Immigrazione: sfatiamo qualche mito
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Ci sono convinzioni diffuse che sono dure a morire, dicerie talmente consolidate nel senso comune da diventare quasi verità. Spesso, però, non hanno alcun fondamento anche se riportate dai giornali, e rendono ambivalente la reazione degli italiani verso gli immigrati.
“Gli immigrati vengono con i barconi”
In realtà, benché ci siano vari periodi dell’anno in cui le notizie informano di nuovi e incessanti barconi carichi di clandestini che richiamano le invasioni unne, la percentuale di immigrati giunti davvero in questo modo è solo del 13%, a fronte del 65% che arriva con un regolare visto turistico, alla scadenza del quale scatta l’irregolarità. In Italia, i 2/3 degli immigrati hanno passato un periodo di clandestinità, per le quote di ingresso inadeguate e per il meccanismo dell’ingresso su chiamata nominale.
“Gli immigrati ci stanno invadendo e ci rubano il lavoro/non vogliono lavorare”
Secondo la top ten stilata dal Dipartimento di Economia e Affari Sociali dell’ONU sui Paesi con il maggior numero di migranti internazionali, al primo posto si trovano gli USA, seguiti dalla Russia, Francia e Germania. L’Italia non è nemmeno citata. In compenso, secondo il Dossier Statistico Caritas/Migrantes del 2011, gli stranieri incidono sulla popolazione italiana per il 7,5% (di cui il 51,8% donne) ed “esercitano un ruolo rilevante nel supplire alle carenze strutturali a livello demografico e occupazionale”. C’è una forte incidenza di minori e persone in età lavorativa, gli over 65 anni superano di poco il 2% tra gli stranieri, mentre rappresentano un quinto della popolazione italiana. Rappresentano il 9-11% del PIL nazionale e un decimo della forza lavoro, sono disposti a svolgere mansioni meno qualificate al punto che entro l’anno dall’arrivo il 60% degli immigrati ha un lavoro (seppur spesso in nero), mentre è in aumento l’imprenditoria.
“Portano malattie”
I dati sul profilo sanitario del paziente immigrato sono difficili da definire e sono ricavabili solo dalle casistiche ambulatoriali di strutture del volontariato; bisogna però ricordare che le migrazioni creano una selezione, così che partano solo giovani sani, forti, e che possano investire in un progetto migratorio a lungo termine, discorso che non vale invece per i rifugiati. Le patologie più frequenti sono quelle legate alla povertà e sono analoghe a quelle di un italiano della classe più disagiata: bronchiti, gastriti, sindromi gastroenteriche e dermatiti. Sono diffuse anche le malattie infortunistiche (con un’incidenza doppia rispetto agli italiani), legate ad una minor sicurezza nei luoghi di lavoro. Le patologie infettive incidono solo per il 4-8% perché molti agenti e vettori mancano nell’ambiente italiano (un esempio su tutti la malaria) o perché circoscritti a particolari categorie. Sono presenti, ma non c’è un reale rischio di diffusione (a discapito degli articoli che, con tono terroristico e confondendo “infezione” e “malattia”, segnalano focolai di tubercolosi), e il modo migliore per controllarle è la prevenzione tramite un normale accesso alle strutture sanitarie. Non sono certo gli untori di manzoniana memoria.
Il Dossier ricorda, poi, che persistono ancora delle carenze nell’accesso al SSN e aree critiche nell’assitenza sanitaria ai migranti, con problematiche differenti tra il clandestino e il regolare: il primo non riesce ad accedere ai servizi essenziali, il secondo non è a conoscenza dell’offerta, compresa la prevenzione.
Demolire certi miti in un sol colpo è impresa assai ardua, ma vale la pena tentare, magari con un passaparola!
Mi permetto di segnalare sull’argomento anche l’agile saggio di Giampiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber “Cose da non credere. Il senso comune alla prova dei numeri” (pp.140, Laterza). Il libro, di carattere divulgativo, non tratta solo di immagrazione, ma come il titolo fa intuire si pone l’obiettivo di sfatare alcuni miti radicati nell’opinione pubblica. Uno dei capitoli si intitola proprio “In Italia ci sono troppo immigrati” e smentisce questo luogo comune alla luce della ricerca economica e sociologica, riprendendo anche il secondo punto dell’articolo di Naghia.
Cara Naghia,
Secondo me, il luogo comune che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani fa il paio con l’altro luogo comune che sono gli Italiani a non voler svolgere più determinate mansioni. Il mio sospetto è che italiani e stranieri farebbero ugualmente gli stessi lavori, ma date le diverse condizioni socio-economiche di partenza, i secondi sono disposti ad accettare condizioni contrattuali ben peggiori dei primi, e di questo i datori di lavoro se ne approfittano assumendo loro al posto di manodopera locale. In sostanza, è la solita banalissima e sempre valida legge di mercato: crudele quanto si vuole, ma inaffondabile!
E’ quanto accade ad esempio nel Canton Ticino, dove ogni giorno decine di migliaia di frontalieri italiani varcano il confine per lavorare. I Ticinesi accusano gli Italiani di rubare il lavoro, quando nella realtà sono gli imprenditori svizzeri (edilizia, centri commerciali, ospedali, persino scuole,…) che vogliono assumere gli Italiani perché possono imporre condizioni contrattuali che un lavoratore svizzero non accetterebbe mai, e che per un lavoratore italiano sono comunque migliori rispetto a quelle a cui dovrebbe sottostare lavorando in Italia. In teoria, anche in Svizzera ciò sarebbe illegale, ma poi…
@Giorgio: grazie mille del suggerimento! =)
Caro Pier Francesco, in effetti vanno a braccetto. Mi ricorda il personaggio di Diego Abatantuono in “Cose dell’altro mondo”: insulta e non sopporta gli immigrati ma si dispera quando questi scompaiono perchè l’azienda non va avanti. E’ l’idea per cui chi viene da fuori va bene fino a quando servono, salvo poi farli diventare un capro espiatorio al bisogno…un tantino scorretto.
Sul fatto che gli stranieri accettino lavori più umili per le condizioni socio-economiche più basse sono d’accordo parzialmente: consideriamo un italiano e uno straniero con lo stesse condizioni, molto basse, quante volte il primo accetta di raccogliere pomodori? quante volte il secondo? Anche se con la crisi che c’è credo che tra poco rivedremo lavoratori agricoli italiani…
Ciò che mi riporti sul Canton Ticino, mi fa pensare che è proprio vero che tutto il mondo è paese!