YALLA Italia
"il blog delle seconde generazioni"

Fratelli Umani, uniamoci contro l’antisemitismo

Fratelli Umani, uniamoci contro l’antisemitismo Dati Articolo Ho trovato la foto che vedete sopra in un post di un gruppo facebook animato da italo-arabi.
Dopo aver letto i commenti anti semiti beceri e bigotti, ho segnalato il gruppo a chi di dovere nella speranza che venga chiuso.

In perfetto stile Yalla Italia, voglio, con questo post, concentrarmi sulla FRATELLANZA e condividere con voi questo testo, Fratelli Umani, scritto da Myrna Chayo, una donna araba di fede ebraica che dopo l’infanzia trascorsa in Libano, ha sempre vissuto a Milano.

FRATELLI UMANI

di Myrna Chayo

Negli ultimi decenni, sono stati pubblicati in Italia saggi e interventi riguardanti il dialogo interculturale e interreligioso, volti ad incoraggiare il rispetto e la conoscenza reciproci, con l’intento di proporre all’umanità contemporanea un sistema di valori condivisibile e condiviso.
Ho accolto con profonda gioia queste pubblicazioni per motivi personali di cui farò menzione in questo scritto, ma vi ho notato una lacuna di fondo: manca un invito a conoscere la natura dell’essere umano, la sua psicologia, le tappe del suo destino.
Se risultasse facile per l’essere umano comportarsi in maniera virtuosa, ispirandosi ad alti ideali etici, se non avesse dentro di sé aggressività e paure, non avremmo avuto e non avremmo tuttora il continuo riproporsi della violenza dell’uomo verso il suo prossimo, sia tra i singoli, sia in seno alle famiglie, sia tra gruppi diversi.

Il filosofo Martin Buber ha detto che vi sono due parole base importanti per l’uomo: la coppia “io-tu” e la coppia “io-esso”.
Esse descrivono il diverso modo con cui ciascuno di noi può mettersi in relazione con se stesso, con il prossimo, con il mondo che lo circonda e con Dio. È evidente che l’io che pronuncia la parola “io-tu” è un io diverso da quello che pronuncia la parola “io-esso”. È evidente che il cammino dell’uomo dovrebbe condurre dall’esperienza del “io-esso” alla capacità di dire “io-tu”.

Ecco un possibile piano che possiamo ipotizzare per rendere praticabile questo percorso.
I. Conoscere la psicologia dell’essere umano. Conoscere le zone di luce e d’ombra dell’uomo. Non negare e non vergognarsi delle paure e dell’aggressività, perché sono naturalmente insite in ciascuno.
Vi sono paure di tipo primordiale, come quella della morte, dei grandi fenomeni della natura, che accompagneranno sempre l’essere umano, ma vi sono anche altre paure, dalle quali ci si può liberare. È necessario però accettare di conoscere tutte le componenti e le realtà della vita interiore. Non bisogna temere di intraprendere la strada della ricerca interiore, pensando di aprire un vaso di Pandora e di complicare ulteriormente la propria esistenza: gli elementi negativi giocano inevitabilmente il loro ruolo nella nostra esistenza, condizionandola, e il fatto di conoscerli non solo non li rafforza, ma costituisce la prima tappa per ridimensionarli, migliorando la nostra vita.

Dovremmo accettare di conoscere le zone d’ombra della nostra personalità e considerare la complessità dell’esistenza umana, senza cedere alla tentazione di accusare gli altri di avere creato questa complessità.
Si può tentare di esorcizzare le proprie paure, da soli o in massa, accanendosi su un altro essere umano o su una comunità più debole, ottenendo così la sensazione illusoria e temporanea di una propria forza.
Si può invece accettare il fatto che ognuno di noi deve percorrere la propria via personale di liberazione e di maturazione e vedere in ogni essere umano un nostro prossimo, anche lui intento a compiere il suo percorso. Cominciando la strada con umiltà, ma con la consapevolezza di non volere più essere in balia della nostra aggressività e di paure di sorta, possiamo raggiungere una piena coscienza di noi stessi, liberando le nostre potenzialità e migliorando la qualità della nostra esistenza.

Anche il monoteismo, compreso nella sua essenza, non può prescindere dal percorso di maturazione psicologica.
Chi si professa monoteista deve essere consapevole che il monoteismo è una meta a cui si perviene, forse, al termine della propria esistenza terrena. Esso non può quindi essere un punto di partenza pre-acquisito, dall’alto del quale giudicare il prossimo, ma il tendere di un percorso esistenziale: paure e istinti ci condizionano e ci portano a creare idoli, mascherati da un’aurea di sacralità o da attrattive e etichette lusinghiere.
La strada della ricerca interiore è un cammino di liberazione dagli idoli. Solo percorrendola possiamo avere la probabilità di conoscere tutti gli aspetti della realtà e di considerare il prossimo come un fratello, a noi accomunato nel destino umano, tra i due misteri della nascita e della morte.
L’incontro con il Dio del monoteismo avviene solo percorrendo questa strada.
In effetti, la differenza tra monoteismo e idolatria non è l’adorazione di un solo idolo, di fronte all’adorazione di molti idoli. Non è questione di quantità, ma di qualità. È il contatto con una dimensione che non possiamo percepire finché siamo prigionieri anche di un idolo solo.

