YALLA Italia
"il blog delle seconde generazioni"

Il gigante e la bambina

Il gigante e la bambina Dati Articolo Io, ero una bambina. In tutti i sensi. Quindici anni, in preda al delirio d'onnipotenza di chi fa un passo e crede di essere già a metà strada, salvo poi -ma solo più tardi, purtroppo, che queste cose uno le capisce sempre a scoppio ritardato- rendersi conto che serve un bel bagno di umiltà.
Lui, un gigante. Un gigante di cultura, di statura morale, di fama, di ricchezza spirituale, di umiltà, di bravura, di profondità - uno che era sceso negli abissi dell'anima, e risalito, più volte - uno che di certo non aveva bisogno di stringere la mano a nessuno, eppure la stringeva a tutti.

Tra le tante storie mitiche su Naghib Mahfuz quella che più aveva solleticato la mia fantasia era sapere di come usasse, ogni giorno, andare ad un certo caffè. Viveva a Khan El Khalili, a due passi dal bellissimo souk tra i vicoli interni, quel dedalo di vie e negozietti oggi tanto turistico (anche se la rivoluzione al momento l'ha svuotato) ma che all'epoca, probabilmente, doveva rappresentare l'autentica Cairo.
Beh lui adorava Al Fishawy, tanto che ci andava ogni giorno a bere del tè o del caffè e a scrivere i suoi preziosi appunti. Si dice che parte della Trilogia che gli è valsa il Nobel sia stata scritta proprio qui, nella saletta interna oggi costellata di sue foto.
Lui, il gigante, stava ormai parecchio male, e trascorreva le giornate a letto, un assistente ai bordi del letto a cui dettava qualsiasi cosa volesse comunicare all'esterno. Lo stesso assistente gli sussurrava ogni cosa venisse detto all'orecchio, perché ormai gli difettava l'udito.
Io, la bambina, ero al Cairo per promuovere il mio primo romanzo, disorientata in mezzo a conferenze stampa, ospitate in tv, presentazioni alla fiera del libro, boicottaggi più o meno espliciti, pranzi e cene con giornalisti, scrittori e persino premi Nobel -qualche giorno prima, per caso, ero incappata col mio editore in Ahmed Zewail, al ristorante -, quando all'improvviso spuntò fuori questa folle ipotesi, e mi chiesero semplicemente: "Lo vuoi incontrare?".

Ricordo, ancora più nitidamente, che passai ore nella mia stanza d'albergo, insieme a mia madre, a redigere una lettera che avrei chiesto al mio editore di leggere al signor Mahfuz nel corso del nostro incontro.
Ricordo che ad un certo punto entrammo in questa casa umile, normalissima, e trovammo un uomo molto vecchio e molto malato su un letto, tanto che i giornalisti intorno sembravano troppi, chiassosi, i flash un elemento di insopportabile disturbo: in un vortice di emozioni gli strinsi una mano, debole e rugosa come quella di chi ha molto vissuto, e poi lo guardai negli occhi mentre il mio editore e l'assistente leggevano e sussurravano al suo orecchio sinistro la mia lettera.
Non so cosa sapesse di me: probabilmente gli avevano detto che avevo quindici anni, che avevo scritto un libro sulla Palestina e che vivevo in Italia. Per lui ero una ragazzina. Eppure aveva accettato di incontrarmi.
Quello è stato, fino ad oggi, il momento più toccante ed insieme intimo della mia vita.

Intimo perché scrivere è quello che voglio fare nella mia vita, è quello che mi fa sentire viva, è quello in cui voglio eccellere. Insomma è un desiderio, una voglia, una necessità: e in quel momento la bambina incontrò il gigante, il simbolo, l'icona più potente ed autentica dell'identità e della letteratura araba.
Un autore che decise di continuare a fare lavori normali, a vivere nel suo quartiere, a raccontare il suo Egitto e la sua Cairo. Uno che non fingeva di essere ciò che non era e scriveva per necessità: cioè perché non poteva fare a meno di farlo.
Mahfuz non ha scritto dei libri, ha creato un genere. Una narrativa. Un immaginario collettivo. Non è uno scrittore. E' il padre della letteratura araba. Non è stato un moderno, non ha mai usato un pc, ha anzi pazientemente aspettato di recuperare l'uso della sua mano destra dopo l'attentato subito. Il coraggio, la tenacia, la libertà del suo spirito sembrano quasi anacronistici.
Oggi uno scrittore è semplicemente uno scrittore.

Oltre a presentarsi, immaginandosi che l'audience di Stoccolma non avesse idea di chi lui fosse, nel suo discorso di ringraziamento per il premio Nobel, letto da Salmawi, Mahfuz scrisse: "Sono il figlio di due civiltà che, in un certo momento della storia, si sono unite in un matrimonio felice. La prima di esse, datata 7.000 anni, è la civiltà dei Faraoni; la seconda, datata 1.000 anni, è la civiltà islamica. Forse non c'è bisogno di presentarvi nessuna delle due, poichè voi siete l'èlite della cultura. Ma non c'è nulla di male in un semplice ricordo, nella nostra situazione di conoscenza e comunione".
E allora, è proprio su ispirazione della sua semplicità, che in Yalla Italia cerchiamo ogni giorno di creare "situazioni di conoscenza e comunione": quando la bambina ha incontrato il gigante, ha capito che voleva passare la vita a celebrare la cultura generata da quel gigante.
Questo è stato Mahfuz per me.


7 Responses to Il gigante e la bambina

  1. Francesca says:

    Si ma non ci hai detto cosa vi siete detti!!!

  2. Randa Ghazy says:

    Hehe! L’ho detto che e’ stato il momento piu’ intimo della mia vita…qualcosa la terro’ pure per me…!Comunque e’ stato molto breve e il povero Mahfuz diceva veramente poco, era gia’ parecchio malato. Ma anche solo quel semplice, umano guardarsi negli occhi mi ha regalato una gioia e un orgoglio che non dimentichero’.

  3. Francesca says:

    Ma non è giusto!! Noi lettori siamo curiosi!E va beh,se il risultato è quello che si legge nei tuoi libri,allora non importa quali parole vi siate detti ma cosa queste parole sono diventate nelle pagine che tu scrivi.In bocca al lupo Randa,continua cosi

  4. Pier Francesco says:

    Cara Randa,
    Ammetto la mia immensa ignoranza, non conosco nulla di questo scrittore. Cercherò di colmare la lacuna (fosse solo questa… :-P )
    E poi volevo farti i complimenti: se a quindici anni avevi già scritto un romanzo tale da meritare ospitate in TV e cene con premi Nobel, devi essere proprio una ragazza-prodigio!
    :-)
    P.S: Ma chi è che ti boicottava?

  5. noor says:

    arafat? ;)

  6. Randa Ghazy says:

    E povero Arafat, lasciamolo riposare in pace… ;-)
    @Pierfrancesco: non si sa chi mi boicottasse, ma sono entrati di notte a buttare tutto sottosopra nella casa editrice, hanno cercato di ostacolare la promozione della mia partecipazione alla fiera del libro, distrutto la pubblicità della mia presentazione ad alessandria d’egitto, ecc
    il sistema, il presidente, qualche pazzo, una casa editrice avversa…vai a sapere. in ogni caso parlare di Palestina dando addosso al lassismo dei leader arabi non era visto molto di buon occhio

  7. Francesca says:

    E il tuo “Sognando Palestina” è stato scritto 10 anni fa, come vedi ancora oggi spezzano le mani a chi con vignette cerca di raccontare la realtà in modo semplice.Io continuo a pensare che i “nemici” li avete in casa…

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