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Tel Aviv espelle chi vuole, senza motivo: Presidente Napolitano, mi spieghi perché

di Redazione

Fatima Abbadi, fotografa italo-giordana, e il suo (tentato) viaggio a Gerusalemme: fermata all’aeroporto di Tel Aviv, interrogata ed infine espulsa senza un vero motivo.

Caro Presidente, mi chiamo Fatima Abbadi, ho 33 anni, e sono una cittadina italiana. Scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile.
Sono nata in una terra straniera, negli Emirati Arabi Uniti, da padre arabo (Giordano) e madre Italiana, dove ho trascorso quasi tutta la mia infanzia, frequentando una scuola indiana. A quindici anni mi sono trasferita in Giordania dove ho terminato gli studi secondari in una scuola araba/americana. In queste terre straniere multi-culturali ho imparato il valore e l’importanza che la conoscenza di diverse culture può avere nella crescita e nell’educazione dell’individuo, creando in me un bagaglio culturale di inestimabile valore.

Una volta arrivata in Italia per gli studi universitari, è iniziata una ricerca culturale per capire al meglio le mie radici arabe ed europee, per scoprire il nesso tra occidente e medioriente. Ho scelto la fotografia come linguaggio di espressione e l’essere femminile come strumento di approccio per comunicare con gli altri. Non giudico la mia fotografia: lascio che ognuno sia in grado di cogliere da essa il mio messaggio.Ho sempre cercato di evidenziare la “bellezza” dell’essere umano, la sua essenza, la pace, l’amore, la tristezza, il dolore, la nascita e la gioia. Da 5 anni questa ricerca è diventata “progetto”, che mi ha portato a viaggiare in molti Paesi. La prima parte di questo progetto di ricerca umana/filosofica si è conclusa proprio all’inizio di quest’anno, con una prima raccolta di opere denominata “Women Through my Lens”, che è stata presentata ed esposta ad Amman (Giordania), città natale di mio padre.

Questo mio progetto mi ha portato a scegliere come meta di viaggio per le ferie estive di quest’anno “Gerusalemme”. Avevo scelto questa città perché, in primis, è un pilastro fondamentale per la mia fede (musulmana), ed è la città delle 3 più grandi Religioni monoteiste.

Ero alla ricerca dello “spirito” che da sempre lega l’uomo con il Divino.

Ero alla ricerca delle miei radici.

Gerusalemme è la culla delle civiltà, a livello storico, linguistico, culturale e perché no, anche culinario.

Volevo capire meglio e da vicino la religione ebraica.

Volevo scoprire le usanze e i costumi che le donne tramandano da generazioni in generazioni. Non ho preferenze di razza, colore o etnia. Il mio cammino mi porta a non avere barriere, pregiudizi o ad ettichettare qualcuno. La mia ricerca era mirata a tutte le donne in Terra Santa perché io credo nell’essere femminile, nel fatto che siamo tutte ambasciatrici di cultura ed educazione.

Volevo cercare di comprendere il perché di questi eterni conflitti che dissacrano questa città sin da tempi remoti. Credo anche nella umanità delle persone e sono convinta che pure nel dolore, nella sofferenza e nella cattiveria di una guerra, si possa trovare tanto amore da donare.

Non mi spaventava questo viaggio.

Sono partita da Venezia il 26 agosto 2011, volo Alitalia 1464 delle 08.00, scalo Roma Fiumicino, per poi prendere il volo Alitalia 812 delle 11.35 che mi avrebbe portato a Tel Aviv alle 15.55, ora locale. Durante il mio viaggio, tutta una serie di riflessioni su questa nuova terra, per me straniera. Ero entusiasta. Continuavo a ripetermi una frase letta in un libro di Fatema Mernissi: “Le parole della nonna Jasmina: viaggiare non è un’occasione di spasso, ma di apprendimento. Passare frontiere, superare la paura dello straniero, fare lo sforzo di comprendoerlo, è decisamente un modo meraviglioso di arricchirci. Ci permette di capire chi siamo, e come la nostra vita ci tratta.“[1], che mi incoraggiava e mi caricava tantissimo. Mi ero fatto una scaletta di luoghi da visitare, di cibi da provare, speravo in storie da ascoltare e di poter narrare qualcosa del mio Paese, l’Italia.

Era un sogno che si stava realizzando e che da tanto portavo nel mio cuore.

Atterrata a Tel Aviv attorno le 16:30, al Controllo Passaporti mi vengono fatte tutta una serie di domande, tra le quali il nome di mio padre e di mio nonno paterno, e mi viene chiesto di accomodarmi in una sala d’attesa adiacente. In questa sala cerano tanti altri ragazzi chiaramente di origini arabe.