II. Conoscere la psicologia dell’essere umano in relazione al prossimo. Conoscere le profonde motivazioni psicologiche soggiacenti al bisogno di identità e di riconoscimento identitario. Essere consapevoli della forte carica emotiva insita nell’identità religiosa. Avere presente la differenza intercorrente tra “senso religioso”, “religiosità”, intime realtà proprie di ogni essere umano, e “religione/i”.
Conoscere la storia delle varie società umane, considerando i differenti fattori (antropologici, geo-politici, economici etc.) che le informano.

III. Conoscere la storia, i contenuti e le evoluzioni delle civiltà e delle tradizioni religiose che si sono succedute nel corso della storia. Essere consapevoli dell’apporto di ciascuna di esse, riconoscendo quanto si sia eredi di chi ci ha preceduti.
Chi non vuole intraprendere questa ricerca, quali che siano i motivi addotti, teme di mettere in crisi le proprie credenze, non dimostrando fiducia e convinzione in quanto invece afferma di professare.

IV. Conoscere la storia, i contenuti e i cambiamenti della propria tradizione culturale e religiosa, assieme alla storia dei suoi rapporti con le altre tradizioni religiose. Accettare di ricercare con tutti i mezzi possibili una storia non faziosa fa parte del percorso di allontanamento dai propri idoli.

V. Contribuire alla formazione di una civiltà umana basata su valori etici comuni, in seno alla quale convivano le varie culture purché siano salvaguardati la libertà e i diritti dell’individuo. Ricordare che centinaia di milioni di esseri umani, anche bambini, sia vicini sia lontani, aspettano che li salviamo da violenze di ogni tipo.
Decenni di lavoro nel mondo della scuola e dell’università, molti inviti a tenere conferenze in scuole e in circoli culturali e la partecipazione a incontri e dibattiti in varie sedi, il contatto con esperienze di vita di adolescenti e adulti, mi hanno fatto notare il grande desiderio e il grande bisogno, avvertito da docenti e discenti, di inserire nei programmi di formazione culturale degli studenti un corso di storia delle religioni (distinto dall’attuale insegnamento opzionale della religione cristiano-cattolica) e un valente servizio di assistenza psicologica, oltre ad un corso di avvio alla conoscenza della psicologia dell’essere umano.
Questo corso potrebbe avere contenuti e modalità diversi, dalle classi elementari fino al conseguimento del diploma di scuola media superiore. Senza pretendere di sostituire un percorso terapeutico effettivo, esso potrebbe fornire strumenti di conoscenza e motivi di speranza, contribuendo a risolvere i normali problemi di crescita, ma anche a scoprire casi di violenza di ogni genere all’interno e all’esterno della famiglia, evitando bullismo, droga, suicidi.
Aiutare il bambino e l’adolescente di oggi, significa anche contribuire a formare un adulto che domani non sfogherà i suoi problemi sul prossimo.

Le circostanze della mia vita mi hanno portato ad elaborare e proporre questo piano alcuni decenni fa.
Attualmente alcuni punti di esso sono frequentemente proposti in molti ambienti culturali, religiosi e politici ed anche dibattuti sulle pagine dei giornali.
Per me costituiscono una necessità e un impegno che da lungo tempo si accompagnano alla mia vita.

Sono nata in una famiglia ebraica. Ero una ragazzina quando sono stata colpita per la prima volta da una frase antisemita. Una mia compagna di scuola mi disse che mio nonno era molto avaro.
Mi stupii per due motivi. Mio nonno era una persona generosa e durante la sua vita ebbe occasione di aiutare molte persone, indipendentemente dalla religione e, inoltre, quella ragazzina non l’aveva mai conosciuto.
Le chiesi con stupore: «Ma tu conosci mio nonno? Quando hai avuto modo di conoscerlo, senza che io lo sappia?»
La risposta fu: «Non c’è bisogno che io lo conosca. È un ebreo e tutti gli ebrei sono avari».
Quella volta io non fui veramente ferita, rimasi sconcertata. È capitato che la mamma di qualche amica mi dicesse: «Come è dolce e gentile! Che bel fiorellino! Come può nascere un fiorellino da un tronco disseccato?». Alcune aggiungevano: «Non vuole convertirsi?»

