Cronaca di un ordinario Eid: perché loro non ci rappresentano
Dati Articolo
Un altro Ramadan si conclude. Come al solito, appena viene confermato che l'indomani sarà la festa dell'Eid el Fitr e che oggi è l'ultimo giorno di digiuno, cerco on line i luoghi di preghiera a Milano dove si celebrerà l'Eid. Ogni anno fioccano diverse sistemazioni, poiche' ovviamente siamo condannati al nomadismo (le moschee sono mostri a otto teste, ricordate), e a seconda delle disponibilita' o della fortuna ci tocca il Palalido, il Filaforum di Assago, e via dicendo. Quest'anno identifico tre luoghi di preghiera non troppo lontani, e opto per il Teatro Ciak, in via Procaccini. Penso che non dovremmo essere troppo stipati, lo spazio è abbastanza grande.
Arrivo con buon anticipo, ho una decina di minuti prima che la preghiera inizi. Studio la situazione.
Fuori dal teatro, appena dopo il cancello, sono stati disposti dei grandi tappeti per la preghiera, lo spazio è molto e la gente è poca. Probabilmente quest'anno la concomitanza con le vacanze estive ha determinato un'affluenza minore, molti saranno nei rispettivi paesi d'origine e avranno (intelligentemente) preferito celebrare il Ramadan e la sua fine in patria.
Tant'è, entro dal cancello all'estremità destra, adibito all'ingresso delle donne, costeggio le transenne che delimitano lo spazio di preghiera e continuo a camminare sul lato destro del teatro. Trovo una delle porte laterali aperte, e mi ci infilo, per scoprire che: sebbene il foyer sia vuoto (fatta eccezione per una manciata ragazzi che fa la fila fuori dal bagno per le abluzioni) sono state disposte delle transenne che creino una evidente demarcazione a separare il cortile del teatro, dove gli uomini pregano alla luce del sole e godendosi la fresca aria mattutina, dal teatro stesso. Le donne presenti sono quindi accomodate all'interno del teatro, al buio, impossibilitate a sentire il sermone, con una barriera che impedisce di spostarsi nel foyer, dove invece le vetrate e la vicinanza al cortile regalerebbero luce e vicinanza agli altoparlanti.
A questo punto sono indignata.
Io e le donne che sono con me ci spostiamo nel ridotto, dove nei pochi metri che precedono la transenna c'è spazio per sistemare qualche tappetino e pregare un po' strette. Qualche donna ci segue.
A questo punto, immancabile, il cugino di Fred Flinstone (barba lunga e aspetto e tono da cavernicolo) rientra dal cortile, attraversa il ridotto e ci dice: "Dovete stare dentro!", noi ci lamentiamo che l'audio è pessimo, lui replica "Farò in modo che possiate sentire", io inizio a scaldarmi e ripeto che non ci muoviamo da lì. Lui è in evidente stato confusionale. Non sa che rispondere ma si vede che il paio di neuroni che ha a disposizione sono alla frenetica ricerca di una soluzione che salvi la rigida e accuratamente premeditata separazione dei sessi. L'idea è che gli uomini dovrebbero pregare davanti, e non essere distratti dalle donne che si chinano in preghiera.
Posso anche accettare di non contestare questa tradizione, ma perchè nasconderci? Perchè lasciare addirittura un'intera sala vuota tra noi e loro pur di rifuggire la promiscuità? Perche' relegarci sempre nell'angolo più derelitto (anche gli anni precedenti, le soluzioni per le donne erano sempre le più sfigate)?
Insomma, pensa che ti ripensa l'ometto barbuto ha l'idea brillante che cercava ed inizia a zampettare tutto contento da una parte all'altra del foyer accatastando tutto quello che trova pur di nascondere la nostra presenza. E così, tra un pannello, una tenda nera, qualche sedia e altra oggettistica a caso, riesce ad erigere (come se la transenna già non bastasse a separarci dallo spazio esterno) una bella barriera.
Che bello. E' un mese che digiuno, in attesa di questa bella festa gioiosa: pregare con una tenda nera davanti.
Mentre mi lamento, una poverina si mette a blaterare "Ha ragione, l'ha detto il profeta, le donne devono essere coperte da un velo" citando totalmente a sproposito un passo del Corano che secondo lei giustificherebbe questa bravata.
Una poverina, mi dico, non prendertela con lei.