Uno ad uno venivano chiamati, intervistati e lasciati andare. Rimango da sola in questa stanza ed attorno le 18:00 vengo chiamata, per ultima, e fatta accomodare in una nuova stanza con alcune persone. Mi viene ordinato di scrivere i miei contatti (telefonici, posta elettronica, indirizzo di residenza) in Italia ed inizia una ulteriore serie di domande sul mio soggiorno, in particolare il motivo del mio viaggio in Gerusalemme. Spiego che sono lì per motivi religiosi, per vedere la Terra Santa, da turista e per scattare qualche fotografia.

Mi è stato chiesto di che religione ero e il “grado di credo”. Non comprendendo appieno la domanda ho loro detto di essere di religione musulmana, come si dice “moderata”, e che i miei genitori sono di due religioni diverse.

Mi è stato chiesto dove avrei soggiornato e ho loro risposto che non avevo ancora prenotato il luogo, in quanto avevo con me una lista di ostelli ed un convento di suore e che avrei deciso solo dopo aver visionato il posto. Nel peggiore delle ipotesi avevo una amica conosciuta tramite un social network, che scrive per una rivista italiana on-line, che mi avrebbe ospitato in caso di problemi.

Tutto questo in stile “interrogatorio” con toni bruschi, urla, minacce di essere picchiata od imprigionata se avessi mentito.

L’intervista (chiamiamola comunque così) è durata circa due ore. In questo lasso di tempo sono stata accusata di essere bugiarda e di non voler collaborare (collaborare a cosa? Sono accusata?).

Ad un certo punto mi è stato intimato di accedere a tutti gli account di posta elettronica e di Social Network ai quali sono iscritta, senza possibilità di rifiuto (Facebook – Twitter – Gmail).

Da intervista siamo passati a una minuziosa ispezione di tutto quanto fosse il mio mondo, pubblico e privato: su Facebook hanno sfogliato tutti i messaggi scambiati con gli amici e familiari, le fotografie pubbliche e quelle condivise con pochi intimi, con relative prese in giro, risa, burla ed insinuazioni. Una violazione della mia intimità. Violenza psicologica.

Dopodiché è iniziato un vero e proprio incubo: nello scorrere la lista di amici hanno notato ragazzi palestinesi, ignorando ovviamente i pochi ma pur presenti israeliani e di religione ebraica. Inoltre hanno visto tra la lista di amici anche il nome di Vittorio Arrigoni, che mi aveva inserito nella sua lista qualche settimana prima della sua prematura ed inaspettata morte. Ho chiesto la sua amicizia in quanto il suo messaggio di pace, “Restiamo Umani”, è per me la base dei rapporti umanitari. Nemmeno da morto ha ricevuto il giusto rispetto, trattato da assassino. Ed io sono diventata terrorista. Hanno insinuato che io fossi affiliata a movimenti attivisti o contro Israele. Non hanno dato peso a tutti i miei messaggi di pace su quelle stesse pagine che mi hanno ingustamente ed inspiegabilmente “incriminata”. D’altronde io non collaboravo, dicevano. Continuavo a spiegare il mio amore per la cultura, lo scopo del mio viaggio. Ero lì per esaudire un mio sogno, ero lì per uno scambio culturale: ho ricevuto odio e rabbia. Spesso cedevo ai loro metodi intimidatori e brutali ed alle loro minacce, ho pianto molto per paura, continua umiliazione e a volte per disperazione. E più cedevo più venivo assalita; sono stata forzata a leggere ad alta voce mentre piangevo poesie d’amore a me rivolte, brani in lingua araba, derisa e minacciata.

Ho cercato di comprendere i motivi di tanto accanimento, ho chiesto loro di leggere le mie interviste online, di controllare i miei lavori fotografici, per dimostrare loro che non sono una “minaccia”: minaccia per cosa poi, non lo so ancora.

Non avevo più niente se non vestiti ed il denaro che mi hanno lasciato, sequestrandomi tutto il resto. Avevo paura. Paura di essere picchiata. Paura di non tornare a casa.

Al termine dell’interrogatorio sono stata portata senza motivo nell’edificio detentivo aeroportuale e chiusa in una cella, priva di ogni cognizione di igiene, in condizioni inumane: i corridoi e la stanza dovo sono stata rinchiusa con altre 9 donne erano illuminate solo dalla luce della luna, un odore indescrivibile di marcio e di sporco, quasi soffocante. Sedie e letti incrostati di sporco, di luridume di anni ed anni. Nel terrore. Non penso di aver mai pianto così tanto in vita mia.

Ma nei momenti più bui del mio “soggiorno” a Tel Aviv, io, abituata a cercare a credere sempre nel “Restiamo Umani”, grande insegnamento di Vittorio, sono riuscita ugualmente a trovare cose positive: 3 episodi, piccoli gesti di solidarietà, conforto e sostegno.

