YALLA Italia
"il blog delle seconde generazioni"

Street Art Cairo e Rivoluzione

Street Art Cairo e Rivoluzione Dati Articolo
Poche settimane fa, per le strade del Cairo, quattro writers in procinto di realizzare un graffito sono stati arrestati dalla polizia. Già, i graffiti di strada sono un’arte esercitata perlopiù illegalmente, tanto al Cairo quanto per le strade di Milano, Londra o Bruxelles. Cosa c’è davvero in gioco, però, per le strade della città egiziana?
Se vi siete abituati a pensare che Facebook, Twitter e la web community abbiano tessuto le fila della rivolta di piazza Tharir, fatevi un giro per le strade della capitale. Un tempo legati a calcio, spettacolo, e pura ricerca estetica, ormai da un anno i graffiti degli street artist egiziani sono provocatori, anti-regime e liberi da ogni censura. Ed ormai anche un pugno nello stomaco dell’esercito.

Il movimento graffitaro cairota nasce in un quartiere benestante della citta’, di nome Masr el Ghidida, ma i cosiddetti artisti della strada oggi abbelliscono anche i muri del lungomare alessandrino o di El Mansoura.

I loro nomi sembrano ammiccare all’Occidente, e le loro opere rappresentano stili e messaggi diversi. C’e’ Sad Panda che dipinge ossessivamente un panda obeso e depresso che pare ormai un marchio di fabbrica e si vede ovunque per le strade del Cairo. Poco tempo fa hanno imbrattato un suo graffito e lui ha riproposto sullo stesso muro il solito panda che dice “ora sono ancora piu’ triste”. C’e’ El Teneen, che significa il Dragone, e ha incominciato a realizzare graffiti durante la rivoluzione. Una delle sue prime opere raffigurava un semplice ritratto di Mubarak e la parola “Vattene”. C’e’ Aya Tareek, una delle pochissime donne graffitare, fondatrice del primo gruppo di graffitari di Alessandria, lo studio “Fo we ta7t” (“Su e giu’”, ndr). E poi Adham Bakry, Dokhan, Hend Kheera, Hany Khaled, Charles Akl, Amr Gamal. E Ganzeer, che nonostante l’ossessione dei media nei suoi confronti va ripetendo che lui non e’ un graffitaro. Il suo ultimo graffito risale al Maggio del 2011, ma visto il suo background da graphic designer ci tiene a precisare, come campeggia nella home page del suo sito web: “NON SONO UNO STREET ARTIST O UN GRAFFITARO”.
Ganzeer ,nonostante cio’, e’ il piu’ popolare tra tutti i graffitari del momento. Parte di questa fama e’ legata all’arresto subito per la diffusione in tutta la citta’, una vera e propria febbre, di uno sticker da lui ideato, che rappresenta un uomo bendato e con un sasso in bocca. Lo sticker dice “LA MASCHERA DELLA LIBERTA’”, e subito sotto recita “Il Consiglio Supremo delle Forze Armate saluta gli amati figli della nazione” con tanto di nota sarcastica: “Ora disponibile per un periodo illimitato di tempo”. Ganzeer e’ uno dei pochi graffitari che mostra volentieri il proprio volto e realizza opere dal contenuto politico esplicito e apertamente anti-militare, ma ha anche organizzato molto altro: la Cairo Street Art Map, che utilizza Google Map per aiutare fan e altri artisti a localizzare tuti i graffiti della citta’, il “Tank versus Bike”, ovvero il graffito piu’ esteso e longevo della citta’, un lavoro di gruppo che rappresenta la brutalita’ dell’esercito e che alcuni artisti sconosciuti hanno arricchito, in seconda battuta, con dei civili che cadono sotto i carri armati (una sorta di spontanea auto-narrazione collettiva), il “Martyr’s Mural Project”, che mira a realizzare un murale per ogni martire caduto, e infine il Mad Graffiti Weekend, campagna lanciata nel Maggio 2011 sui social media e che incentiva la collaborazione tra graffitari. Nel gennaio del 2012 Ganzeer ha anche lanciato la “Mad Graffiti Week”: dal 13 al 25 gennaio tutti gli street artist sono stati incoraggiati a invadere la citta’ di opere che denuncino le menzogne del Consiglio Supremo delle Forze Armate.