Una ragazza seduta dietro di me con la sua bambina mi sorride solidale e dice "Non si sente niente da qua, hai ragione", e un'altra donna con un tipico indumento africano sorride quasi ad incoraggiarmi.
Prego e torno fuori alla luce del sole. L'imam che sta occupandosi del sermone non dice nulla in italiano, ha addosso tunica bianca, mantella senape, ghutra (kefiah) formata dall'eagal (cerchio di corda nera). Insomma è vestito di tutto punto come se fosse piovuto dritto dritto dall'Arabia Saudita.
Finalmente scorgo il vip, chi ci dovrebbe rappresentare, in elegante completo nero e occhiali da sole.
Vado verso di lui chiedendo spiegazioni. Le uniche cose che mi sa dire, con l'arroganza di chi da anni frequenta i salotti tv, i giornalisti, si improvvisa candidato alle elezioni comunali, eccetera, sono:
- Ma le donne vogliono così, io non c'entro, sono loro che scelgono (quali donne? perchè? chi te l'ha detto? ne sei così sicuro?)
- Tu non conosci la comunità, non la rappresenti (ah sì? e se anche rappresentassi solo quelle venti donne che hanno cercato di pregare nel foyer, strette dietro una transenna, non ho il diritto di chiedere a nome loro perchè ci hanno nascoste al mondo con un tendaggio nero?)
- Se le donne vogliono pregare davanti, nel foyer, possono (per questo il tuo compare è corso a coprirci?)
- Il foyer serviva per gli uomini (e perchè era vuoto?)
Allora io posso solo dire che questo tizio non mi rappresenta. Che mi merito di più. Che la comunità magari non la conoscerò, ma conosco i miei diritti. Che tutti questi vecchi tromboni devono levarsi dalle scatole, e lasciare che noi, le nuove generazioni, le persone in grado di parlare perfettamente in italiano, che conoscono per esperienza diretta entrambe le culture di riferimento, entrambi i mondi e i codici culturali che ne derivano, li sostituiscano. Che l'avventura, la fama, i soldi, e tutto quello che se ne poteva ricavare, l'hanno avuto.
Ora la comunità islamica italiana ha bisogno di un vero Eid. E di veri rappresentanti.
As-salamo ‘alaikom wa rahmatoLah.
Non sono solita commentare i vostri articoli, in primis perchè ci sarebbe sempre troppo da dire, in particolare su quelli che trattano, o vorrebbero trattare, di Islam, e in generale perchè far polemica non è cosa che mi interessa.
Nel leggere questo, però, non ho proprio potuto trattenermi.
Premetto che personalmente avrei anche trovato utile e condivisibile una critica alla gestione di alcune moschee in Italia, in cui spesso il luogo della preghiera per le donne è ancor più trascurato del resto. Ma questo è un conto… tutt’altro è invece dare del “cugino di Fred Flinstone” ad un uomo che masha’Allah porta la barba (che nell’Islam
è Sunna mu’akada) e che si è premurato di non far pregare delle sorelle in luoghi in cui avrebbero potuto essere visibili ai passanti. Qui si tratta di adhab, di educazione, che dovrebbe contraddistinguere una ragazza musulmana. Se il foyer aveva delle vetrate, significa che sareste state visibili ad altri uomini e questo avrebbe invalidato la vostra preghiera. Qui non si tratta di “tradizione”, soprattutto non nei termini in cui siete soliti parlarne qui a Yalla, questo è l’abc dell’Islam.
“…perchè ci hanno nascoste al mondo con un tendaggio nero?” Perchè il mondo non deve poterti vedere mentre ti inchini di fronte a Dio, che ha scelto di preservare la tua persona dagli sguardi degli uomini che non sono tuoi mahram. Queste son cose chiare, evidenti e sulle quali non c’è margine di discussione. Non fan parte di quegli aspetti dell’Islam in cui c’è khilaf, ossia divergenza, per cui ognuno di noi può scegliere come atteggiarsi (sempre seguendo i Sapienti). In particolare poi, per la preghiera del Eid, bisognerebbe prestare ancor più attenzione, essendo per il musulmano un giorno di perdono, vittoria, raccolto dopo Ramadan ed estrema umiltà. Detto questo, nessuno impedisce di scegliere luoghi migliori per pregare, magari però non cercando su internet, ma frequentando più spesso le moschee ad esempio, o le sorelle musulmane, che sicuramente avrebbero potuto dar consiglio. E ribadisco che son la prima a denunciare il fatto che a volte si trascurano i luoghi di preghiera delle donne.
