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Uomini che odiano le donne

di Lubna Ammoune

Uomini che odiano le donne. Non siamo in Svezia e la penna non è di Stieg Larsson.
Il contributo, lungo, argomentato, forse sofferto, intriso di significato e sentimento, è quello di Mona El Tahawy, giornalista-attivista egiziana che risiede negli Stati Uniti, pubblicato su Foreign Policy. Un contributo che ha ricevuto in pochi giorni numerose e accurate risposte, che è stato ed è al centro di un dibattito acceso per aver suscitato ire e apprezzamenti.

Non è immediato riuscire ad arrivare alla fine dell’articolo. E non è questione di numero di battute.
Mi sono avvicinata a quello che Paola Caridi (giornalista e storica) definisce un j’accuse, una provocazione, un sasso lanciato in uno stagno veramente fermo, col pensiero della storia personale di Mona (mesi fa è stata arrestata in piazza al Cairo, picchiata dalla polizia e molestata sessualmente.
Perché è anche in quest’ottica che si deve interpretare il suo ragionamento. Molto di quanto riportato è stato visto coi suoi occhi e toccato con le sue mani. Le considerazioni della giornalista nascono da racconti, stime e percentuali. Le problematiche sollevate toccano le mutilazioni genitali femminili, la totale mancanza di diritti, le molestie sessuali spesso apertamente ammesse, i matrimoni di bambine e i test di verginità a cui molte egiziane sono state sottoposte durante la primavera araba. Problematiche scottanti e scomode di cui è difficile farsene una ragione in quanto essere umano, in quanto donna, in quanto musulmana. Aprire gli occhi e nutrire un dibattito giusto e onesto si trasforma in un obbligo. Perché allora tutte queste indignazioni espresse su twitter e non solo?

Alla El Tahawy si rimprovera in primis quel noi (ci odiano) che in più punti esprime. Ma siamo proprio sicuri che sia così inopportuno?
Mona, così come nessun’altra donna, non potrà mai rappresentare in toto l’universo femminile arabo-musulmano. Eppure percepisco quel noi come necessario per due ragioni. La prima è per ricordarci che in piazza non è stata l’unica a subire quell’atroce violenza. Il suo dolore e la sua umiliazione sono stati condivisi. La seconda è per risvegliare le coscienze di noi tutti. Non solo di noi donne (arabe). Quel noi non intende essere rappresentativo, così come non intende peccare di presunzione. È un “noi donne” come surrogato di quella che poi chiama “nostra rivoluzione”.

Le si rimprovera di semplificare qualcosa che semplice non è. Mi trovo d’accordo. La situazione della “regione” che analizza è assai complessa, ma in punti chiave del suo articolo la El Tahawy si sofferma e cerca di mettere in luce episodi esplicativi ed esaurienti di specifici paesi (come Arabia Saudita e Kuwait) per completare le sue idee.
Le si rimprovera di attribuire all’Islam gran parte delle colpe. Vero. Parla di religione, ma affianca a questa parola il termine cultura (combinazione tossica di cultura e religione). Parla di odio islamista per le donne, ma si riferisce in quelle righe a un Islam politico (e politicizzato).

Le si rimprovera che la situazione di queste donne è da spiegarsi alla luce di altri e numerosi fattori. Naturalmente la loro condizione non è dovuta “solo” al presunto odio degli uomini arabi. E se invece questo fosse il filo di una ben più complessa e intricata trama, ma comunque un filo fondamentale? La giornalista non li affronta punto per punto, ma suggerisce e lascia intendere che l’odio è il sintomo di altre questioni. Questioni di natura culturale, religiosa, interpretativa, economica, sociale, ecc. Ciò emerge bene quando scrive “le nostre rivoluzioni politiche non avranno successo sino a che non saranno accompagnate da rivoluzioni de pensiero: rivoluzioni sociali, sessuali, culturali, che rovescino i Mubarak che abbiamo in testa o nel letto”. Ciò che è un sintomo diventa punto di partenza per tracciare una riflessione.

