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Un piccolo Medio Oriente s’incontra sull’Appennino

Un piccolo Medio Oriente s’incontra sull’Appennino Dati Articolo Una settimana in un’oasi toscana. Un piccolo esperimento di convivenza panaraba. Una folle settimana di terapia ricreativa. Un’esperienza umana ai confini delle proprie possibilità emotive. L’annullamento di se stessi, per sette giorni. Ci possono essere molti modi per definire la sessione internazionale di Dynamo Camp, che si è svolta dall’8 al 15 ottobre scorsi. C’è il punto di vista dei volontari, quello degli accompagnatori adulti, e naturalmente quello degli ospiti, 80 bambini dai 6 ai 14 anni affetti da patologie oncoematologiche provenienti da Giordania, Iraq ed Emirati Arabi. Io ci sono stata, come mediatrice culturale. Ecco cosa ho vissuto.

Sabato
Per primi, arrivano i giordani. Li aspetto all’ingresso insieme ai dottori, arrivano e portano una ventata di gioia. Rispondono a domande delicate sulle proprie terapie e difficoltà motorie come se stessero elencando la tabellina del due, poi si ristampano in faccia quel sorriso dolce e ribelle insieme. I loro occhi si spalancano increduli quando vedono una volontaria che li accoglie parlando la loro lingua, e tra me e loro si innesca un’intesa familiare che durerà per l’intera settimana. Mi sento quasi a casa, in modo strano. La lingua è casa, a modo suo.

Domenica
Sono arrivati anche gli iracheni e gli emiratini. Le differenze sono plateali. I bimbi di Dubai sono precisi, perfetti coi loro badge, cinturini, zainetti con cucita la bandiera degli Emirati, inglese impeccabile e scarpe alla moda. Gli iracheni, invece, sono quelli non abituati a un letto, che per una settimana di camp si sono portati un solo pigiama e un solo pantalone, che non hanno mai visto prima una piscina e affrontano tutto come se fosse l’ultima cosa che faranno nella vita. In mezzo, i giordani: spigliati, irruenti, determinati e spiritosi.

Lunedì - martedi
Il ritmo delle attività è incalzante. Accadono cose che dimostrano come - l’ho sempre pensato - la parola “arabi” significhi tutto e niente. C’è un unico tracciato, una lingua comune, spesso una religione comune, e spunti di solidarietà. Ma poi ci sono anche le mille, giuste differenze. C’è il fatto che quando la gente parla degli “arabi” si immagina sempre il fanatico intollerante con barba, scimitarra in una mano e Corano nell’altra. Ma nella realtà è una categoria così vasta e poliedrica che a volte serve una mediazione non solo tra il mondo arabo e l’esterno, ma anche all’interno del mondo arabo stesso. In questo frangente chiamano la “mediatrice” (che sarei io) perché gli accompagnatori degli Emirati trovano disdicevole che nei balli di gruppo adulti e bimbi ballino insieme, ma soprattutto che si metta musica araba. Appena parte Shik shak shok, una delle canzoni più popolari nei matrimoni arabi, si scatenano tutti in una danza del ventre esilarante. Gli Emirati chiedono agli italiani di abolire la musica araba e quei balli provocanti, perché nella “nostra cultura” non sono accettabili. Gli italiani chiamano me. Io consulto la Giordania. La Giordania si infuria: loro adorano quei balli. E non è vero che nella nostra cultura non si possa ballare tutti insieme. Domanda: ma cosa sarebbe, la nostra “cultura”? Il mio ruolo consiste proprio nello spiegarlo agli italiani. Ma a questo punto non lo so più neanch’io.

Mercoledi
Gita a Pisa. Camminare per la città con ottanta bambini non è affatto una passeggiata. Ci fermiamo in un parco per un gelato: i bimbi non smettono di ridere e fingere di coprirsi gli occhi davanti alle oppie che “amoreggiano” sulle panchine. In Iraq e a Dubai le coppiette verrebbero sollevate di peso da una gru e parcheggiate dritte dritte in stazione dalla polizia del buon costume. Forse in Giordania no, ma a giudicare dall’incredulità dei bambini, non si tratta di uno spettacolo a cui sono abituati.

Giovedi-Venerdi
Le differenze continuano a fioccare da ogni dove: a proposito di pizza, ci sono bimbi iracheni che mi dicono di non averla mai assaggiata in vita loro. Accompagno le emiratine in piscina ed emerge una realtà radicalmente diversa: una di 13 anni maneggia un iPhone, un’altra mi dice di saper già cavalcare perché suo padre possiede “alcuni” cavalli, un’altra ancora non capisce che voglia dire “riordinare” la stanza considerato che a casa sua è abituata alla servitù. Passo il pomeriggio del venerdì accanto al letto di Zahraa: viene da Baghdad, ha 11 anni, un sorriso dalla tenerezza infinita. Ha solo un po’ di febbre e stanchezza, ma si perderà lo spettacolo finale in cui si esibiranno i bimbi di ogni cottage, compreso il suo. Passa due ore a raccontarmi barzellette e indovinelli imparati da suo padre, le divisioni tra sunniti e sciiti, e la tristezza di aver perso due fratellini piccoli. Mi saluterà con gioia, in un modo che mi ha scaldato il cuore.

Sabato mattina
Formalmente il mio ruolo qui era quello di “mediatrice” culturale. Ma mi rendo conto di aver fatto di tutto durante questa settimana: cantato, ballato, fatto il birillo umano, costretto bimbi schizzinosi a mangiare la pastasciutta quasi tutti i giorni, e messo alla prova le mie scarse conoscenze di arabo classico. E poi, forse, ho fatto terapia. Perché quello che non dicono è che la terapia ricreativa rigenera te che la osservi incredulo, ancor prima dei bambini colpiti da bombe e chemio, ma che si dimostrano incredibilmente più bravi di te a sorridere, nonostante tutto.
Pubblicato sul settimanale Vita


Quest’autunno, per il terzo anno consecutivo, Dynamo Camp ha ospitato bambini e ragazzi provenienti dal Medio Oriente. Per questo, per la sessione internazionale ha coinvolto 5 volontari bilingue (italiano e arabo) che hanno affiancato i 30 accompagnatori- volontari e le 30 persone dello staff; 80 i bambini e ragazzi ospitati provenienti dal Medio Oriente, in particolare da Iraq, Giordania, Emirati Arabi Uniti.


3 Responses to Un piccolo Medio Oriente s’incontra sull’Appennino

  1. Pier Francesco says:

    Complimenti vivissimi per questa bella iniziativa!! Deve essere stata veramente una settimana impegnativa! Immagino occorra anche una certa forza d’animo, perché una delle cose che mi fa più star male è il pensiero di bambini colpiti da mali spesso incurabili…
    Dell’irruenza e della simpatia dei bambini giordani (e ancor più le bambine) ho avuto testimonianza diretta anch’io quando ho visitato questo paese affascinante l’anno scorso: le scolaresche ci venivano sempre tutte incontro al grido di “Welcome to Jordan”! :-)
    Non capisco poi perché gli emiratini volevano vietare la musica araba: e che musica bisognava mettere? :-P

  2. Francesca says:

    Fantastico! Non conoscevo questa iniziativa,davvero interessante.Beh,il termine “mediatrice” mi sembra davvero poco per quello che hai fatto ma sono esperienze che arricchiscono la vita.Grazie per averla condivisa con noi

  3. Grazie Randa, è una bellissima pagina

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Maha

  • Buona fortuna da Maha!


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