Inoltre, evitando di commentare la triste ed inadeguata espressione “vecchi tromboni”, che rispecchia sempre mancanza di adhab (a prescindere da quello che si può pensare delle persone a cui è riferita), mi auguro con tutta me stessa che questi giovani di seconda generazione (di cui faccio pienamente parte), prima di sostituire chicchessia, oltre a parlare bene l’italiano, imparino a studiare l’Islam prima anche solo di nominarlo… che qui non si tratta di conoscere “codici culturali”, ma la parola di Dio, che non si conosce affatto. La comunità islamica italiana ha bisogno di veri musulmani, non complessati, che capiscano che seguire i precetti di Allah subhanaHu wa ta’ala, non implicano necessariamente minore italianità, perlomeno negli aspetti positivi. Io, che non son nessuno per dire di sapere qualcosa, spero proprio di imparare tanto da chi sa più di me, soprattutto se assomiglia al cugino di Fred Flinstone… o meglio, ai Sahaba e al Profeta (su di lui scenda la Pace e la Misericordia), che ha detto:
“Giuro per Colui nella Cui Mano è la mia vita, nessuno di voi avrà davvero creduto finché non sopprimerà completamente le sue opinioni e desideri in favore di ciò che ho portato”.
E Dio ne sa di più.
Shaima.
Sorella shaima, fammi capire una cosa: noi donne dobbiamo essere messe in un angolo perche’ avremmo distratto il cugino fred e lo zio fester and comany invalidando le loro preghiere? Deduco allora che ritieni i nostri fratelli musulmani incapaci di mantenere la concentrazione durante la preghiera. E se così fosse, fatti loro. Io non devo essere trattata come una fedele di serie b in quanto i fratelli si distraggono facilmente. Specialmente negli spazi pubblici.
Cara Shaima,
la ringrazio per il suo commento. Se di solito evita di scrivere sul blog, e oggi e’ stata mossa a farlo, significa che la mia “provocazione” tocca un nervo scoperto. Tuttavia, espressioni come:
“trattano, o vorrebbero trattare di Islam”
“si tratta di adhab, educazione”
“frequentando piu’ spesso le moschee”
“veri musulmani, non complessati”
oltre ad offendermi personalmente (lei mi sta praticamente dando della maleducata, mi sta dicendo che sono complessata, che non ho diritto di parlare di questi temi perche’ non frequento le moschee, che non sono una vera musulmana) rivelano una mancanza di apertura e rispetto che rendono difficile qualsiasi dialogo. Il problema e’ che si percepisce che lei (non generalizzero’, sebbene so che ci sono molte altre ragazze, magari dal suo stesso ambiente, che potrebbero pensarla allo stesso modo) non nutre alcuna stima nei confronti di chi scrive, e che sente di detenere una presunta superiorita’ morale (perche’ al contrario mio lei e’ educata, e’ una vera musulmana, frequenta le moschee, eccetera) che rende la sua parola come musulmana autentica e la mia invece fallace. L’imposizione, l’omologazione di vedute, di interpretazione della religione, il giudizio morale degli altri credenti della umma, sono gli elementi insopportabili che io e molti altri di Yalla ci teniamo a criticare, denunciare, in un mondo per fortuna dove il libero pensiero e’ concesso. Senza peraltro pretendere di rappresentare TUTTI i musulmani, ma solo rivendicando la nostra liberta’ di vivere il nostro Islam (e pur nella mia sconfinata ignoranza del Corano e della sunna, ho diritto di parlare perche’ sono calata in questa societa’, in questo tempo, sono una seconda generazione e rappresento un modo di essere musulmana. Il mio, che e’ lecito quanto il suo). Sicche’, se io e le altre dieci donne che erano con me pretendavamo di pregare nel foyer (tra l’altro in maniera rispettosa, che gli uomini nel cortile esterno ci davano le spalle, seduti in attesa della preghiera, ed eravamo molto distanti, visto che, per la transenna all’inizio del foyer, praticamente l’intero ridotto ci separava da loro) l’uomo con la barba (se questa espressione le piace di piu’, visto che l’ironia a quanto pare non e’ concessa nel parlare di questi temi) non era legittimato a coprirci, nasconderci, toglierci luce. Io ho personalmente trovato scandalosa la cura impiegata ad allestire lo spazio degli uomini e la trascuratezza nel sistemare le fedeli (ripeto, all’interno del teatro al buio e impossibilitate a sentire il sermone pronunciato fuori). Infine, per quanto riguarda i rappresentanti: trovo che la poca dimestichezza con l’italiano, la rigidita’ spesso dimostrata, l’ambiguita’ nell’affrontare pubblicamente temi terribili quali i crimini d’onore, il velo integrale, e via dicendo, abbiano contribuito a mostrare agli italiani un volto che non rappresenta affatto la comunita’ nella sua interezza. Non dovremmo essere un corpo estraneo, rigidamente legato all’Islam come e’ vissuto nei nostri paesi d’origine: ma piuttosto avere il coraggio di creare un Islam italiano, che si fondi armoniosamente con la societa’ senza per questo perdere la propria identita’ (ibrida). Non mi sto candidando a questo ruolo, sto solo dicendo che i rappresentanti attuali a mio parere non hanno mostrato la capacita’, l’apertura mentale e la flessibilita’ di farlo.
