La dignità tunisina tramandata da nonne a pronipoti…
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Sul finire dell’estate del 2006 Jasmine decise di andarsene dal suo paese: la Tunisia
Voleva fuggire il più lontano possibile. Non sopportava la continua vessazione nei confronti del suo popolo. E soprattutto non tollerava l’indolenza che sembrava aleggiare ovunque nella sua nazione. Jasmine si sentiva spogliata di dignità da un sistema che era capace solo di generare controllo.
Voleva esprimersi liberamente e non poteva continuare ad accettare tacitamente la sopraffazione che il Regime aveva imposto. La situazione diveniva ogni giorno più disastrosa: la disoccupazione cresceva a dismisura e la corruzione era ormai all’ordine del giorno. Di questo nessuno poteva o doveva lamentarsi: gli era impedito. Soprattutto durante i mesi estivi quando sulle coste tunisine si riversavano migliaia di turisti occidentali che frequentavano le località balneari del paese.
Jasmine non capiva perché non ci si potesse opporre. Non capiva la rassegnazione di suo padre Habib, che lavorava per un’istituzione statale e che quando rientrava dal lavoro non proferiva parola. Non capiva la tristezza negli occhi di suo fratello Ihmed che, nonostante avesse terminato gli studi da tempo, era disoccupato e passava l’intera giornata nella sua stanza a dormire. Non capiva sua madre che sembrava rimproverarla con lo sguardo ogni volta che Jasmine inveiva contro quello che stava accadendo.Doveva stare in silenzio perché la sua voce non poteva essere tollerata.
Eppure la sua famiglia era stata in prima linea nel periodo che aveva portato il paese all’Indipendenza nel 1956. Era una famiglia “islamicamente laica “come lo era la Tunisia post-indipendente in cui si coniugavano e si completavano perfettamente due sfere che sembrerebbero essere in antitesi: l’Islam e la laicità. In quell’epoca si credeva fortemente al processo riformista e si sperava attraverso riforme epocali, come il divieto della poligamia, di costruire una nazione che fosse un modello per gli altri paesi della riva sud del Mediterraneo, ma nello stesso tempo si rispettava fortemente l’identità religiosa.
In questo non meravigliava che il nonno paterno di Jasmine, nonostante fosse poligamo da molti anni prima dell’indipendenza, avrebbe rinunciato, senza batter ciglio, a una delle sue due mogli. Sebbene la poligamia fosse vietata per legge all’indomani dell’Indipendenza, il nonno di Jasmine beneficiò della deroga posta dal governo nei confronti di coloro che avevano già contratto un matrimonio poligamo.
La sua poligamia era fortemente rispettata dalla famiglia. Malgrado non appartenesse più culturalmente alle generazioni più giovani, Jasmine ricordava quanto fosse forte la propria emozione ogni volta che chiamava Romdhana e Beja le sue nonne.
Si, perché entrambe erano le sue nonne e con entrambe vi era un legame assoluto al di là della parentela tout court che l’avrebbe accompagnata durante l’infanzia e l’ adolescenza. Un legame alimentato dal racconto della storia della famiglia che Romdhana e Beja facevano in arabo a Jasmine, durante i pomeriggi nel terrazzo della loro casa.
Era stata una famiglia sempre attiva che aveva rifiutato qualsiasi prevaricazione. Già dal periodo del Protettorato le sue nonne raccontavano a Jasmine il loro impegno tenace per superare le difficoltà della vita. E raccontavano i luoghi, i volti di donne e uomini con cui avevano spartito speranze, vittorie e sconfitte.
Raccontavano dell’aiuto fornito ai “resistenti” contro il dominio francese nel periodo della repressione nei confronti del Nèo-Destour ( partito nazionalista) nella seconda metà degli anni 30, incuranti del pericolo a cui potevano essere sottoposte. La voce della libertà e della giustizia era il leit motiv della narrazione che Romdhana e Beja rivelavano alla nipote. Una narrazione che risaliva molto indietro nel tempo, ancor più lontano rispetto al periodo del protettorato. Jasmine traeva infatti dalle raffigurazioni tatuate sulle braccia e sui volti delle nonne tutti gli elementi della storia e della memoria più antiche della sua famiglia.
Una memoria iconografica il cui significato poteva essere interpretato solo dalle detentrici Romdhana e Beja. Una memoria che a loro volta era stata tramandata dalle loro madri e che apparteneva esclusivamente alla sfera femminile della famiglia.
Jasmine scopriva ogni volta un tassello in più della propria origine quando, senza mai interrompere, ascoltava l’incanto del racconto della memoria della famiglia. Ma ciò che Jasmine amava di quei pomeriggi sul terrazzo era l’armonia silenziosa che regnava tra le due nonne che avevano provenienze così diverse: l’una araba yemenita, l’altra berbero marocchina.
Ed era nello sguardo e nei tatuaggi di Beja e Romdhana che si svelava il carico della memoria e della storia della propria origine berbero-yemenita. Fu proprio in uno di quei silenzi che Beja e Romdhana decisero di regalare a Jasmine come simbolo della narrazione due bracciali. Furono l’antica fierezza delle sue nonne e la recente rassegnazione dei suoi genitori a condurre Jasmine alla fuga dal proprio paese nella speranza che qualcosa potesse cambiare.
La scelta di denunciare dall’altra riva ciò che accadeva nella sua Tunisia le sembrava l’unica soluzione possibile. Il suo era un atto di coraggio. Oggi Jasmine è orgogliosa nel vedere che il suo popolo si è riappropriato della dignità che per lungo tempo gli era stata tolta. La sua vita ora è in Europa: si è sposata e ha due figlie Nadia e Jihane alle quali ha regalato i due bracciali ricevuti dalle sue nonne.
Incantata dal racconto della memoria della sua famiglia Jasmine dovrà narrare a Nadia e Jihane l’incanto del racconto della dignità.
Ma è una storia realmente accaduta? E quale Paese ha scelto Jasmine per far crescere le sue figlie?
Si! Il paese è il Belgio.