Anni dopo, ragazze francesi mi dissero che la loro amicizia con me e con altri ragazzi ebrei le aveva fatte ricredere al riguardo di una tradizione antisemita che veniva trasmessa nelle loro famiglie da padre in figlio, senza avere mai conosciuto degli ebrei.
Durante una festa, un ragazzo mi disse: «Ma non hai la pelle lucida!» Io non capii e risposi: «Ho una buona crema idratante» Lui ribadì: «Non è questione di creme! Tutte le donne ebree hanno la pelle lucida. Si dice che abbiano anche la coda, ma non mi sembra che tu l’abbia».

Un giorno mi trovavo in una delle toilettes dell’Università Statale di Milano, e sentii le voci di due ragazze che parlavano dei regali da comperare in occasione del Natale. Una di loro disse che voleva comperare un’agenda di pelle al suo ragazzo. L’altra ribatté: «In pelle di ebreo, naturalmente!».
Quando iniziai a tenere corsi di lingua araba all’Istituto Italiano per il Medio e Estremo Oriente, una signora che frequentava l’Istituto, nota come cattolica fervente, constatando l’affetto manifestatomi da numerosi studenti, un giorno mi disse ad alta voce dinanzi a loro: «Ma guarda la nostra Myrna quanto è benvoluta! Pensare che solo qualche tempo fa sarebbe diventata una saponetta!»
Un giorno una studentessa mi disse timidamente in privato: «È la prima volta che conosco qualcuno che…che…che parla ebraico!» Io, ormai esperta di queste cose, chiesi: «Lei voleva dire che parla ebraico o che è di religione ebraica?» Con un tono di voce sollevato mi rispose: «Sì, Sì! È proprio quello che volevo dire…che lei è di religione ebraica…» «…e dunque che io sono ebrea: non c’è niente di male a dirlo»: conclusi.
Mi spiegò che aveva avuto timore ad usare la parola ebrea, temendo di insultarmi. Quante volte, in quante occasioni, ho potuto percepire l’imbarazzo di chi mi stava di fronte. Mi resi presto conto che l’evitare certe parole o certi argomenti corrispondeva ad una forma di riguardo verso di me, dato che cose orrende erano collegate nella loro mente al mondo ebraico.
Ero imbarazzata anche io, perché, se le circostanze lo permettevano, potevo sì descrivere loro, nella sua normalità e bellezza, il mondo ebraico, tentando di ridisegnare l’immagine falsa dettata dai pregiudizi, ma non potevo spiegare l’origine storica di questi, dato che ne sarebbero stati feriti.
Una collega, non arabista, più anziana di me, mi fece capire un giorno la sua immensa compassione per il mio destino, un destino di condanna e di maledizione, ineluttabile perché ebrea, anche se personalmente non meritato.

Durante una cena con numerose persone, una signora ubriaca, credendo che io fossi musulmana perché ero stata presentata come docente di arabo, si rivolse a me gridando: «Ammazzate tutti gli ebrei! Ammazzateli tutti! Sono loro la causa dei mali del mondo!»
Un sacerdote cattolico, dopo avermi sentito partecipare alla pubblica commemorazione di un comune conoscente, rimase deluso quando seppe che sono di religione ebraica e mi chiese con insistenza: «Lei ha aderito alla religione ebraica? È entrata a far parte di quel mondo?» Quando gli dissi che ero nata in quel mondo, indietreggiò leggermente e disse a bassa voce: «Lei è ebrea, proprio ebrea!…discende da quella gente!»
Oltre agli episodi che capitavano a me, venivo a conoscenza di quelli che capitavano ad altre persone. Mi facevano più male quelli di cui erano vittime ragazzini delle medie, aggrediti verbalmente in classe da insegnanti che chiedevano loro di giustificarsi circa questioni antiche o contemporanee. Amici cristiani mi dissero: «Visto che c’è tanta gente stupida, non dire che sei ebrea!» La raccomandazione era superflua. In tutti gli episodi di antisemitismo che ho riferito, l’elemento scatenante non era mai il fatto che io avessi dichiarato quale fosse la mia religione. Questa informazione era stata data da altre persone.

L’identità ebraica non era un elemento da sbandierare. Per capirlo erano sufficienti i pregiudizi e le affermazioni erronee contenuti nei giornali e in varie trasmissioni radiotelevisive.
Bastava andare al bar o in un negozio e ascoltare per caso delle barzellette che finivano con commenti brutali, che ben facevano intendere la differenza tra i pregiudizi contro gli ebrei e i pregiudizi contro altre categorie oggetto di battute umoristiche.
È difficile e doloroso vivere sapendo che è preferibile nascondere un elemento importante della propria personalità.
È difficile e doloroso, perché l’immagine che gli altri hanno dell’ebraismo non corrisponde affatto alla realtà.
È difficile e doloroso perché i testi delle preghiere che recito in ebraico sono usati in traduzione nella liturgia della Chiesa.
È difficile e doloroso perché le massime di amore per il prossimo, le raccomandazioni d’aiuto alla vedova e all’orfano, al povero e allo straniero, la superiorità dell’opera buona rispetto all’esternazione della devozione religiosa, l’amore per un Dio padre misericordioso, tutto l’insegnamento di amore, giustizia e misericordia che è l’essenza della fede ebraica, è stato preso da altri che, per negare questo debito, hanno insegnato che l’ebraismo non conosce l’amore e che, quando gli viene offerto, lo rifiuta.
È difficile e doloroso anche doversi astenere talvolta dal ribattere ad aggressioni verbali, perché provenienti da persone piene di problemi, limitate e immature, anche se in possesso di lauree o diplomi.