As-salamu ‘alaikom sorella Karima.
Ho detto tutto, fuorchè quello che hai capito a quanto pare… eppure ho specificato nella premessa, e ho ribadito in seguito, che sono la prima a dire che certe condizioni in cui preghiamo noi donne son pessime e le moschee dovrebbero prestarci maggiore attenzione. Quindi insisto: noi donne non dobbiamo e non vogliamo essere messe in un angolo. Se la scelta però è tra essere messa in un angolo o nella vetrata di fronte agli uomini, non son io a dire che è piuttosto meglio l’angolo, ma ad-din!
E vi inviterei di nuovo all’educazione nell’espressione, perchè se continuate a chiamare così delle persone solo perchè portano la barba, allora sappiate che state insultando i Sahaba e lo stesso Profeta ‘aleihi salatu wa afdal as-salam!
Fi amani Allah.
ps tra l’altro, per me l’atteggiamento alla Fred Flinstone non deriva semplicemente dall’avere la barba: quello e’ un tratto che nella narrazione ho usato in maniera iperbolica, funzionale a proporre un’immagine che suscitasse divertimento. Un uomo con la barba che si comporta in maniera rispettosa e democratica e’ semplicemente un uomo con la barba. Un uomo con la barba che non ascolta quello che dico perche’ sono una donna e mi costringe al buio coprendomi con una tenda nera si comporta come Fred Flinstone.
Dio mi preservi dal sentirmi moralmente superiore a chiunque, e in particolare ad una sorella musulmana. Con le mie parole non ho offeso nessuno poichè la mia intenzione non era questa, ma ho semplicemente voluto commentare per esprimere le perplessità che l’articolo ha suscitato. E’ legittimo. Ho inoltre usato a proposito la parola adab, nella concezione arabo-islamica del termine, che tradotto in italiano purtroppo non rende giustizia al suo completo significato, ossia di modalità di esprimere concetti evitando il rischio di ambiguità o offesa. http://en.wikipedia.org/wiki/Adab_(Islam)
Grazie a Dio da nessuna parte, invece, le ho negato il diritto di parlare di certi temi e a’udhu bilLah, nemmeno ho pensato che lei non è una vera musulmana. Un musulmano non può assolutamente mettere in dubbio la shahada di un suo fratello.
L’unico giudizio da temere è quello di Dio, non ostinatevi a vedere in un semplice commento, un processo. Non la conosco e non la posso giudicare e nemmeno stimare, ma semplicemente la rispetto… posso però commentare e dire la mia su un articolo pubblico che, a parere esclusivamente mio (perchè non so a quali ambienti si riferisca, dal momento che rappresento solo me stessa), era mancante.
Questo però non rende offensivi, e anzi, proprio in quanto aperta al dialogo, le scrivo le mie impressioni, con la sincera convinzione che lo scambio tra musulmani sia sempre il più proficuo in quanto avviene nell’ambito della Ummah di Muhammad (pbsl).
E l’ironia è più che ben accetta, ma converrà anche lei che ci sono modi e modi per essere ironici… “vecchi tromboni” mi aveva dato un po’ l’idea che non fosse così ironico nemmeno “fred flinstone”.
Per il resto, quel che penso sul tema della preghiera l’ho già espresso, sperando che ci si attenga alle parole, senza cercare di cavare significati reconditi e inesistenti.
