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La nobile arte… dell’esasperazione a tavola

La nobile arte… dell’esasperazione a tavola Dati Articolo Paese che vai, usanze che trovi.
Quella dell’ospitalità è molto sentita, tanto da essere circondata da un’aura di sacralità: gli onori riservati all’ospite sono un elemento fondamentale della cultura araba, e, più estesamente, del Mediterraneo. I gesti e le attenzioni, quasi rituali, hanno lo scopo di accogliere l’invitato allontanandolo dal senso di estraneità e disagio, per farlo sentire davvero “come a casa sua”. Mia nonna soleva preparare una porzione in più ogni qualvolta cucinasse un pasto, in modo che, se fosse arrivato un ospite, avrebbe ricevuto un piatto come il resto della famiglia.

Uno dei riti è, appunto, l’offerta di cibo quale segno di apprezzamento della presenza e della compagnia dell’invitato; esso è, del resto, uno dei più efficaci strumenti di aggregazione sociale, basti pensare alle cene di lavoro.
È interessante notare come il gesto sia diversamente interpretato da differenti culture: mentre in Giappone si tende a non chiedere eccessivamente all’ospite se desidera qualcosa, per risparmiargli l’imbarazzo del rifiuto, nelle terre bagnate dal Mare Nostrum la percezione è completamente opposta, per cui ci si cura con attenzione dei possibili bisogni per risparmiare all’ospite l’umiliazione della richiesta. A volte però tali cure sono al limite dell’ossessione. Dell’ospite.

Ricordo un episodio in particolare, rimastomi impresso perché fu una scena che avrei visto ripetersi. Una volta mio padre invitò un suo caro amico, un ragazzo italiano, a cena a casa nostra. Le porzioni a casa mia sono molto abbondanti (non sia mai che non si mangi abbastanza!) e quella sera non vi fu eccezione. Il nostro ospite mangiò con gusto, servendosi anche dalle pietanze contenute in vari piatti in tavola. Ad un tratto, però, mio padre deve aver pensato che non fosse ancora soddisfatto (malgrado l’espressione indicasse chiaramente che era sazio), quindi iniziò a chiedergli se volesse dell’altro riso, il nostro ospite gentilmente ringraziò e declinò.
Mio padre non si arrese e lo incalzò più volte con “Ma sei sicuro? Dai che ce n’è ancora, non hai mangiato niente”. Una, due, tre volte, sempre la stessa risposta. Da una gentile premura quale era, si stava trasformando in una sfida a chi cedeva, come una di quelle scene da film western in cui i rivali, all’erta, aspettano il momento propizio per estrarre la pistola. Ad un certo punto del botta e risposta, l’ospite, non avendo più armi efficaci per difendersi, sbottò esasperato: “Ma basta! Sono pieno, ho mangiato, adesso scoppio!”. Una delle scene più epiche a cui abbia mai assistito.

Crescendo, realizzai che avevo ereditato quel gene, che porta ad esprimere affetto e stima verso qualcuno offrendo qualcosa, e così adesso rendo gli amici esasperati perché sono costretti a mangiare come oche all’ingrasso. Secondo me a volte provano un tuffo al cuore quando chiedo “vuoi?”, perché sanno a cosa andranno incontro, anche perché un rifiuto equivale ad un’offesa personale- ricordate la scena di Benvenuti al Sud, in cui Bisio accompagna il postino per insegnargli a rifiutare i caffè salvo poi venir trascinato alla minaccia “Ma come, vi apro le porte di casa mia e voi mi rifiutate il caffè”? È capitato, però, che questo mio atteggiamento avesse risvolti positivi: ho conosciuto una delle mie più care amiche condividendo dei biscotti in un momento di instabilità emotiva comune (la paura pre-esami!).

Quindi, quando incontrate un arabo che vi offre un caffè o una cena, pensateci due volte prima di rifiutare…


2 Responses to La nobile arte… dell’esasperazione a tavola

  1. Sabrina says:

    Naghia hai reso proprio l’idea! Purtroppo è un gene che ho anch’io, e in Italia non è visto benissimo. In Egitto non sono abituati ad accettare l’invito dalla prima volta perchè sembra brutto, quindi si è abituati a insistere. In Italia invece per fortuna non c’è bisogno di troppi complimenti, o è si o è no… Ma vai a spiegarlo agli arabi… ;)

  2. Naghia Ahmed says:

    Sai, a me non dispiace avere questo “gene”, mi preferisco di gran lunga così al preoccuparmi superficialmente..insomma, è anche un modo per mostrare che ci tengo davvero e che non è una semplice richiesta di circostanza per non sembrare taccagni!
    Circa il fatto che in Italia non sia così, mi permetto di dissentire: spesso, infatti, offrendo qualcosa ad italiani mi son sentita rispondere “no” ma con una faccia che diceva tutt’altro…e siccome la comunicazione non verbale prevale su quella verbale quando sono discordanti…è bastato insistere un pochino per farli cedere! :D
    Credo sia una questione di forma: sta meglio, per le convenzioni, cedere per assecondare l’interlocutore “soffocante” piuttosto che cedere perchè si vuole davvero, proprio perchè “sembra brutto”. Alla fine, però,l’importante è raggiungere lo scopo!

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