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"il blog delle seconde generazioni"

Qui Cairo: copti, musulmani, e odontoiatri

Qui Cairo: copti, musulmani, e odontoiatri Dati Articolo
Qualcuno potrebbe legittimamente rimproverarmi di non aver detto quasi nulla sulla questione della minoranza cristiana egiziana. Con quel che è successo di recente, proprio pochi giorni prima del mio viaggio, sarebbe davvero una grave lacuna...
Eccomi dunque a parlarne, con qualche disagio, in una puntata supplementare del mio diario. Disagio che non deriva da alcuna reticenza, ma dalla mestizia che provo ogni volta che mi tocca prendere in considerazione l'appartenenza religiosa dei miei amici egiziani, tanto vorrei fosse possibile ritenerli egiziani e basta, o ancor meglio semplicemente esseri umani, senza ulteriori etichette!
Non sono solo, tuttavia, ad essere del tutto consapevole che un problema esiste, e un problema non da poco. Riporto in proposito le parole inequivocabili di un grande romanziere contemporaneo della terra del Nilo:

«Questo è quanto è avvenuto durante una sessione d’esami alla facoltà d’odontoiatria. Uno studente aveva praticato una cura su un paziente e la professoressa era giunta per valutarne il lavoro e dargli il voto. Stupita per la sua perizia gli disse: “Hai fatto un lavoro eccellente! Ti darò il massimo”. Il ragazzo sorrise felice, ma la professoressa, sfogliando il registro, gli chiese: “Come ti chiami?”. “Ihab”. “E poi?” “Ihab Amin” “Dimmi il nome completo” “Ihab Amin Giorgio”. La professoressa, a disagio, gli diede un voto molto inferiore a quello promesso, poiché era copto. Non è un caso strano né raro nelle facoltà di medicina, cosicché agli studenti copti capita spesso di non poter diventare assistenti universitari, e se qualcuno ci riesce difficilmente passa i test successivi e finisce per allontanarsi dall’università. E’ una patente ingiustizia, contraria a ogni principio religioso e morale, ma accade ogni giorno da anni: lo sanno tutti i professori e gli studenti d’Egitto! Né la cosa si limita alle facoltà di medicina o alle università, ma in tutti i posti pubblici: dirigenze accademiche, alti gradi militari, posti di responsabilità… tutte professioni interdette ai copti. La discriminazione nei loro confronti è reale, anche se molti egiziani la negano o la giustificano con due pretesti: uno è che alcuni ricchi sono copti, il che dimostrerebbe che non sono discriminati… ma è facile rispondere che si tratta di pochi rispetto a milioni di altri che ricchi non sono, tanto più che i primi hanno fortune ereditate o realizzate tramite il commercio, settore nel quale non vale la discriminazione ma la mera capacità. L’altra scusa è che il regime egiziano opprime tutti e non soltanto i copti. Anche i musulmani egiziani non fanno carriera se non sono membri del Partito dominante o se non collaborano coi servizi di sicurezza. Pure in università non ce la fanno se non sono parenti di qualche professore o non appartengono alla upper class. Questo è vero, ma se i musulmani egiziani sono oppressi, i copti lo sono due volte: prima come egiziani, poi in quanto copti». (Alà’ al-Aswani, Ci meritiamo la democrazia?, raccolta di articoli (in arabo) pubblicata da Dar al-Shuruq, Il Cairo 2010, pp. 13-14).

Un amico musulmano egiziano che vive in Italia, dopo aver letto questo articolo, mi ha fatto osservare sconsolato che paradossalmente dell’oppressione di chi appartiene a una minoranza almeno qualche volta si parla, ma è quasi impossibile che il tema venga trattato a proposito delle angherie cui sono sottoposti tutti quanti, se non in casi davvero eccezionali.
Riflettendo seriamente su tutto questo, l’effimera e strumentale mobilitazione a favore delle minoranze cristiane da parte dei nostri politici e dei mass-media mi appare per quello che è e l’esperienza già fatta in materia (come nel caso dei Palestinesi) dovrebbe indurre a riflettere. Non di tolleranza verso qualcuno in quanto seguace di una determinata fede, ma di rispetto di tutti in base alla medesima “cittadinanza” su un piano di eguaglianza e di giustizia si dovrebbe parlare, ma è evidente che questo discorso metterebbe in discussione – tanto qui che là – la gestione del potere in quanto tale ed è pertanto evitato poiché ne comprometterebbe la legittimità.

Abituati a sentirsi più sudditi che cittadini, anche una volta emigrati in un contesto laico, i cristiani d’Oriente non sempre ne riescono a cogliere le inedite opportunità. Tra i numerosi che si sono stabiliti in Italia pochi insegnano la lingua d’origine alle nuove generazioni e persino i nomi dei preti e la stessa liturgia sono stati progressivamente italianizzati: un desiderio d’assimilazione più che di un’equilibrata integrazione esprime da un lato il nodo irrisolto del loro rapporto con l'Islam e dall’altro con la propria stessa identità culturale in un ambiente pluralista.
Neppure qui e nemmeno tra le seconde generazioni è facile far incontrare giovani egiziani copti e musulmani: i primi per un’atavica e comprensibile diffidenza, i secondi per l’ignoranza di quel che davvero avviene laggiù. Una laicità positiva, in quanto nuovi italiani pur di confessione non cattolica, potrebbe includere una maggior capacità da parte di entrambi di “portare gli uni i pesi degli altri” in una prospettiva finalmente liberata da ogni settarismo.


Per rileggere le altre puntate del diario dal Cairo di Paolo Branca:
Quando c’era lui…caro lei!
Dignità, giustizia e libertà!
Egitaliani mai partiti dal Cairo Egitto: piccoli poveri ma gia' globalizzati


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