Non so poi perchè ha citato l’omologazione di vedute o l’interpretazione della religione (che può essere interpretata solo in certe questioni, non in toto), anche perchè non esprimo giudizio o interpretazione personale quando parlo della preghiera delle donne, che è un tema ben esplicitato nel Qur’an e nella Sunnah, ai quali dovremmo semplicemente attenerci (o non attenerci, in fondo ognuno è libero di far ciò che vuole).
Il fatto è che va bene che siate critici con chi vuol imporre le proprie idee o visioni, ma non siatelo con chi semplicemente cita ciò su cui non c’è possibilità di khilaf: kalam-u-Allah.
Pace!
per shaima una domanda per chiarirmi il quadro … shaima lei è di origine araba o italiana ?
Cara Randa,
Può essere criticabile quanto vuoi un tale atteggiamento che denunci, ma la critica dev’essere oggettiva e costruttiva.
Innanzitutto, a osservare grandi e forti lacune negli atteggiamenti di alcuni organizzatori, va bilanciato il riconoscergli la possibilità che tu stessa hai avuto nel poter scegliere il luogo che più ti garba dove andare a pregare la sunna del eid. Quella gente si è preoccupata, e ci ha speso tempo, denaro e energie per permettere ai musulmani milanesi di poter avere un luogo dove pregare la sunna dei eid e di percepire, anche se in un paese in una città ostile alla loro fede, un minimo di felicità e di “comunità”.
Per questo e per tutto quell’altro che c’è dietro e che non si vede, queste persone vanno comunque rispettate e vanno consigliate con i giusti approcci, e senza voler dare spettacolo.
Non è sminuendo gli altri che riusciamo ad emergere e farci notare. Non ti fa onore!
Non basta saper parlare l’italiano (è un problema se una persona è nata o è cresciuta qui non lo sappia parlare, quindi non ne faccio un pregio!) per rivendicare e avere il diritto di rappresentare la comunità islamica.
Scrivere nei blog o nei giornali non da alcun titolo per rappresentare la comunità islamica.
Questa comunità non ha bisogno di rappresentanti, ne ha fin troppi, ma ha bisogno di lavoro costruttivo, di realizzazioni, di riconoscimenti sui piani: sociale, civico, legale, professionale, etc. e per poterli raggiungere la strada da intraprendere non è certo la “rappresentanza”. Alla fine, ciascuno finisce col rappresentare solo se stesso.
C’ero pure io al Ciak. Ho visto com’era e me ne sono andata. Come si può pensare che una donna laureata, colta, che si fa il manicure, il pedicure e il culocure accetti di rimanere in un ambiente dove non si sente trattata dignitosamente ? Altro che starsene dietro le quinte a subire il maschilismo del cugino fred. Quando interagisco in pubblico esigo di essere trattata come una signora, con tatto, con classe e con rispetto. Karima non ha offeso nessuno. Semmai è stato il cugino fred e compagnia bella a non essere stati dei galantuomini. E’ inaccettabile che dietro la scusa dell’interpretazioni maschilista dei testi sacri, venga meno la galanteria e il rispetto nei confronti delle donne.
Mettiamola cosi’, allora: io ho trovato le espressioni che ho riportato nel mio commento precedente offensive, detto cio’ non mi sono sottratta di certo al confronto. E’ legittimo esprimere la propria opinione nel rispetto reciproco, infatti non ho detto che lei non puo’ commentare i miei articoli o che non puo’ dissentire dalla mia opinione, ma un conto e’ partire da un terreno comune di scambio in cui nessuno usa giudizi di valore (come “vera” musulmana, non “complessata”, “educazione che dovrebbe contraddistiguere una ragazza musulmana” – e non prendiamoci in giro, nel linguaggio corrente una persona che manca di adhab e’ una persona maleducata-) un conto e’ disquisire su chi ha la licenza per criticare questioni legate alla ummah. Mai mi permetterei di esprimere critiche sul Corano, su un singolo hadith o sulla vita del Profeta (pace su di lui) e la sua esperienza di diffusione del messaggio divino, ma mi sento tuttavia legittimata ad esprimere critiche sul comportamento degli esseri umani, degli altri credenti, nel momento in cui ledono la mia liberta’ o la mia volonta’ di professare la fede come credo (in questo caso pregando nel foyer piuttosto che nel teatro). “Trombone” significa “persona che esprime enfaticamente idee banali, inconsistenti o prive di originalità”, non e’ di certo un complimento ma neanche un insulto deprecabile: se poi vogliamo disquisire di cosa sia l’ironia potremmo affrontare un lungo dibattito senza per questo arrivare mai ad essere d’accordo. Ed e’ questa la bellezza della comunicazione, della creativita’, della satira, dell’esercizio di critica dissacrante che a mio parere danno ossigeno alla democrazia e al libero pensiero. Infine, un’osservazione: prima dice che non sa perche’ cito l’omologazione di vedute o interpretazioni e poi sostiene che la preghiera delle donne e’ un tema esplicitato nel Corano a cui dovremmo attenerci. E’ proprio in virtu’ della non omologazione di vedute e interpretazioni che io difendo, che sento il diritto di pregare dove voglio, nel rispetto degli altri credenti (in fondo, non ho di certo chiesto di sconvolgere la preghiera infilandomi nel bel mezzo degli uomini): essere attaccata perche’ sostengo questo mio diritto e critico chi mi impedisce di esercitarlo per me equivale al “processo” che lei citava. Se io e lei la pensiamo in modo diverso, in una comunita’ libera e democratica, a lei dovrebbe essere concesso di pregare nel teatro, e a me nel foyer. Cosi’ non e’ stato.