Le si rimprovera che non solo nel mondo arabo, ma anche in vari e altri paesi l’universo femminile è soggetto a discriminazioni. È la El Tahawy stessa a chiarirlo (suggerisce anche un frammento della Segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton: «Perché gli estremisti si concentrino sempre sulle donne resta un mistero, per me. Però lo fanno tutti. Non fa differenza il Paese in cui si trovano o la religione che professano. Vogliono tutti controllare le donne»). Il suo merito è partire da un confronto con quanto accade negli Stati Uniti e in Occidente, immaginando un’ipotetica chiusura di conversazione, per poi discostarsene volutamente e contestualizzare rispetto al mondo arabo.

Ancora. Le si rimprovera il binomio uomini-odio. Nell’articolo vi sono tuttavia due donne “complici” (e quasi simbolo di complicità) del presunto odio. “Quando l’Egitto ha bandito la pratica nel 2008, non è stato sorprendente che alcuni legislatori della Fratellanza Musulmana si siano opposti, né che alcuni si oppongano tuttora, compresa la parlamentare Azza al-Garf” e “la donna che guida il «comitato femminile» del partito ha detto di recente che le donne non dovrebbero protestare o sfilare in manifestazione perché «è più dignitoso se i loro mariti o i loro fratelli protestano in nome loro».

È rilevante notare che rispetto al timeline di Mona proposto su twitter dove ha 130 mila followers, gli occidentali sono d’accordo, mentre le donne arabe no. Il perché? Sarebbe forse esauriente rispondere che il motivo sia legato al cliché secondo cui la donna araba vittima, prigioniera e priva di ogni libertà, richiami il pietismo degli occidentali?
Sì, no, non so.

Degna di considerazione è la seguente osservazione della Caridi:
“È che lo schiaffo assestato da Mona el Tahawy con quell’articolo il cui titolo è tutto un programma (“Why Do They Hate Us?) ha finalmente costretto molte donne arabe a parlare, e a mettere nero su bianco (virtuale) una discussione che rischiava l’intellettualismo”.
Probabilmente il nodo cruciale che si sta tentando e ancora si tenterà di sciogliere è invertire l’attenzione. Questo merito della El Tahawy non riguarda solo gli attori di cui parla anche la Caridi, scrivendo che
“lo spazio di discussione sulle donne arabe – tra le donne arabe – è stato catturato e tenuto ostaggio, sui media occidentali, da quel piccolo pugno di donne (arabe e non solo) che all’Occidente hanno fatto comodo per descrivere la regione come retrograda e oscurantista, servendosi di un pezzo di stoffa chiamato velo, hijab, niqab, burka, chador.
A loro, a questo gruppo di donne, è stata data la palma di descrivere (a loro modo) tutte le altre, privando le altre di un palcoscenico mediatico necessario per rendere più digeribile un dibattito che ha nella complessità – ancora una volta – la sua cifra, il suo significato”.

Il merito di Mona riguarda soprattutto i contenuti. Sul palcoscenico sono ora rappresentati episodi veri di discriminazione, maltrattamento e privazione. Temi tabù. Temi scomodi. Lasciati finora ad attiviste e intellettuali arabe di spessore che hanno scelto di continuare comunque a discuterne, ma attraverso una certa invisibilità delle associazioni e delle pubblicazioni fuori dal mainstream.
Temi che potrebbero (e forse dovrebbero) occupare il posto di altri motivi che i media ci hanno fatto credere imprescindibili. Questioni che conferivano l’illusione di essere urgenti forse per distrarci dai problemi veri, per distogliere l’attenzione da un qualcosa che richiedeva un maggior impegno intellettuale, civile e cognitivo. Come i pezzi di stoffa, per esempio.

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Anonimo |

Lodi:brutale stupro sul treno,vittima è italiana,carnefici sono un macedone e un africano

