2018, scendono in campo le seconde generazioni
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̀ Boom dei tesserati stranieri nelle giovanili delle squadre italiane. Un vivaio da cui inevitabilmente pescherà la formazione azzurra impegnata nel Mondiale di Russia. E sarà una rivoluzione. Da dove vengono? Come e dove sono cresciuti? Che sogni hanno le future star del nostro calcio sempre più meticcio? Le risposte in questa sorprendente inchiesta.
Otto luglio 2018, Mosca, finale del Mondiale di calcio. Italia- Francia, 0 a 0, minuto 92. Angelo Ogbonna lancia lungo sulla fascia sinistra, Stephan El Shaarawy stoppa il pallone e dopo aver saltato un difensore crossa in mezzo dove Kingsley Boateng fa la sponda per Mario Balotelli che arriva in corsa e segna con un preciso diagonale di destro. A fare mucchio insieme al bomber bresciano Laribi, Layeni, Santacroce, Hanine, Jidayi, Okaka.
Nomi esotici, vestiti di azzurro. Figli di immigrati nati o cresciuti in Italia. Con 32.868 tesserati stranieri nel settore giovanile della Figc nel 2011, trovare una formazione da nazionale di seconda generazione non sarà così difficile. Noi ci abbiamo provato, con un po’ di fantasia.
Tutti all’attacco
In questa squadra superoffensiva, naturalmente allenata Zdenek Zeman, spazio tra i pali a Stefano Layeni, classe 1982, nato a Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano, da genitori nigeriani. Giovanili ed esordio in C2 con il Montichiari, Da lì un lungo pellegrinaggio tra Torres, Como, Albinoleffe e Prato, dove sta giocando ora da titolare in Lega Pro.
Nel novembre 2010 è stato oggetto di cori razzisti durante la partita di Coppa Italia Lazio-Albinoleffe. «Penso a giocare». Da allora del colore della sua pelle non ha voluto più parlare. Davanti a lui, un trio difensivo composto da Ogbonna, Santacroce e Jidayi.
Il primo, Angelo, è figlio di genitori nigeriani ma parla come un qualsiasi ragazzo di Cassino, provincia di Frosinone. Anche se è tutt’altro che un chiacchierone. Un esempio, a sentire i tecnici e i compagni: mai una parola né un gesto fuori posto. Arrivato a Torino a 14 anni, è cresciuto nel settore giovanile granata fino alla prima squadra. Per l’Italia nel 2006 ha rifiutato la convocazione con la Nigeria.
Accanto a lui Fabiano Santacroce. Da Camacari, stato di Bahia, mamma brasiliana, papà di Monza, in Italia da quando aveva 2 anni, ora al Parma. «Sono fiero di essere un miscuglio» anche se «qualche “negro di m” ci scappa sempre... prima mi arrabbiavo, ora me ne frego».
A completare il terzetto, William Jidayi, classe 1984. Papà di origine nigeriana, arrivato in Italia per studiare agraria. La mamma è di Salerno ma lui si sente ravennate di nascita e d’animo. Gioca nel Padova, serie B, mentre suo fratello Christian è a Novara. Allegro, disponibile, confessa di «non portarsi quasi mai dietro il cellulare e fare vita da atleta». Vita notturna? «Poca, gli allenamenti vengono prima».
Per il centrocampo un quartetto tutto fantasia. Regia affidata a Karim Laribi, da Milano. Cadenza meneghina, ma mamma sarda di Pula e padre tunisino. Dà i primi calci al pallone a San Donato Milanese, poi la chiamata all’Inter. «Mi avevano notato più squadre, tra cui il Milan», spiega, «ma sono andato all’Inter anche perché già ci giocava mio fratello Omar». Lo stage con l’Under 16, «poi quest’anno il ct Di Biagio mi ha convocato per l’Under 20». Sei presenze e due gol lo score con la maglia azzurra.
Un tipo con la testa sulle spalle Karim, determinato («Al Mondiale nel 2018? Spero prima, è il mio obiettivo»), semplice e con un’attenzione al sociale, come testimonial dell’Homeless Italian Cup per il 2011. Adesso è al Sassuolo, in serie B, anche se per lui di campo si parlerà tra cinque mesi, dopo l’infortunio al ginocchio di sabato 15 ottobre.
Suo compagno di reparto Kingsley Boateng, 17 anni, friulano di Mptuam, Ghana. Scoperto grazie a Milan Campus, con i rossoneri ha già esordito in prima squadra. Con un gol e tante buone impressioni.