Cara Randa,

Scusate l’intromissione, spero di non apparire fuori luogo, visto che siete tutte “sorelle” che discettate di dottrina, e io sono solo un infedele miscredente.
Personalmente credo che dovremmo tutti ringraziarti per questo contributo, che meriterebbe di andare su un quotidiano nazionale, perché ci fa vedere aspetti della comunità musulmana in Italia che a noi “esterni” sfuggono completamente.
Volevo segnalare che stasera al TG4, nel servizio dedicato alla fine del Ramadan, hanno trasmesso scene di preghiera collettiva in una piazza araba (non ho ben capito dove, mi pare che avessero detto che era al Cairo), dove uomini e donne erano tranquillamente mischiati: e se lo fanno in un paese arabo, perché non si potrebbe fare anche da noi? Mistero…
Va detto che anche nelle nostre chiese uomini e donne erano una volta separati, gli uni a destra e le altre o sinistra (o vicecersa), quindi non è che eravamo messi tanto meglio.
La storia che le donne devono stare dietro, perché altrimenti gli uomini si distraggono, mi fa un po’ ridere. Se una donna entra in moschea ed è vestita in maniera “appropriata”, cioè tutta coperta col velo lungo, le forme non si possono vedere, neanche quando si inchina. E’ soltanto una patetica scusa per mascherare le debolezza di “uomini” incapaci di trattenere i bassi istinti.
Sul candidato sindaco mi sono già espresso in passato…
Toglimi ora una curiosità: com’era composta la folla radunata che hai visto? Giovani, anziani, italiani, stranieri?
Cara Sakina,
una critica e’ un giudizio autonomo, un’attivita’ intellettuale soggettiva per definizione. Che la mia non sia costruttiva e’ un tuo parere, che rispetto ma non condivido. Io non capisco quale sia la correlazione tra il tempo il denaro e le energie spese (onorevoli, per carita’, mai detto il contrario) e l’atteggiamento assunto in quel frangente. Non sono entrata in casa di un singolo credente pretendendo di comportarmi a modo mio: mi sono recata in un luogo pubblico, aperto a tutti i fedeli musulmani, a festeggiare quello che per me e’ un giorno lieto, importante, che ho piacere di condividere con altri musulmani piuttosto che per i fatti miei. Quello che faccio con Yalla per me non e’ “dare spettacolo”, ma esercitare la mia mente, il mio libero pensiero, la mia energia creativa, la mia ironia, la mia voglia di sdrammatizzare su determinati temi suscitando allo stesso tempo delle riflessioni utili, di interesse per chiunque legga il blog, musulmani o non. Mai ho sostenuto di rappresentare la comunita’ islamica, ma neanche mi sento rappresentata dal signore in abito scuro a cui, con “i giusti approcci” come dici tu, ho posto la mia critica, e dal quale mi sono vista rispondere in maniera affrettata, svogliata, e per nulla aperta al dialogo. Signore che come qualche altro invece in tv e in altri luoghi pubblici ci va rappresentando questo o quel centro islamico e parlando a nome della “comunita’ islamica” di questa o quell’altra citta’. Non mi fa onore “sminuire gli altri per farmi notare”? Ecco, questo e’ esattamente quel genere di affermazione che abbassa drasticamente il livello della conversazione facendomi cadere le braccia. Faccio solo notare che, per aver espresso una critica legata alla mia impossibilita’ di pregare agevolmente e con dignita’, sono stata additata come “maleducata”, “complessata”, non “vera musulmana”, e ora anche persona che cerca di “emergere e farsi notare”. E poi non e’ un processo. Tutto questo bel dibattito mi ha dato una botta di energia che neanche immaginate: e’ evidente che c’e’ tanto, tanto, tanto da fare, e io non smettero’ di certo di scrivere per il timore che altre sorelle musulmane ricorrano ad attacchi personali per delegittimare quello che dico. Pace a tutte/i (e meno male che a Ramadan e Eid siamo tutti piu’ buoni)
Caro infedele miscredente (haha…questa e’ l’ironia, per me!),
lungi dall’essere un’inopportuna intromissione la tua e’ una piacevole “diversione”: tra l’altro, sottoscrivo cio’ che dici, ma rispettare le tradizioni in determinati momenti puo’ essere un gesto di rispetto (ecco perche’, ripeto, non ho di certo preteso di pregare davanti agli uomini – ma Amina Wadud si e’ spinta a tanto ( http://it.wikipedia.org/wiki/Amina_Wadud) e non mi e’ dispiaciuto affatto).
