Antonella Appiano:quando la clandestina è presenzialista
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Inizio con le cose ovvie. Se avete un’infatuazione per la Siria; se vi appassiona la sua storia, l’architettura, la produzione culturale; se vi stimola il suo modello di convivenza multi confessionale; se siete inappagati dai pipponi antropologici/sociologici/accademici sulle contraddizioni della società siriana; se preferite un narghilé ad Aleppo invece di un tramonto in Tanzania e vi chiedete cosa ci sia di moderno nella città più antica del mondo, allora,Clandestina a Damasco di Antonella Appaiano, vi appassionerà.
In quattro mesi di permanenza in Siria, l’autrice ha raccontato un momento critico del paese e le aspettative dei siriani mai in modo scontato e senza cadere nella retorica mediatica occidentale ossessionata dai cliché sulle donne arabe e promotrice di rappresentazioni parziali e di interesse.
L’imprinting del libro è caratterizzato da un piacevole e scorrevole mix tra lo stile di un Woody Allen serio alle prese con la psiche dei siriani e la vena da reportage a 360 gradi che contraddistingue la penna del grande Ryszard Kapuściński.
Ora passo al pippone. Fare giornalismo non implica solo trasmettere informazioni corrette e verificate da fonti indipendenti. La scuola Appiano conferma che la professione del giornalista comporta anche la capacità di creare negli altri il senso di un’esperienza.
Dati a go go e notizie riportate da destra e manca non rendono necessariamente esaustiva una produzione editoriale sulla primavera araba.
Piuttosto, maggiore è l’informazione, maggiore è il bisogno di una comunicazione efficace che sappia mettere gli avvenenti attuali nel loro contesto storico-culturale, che sia in grado di distinguere azione da ciò che è reazione, risposta da ciò che è iniziativa.
Quello che rimane nelle nostre coscienze e che ci spinge a prendere a cuore una causa, sono le sensazioni e le emozioni che il resoconto di un’esperienza ha suscitato in noi.
Non ci ricordiamo quello che leggiamo, ma come quella lettura ci fa fatto provare intimamente.
In questo, Antonella Appiano ci è riuscita in pieno.
Non mi convince il sostantivo “clandestina” nel titolo del libro.
Antonella Appiano è tutto tranne che una clandestina. In realtà è una presenzialista. E’ una professionista indipendente che viaggia, frequenta corsi universitari, la trovi che prende appunti ai convegni, alle conferenze sul mondo arabo. Clandestina, semmai, è una figura come la sua nelle redazioni dei telegiornali italiani.