Pier Francesco |

Cara Lubna,
Come sempre, offri tanti spunti di riflessione e di discussione interessanti.
Premetto che l’odio è un sentimento che mi è del tutto sconosciuto (anche se ti potrà sembrare strano) e spero vivamente di non incontrarlo mai, anche perché vorrebbe dire che qualcuno mi ha fatto del male.
Per tale motivo, faccio un’enorme fatica a capire per quale ragione gli uomini possano odiare le donne, alle quali andrebbero rivolti solo amore e ammirazioni sconfinati, per quello che ci sanno dare come madri, mogli, fidanzate, amiche, insegnanti, ecc… (paturnie a parte, ovviamente :-P ).
Le ragioni ataviche della misoginia sono a me ignote, e me le sono sempre domandate; la mia personalissima opinione è che probabilmente ha a che fare con la paura del mistero fondamentale della vita, e in fondo una sorta di senso di “inferiorità” verso una creatura capace di generare “fisicamente” una nuova creatura. A ciò si aggiungono poi i luoghi comuni sulla presunta maggiore debolezza fisica e sull’emotività femminile, che spingerebbero gli uomini a credere che le donne siano inadatte al comando.
Concordo pienamente con Mona El-Tahawy quando dice che le rivoluzioni arabe resteranno incompiute se non saranno accompagnate da una rivoluzione di costume, anche se penso che il ragionamento andrebbe declinato tenendo conto delle differenti realtà locali: è ragionevole supporre che questa esigenza venga sentita dalle ragazze delle classi alte saudite, persone ricche e istruite ma imprigionate in una sorta di gabbia dorata, mentre potrebbe trovare maggiori ostacoli nelle grandi masse povere e analfabete degli altri Paesi, le quali hanno ben altre esigenze (il famoso “pane e lavoro”); d’altronde, anche in Europa, la rivoluzione di costume sessantottina fu portata avanti dagli studenti, e non dai mezzadri.
Un altro grosso ostacolo che vedo è l’associazione “libertà di costumi = Occidente”, che la propaganda di quei regimi sfrutta facilmente per spaventare l’opinione pubblica e impedire il cambiamento; la gente finisce per identificare un semplice desiderio comune a tutti gli esseri umani (giusto o sbagliato che sia) a un preciso contesto culturale e politico verso il quale magari nutre avversità.
Quanto al discorso sulla tipica ossessione occidentale per il velo, non penso che sia dovuta a strabismo o banale superficialità (almeno, non solo), ma piuttosto al fatto il pezzo di stoffa è visto come il paradigma di quella mancanza di libertà che si vorrebbe denunciare. Non dimentichiamoci, infatti, che in molte realtà del Medio Oriente la donna non è propriamente libera di scegliere se indossare l’hijab oppure no, vuoi per ragioni legali (Iran, Arabia Saudita) vuoi per pressioni sociali (“Cara mia, nessuno ti obbliga, però se non te lo metti mi sembri una poco di buono…”). E’ giusto, semmai, obiettare che in Occidente si pensa che il pezzo di stoffa sia la chiave di volta della questione, per cui se te lo togli hai risolto tutti i problemi, cosa che naturalmente è ben lontana dalla verità.
Ciao ciao e a presto!
:-)

Pier Francesco |

Comunque, care ragazze, è arrivata la vostra vendicatrice:
http://www.corriere.it/esteri/12_aprile_30/germania-ninfomane-seriale-colpisce-ancora_ce71e3f4-92d0-11e1-96f9-bbc2eef37e85.shtml

Non ci sarà pietà per nessuno!

:-D :-D

P.S. Ma sarà vera ‘sta storia o è una bufala come la necrofilia?

nadine2 |

LoL Pier Francesco, ma possiamo sperare in una via di mezzo? :)perchè se non ci dovesse, mi toccherà stare dalla parte della Germania :)

Pier Francesco |

Cara Nadine2,
Pure io starei dalla parte della Germania, anche se mi costerebbe MOLTA fatica…
;-)

Lubna Ammoune |

Caro Pier, anche i tuoi commenti (che, diciamoci la verità, ben si presterebbero a veri e propri contributi) sono preziosissimi punti da cui muoversi per una riflessione. Trovo molto interessante la tua osservazione che riguarda il senso di inferiorità per la capacità di poter generare fisicamente una nuova creatura. Ringraziando il Cielo, però, è nel concepire una nuova vita che si esprime la bellezza, lo splendore e l’unicità dell’essere complementari tra uomo e donna

Lubna Ammoune |

@ Anonimo

Purtroppo leggiamo spesso notizie simili a quella da te riportata. E non conoscono differenza di nazionalità, ahinoi

Lubna Ammoune |

Cara Nadine2, speriamo in una via di mezzo, ma credici pure tu ;-)