Gli uomini erano bambini, anziani, africani, arabi, anche se di italiani non ne ho visti. Qualche giornalista e curioso tuttavia non manca mai. E’ un giorno di festa e in genere e’ pieno di famiglie, insomma in questo senso e’ l’equivalente del Natale
Gli attuali responsabili dei centri islamici milanesi hanno pesanti responsabilità. Ciò non toglie tutto il bene che hanno fatto in questi anni: oltre ad un posto dove pregare regolarmente – con tutte le difficoltà del caso – anche un riparo per diversi fratelli, un pasto caldo per gli affamati (v.le Jenner in particolare), una rete di mutuo soccorso lavorativo, sindacale, familiare, associativo per coloro che sono appena arrivati in Italia, così come per tutte quelle famiglie immigrate variamente cadute in difficoltà.
C’è un mondo, dietro ai centri islamici. Un mondo di sacrifici, di difficoltà, di solidarietà. Un impegno ultradecennale, che non sgrava le molte pecche comunitarie ed i moltissimi limiti personali delle persone che ne sono stati i dirigenti a tutt’oggi. Un impegno che, però, esige rispetto e riconoscimento, e non certo uno sgradevole riferimento “all’avventura, la fama, i soldi, e tutto quello che se ne poteva ricavare”.
Come già detto, le critiche non sono solo legittime, ma anche sensate, fondate e condivise. Non è però insultando e dileggiando coloro che seguono la Sunnah, che ci si pone nel modo adatto per stimolare un cambiamento positivo. Non è d’altra parte sufficiente nemmeno “parlare perfettamente in italiano, conoscere per esperienza diretta entrambe le culture di riferimento, entrambi i mondi e i codici culturali che ne derivano”, per fungere da punto di riferimento qualificato per un’attività che riguarda una comunità di fede e di conoscenza, ben prima e ben più che una comunità etnica od economica.
Mi sembra che, a fronte di critiche specifiche, si tenda sempre a sviare il discorso su temi generali, oppure sul piano personale. Mi sembra che si preferiscano le istanze di principio e gli annunci ad effetto, alle proposte concrete od agli argomenti specifici. Mi sembra ci sia una voglia di contrapposizione e distinzione, piuttosto che di costruzione e comprensione.
Credo che la rappresentanza sia, per molti versi, l’ultimo dei nostri problemi. La domanda è quel che serve alla nostra Comunità, e come può contribuire ciascuno di noi. Serve maggiore attenzione agli spazi femminili nei centri islamici? Vero. Serve maggiore formazione e dibattito attorno ai temi dottrinali? Bene. Pensiamoci per davvero, e troviamo insieme il modo di farlo.
Cara Randa,
Mi fa piacere che tu abbia apprezzato la mia ironia. Purtroppo era un po’ amara, perché temo che ci siano persone che mi considerano veramente tale, e non in senso ironico…
Tornando ai discorsi un po’ “frivoli”, per sdrammatizzare: la leggenda narra che in questi giorni di festa indulgete in mega-pranzi familiari al cui confronto i nostri pranzi di Natale sembrano pic-nic della gita fuori porta, è vero? E il menu, in genere, in cosa consiste? E ci si scambiano regali?