Non posso menzionare gli episodi che più mi hanno ferito. La raccomandazione di alcuni amici di tacere riguardo alla mia religione era superflua per un altro motivo ancora.
Sono cresciuta in una famiglia che mi ha fatto capire che gli esseri umani sono tutti uguali e che le diversità sono solo apparenti.
La mia famiglia era osservante e fedele alle sue tradizioni e, al contempo, aperta a quanto di bello possono offrire altre culture e tradizioni. Malgrado fossimo scampati alla morte in circostanze drammatiche, queste mi furono raccontate solo in età adulta e non furono mai un motivo per inculcarmi odio nei confronti di chicchessia. Ho visto persone di molte fedi diverse frequentare la nostra casa. Ho imparato canzoni e poesie in arabo, ebraico e francese. Ho potuto sentire mie la cucina araba e la cucina ebraica. Ho usato l’arabo siro-libanese come lingua della mia quotidianità, l’ebraico per le preghiere di tutti i giorni e per l’insieme della vita religiosa, il francese e l’arabo classico per le mie letture.
È evidente che una simile educazione pone l’accento su quanto di buono possono creare gli esseri umani nella loro umanità e sul fatto che le apparenti diversità sono soltanto occasioni per creare nuova bellezza. È all’esterno dell’ambiente protettivo della famiglia che mi è stata fatta capire l’importanza data alla diversità. Ed era un’importanza negativa.

Dopo essere stata ferita da numerosi episodi di antisemitismo, cominciai a documentarmi sulla storia delle religioni, e sui contenuti e le evoluzioni delle religioni monoteiste.
Notai come da sempre, presso vari popoli e civiltà, vi fosse la tendenza a descrivere il diverso e lo straniero in termini dispregiativi, opponendo la propria superiorità, e ad attribuir loro costumi bizzarri e talvolta spaventosi, ancor più in presenza di conflitti, secondo archetipi largamente diffusi. Individuai così la differenza tra questo tipo di pregiudizi, ivi compresi i pregiudizi antiebraici dell’antichità pre-cristiana e i pregiudizi anticristiani del mondo pagano a questi assimilabili, e i frutti dell’insegnamento dell’odio e del disprezzo nei confronti dell’ebraismo e degli ebrei che venne consigliato, adottato e praticato sistematicamente in seno alle Chiese cristiane.
Nel mondo pagano non vi erano solo dei pregiudizi, al contrario, invece, all’interno dei regni ellenistici, come ai tempi dell’impero di Roma, l’ebraismo praticato dagli ebrei in diaspora trovò numerosi simpatizzanti e proseliti di varia estrazione sociale e culturale.

Fu proprio il fatto che l’ebraismo riscuotesse un certo successo nel mondo pagano, già in epoca anteriore al Cristianesimo, assieme alla conseguente accesa rivalità e al conflitto tra le due predicazioni, in aggiunta al fatto che i giudeo-cristiani (gli apostoli e i primi cristiani erano tutti ebrei) continuassero a convivere con gli altri ebrei e a frequentare le sinagoghe, a indurre i predicatori cristiani, e tra di loro quasi tutti i Padri della Chiesa, ad occultare la realtà dell’ebraismo e sostituirla con un’immagine demoniaca.
Era necessario, perciò, separare anche fisicamente gli ebrei dai giudeo-cristiani e dai pagani. Inoltre, siccome vi erano un’etica, una storia e un testo sacro comuni a entrambe le fedi, consistendo la differenza nella fede in un Dio che si era incarnato per la salvezza dell’uomo, era inaccettabile per i teologi cristiani dell’epoca che i fedeli dell’ebraismo conducessero una vita normale e dignitosa. La loro sopravvivenza fisica doveva essere pagata con il marchio dell’infamia e con la miseria della loro esistenza, quale castigo per aver rifiutato il nuovo messaggio.