Anonimo |

Quello che ho riportato è esattamente il titolo dell’articolo così com’era.
Non era mia imtenzione sottolineare la nazionalità dei protagonisti.
E’ vero che queste cose non conoscono nazionalità, ma è vero anche che, con l’immigrazione, il rischio di stupro è aumentato.
Te lo dice uno che, ha più anni di te e che ha conosciuto l’Italia di 30 anni fa.
Allora il rischio di violenza c’era, ma minore di oggi.
Come attesta la cronaca, la maggiorparte degli stupri è commessa da stranieri.
Non solo, ma spesso sono musulmani, forse nessuno va a cercare il perchè di questo.
Esistono numerosi casi di cronaca, nei paesi occidentali, dove individui coerenti alla loro fede, vedono lo stupro delle infedeli come cosa lecita.
Mi spiace sollevare la polemica, è vero che non tutti i musulmani sono cattivi, come non tutti i cristiani sono buoni, ma c’è da dire che, mentre il cristianesimo condanna la violenza, l’islam offre spesso la scusa ed il pretesto a chi decide di comportarsi come una bestia!
http://chretienslibres.over-blog.com/article-un-fenomeno-preoccupante-in-corso-lo-stupro-di-gruppo-di-donne-occidentali-da-parte-dei-musulmani-74496380.html

Anonimo |

Uomini che odiano le donne…(io aggiungo) anche per cultura.

http://www.italian.faithfreedom.org/comment.php?t=1567

Già è una cosa orrenda che musulmani violenti commettano soprusi nei loro paesi, figuriamoci quando, si insediano in casa d’altri ed, anzichè integrarsi, vogliono comandare prepotentemente ubbidendo solo alle loro discutibili regole.
Le persone si suddividono in buoni e cattivi, non esistono categorie violente e categorie buone.
Questo che scrivo non vuole essere nè una provocazione nè una critica, ma solo un voler prendere coscienza che condannare gli sbagli è meglio che tacerli.
Come un cristiano condanna i suoi esponenti pedofili, allo stesso modo un buon musulmano deve condannare ciò che tra i suoi fedeli non va.
Io spero che giovani generazioni di musulmani, più colti e più intelligenti, abbiano il coraggio, come mi pare di leggere in questo blog, di vivere la loro fede in modo pacifico e giusto condannando chi, nel nome della religione, commette atti orribili. Questi infatti,sporcano l’immagine della loro fede e di altri islamici ma sporcano anche l’immagine di dio stesso.
p.s. chiedo scusa se ho affrontato un tema così difficile ma mi pareva coerente con l’argomento.

nadine2 |

Anonimo,visto che la metti sempre sul piano dell’aspetto religioso e dell’Islam che giustifica certi orrori, potresti dirmi la tua sulla guerra in Bosnia? Quando i serbi cristiani ortodossi hanno brutalmente violentato in massa le donne bosniache, hanno fatto abortire quelle in gravidanza, giocato con i feti e il tutto sotto gli occhi degli altri famigliari era un comportamento dettato dalla loro indole religiosa forse? lo sai che i leader militari trovavano appoggio e nascondiglio nei monasteri? “Come un cristiano condanna i suoi esponenti pedofili, allo stesso modo un buon musulmano deve condannare ciò che tra i suoi fedeli non va.” Il paragone non regge, poiché il pedofilo di cui parli è un Prete! Il mussulmano che ha commesso lo stupro non era di certo un esponente religioso, ma semplicemente nato in un luogo dove si professa l’Islam, ciò non vuol dire che viva con i valori dell’Islam! Qualora ci fosse l’imam stupratore o pedofilo, stai sicuro che non verrà di certo protetto dalla sua comunità! Se poi credi che per ogni crimine commesso da una persona nata in un paese mussulmano si debba pronunciare tutta la comunità religiosa allora è un altro paio di maniche; sarebbe come dire che, ogni volta che un delinquente commette un reato, andiamo dal prete a chiedere la condanna pubblica in nome del Cristianesimo, anche se il prete questo personaggio non lo ha mai visto entrare in chiesa!

