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La lotta alle mutilazioni genitali femminili comincia a scuola (la nostra)

di Redazione

In questi giorni ha creato enorme scalpore la visita in Tunisia del telepredicatore egiziano Wagdi Ghoneim che, invitato da alcuni gruppi salafiti locali, nel corso di uno dei suoi discorsi pubblici ha affermato che “l’escissione del clitoride è una pratica raccomandata dall’Islam”.

Fortunatamente hanno risposto a Ghoneim sia il ministero tunisino della Salute, che ha bollato l’infibulazione come “pratica lontana dalla tradizione tunisina”, che l’ordine dei medici che ha ricordato come “ogni azione che attenti all’integrità fisica dei minori è un reato”.

Ciò che dovrebbe allarmare anche noi è che il salafita sia conosciuto e apprezzato anche da alcuni (speriamo pochi) musulmani italiani che nel 2005 lo invitarono a tenere alcuni sermoni nelle moschee di Bologna, Verona, Padova e Sesto San Giovanni.

Siamo infatti abituati a credere che quando si parla di controllo della sessualità femminile e violazione dei diritti basilari delle donne il tema non ci riguardi da vicino, ma oggi il dossier Il diritto di essere bambine ci aiuta a scoprire che un tema drammatico come le mutilazioni genitali femminili investe l’Italia molto più di quanto non immaginiamo.
Perché questa pratica atroce, e cosa c’entra con il nostro paese?
“Nelle culture in cui viene praticata la mutilazione genitale femminile, una donna non mutilata non si sposa, è considerata impura, inferiore. Le madri lo ripetono alle figlie perché vogliono che siano inserite nel loro contesto, nella loro comunità, credono insomma di farlo per il loro bene. In più per chi emigra in un paese come l’Italia la prospettiva cambia: le bambine e le donne si ritrovano in una società che invece non lo accetta, in un mondo in cui la pratica va tenuta nascosta” spiega Tiziana Macciò dell’Albero della Vita, la onlus che insieme all’associazione interculturale Nosotras ha realizzato il dossier.

Le mutilazioni genitali femminili sono di vario tipo, vanno da una parziale asportazione del clitoride alla cosiddetta infibulazione o “escissione faraonica”, ovvero totale asportazione dei genitali femminili con conseguente sutura dell’apertura vaginale. Il trauma che ne deriva condiziona l’intera vita delle bambine: dal dolore provato contestualmente all’operazione, a sofferenze indicibili durante il ciclo mestruale, i rapporti sessuali, il momento del parto, fino ad includere lo shock psicologico che provoca depressione ed episodi simil-psicotici.

Il dossier descrive la diffusione di questo fenomeno tra le comunità immigrate in Italia con un dato “innovativo”, più alto rispetto a quello calcolato nel 2009 dal Ministero delle Pari Opportunità.
“Siamo partiti dai dati del MIUR per poter dare una stima diversa” ci spiega Maccio’ “non ci siamo limitati ai dati ISTAT delle bambine nate in Italia originarie da paesi in cui la pratica dell’infibulazione fa parte delle tradizioni locali. Ci siamo invece concentrati sulle bambine iscritte a scuola, riuscendo cosi’ ad includere il dato delle bambine provenienti da famiglie irregolari. Siamo arrivati ad un dato di 7.727 bambine a rischio. Fortunatamente esiste anche uno scarto del 30% tra madri che hanno subito MGF e figlie a rischio.”

Ma basta intervenire nelle scuole? “Diciamo che c’e’ un’ottima legge in Italia, la legge n.7/2006, che punisce persino chi torna al proprio paese per sottoporre le figlie a MGF. Ma la legge non basta, perché di fatto deve avvalersi di chi può scoprire tale pratica oppure di una denuncia. Purtroppo le denunce in Italia sono pochissime”.
E allora, come incidere preventivamente sul fenomeno?
“Considerando che l’età media delle bimbe sottoposte a MGF si abbassa sempre di più, è fondamentale lavorare nelle scuole materne, dove le insegnanti devono ricevere una formazione e degli strumenti per creare negoziazioni con le famiglie prima che compiano tale pratica. Prevedendo anche l’intervento di mediatori culturali, per esempio”.

L’Albero della Vita e Nosotras incominceranno la loro campagna di prevenzione con un progetto pilota in una scuola di Firenze. Per gli altri istituti scolastici della Toscana interessati ad aderire, c’è tempo fino al 15 febbraio per contattare le associazioni promotrici. L’obiettivo a lungo termine, però, è stilare un documento di buone prassi da divulgare anche a livello nazionale, ed estendere la campagna anche alle scuole della Lombardia e delle regioni ad alto tasso di bambine a rischio MGF.

Quali che siano i dati certi del fenomeno in Italia, si tratta di un controllo atroce della sessualità femminile, e di un problema culturale che in fondo richiama alla mente un dominio patriarcale che è necessario abbattere.
Se sottoporre le proprie figlie alla mutilazione genitale è parte di un sistema di tradizioni che richiamano il proprio paese d’origine, le proprie radici, attaccarvisi diventa un ulteriore modo per difendere la propria identità. E’ così che le donne, le prime vittime, finiscono per diventare carnefici e condannano le proprie figlie a subire la medesima sofferenza. E’ questo meccanismo perverso, la questione fondamentale. E oggi combatterlo riguarda anche noi.

www.alberodellavita.org
www.nosotras.it

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Ornella Beretta |

Rimango inorridita nel leggere queste pratiche disumane ed atroci che ancora oggi vengono applicate.
E mi sento sconfortata, parecchio…perchè purtroppo certi usi e costumi saranno difficili da sradicare.
L’informazione,comunque, soprattutto continua, è fondamentale per iniziare un cammino che non sarà certo semplice ma che mi auspico porterà a buoni risultati.