Questa predicazione, assurta a tradizione teologica, e la sua messa in pratica portarono alla costituzione di ciò che Jules Isaac ha definito l’insegnamento del disprezzo e il sistema di avvilimento, responsabili, nel corso degli ultimi duemila anni, di inimmaginabili orrori e dolori. L’insegnamento del disprezzo impiegò secoli per attecchire all’interno della società europea, ma, quando si radicò in essa e nel cristianesimo, animi e menti furono totalmente imbevuti da questo veleno.
Chi si esime dal documentarsi circa i veri contenuti dell’ebraismo e circa la storia di questi avvenimenti e del secolare perpetrarsi di crudeltà di ogni genere inevitabilmente non può rendersi conto di come tutto questo abbia segnato e la società occidentale e l’ebraismo.
Fui presa da angoscia, indignazione e disperazione. Volevo gridare al mondo la mia appartenenza all’umanità e denunciare l’ingiustizia espressa e sostenuta da questi insegnamenti. Volevo scrivere un libro che mostrasse gli insegnamenti etici comuni a tutte le religioni, e, in particolare, ai tre monoteismi. Ero però molto giovane, conscia di non possedere i mezzi adeguati per farlo.
Non sapevo ancora che, prima di me, altri ebrei avevano rivolto appelli sconvolgenti e molto ben documentati, e che alcune Chiese cristiane (le Chiese Riformate e, in seguito, la Chiesa Cattolica Romana), dopo la Shoah, avevano iniziato un cammino di riconoscimento delle loro radici ebraiche, di pentimento e di riconciliazione con l’ebraismo. In quegli anni cercai la risposta ad una domanda di importanza vitale.
La Chiesa, ormai consolidata, poteva mantenere intatti la sua autorevolezza e il suo prestigio, anche rinunciando ad occultare la bellezza dell’ebraismo? Da una risposta affermativa dipendevano la mia vita e quella di molte altre persone. Mi rivolsi a uomini di Chiesa. Le risposte furono varie e constatai che alcuni erano totalmente ignari della Storia. Ebbi occasione di rivolgermi anche a un ministro della Chiesa Anglicana. Fui così scrupolosa nel ribadire le mie buone intenzioni nei confronti della Chiesa, dato che volevo soltanto l’abbandono dell’antigiudaismo, che questi mi rispose: «You are ready to receive Christ!»
Gli insegnamenti dell’etica ebraica, con l’accento sul binomio libertàresponsabilità e sul riconoscimento del volto di Dio nel concreto del prossimo, furono la mia salvezza.
Ritrovai questi insegnamenti nel pensiero di celebri narratori, filosofi e psicologi ebrei che avevano conosciuto, come me, l’angoscia e la disperazione davanti all’insegnamento del disprezzo. La qualità della loro reazione fu tale che, nelle loro opere, al di là delle differenze delle situazioni, tutti i lettori, di qualsiasi religione o cultura, ritrovano l’umanità in ogni sua sfumatura, con una speciale sensibilità per la profondità dei drammi e delle gioie che tutti provano, assieme a un particolare “sense of humour” che salva dall’abbrutimento e dall’annichilimento, e un sentimento di speranza che, malgrado tutto, spesso non viene meno.
Capii che potevo influire sulla realtà solo assumendomi le mie responsabilità e agendo in bene, perché il bene ha la capacità di irradiarsi. Mi misi in ascolto di fratelli umani ebrei, cristiani, musulmani, drusi, buddisti. Udii parole bellissime e parole terribili. Ebbi molte occasioni di dare aiuto. Custodisco il calore dell’aiuto che a mia volta ho ricevuto.

Insegnare lingua e cultura araba all’Is.M.E.O. mi diede la possibilità di far conoscere un mondo che amo e di fare da ponte tra culture. Negli anni ’70 non vi erano strumenti didattici soddisfacenti. Lavorai molto, creando del materiale adatto, rinnovandolo al bisogno e correggendo i compiti di numerose classi. In decenni di insegnamento non parlai dell’ebraismo. Quando gli studenti mi ponevano delle domande, anche riguardanti argomenti di attualità, rispondevo che ne avremmo parlato al termine del corso.
Questo atteggiamento mi mise al riparo dalla malevolenza di chi avrebbe voluto evitare persino i riferimenti filologici alla lingua ebraica, e mi fece guadagnare la stima e l’affetto di molti. Nacquero così ulteriori occasioni di contatto e di dialogo con molte persone di religione cristiana e musulmana, sfociate spesso in profonde amicizie. La seconda metà del XX secolo vide il progressivo e radicale cambiamento delle relazioni ufficiali tra Cristianesimo e Ebraismo.
Personalmente, non notai cambiamenti significativi dopo la Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate dell’ottobre 1965, ma soltanto in seguito all’emanazione di ulteriori documenti come “Orientamenti e i suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione Nostra Aetate” del dicembre 1974, l’allocuzione di papa Giovanni Paolo II del 6 marzo 1982 ai delegati delle Conferenze Episcopali per i rapporti con l’ebraismo, e “Ebrei e ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica – sussidi per una corretta presentazione – ” del giugno 1985, oltre ai documenti di episcopati nazionali e singole diocesi.
Grazie alle disposizioni contenute in questi documenti, sono nati numerose associazioni di amicizia ebraico-cristiana, riviste specializzate, gruppi di studio, corsi di lingua ebraica frequentati da cristiani al fine di conoscere la Bibbia in originale assieme ai principali commenti rabbinici tradizionali, incontri pubblici per un’esegesi biblica a due voci e momenti di preghiera comuni tra ebrei e cristiani, alla presenza di rabbini, religiosi e vescovi.
Sono state condotte ricerche sui vari aspetti riguardanti l’epoca anteriore, contemporanea e posteriore all’insegnamento di Gesù.