Anonimo |

Cara Nadine2
se hai letto bene ciò che ho scritto, e che riposto qui:”Le persone si suddividono in buoni e cattivi, non esistono categorie violente e categorie buone.”…
“non tutti i musulmani sono cattivi, come non tutti i cristiani sono buoni”, capiresti che non stavo mettendo la cosa sul piano religioso.
Anche se bisogna ammettere che spesso è l’islam stesso quello che mette tutto sul piano religioso.
Per replicare a ciò che scrivi sui fatti della Bosnia , io penso che un conto sono orrori collegabili alla guerra (e che purtroppo ci sono in tutte le guerre), un conto sono gli stupri commessi da persone che l’Italia ha accolto. Persone che si aprofittano delle pene poco severe rispetto ai paesi di provenienza.
Il paragone, tra gli atti di violenza nella guerra e quelli commessi in tempo di pace, regge se si considerano le cose dal punto di vista di ALCUNI musulmani violenti che tendono a colpire gli occidentali, in nome di una presunta “guerra santa”.
Se leggi alcuni articoli che trattano l’argomento ti accorgerai che alcuni la mettono proprio sul piano della guerra santa.
Che poi sia una scusa per giustificare i propri atti e continuare a fare i comodi propri, questo non lo so.
Io so solo che il male è insito nell’uomo indipendentemente dalla fede religiosa, non condanno le persone ma le ideologie sbagliate.
So benissimo che l’islam è una religione spesso sporcata da fanatici che ne snaturano il valore, sono certo che giovani leve di quella fede possano portare avanti la parte migliore e più civile di quella cultura. Come mio pare di intuire in questo blog.

“Il paragone non regge, poiché il pedofilo di cui parli è un Prete! …. Qualora ci fosse l’imam stupratore o pedofilo, stai sicuro che non verrà di certo protetto dalla sua comunità!”
Ti ricordo che il prete pedofilo è da condannare mentre, saprai meglio di me, che in alcuni paesi l’imam sposa bambine col benestare di tutta la comunità.

“Se poi credi che per ogni crimine commesso da una persona nata in un paese mussulmano si debba pronunciare tutta la comunità religiosa allora è un altro paio di maniche”

Infatti io non ho dato la colpa a tutti….

anna |

@ anonimo

faccio fatica a leggere i tuoi commenti, perché sei talmente convinto di quello che dici che mi fa un po’ impressione. Io vivo all’estero e il solo pensiero che io venga catalogata prima di tutto in base alla mia provenienza, mi fa venire la pelle d’oca. Sì, ci sono gli italiani all’estero che si comportano male, ma mai e poi mai vorrei essere messa in un calderone assieme a loro solo perché sono della loro stessa nazionalitá. E per quanto riguarda “l’accoglienza dello straniero”: credo che in tutta Europa gli stranieri sono accolti quando fruttano economicamente al paese che hanno scelto come patria, soprattutto in questo periodo di crisi. Per il resto, se ognuno restasse a casa propria tutti i governi di centro destra sarebbero piú che contenti.
Per quanto riguarda i crimi di guerra: Hannah Arendt ha scritto “la banalità del male” a questo proposito. Io trovo la violenza ingiustificabile in qualsiasi circostanza e non mi basta che un soldato mi dica “mi sono comportato cosí, perchè mi é stato ordinato”. Trovo agghiacciante una tale giustificazione.
Secondo me la violenza sulle donne non é una questione di nazionalità, ma di cultura. Io ho letto l’articolo di Mona Tahawy e mi é parsa un’ottima provocazione. In Libano c’é un’ iniziativa che si chiama “Les aventures de Salwa” http://www.babelmed.net/index.php?c=7427&m=&k=&l=fr
…e se proprio vogliamo tirare in ballo la religione: c’é da notare che il Libano é il paese multireligioso per antonomasia e il fenomeno di molestare le donne é esteso a tutte le fasce sociali della societá. Cosa ci insegna tutto questo? Che la religione é solo un aspetto della cultura di un paese. è anche per questo che in Yemen ci sono le spose bambine e non ovunque nel mondo islamico. Spose bamibine e burqa sono degli aspetti culturali che si sono intrecciati alla religione islamica, ma non sono insiti nell’ Islam.

E oggi sul fatto quotidiano c’era questo:
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/paia-scarpe-contro-femminicidio/196716/

Magari Yalla potrebbe parlare con le persone che hanno organizzato la manifestazione.

Ciao

Anna