, il passato di cultura araba, angioina, aragonese, ….etc e i nostri piatti.

Fatima tu non devi cercare la cittadinanza, tu la devi pretendere ..visto che scrivi in Italiano meglio di me ..e io lo sono di nascita ;)

Dobbiamo svecchiare il paese, invito tutti quelli che hanno posizioni di potere a investire sui giovani, dargli fiducia, vederli come persone che possono aiutarci e non come persone che possono farci le scarpe.

Ci sono delle cose che detesto, quelli che vanno all’estero e hanno successo e parlano male di noi dopo che il “loro” paese li ha formati e cresciuti, poi quelli che vanno a Londra a fare i pizzaioli per pagarsi giusto l’affitto e il cibo, ma non possono permettersi altro, però per il solo fatto di essere lì si sentono fighi.

Invito tutti …italiani, 2G, 1G, ..ennesimaG a fare qualcosa di concreto, anche se si vive all’estero, dobbiamo restituire qualcosa a questo paese, per il bene dell’umanità anche …il diritto romano, i principi di archimede e le idee rivoluzionarie di galileo e leonardo da vinci, sono ancora oggi attuali.

Forza …Yalla ….che c’è la possiamo fare :)

Fatima Khachi |

@ Pier Francesco
Mi sono resa conto che non è il pezzo di carta che testimonia la mia italianità, anche se sicuramente porterà degli ostacoli alla carriera. Ormai mi sono rassegnata, il maresciallo non lo potrò mai fare perché ora lavorerò in modo le e richiederò la cittadinanza dovranno passare almeno 3 anni, se poi ci aggiungiamo il tempo di attesa, previsto essere 5 anni, avrò già superato il limite d’età per tentare il concorso pubblico…
Per quanto riguarda la studentessa, capisco perfettamente e infatti le ho dato la mia disponibilità così come a chi me lo ha sempre chiesto per questi motivi. Quello che inizia a stancarmi è il fatto che mi rivolgono sempre le solite domande correlate agli stessi temi, come se la mia essenza si riducesse solo a “perché non porti il velo?”, “cosa ne pensi dei rapporti pre-matrimoniali?” ecc. Perché nessuno mi ha mai posto una domanda sulla cittadinanza? (Perché davano per scontato che ce l’avessi…) e ci sono altre questioni che sarebbe utile approfondire, cosa che stiamo cercando di fare con yalla italia appunto. Ben venga la voglia di conoscere ecc, ma bisogna anche avere un approccio comprensivo, e non solo essere interessati a tematiche strettamente personali.
Per il lavoro anch’io penso che un’esperienza all’estero sarebbe meglio farla, se si ha la possibilità. Quello che a me fa male è quando i giovani vogliono andarsene per non tornare più.
Ps. Tutte le divise militari mi affascinano molto, ma dato che vorrei stare con i piedi per terra ho escluso marina e aeronautica, la GdF perché ritengo che abbiano almeno un minimo di preparazione culturale e professionale…
:D :D

Fatima Khachi |

Mi spiego meglio. Io ho due concezioni di cittadinanza: quella burocratica, sul pezzo di carta,, e quella emotiva, nel cuore. Io possiedo quest’ultima, che mi rende cittadino attivo per la mia società. I miei genitori non si sono mai sentiti italiani, ed è comprensibile. Mio padre arrivò in Italia già adulto, ed è sempre stato attaccato al suo paese di origine, anche perché aveva ancora la famiglia là. Perciò non ha mai chiesto la cittadinanza, a lui basta la carta di soggiorno, perché lui si è sempre sentito un ospite qui. Per me è molto diverso. Io pian piano ho acquisito la consapevolezza della mia italianità, non è che ti svegli la mattina e dici “oggi sono italiano”. E questo sentimento non me lo può annullare il fatto che non sono riconosciuta legalmente tale. Il problema più grave è quando uno sulla carta è italiano ma nel cuore non ha nulla di italiano.
Per “scala” intendevo la vita, con le sue difficoltà e i momenti belli, derivanti anche da un successo professionale.
Sembra romantica come affermazione ma sinceramente non è il riconoscimento dello stato a definire la mia italianità. La mia cittadinanza è attiva giorno per giorno e la sentono tutti gli italiani vicino a me, tant’è che tutti danno per scontato che io abbia il riconoscimento formale. Ripeto, secondo me la vera cittadinanza è nel cuore, non quella sulla carta. Spero di aver chiarito i tuoi dubbi. Grazie per questa riflessione!

Fatima Khachi |

@ Marco:
June 2, 2012 at 4:12 pm
Salam cari amici,
hai assolutamente ragione. Dobbiamo svecchiare il paese, investendo sui giovani, dare loro fiducia. E questo chiama anche noi giovani ad essere attivi per essere visibili a queste cieche istituzioni. Grazie Marco!

Pier Francesco |

Cara Fatima,
Ma è ovvio che una “pisicologa” ti ponga domande personali, altrimenti che pisicologa sarebbe? Il lettino nello studio mica serve per dormire…
:-D :-D
In realtà, credo che la natura personale delle domande nasca proprio dal fatto che siete portatori di una doppia identità (lo dite sempre anche voi), e quindi suscitate curiosità e interrogativi su come conciliate cultura e tradizioni dei vostri genitori con quelle del vostro Paese di adozione, che potrebbero essere molto diverse. Di sicuro, non ti pongono domande sulla cittadinanza o perché si dà per scontato che ce l’hai o semplicemente perché è un problema che non riusciamo a cogliere.
Si tratta purtroppo di esigenze diverse: è chiaro che siamo maggiormente interessati a sapere, per esempio, cosa pensi delle relazioni uomo-donna che non delle pratiche per ottenere la nazionalità, per la semplice ragione che la conoscenza della prima questione ci consentirebbe di sapere come comportarci con te assai più della seconda.
;-)

Fatima Khachi |

@ Pier Francesco grazie per la spiegazione!! Non avevo pensato a questo motivo
:D
@ Andrea 2 il mio secondo commento era per rispondere alle tue domande che mi avevi posto…non capisco perchè non è figurato “@Andrea2″ …