Grazie a tutto ciò è cambiata la percezione che cristiani ed ebrei hanno gli uni degli altri e tra loro vi è stato un avvicinamento. Nessuna delle due parti ha perso la sua identità, ambedue, piuttosto, hanno sentito il calore del ritrovarsi sulle radici comuni, sì da operare insieme per il bene dell’uomo e della società, affratellate dalla medesima tensione etica.
Purtroppo, questo immenso, difficile e bellissimo lavoro è rimasto confinato alla sola buona volontà di alcune rispettive autorità religiose e a gruppi di intellettuali o di persone interessate. Il grande pubblico è rimasto all’oscuro di ciò, nonostante prestigiose università, centri culturali e istituzioni pubbliche si siano fatti anch’essi promotori di queste iniziative, facendo peraltro accorrere folle di attenti ascoltatori.
La stragrande maggioranza dei cittadini e dei fedeli, comunque, non viene affatto coinvolta, e vecchi pregiudizi e opinioni continuano a persistere tuttora. Se i documenti citati, facilmente reperibili, e altri ancora, fossero maggiormente noti, anche e soprattutto a presidi e docenti, come ai parroci e ai loro coadiutori, se le indicazioni delle massime cariche dello Stato, durante i vari governi, riguardo all’educazione contro l’antisemitismo, fossero maggiormente ascoltate, non avrei sentito il bisogno di descrivere le ferite che ho ricevuto e che molti, come me, continuano a ricevere. Le Chiese Riformate e la Chiesa Cattolica hanno esplicitamente parlato dell’antigiudaismo del loro passato e hanno chiesto perdono.

Anche se qualcuno non volesse far conoscere tutto l’orrore dei millenni passati, si potrebbe almeno fare conoscere l’ebraismo come fede di normali esseri umani, portatrice di un messaggio di amore, giustizia e carità dalla portata universale.
Fare conoscere gli orrori del nazismo in occasione del giorno della memoria della Shoah non è sufficiente, perché, accanto alla figura dell’ebreo vittima, persiste la falsa figura negativa dell’ebreo creata dall’insegnamento del disprezzo e dal sistema di avvilimento.
Bisogna spiegare i pregiudizi e fare conoscere l’ebreo come è, un normale essere umano. I cristiani che vorranno conoscere l’ebraismo, sia per loro stessi sia per compiere questa opera di doverosa giustizia, autorizzata e incoraggiata da vari documenti pontifici, saranno gratificati non soltanto dal senso di benessere dato da una coscienza in pace, ma saranno anche gratificati nell’intelletto e nell’animo dalla ricchezza di pensiero e di sentimenti che incontreranno.
E forse si chiederanno: quale bene porta ai cristiani un’omelia in cui il parroco mette in guardia i fedeli dalla possibilità, per loro remota, di cadere accidentalmente nel peccato nella vita quotidiana, realtà invece permanente e specifica degli ebrei? Quante fedi conosce l’umanità, che non riconoscono la divinità di Gesù Cristo eppure non sono oggetto di questa “attenzione speciale” che tanto male ha prodotto? E a chi giova l’insegnamento di un docente di storia che instilla disprezzo e diffidenza nei confronti degli ebrei a ragazzini che poi, in un bar, ripetono ad alta voce al loro padre quanto inteso in classe? Ho citato solo due dei tanti episodi di cui sono stata, abbastanza recentemente, testimone diretta. Non è ora che chi opera nel campo dell’educazione e della cultura conosca questi radicali cambiamenti di orizzonte teologico e culturale, con le confutazioni di secolari pregiudizi antiebraici, di cui, inavvertitamente, è imbevuta tutta la società civile?