Sulle ali la strana coppia Nicolao Dumitru e Stefano Okaka. Il primo ha una storia degna di un romanzo: nato in Svezia da papà rumeno e mamma brasiliana, è arrivato in Italia a 7 anni, paese dove suo padre aveva già vissuto e di cui aveva la cittadinanza per matrimonio.
Potrebbe giocare in tre nazionali, ma ha scelto l’azzurro. Sia della Nazionale che dell’Empoli, città dove è cresciuto e dove ora gioca in prestito dal Napoli (azzurri pure loro): «A cena sono sempre dai miei genitori».
Sull’altra fascia Stefano Okaka Chuka, nato in Umbria nel 1989, mamma e papà nigeriani ma ormai romano d’adozione. Posto da trequartista per Yonese Hanine, classe 1990, italiano nato in provincia di Mantova da genitori marocchini. La sua classe è molta, pari forse alla sfortuna (due infortuni in due stagioni) e all’umiltà. A Barletta, dove è in prestito dal Chievo, lo chiamano Ciro e qualcuno giura di averlo visto girare tra il campo sportivo e casa sua con una bicicletta gialla.
La coppia d’attacco Balotelli - El Sharaawi non ha invece bisogno di presentazioni, o quasi. Sul primo si sono scritti fiumi d’inchiostro. Stephan El Shaarawi, il Faraone, 19 anni, a dispetto del cognome – eredità di papà Sabry – è invece italianissimo grazie a mamma Lucia, savonese. Esordio in A con il Genoa a 16 anni e una stagione da campioncino in B a Padova. Grandi doti calcistiche e un basso profilo. Poche interviste, poche uscite mondane, un ragazzo tutto casa e Milanello.
Ma siamo già in ritardo
Una nazionale così è un’ipotesi per l’Italia ma già una realtà per altri Paesi. Francia e Germania, per esempio. Le ragioni del ritardo prova a spiegarle Mauro Valeri, sociologo, ex consulente della Figc e autore del libro Black Italians: «Per vestire l’azzurro in qualunque categoria bisogna essere cittadini italiani a tutti gli effetti».
Una nazionalità che non è così facile da ottenere. In Italia vale lo ius sanguinis e «come nel caso di Balotelli, un figlio di immigrati nato nel nostro Paese può diventare italiano solo a 18 anni, a meno che uno dei due genitori diventi italiano prima di quel momento».
Di Roberto Brambilla. Pubblicato sul Settimanle Vita
Splendido se non fosse che il gol lo segna il Faraone…..
E’ ovvio che chi gioca al Milan è per definizione una spanna al di sopra degli altri. L’italianità di El-Sharawy è stata poi certificata da Tiziano Crudeli, che per me è più autorevole del Ministro degli Interni: “Fate attenzione a questo ragazzo: nonostante il nome, è italianissimo!”.
ED E’ GOL !! ED E’ GOL !! HA SEGNATO IL FARAONE !!!!! E ANDIAMO RAGAZZI, E ANDIAMO !!!! CORNOOOOOOOOOOOOO !!!
Non ha comunque importanza chi segna, perché fare gol alla Francia al 92esimo è una goduria impagabile! Il problema è che con un CT come Zeman si prendono 3 o 4 gol a partita; spero che la nomina di Zeman a CT della Nazionale sia solo una provocazione della redazione.
Su Balotelli posso dire che mi fa venire in mente il “negro” di Colpa d’Alfredo…
P.S. Mi pare che alcuni di questi giocatori abbiano un genitore italiano (El-Sharawy, Laribi, Santacroce, Jidayi), quindi tecnicamente parlando non sono proprio delle “seconde generazioni”.
Caro Francesco,propongo te come vice allenantore di questa nazionale e Crudeli commissario tecnico…che ne dici?
Grazie Noor,
Ma come si dice a Milano: “Ofelé, fa el to’ mesté!”.
Io lo farei volentieri il vice di Crudeli, purché lui resti a fare il telecronista, e io l’inviato a bordo campo tipo Enrico Variale detto “Varriabbile”, o il Galeazzi degli esordi.
Eh sì, che bello girare il mondo per gli stadi a spese di mamma RAI (o di chiunque altro), un mese in Sudafrica, l’anno prossimo un altro mese tra Polonia e Ucraina, e poi nel 2014 in Brasile…!!