L’avanzata rosa invade le corsie, anche tra gli stranieri
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Sono finiti i tempi in cui le donne in corsia erano soltanto suore dai modi un po’ rudi o infermiere premurose. Ora hanno il bisturi dalla parte del manico. Il trend sta cambiando fin dalle immatricolazioni: le donne medico stanno aumentando e si prevede che per il 2024 sorpasseranno i colleghi maschi . Negli ultimi dieci anni, il sorpasso tra gli specializzati si è già consumato: su 67.980 specialisti, 35.986 sono donne e 31.994 uomini. Soprattutto pediatre, psichiatre dell'infanzia e genetiste. Ancora poche, in realtà, sono le specialiste in oncologia e chirurgia.
È uno scenario che si presenta non solo in Italia, dove il dato è considerato quasi allarmante (non sia mai che ci siano anche le urologhe, potrebbero far imbarazzare i pazienti!), ma anche in altri Stati del mondo. Perfino in Iran devono fronteggiare questo “problema” e, preoccupati per l’inarrestabile avanzata rosa, sono state introdotte nel 2008 le quote azzurre - ebbene sì, il sesso forte deve essere tutelato - per le ammissioni alle facoltà universitarie (tutte a numero chiuso) di fronte all’evidenza che il 60% degli iscritti nelle università erano donne.
Questo notevole successo vale anche per le dottoresse immigrate, per cui sembrano garantite le pari opportunità. Secondo i dati dell’Associazione Medici di origine Straniera in Italia (AMSI), il 45% dei medici stranieri nel nostro Paese sono donne, di cui il 10% sono dentisti. Le specializzazioni più diffuse sono ginecologia, pediatria, fisiatria e medicina d’urgenza (esatto, come in ER). Molte di loro esercitano presso strutture private poiché, non avendo la cittadinanza italiana, non possono concorrere per posti pubblici.
Da dove vengono queste dottoresse? La maggior parte sono cittadine di Paesi dell’Europa dell’Est (Russia, Ucraina, Romania, Albania, Moldavia), arrivate nei primi anni Novanta, ma negli ultimi cinque anni si è ridotto molto il numero dei nuovi arrivi, mentre stanno aumentando i medici provenienti dall’Egitto e dai Paesi arabi, ma anche da Camerun, Congo e Somalia. Molte si sono laureate nel Paese d’origine e specializzate in Italia. Insomma, non sarà così inusuale vedere camici bianchi dai lineamenti slavi, dalla pelle d’ebano o con il velo, ed è una risorsa vantaggiosa per creare un ponte multiculturale con pazienti extracomunitari.
Non sempre però le cose vanno come dovrebbero: il presidente dell’associazione, infatti, spiega che “un numero considerevole di donne medico provenienti dai Paesi dell’Europa dell’Est non è riuscito a farsi riconoscere il titolo di laurea, e per difficoltà economiche ha optato per il lavoro di badante”; oppure, sul sito dell’ AMSI, è riportata la testimonianza di una dottoressa yemenita velata che teme di non trovare lavoro, finita la specializzazione al Policlinico di Roma, a causa del suo velo.
È molto frustrante avere questi ostacoli, considerando gli anni di studio e la fatica necessari per questa professione. Ecco, forse le pari opportunità non sono ancora del tutto garantite (argomento già assai spinoso, anche per le italiane), ma questa crescita è frutto di una notevole forza di volontà che, chissà, potrebbe davvero rendere comune la presenza di medici donne nel reparto di urologia – con buona pace dei pazienti maschi che dovranno rassegnarsi, come hanno fatto da tempo le donne con i ginecologi. E poi dicono che le donne sono deboli!
Confermo quanto scritto nell’articolo.
L’igienista dentale che lavora presso il mio dentista viene dall’Europa orientale e di sicuro non è debole: “Stia fermo!!”, “Apra la bocca!”, “Non si usa così lo spazzolino!!!”, “Ok, adesso dobbiamo fare il trattamento al fluoro” (brivido lungo la mia schiena…), “L’ha preso il colluttorio? No? MALE!!!!!”.
Meno male che non ha scelto di diventare urologo…