Musulmani d’Italia divisi alla meta
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Dopo l’istituzione ufficiale, avvenuta nel mese di agosto, comincia ora a entrare nel vivo l’attività del Caim, il Coordinamento associazioni islamiche di Milano, promosso dalla giunta Pisapia e che unisce dieci fra le realtà islamiche milanesi. L’organo è guidato da Davide Piccardo, figlio di Hamza, dirigente storico dell’Ucoii - Unione delle Comunità islamiche in Italia.
Una partenza tumultuosa. Se da una parte c’è infatti chi, come l’irrequieta deputata del Pdl, Souad Sbai, sostiene che i moderati siano stati esclusi e valorizza al contrario il Comitato per l’Islam italiano istituito presso il ministero dell’Interno, altri come Mohammed Asfa, direttore della Casa della cultura islamica di via Padova, hanno deciso di non aderire al Caim perché poco “selettivo”: includerebbe troppi centri che veicolano un’ideologia di stampo integralista o che sono lì per tutelare interessi forti, esterni, mentre - parole di Asfa - «non dobbiamo essere con- dizionati da alcun Paese che non sia l’Italia». Che succede?
Premessa: esistono leader e attivisti musulmani più o meno elastici, più o meno disposti al dialogo, più o meno umili. Esattamente come in qualunque altra realtà. Secondo: solo una sinergia che crei continuità tra la prima generazione di immigrati e le seconde generazioni può incidere sulla società per stimolarne i cambiamenti; solo una fusione armonica che, nel rispetto delle differenze, si ponga in modo unitario davanti alle istituzioni e ai mezzi di comunicazione può avere effetto. Uan voce sola è più potente, anche se forse meno eccitante per alcuni salotti tv, ma alla lunga più forte e duratura.
Non solo sulla questione Caim, ma anche in decine di altre occasioni simili, noi di Yalla Italia ci siamo trovati davanti ad alcune perplessità.
Per esempio, molti centri o associazioni islamiche sono guidati dalle stesse persone da decenni e che addirittura tentano - e riescono - a passare il potere di padre in figlio in nome di chissà che diritto divino. Il paradosso dei paradossi è che, mentre i nostri Paesi d’origine si sono rivoltati contro tiranni sanguinari, rischiando la vita e raccogliendo in maniera trasversale medici, ingegneri, operai, giovani vecchi donne, copti e musulmani, qui da noi lo status quo rimane lo stesso, come pietrificato.
Certo, chi laggiù lotta per il pane e i diritti essenziali ha una passione che forse a noi, nella bambagia in cui non ci accorgiamo nemmeno di vivere, difettano. E molti immigrati sono così impegnati nella “scalata sociale” che in sostanza di questo o quel rappresentante islamico non importa un bel niente.
Ma al netto di tutte queste differenze, non possiamo ignorare che abbiamo in mano tutti gli strumenti per farci sentire, protestare, indignarsi: la rappresentanza non è una cosa fornita a scatola chiusa, ce la dobbiamo costruire, accudire e coltivare noi. Scrivere è un gesto potente, immediato, diretto. Ma se non prelude a un reale tentativo di cambiare le cose e alla volontà di mettersi in gioco in prima persona, rimane un inutile - anche se divertente - esercizio di stile.