Un’agente, che mi suggeriva per il bene della mia salute, di bere dell’acqua poiché mi stavo disidratando a causa del pianto;
una coppia di americani di religione ebraico ortodossa incontrati in una pausa del mio interrogatorio, che raccontandomi lo loro analoga avventura subita in un altro paese, maltrattati ed umiliati come io lo ero stata in quel momento, mi hanno dato forza, ricordandomi di rimanere umana, con la speranza che un giorno la gente la smetta di condannarsi reciprocamente per motivi etnici o religiosi;
e durante il controllo del mio bagaglio, quando un’agente ha visto che l’intera valigia era piena di giocattoli e vestiti per bambini, dopo avermi chiesto perché ed ascoltato la mia risposta “Se il mio percorso in Gerusalemme mi porterà ad incontrare bambini bisognosi o malati, siano arabi od israeliani, musulmani, cattolici od ebrei, ho pensato di portare in dono sorrisi ed un biriciolo di felicità a chi non la riceve quotidianamente”, mi dice che è dispiaciuta di quello che ho subito e che ci vorrebbero più persone come me.

Ma non sono una minaccia, una terrorista?

La mattina successiva, il 27 Agosto alle 05.00 del mattino mi hanno fatta uscire di cella, caricato sull’aereo in partenza per Roma, dove sono stata “accolta” e “scortata” nell’ufficio di polizia aeroportuale di Fiumicino, dove mi è stato riconsegnato il passaporto con un timbro a doppia barra: “Accesso Negato”. Un timbro non meritato, una libertà negata: una condanna a vita per una cittadina onesta, che era giunta in Terra Santa per conoscere le proprie origini, per portare la propria cultura ed arricchirsi della “loro”, un’ambasciatrice di umanità e di solidarietà per i bisognosi, l’insegnamento di Gesù.

Urla, minacce, incomprensioni, pregiudizi sulle mie origini “ARABE”, nella terra di Israele, terra di grandi popoli, storia e grande democrazia.

Avrei dovuto rimanere in Israele per 16 giorni. L’incubo è durato 16 ore. Il responso a pagina 16 del mio passaporto.

Alle 08.00 ero nuovamente in Italia, grazie all’encomiabile e rapido aiuto delle Istituzioni Italiane che tanto e bene hanno operato per farmi uscire da questa situazione assurda, surreale, senza che niente di peggio mi potesse accadere.

Questa lettera per capire il motivo di questo “Accesso Negato”, di questo accanimento, di questa umiliazione.

Ancora non so il perché.

Fatima Abbadi

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maral |

Non ho parole.. Non c’è molto da commentare, ti capisco e ti stimo per non esserti riempita di rabbia e odio.

paolo |

in molte tradizioni religiose si parla dei santi come di persone che ‘intercedono’… è una parola d’origine latina con un’etimologia molto bella: “camminare tra”, “mettersi in mezzo”. Anche se non lo si fa per ragioni di fede è un’opera di giustizia altamente meritoria, benché si finisca spesso per ‘prenderle’ da entrambe le parti, come quando ci si intromette tra due che litigano

sarahima |

Mi dispiace moltissimo per questa terribile avventura, che grazie a Iddio è finita al meglio…………..ma se vuoi ti do io la risposta, anche se sono sicura tu la sappia già….sei araba, per quanto tu ti senta cittadina del mondo, come i miei figli, tu sei e resterai sempre araba. Ricordo un film egiziano molto bello….un ragazzo come te, pieno di speranze, fotografo anche lui, era egiziano, ma cresciuto in Francia, diventato cittadino francese. Tutto nella sua vita era francese, la fidanzata, gli amici, i libri, i passatempi, il cibo…ma un giorno… si è scontrato con la realtà……….per aiutare un amico che stava male per overdose finisce in galera. Non aveva fatto nulla, solo aiutato un amico in fin di vita…eppure il suo cognome arabo l’aveva messo in difficoltà. Dopo aver chiarito il tutto chiede il perché di questo trattamento ad un gendarme che gli risponde così……potrai parlare francese meglio di un francese, vestire meglio di un francese, profumarti meglio di un francese, mangiare più francese tu di un francese, tutto potresti fare meglio di un francese, ma….resterai sempre un arabo! Ecco, questa è la risposta. Senza nulla dire di quello che penso di questo episodio.

valentina |

ti capisco, anche se per fortuna non sono mai arrivata a vivere questo livello di brutalità…mio papà è arabo-israeliano, io sono nata in Italia perchè, come la tua, mia mamma è italiana, da quando ho 1 anno vado in Israele in estate e ogni volta è lo stesso tipo di interrogatorio con domande personali che nulla cambiano sul giudicare o meno la mia pericolosità se non per cercare di infastidirmi, scoraggiarmi a voler tornare in quella che è anche la mia terra. Ti auguro un giorno di riuscire ad andarci: è un posto unico, ti prende il cuore e i sensi! Ti prego facci sapere cosa Napolitano o chi per lui ti risponderanno!

