La Primavera araba senza Mahfuz
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Mi piacerebbe proprio poter leggere un commento di Naghib Mahfuz sui recenti rivolgimenti in atto in Egitto. Oggi (30 agosto 2011) avrebbe compiuto 100 anni (se non fosse scomparso nel 2006) e c'è da scommettere che avrebbe estratto dal suo cilindro di poliedrico letterato almeno un racconto in cui avremmo potuto godere della sua straordinaria capacità di osservare e ritrarre il suo Paese.
Del resto è quello che ha sempre e mirabilmente saputo fare: fin dal 1938 quando, dopo gli studi universitari, con una serie incompiuta di romanzi sull'antico Egitto affrontava metaforicamente il tema dell'occupazione coloniale britannica. Ma la realtà stava già mutando, ed eccolo accompagnare il periodo che avrebbe portato alla rivoluzione di Nasser con una nuova vena della sua produzione: libri di stampo attuale e realistico che fotografavano un mondo destinato a scomparire dipinto magistralmente soprattutto in una celebre trilogia che ritaeva la saga di una famiglia egiziana degli anni '40 e '50.
Disorientato quanto e più dei suoi concittadini conosce un lungo periodo di silenzio dal quale riemerge solo nel '59 col celebre e contestatissimo Awlàd hàrati-nà (I figli del nostro quartiere): una sorta di rilettura di tutta la storia sacra (in 114 capitoli, proprio quanti quelli del Corano) dove è facile riconoscere le figure di Adamo, Mosè, Gesù, Maometto e 'un mago'. Parlare dei profeti in forma romanzata costituiva già di per sé un'inammissibile provocazione. Ma il contenuto era ancora più dirompente. Inviati dal grande e misterioso vecchio che abita una magione inaccessibile sulla montagna, Gabalawi (chiara metafora di Dio) tutti son destinati a un iniziale successo al quale inesorabilmente sussegue il fallimento degli ideali e la restaurazione di ingiustizie e prepotenze. Il 'profeta' dei nostri giorni, 'mago' o 'scienziato' che sia, sembra sconvolgere le carte di un ripetuto fallimento, ma anch'egli alla fine soccombe alle trame del potere, non dopo aver involontariamente provocato la scomparsa di Gabalawi, nel vano tentativo di impossessarsi del Suo testamento, impresa già inutilmente tentata da Adamo, su istigazione della moglie, e foriera di infinite sofferenze. Il tema della 'morte di Dio', assolutamente assente nella teologia islamica anche moderna, si affaccia dunque nelle pagine di un romanzo.
Anche dopo aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura ed esser diventato un monumento vivente della cultura egiziana contemporanea, a causa di quell'opera fu oggetto di un attentato da parte di fanatici che per fortuna riuscirono soltanto a ferirlo. Non contento, continuò a seguire le vicende del suo popolo fino a redigere un significativo testo intitolato Il giorno in cui fu ucciso il presidente, nel quale l'assassinio di Sadat (1981) resta da sfondo a una realtà fatta di corruzione e ipocrisia che non giustifica ma certo spiega come si sia potuti giungere a una simile tragedia.
Tra i suoi molti romanzi a sfondo politico, in "Autunno egiziano" Mahfuz ci ha raccontato la fragilità umana, la rivolta popolare del 1952 e la caduta del re: non possiamo quindi fare a meno di chiederci come la sua nobile penna oggi ci avrebbe raccontato la Primavera araba e la caduta del Faraone.
che bel tema…complimenti