E ora dove andiamo? Lontano ma non troppo in alto…
Dati Articolo
Punk in Beirut, strillava sbarazzino e scapigliato Giovanni Lindo Ferretti in una serata di metà anni '80.
Altri tempi, altra Beirut. Il Libano che ci racconta Nadine Labaki nel suo
E ora dove andiamo?
, invece, è l'immagine di un Paese lacerato alle soglie del 2000.
La seconda pellicola della regista (la prima è l'indovinatissimo Caramel) ha infatti sullo sfondo la guerra libanese. Sullo sfondo, perché il villaggio raccontato vive in una dimensione dove il conflitto incombe, ma non è mai in primo piano. Circondato dalle atrocità, un piccolo agglomerato resiste dando prova di forme di convivenza un po' paradossali e volutamente caricaturali.
Se avete pensato ad Asterix il Gallo, probabilmente non vi sorprenderete nello scoprire che le protagoniste, le donne del villaggio, pur di scongiurare il pericolo della guerra ricorrono a qualsiasi espediente, dal più antico del mondo alle pozioni magiche.
Senza svelare troppo la trama, la vita nel villaggio scorre tra la Chiesa e la Moschea, a un tiro di sputo l'una dall'altra con buona pace di Borghezio. Le due comunità, quella cristiana e quella mussulmana, convivono riproducendo, al loro interno, dinamiche quasi speculari: uomini rissosi e votati alla bagarre, donne generose e impegnate a mantenere la pace.
Il film è godibile fin dal primo minuto, con una trama leggera, che tuttavia concede qualche gustoso colpo di scena, una recitazione più che valida, canzoni narrative che farebbero venir voglia di alzarsi dalla sedia del cinema e ballare. Le donne della Labaki sono semplici, comuni, coraggiose. La regista non cade nella tentazione di rappresentarle come mamme sagge alle prese con uomini bambini, che avrebbe fatto inevitabilmente scivolare il film nella pedagogia da mercatino. Anzi le rappresenta goffe, combattute e innamorate. I personaggi, del resto, sono quasi tutti espressivi e ben caratterizzati. In questo assolvono bene il loro compito soprattutto le attrici, che compongono un cast femminile quasi tutto arabo.
Niente lezioni assolute da trarre durante i titoli di coda, niente sotto-testo universalizzante, nessuna -per fortuna- pretesa di complessità antropologica: il racconto scorre, con un'intensità più che discreta e incespicando solo qua e là, verso un finale che non riserva sorprese eclatanti.
Brava la Labaki come regista e come attrice, in un film che corre il rischio però di scontentare il pubblico più esigente per le tematiche non particolarmente approfondite e per la tecnica cinematografica, che si attesta un pelo al di sotto degli standard delle ultime produzioni simili. E anche tra i divoratori di commedie rischia di trovare entusiasmi freddi, ma in questo caso è colpa di un genere, la commedia leggera, inflazionato da voyeurismi che in “E ora dove andiamo?” sono assenti o quasi (per fortuna, ma è opinione personale). Resta un lavoro valido e un centinaio di minuti capaci di regalare sorrisi e atmosfere gradevoli. Da segnalare la surreale danza collettiva in apertura, con un retrogusto funerario, che cala bene lo spettatore nel contesto.
Da vedere? Sì, ma senza aspettative troppo alte.
Tomaso Greco