Oggi le Chiese Cristiane stanno cercando di ritrovare la loro unità e di ricomporre gli scismi che le hanno separate nel corso della storia. Per poter fare questo cammino bisogna prendere in considerazione il passato e sanarlo con la costruzione di un nuovo presente. Nell’intraprendere questa strada, alcune Chiese hanno constatato la necessità di riconsiderare le reali circostanze del primo scisma, quello con la Sinagoga. Giovanni Paolo II ha usato varie volte la parola ebraica “teshuvà” rivolgendosi alla Chiesa: essa doveva fare teshuvà nei confronti del popolo ebraico. Teshuvà significa ritorno: ritorno a se stessi, al prossimo e a Dio, e nella tradizione ebraica è sinonimo di pentimento e ravvedimento. In questa prospettiva, un rapporto positivo e fraterno tra ebraismo e cristianesimo accompagna ed è la felice premessa per un nuovo, costruttivo dialogo tra le Chiese stesse. Le scuole si stanno aprendo al multiculturalismo e ai bambini vengono fatte conoscere tradizioni religiose e culturali diverse. Né i bambini né i loro educatori conoscono bene le componenti e le radici della loro cultura europea e, tra queste, il fondamentale apporto della radice ebraica, ormai riconosciuta, non più occultata e calunniata.

Fu solo dopo la visita di papa Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986, che il grande pubblico sentì parlare della vera realtà dell’ebraismo, quale religione di amore e di etica, dai valori universali. Nell’ottobre di quell’anno il Papa invitò i responsabili delle religioni a riunirsi per una preghiera universale per la pace. Sembrava che si avverassero i sogni che avevo nutrito da ragazza e da donna.
Finalmente un uomo di universalmente riconosciuta autorevolezza metteva in esecuzione ciò a cui avevo sempre anelato. Ero ben cosciente che la mentalità comune non sarebbe cambiata a breve, ma certo non immaginavo che, tra le nuove ferite che si accumulavano, una mi sarebbe stata inferta, pochi anni dopo, da un professore universitario italiano, invitato a tenere una conferenza all’Is.M.E.O. Questa persona già mi conosceva, ma, al momento di andare a cena insieme con i miei colleghi, disse: «Ho saputo che Myrna insegna da voi. Ma come, in questo Istituto prendete degli ebrei come docenti?» La profondità delle mie sofferenze ha reso profondi l’affetto, la stima e la gratitudine che provo nei confronti di amici cristiani che mi hanno voluta a casa loro quale amata ospite, anche in occasione di feste cristiane; ha reso profonda la mia solidarietà con le persone sole, malate, in lutto che ho spesso aiutato a trascorrere le loro feste religiose con maggiore serenità; ha reso profonda la gioia con la quale collaboro con amici cristiani, consacrati e non, nella vita di tutti i giorni e per iniziative benefiche. Queste persone, dal cuore buono, non hanno avuto bisogno di documenti ufficiali per amare il loro prossimo e sono state d’accordo con gli esponenti della Chiesa che hanno dichiarato che le richieste di perdono, l’opera di purificazione della memoria e del linguaggio, non solo non allontanano i credenti cristiani dalla loro fede, ma anzi permettono loro di viverla con maggior fedeltà all’insegnamento di Gesù, imparando a amare veramente, e non più soltanto a parlare d’amore. Queste persone sanno che le cattiverie commesse dagli uomini riguardano la storia degli uomini, non riguardano la loro fede. Il contenuto di questo mio scritto non è nuovo per loro. Può risultare nuovo a cristiani che sono sì al corrente dell’attualità di questi decenni, ma che ignorano i fatti del passato e possono essere colpiti dal venirne a conoscenza. A questi ultimi vorrei dire che ho sofferto molto in silenzio, e che solo ora mi permetto di esprimere pubblicamente le mie sofferenze, dopo avere ripetutamente sentito e letto dichiarazioni ufficiali delle massime autorità religiose cristiane, che lamentano il perdurare di pregiudizi e ignoranza da parte della maggioranza dei cristiani.
Per decenni ho visto persone che si gargarizzavano con la parola amore e altre che si lasciavano cullare ascoltandola, senza nemmeno conoscere la difficile strada da percorrere per arrivare all’amore reale, esprimendo nello stesso tempo crudeli pregiudizi e un vanesio senso di superiorità. Non mi era possibile dire alcunché, perché queste persone avrebbero negato persino l’evidenza. Quante volte, dopo aver ricevuto un’umiliazione e una ferita, in circostanze tali che mi era impossibile controbattere (di solito rispondo efficacemente con coraggio e dignità!), ho fantasticato che mi sarei fatta accompagnare per le strade da un autorevole esponente del Cristianesimo, persino dallo stesso Arcivescovo di Milano, e che sarebbe stato lui a rispondere e a ristabilire la verità!