Se Ganzeer e’ l’artista piu’ famoso e sovraesposto, nelle strade del Cairo si aggirano anche graffitari piu’ discreti, come Keizer.
Di madre francese e padre egiziano, Keizer ha vissuto in Francia, Australia ed Asia sud-orientale, dove ha approfondito i suoi studi di psicologia, marketing e arti visive. Ma soprattutto, ha lavorato a lungo come pubblicitario, mestiere dove lungi dal poter utilizzare liberamente la sua creativita’, si e’ ritrovato a lanciare messaggi di massa e a vendere idee. Dopo aver a lungo rigettato le sue identita’ egiziana e francese, da lui definite “arroganti, piene di se’, limitanti”, ha fatto pace con la sua egizianita’ e si e’ trasferito definitivamente al Cairo, dove si e’ trovato, ironia della sorte, ancora impegnato a lanciare messaggi alle masse. Questa volta, pero’, esprimendo liberamente la sua energia creativa, e facendo finalmente qualcosa di cui e’ convinto intimamente, e di cui ha bisogno “come l’ossigeno”. Keizer dichiara di non aver guadagnato una sola sterlina dai graffiti che realizza. La Pepsi in Libano gli ha offerto un lavoro, giornalisti e gallerie lo hanno corteggiato, gli e’ stato proposto di realizzare magliettine e gadget vari, ma lui ha detto di no a tutti. Il motivo, sostiene, e’ che “finalmente sono libero. Nessuno puo’ prendere la mia idea, stravolgerla, farla a pezzettini. Sono proprietario della mia arte”. E cosi’, in contrapposizione alla “mentalita’ di gruppo” che lui attribuisce ad un certo modo tutto egiziano di agire sempre in compagnia, snobba gli altri graffitari ed inizia ad aggirarsi tutto solo di notte per le strade del Cairo, dove applica stencils anti-consumistici (theCapitalism scritto in bianco su sfondo rosso, a sbeffeggiare la CocaCola), anti-militari, slogan lapidari (“Respect existence or Expect resistance”), attacchi a celebrita’ pro-regime e a programmi televisivi propagandistici (molti sono gli stencils in citta’ che raffigurano un uomo che punta una pistola contro la propria testa a forma di televisione, affiancata dalla scritta “Kill your television”).

Keizer racconta due episodi emblematici di come la street art possa incidere sulla mentalita’ degli egiziani: il primo e’ quello di un suo graffito realizzato in un’area molto povera e degradata della citta’, sommersa dalla spazzatura. Dopo una settimana, l’area era stata ripulita dagli abitanti. Secondo Keizer per la prima volta gli abitanti del quartiere si sono sentiti considerati, degni di attenzione, e hanno capito che lo spazio urbano puo’ diventare, in qualche modo, “bello”. Un altro suo graffito ha dato il via ad una vera e propria riqualificazione di un angolo di strada che ha visto sorgere una panchina e delle aiuole.
I graffiti possono dare un nuovo senso ai quartieri, creare un senso dell’estetica urbana e spingere gli egiziani a riappropiarsi dello spazio pubblico. Per questo Keizer tende a non lavorare accanto a Piazza Tahrir, dove, sostiene, “c’e’ gia’ la mentalita’ giusta”. “Io voglio risvegliare gli indifferenti, gli inerti, le persone che, mentre a Tahrir si rischiava la vita, se ne stavano in un angolo impaurite dall’instabilita’ che sarebbe venuta”.

Il graffito come richiamo figurato alle armi. Keizer ci crede, senza paternalismi di sorta, pero’: “Una volta un passante mi ha chiesto perche’ non aggiungevo una spiegazione sotto al mio graffito. E se quello che vedeva lui in quell’immagine era corretto. Gli ho risposto che non c’e’ giusto o sbagliato, qualunque cosa lui veda e’ corretta”. Se insomma la propaganda di regime ha inibito il libero pensiero, l’interpretazione e la capacita’ critica degli egiziani piu’ vessati da crisi, disoccupazione, e corruzione, una citta’ ingentilita da graffiti e arte di strada puo’ restituire liberta’ e voglia di ragionare con la propria testa.
Per i detrattori della street art tutto cio’ potrebbe apparire come un sogno, un’utopia. Ma forse Keizer risponderebbe, come recita un suo graffito, “If you dont’ let us dream, we won’t let you sleep”. Piazza Tahrir insegna.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo e-mail non verrà pubblicato.

*


I campi contrassegnati da asterisco (*) sono obbligatori



Novità: i video!


Maha

  • Buona fortuna da Maha!


  • Yalla for Avis