Pier Francesco |

Ciao a tutti,
Secondo me, il titolo è un po’ mal posto: Napolitano non deve spiegare assolutamente nulla. Sono gli Israeliani che devono avere il coraggio di dire perché hanno rifutato Fatima Abbadi. E possibilmente scusarsi!
Da quanto mi hanno raccontato amici e colleghi che sono andati in Israele, gli interrogatori all’arrivo come alla partenza sono particolarmente snervanti, e qui ne ho avuto conferma. Un mio collega, poi, è andato là assieme ad un altra persona che, strano destino, porta gli stessi nome e cognome di un terrorista “nero”, che era inserito ovviamente nel loro database di polizia, col risultato che volevano arrestarlo. C’è voluto l’intervento di consolato, ambasciata o non so cos’altro per spiegare che si trattava solo di una fatale omonimia. Per altro, raccontano anche che, sono un popolo caloroso ed ospitale, polizia ed esercito a parte. Personalmente ritengo che nel caso di Fatima Abbadi, più che le origini arabe, o la religione musulmana, abbia pesato molto di più l’amicizia con Vittorio Arrigoni. E’ ovvio che in un clima di isteria come quello che si vive da quelle parti, il minimo sospetto di far parte di movimenti politici anti-israeliani viene amplificato a dismisura.
Nulla, però, deve far venire meno la dovuta e necessaria umanità nel trattare le persone: quello che ha subito Fatima è semplicemente inaccettabile, in Israele come in qualunque altra parte del mondo.

Mario |

La capitale dello Stato di Israele mi risulta essere Gerusalemme e non Tel Aviv.

Gabriele |

Lo Stato di Israele ha tentato e tenta di imporre giuridicamente e politicamente lo status di Gerusalemme come capitale del Paese. Tuttavia, tale posizione è unanimemente rigettata da parte della Comunità Internazionale – fatte salve alcune dichiarazioni politiche prettamente filo-israeliane, peraltro in crescita – ed è stata fatta ripetutamente oggetto di condanna da parte di risoluzioni delle Nazioni Unite.

Sul terreno, lo Stato d’Israele considera Gerusalemme come “cosa propria”. Tuttavia la sua politica su Gerusalemme Est è acclaratamente illegale e vergognosamente prevaricatrice, e rappresenta l’aspetto “pratico” di quella retorica che tenta di imporre la Città Santa come capitale al posto di Tel Aviv, contro ogni legge internazionale e contro ogni logica del compromesso.

Mario |

Caro Abd n-nur Gabriele, qui non si tratta di valutare lo Stato di Israele , la sua legittimità , la sua politica. Per gli israeliani (almeno i non arabi) la capitale dello Stato di Israele è Gerusalemme. Dal loro punto di vista mi sembra comprensibile che non abbiano una particolare simpatia per chi ritiene, a torto o a ragione non mi interessa, che Gerusalemme non debba essere la capitale dello stato di Israele o che Israele debba essere sostituita da uno stato laico di Palestina. Fermo restando ovviamnte la condanna del trattamento-tortura che è stato riservato a Fatima e alle altre persone indicate nell’articolo.

Gabriele |

Caro Mario, l’unica traccia di “valutazione” nel mio messaggio sta nella parola “vergognosamente”. Il resto è giurisprudenza. Gli Israeliani considerano Gerusalemme come propria capitale, ed i Palestinesi altrettanto. I primi hanno la forza di imporre, almeno “de facto”, la propria convinzione; i secondi, no. Al di là dei desideri e dei rapporti di forza, c’è la Legge internazionale – che, almeno fino ad ora, statuisce uno stato di cose diverso dai desideri degli uni e degli altri.

Randa Ghazy |

Per il governo israeliano l’intera Palestina è di sua proprietà, e chissenefrega se ci abitano altri esseri umani.
Risoluzione 478: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si rifiuta di riconoscere la legge israeliana che dichiara Gerusalemme quale propria capitale, in quanto “violazione del Diritto internazionale”.
Maggio 2007: in occasione dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della riunificazione della città, le rappresentanze diplomatiche disertano la cerimonia di Stato. Il primo a declinare l’invito fu l’ambasciatore tedesco, seguito da quello statunitense.
Tutti gli Stati che hanno rapporti diplomatici con Israele mantengono le proprie ambasciate fuori da Gerusalemme.
Dimentichi che Gerusalemme est in base agli accordi internazionali dovrebbe essere amministrata dai palestinesi.Gli israeliani violano risoluzioni internazionali e poi è “comprensibile che non abbiano simpatia” per chi si rifiuta di accettare le loro violazioni? Questa è la rovina. tra un po’ i nostri figli e nipoti non sapranno neanche più chi siano i “palestinesi”