Mentre scrivo queste righe, Papa Benedetto XVI si trova nella Judenplatz di Vienna “per esprimere tristezza, pentimento e amicizia ai nostri fratelli ebrei”, in meditazione davanti al Memoriale commemorante la Shoah e altri massacri di ebrei di secoli fa. Nella medesima piazza vi è una targa che riporta le richieste di perdono e l’assunzione di responsabilità dei cristiani austriaci.
Per decenni ho aspettato con ansia ogni sinodo di vescovi, ogni occasione ufficiale, nell’attesa di dichiarazioni che facessero conoscere al grande pubblico i nuovi insegnamenti delle Chiese cristiane. Ho seguito con attenzione e trepidazione il cammino di quelle Chiese che, studiando la loro storia antica e recente, hanno scoperto in loro stesse le radici dell’antigiudaismo, rendendo pubblica tale verità grazie alla pubblicazione di documenti ufficiali, e hanno pertanto proseguito nel cammino di riconciliazione con il popolo ebraico. Ogni volta che leggevo le prime notizie positive riguardanti il dialogo tra ebrei e cristiani, come gli incontri organizzati dal monastero benedettino di Camaldoli, scendeva come un balsamo sulle mie ferite e sorgeva un timido senso di speranza. Lo stesso è accaduto quando ho visto nelle librerie calendari con le feste di tutte le religioni, libri riguardanti la letteratura ebraica, il Talmud e la liturgia ebraica, quando ho visto delle persone studiare l’ebraico e l’esegesi rabbinica ed entusiasmarsi nello scoprire che, non solo non si allontanavano dalla loro fede cristiana, ma che, anzi, si sentivano arricchite. Le esperienze negative e dolorose che ho provato in quanto ebrea hanno fatto sì che ogni volta che ho occasione di assistere a episodi di solidarietà, anche tramite televisione, mi commuovo profondamente.

Nel 2004, la Comunità di Sant’Egidio tenne a Milano un incontro mondiale, dal titolo “Religioni e culture: il coraggio di un nuovo umanesimo”. Lì ebbi occasione di ascoltare il parroco di Nazareth, padre Emile Shoufani, il sacerdote che aveva portato gruppi di ragazzi ebrei, cristiani e musulmani a visitare insieme Auschwitz. Padre Shoufani lavora per una conoscenza vicendevole tra le varie comunità, premessa indispensabile per un dialogo. Egli provò a descrivere l’abisso delle sofferenze vissute dagli ebrei in Europa durante un periodo di quasi due millenni.
Descrisse gli effetti di quelle sofferenze, assieme al tipo e alla profondità delle ferite degli ebrei dei giorni nostri. Constatò che l’Europa non vuole conoscere il suo passato né riflettere su di esso, non vuole compiere il lavoro psicologico che la porterebbe a capire meglio le sue realtà e le realtà del popolo ebraico. Disse che, solo grazie a un tale lavoro, l’Europa avrebbe potuto trovare le parole e i modi adeguati per contribuire positivamente ad una soluzione del conflitto mediorientale soddisfacente ed equa per tutti. Ero stupefatta e profondamente emozionata. Per la prima volta nella mia vita sentivo una persona non ebrea descrivere con tale sensibilità le sofferenze che si erano protratte nei secoli.
Questa persona aveva capito che pure ai giorni nostri un ebreo non ha solo il peso di problemi esistenziali comuni a tutti, ma anche il peso di pregiudizi radicati, che emergono anche nelle occasioni più inaspettate e che rendono impossibili momenti di totale spensieratezza. Era come se, per la prima volta, qualcuno mi dicesse: «Fratello mio, sorella mia, sei qui davanti a me. Io ti conosco e conosco i tuoi dolori e la loro origine. Tocca a me parlarne e farmene carico, affinché si possano rimarginare le tue ferite. Ora non sei più solo» – Andai a salutare padre Shoufani. Appena mi rivolsi a lui, scoppiai a piangere. Non ho mai pianto dopo violente aggressioni verbali, ben diverse da quelle che ho precedentemente descritto, ma piansi a lungo perchè un essere umano mi mostrava la sua solidarietà. Padre Shoufani mi abbracciò e mi disse che le mie lacrime lo incoraggiavano a proseguire nella sua opera di conoscenza e di riconciliazione.

Nel limite dello spazio a disposizione ho voluto far conoscere esperienze che molti non immaginano. Chi vorrà leggere le opere indicate nella bibliografia, anch’essa molto ridotta, e altre ancora, troverà risposte ad eventuali domande. Queste opere si integrano l’una con l’altra, non si sovrappongono. Molto ancora rimane da dire, riguardo all’essere fratelli umani e alle varie religioni. Spero di farlo prossimamente, sviluppando questo articolo.

Non ho inteso scrivere un libro di storia, né potevo: la storia completa possiamo conoscerla soltanto attuando i cinque punti esposti all’inizio di questo scritto, consci che, grazie ad essi, riusciremo anche a scrivere una storia migliore nel nostro presente e nel nostro futuro.


One Response to Fratelli Umani, uniamoci contro l’antisemitismo

  1. Bravissima Noor, ottima segnalazione

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Maha

  • Buona fortuna da Maha!


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