Non penso di aver insultato nessuno, di certo ho usato toni polemici, dissacranti, sarcastici, perchè questa è la mia cifra distintiva e questa è la strategia comunicativa che prediligo: senz’altro le persone oggetto delle mie critiche non ne saranno felici, ma neanche io d’altronde sono stata felice quando alcuni alcuni hanno insinuato che io fossi anti-semita, una mera operazione commerciale (così dissero alcuni quando pubblicai il mio primo libro) o una musulmana complessata, non mo’addaba e che cerca solo di farsi notare (leggi commenti shaima e sakina). Alla fine però, esponendosi pubblicamente, quando ci si schiera e si cerca di veicolare dei messaggi, un’idea o un principio, si deve accettare che questo faccia parte del gioco. Se da anni determinati personaggi si presentano in televisione o in certi dibattiti contribuendo a comporre nell’immaginario degli italiani il profilo del musulmano medio milanese, visto che tra l’altro è una competizione piuttosto facile (sono sempre le stesse facce, alla fine, non esiste di certo una sconfinata concorrenza), trovo fisiologico e naturale che nascano critiche, polemiche, e come dici tu “voglia di contrapposizione e distinzione”. Certo, mi voglio distinguere. Io sono diversa. La penso diversamente. Ho diritto di parlare, di dire ciò che penso. Mille volte in televisione ho sentito ragazze velate o non parlare dell’Islam, e mille volte non concordavo. Ma avevano diritto di parlare. Dunque, ce l’ho anche io. Cosa che non c’entra col percorso assistenziale, associazionista o quel che vuoi di cui si è fatto portatore questo o quel centro islamico: a me non sembra c’entrino neanche i “temi generali” o i “piani personali”. La critica era molto chiara e precisa: c’è un dato di fatto, anno dopo anno le donne all’Eid el Fitr vengono relegate in zone meno confortevoli, atteggiamento che sminuisce chiaramente il loro valore. Quest’anno la faccenda si è ripetuta in maniera ancora più eclatante, nel posto dove si è stimata un’affluenza di “duemila fedeli”, non di certo nel garage di Pinco Pallino. Lo faccio notare, ed estendo il mio ragionamento criticando il rappresentante della situazione, personaggio noto ed influente, che mi risponde con indifferenza e chiusura. Faccio quindi un’osservazione sulla rappresentanza. In questa ed altre mille situazioni mi sono vergognata di essere stata rappresentata davanti a molti italiani da quel signore: per te la rappresentanza è l’ultimo dei nostri problemi, ma visto che mi occupo di comunicazione, per me non è così. Ogni volta che sento una persona parlare in questo modo davanti a milioni di italiani, sento vanificati i miei sforzi di una vita di dimostrare che l’integrazione armoniosa, l’apertura al dialogo e la modernità non sono inconciliabili con l’Islam. E allora la faccenda mi riguarda, e mi spinge a scriverne. Se il passo successivo potesse essere trovare una piattaforma in cui le diverse voci dei musulmani italiani possono esprimersi e mediare alla ricerca di posizioni comuni, ne sarei estasiata. E ripeto, non mi tiro di certo indietro, se trovo interlocutori che abbiano voglia di ascoltarmi e di darmi la dignità che merito.
“Ogni volta che sento una persona parlare in questo modo davanti a milioni di italiani, sento vanificati i miei sforzi di una vita di dimostrare che l’integrazione armoniosa, l’apertura al dialogo e la modernità non sono inconciliabili con l’Islam”..Randa, è a causa di queste persone che voi ORA non avete una moschea a Milano e l’avrete UN GIORNO perchè per noi l’Islam sei tu
Sarà forse la 4a volta che lo ripeto, ma tant’è: Randa, io non la conosco, non le ho recato alcuna offesa, le ho spiegato in che senso ho parlato di adab e ho parlato di complessi non riferendomi a lei nello specifico, ma a tante persone che per il semplice fatto che porto il hijab e difendo Sunnah e Qur’an non mi considerano una vera italiana quale invece io sono e mi sento (pur essendo fiera delle origini dei miei genitori). Ecco, io non voglio essere rappresentata da queste persone, e son certa che non lo vorrebbe nemmeno lei, così come non mi sento rappresentata proprio da nessuno al giorno d’oggi.
Le donne meritano posti ben migliori per la preghiera, e su questo siamo (spero) tutti d’accordo. Semplicemente ho condiviso pensieri che mi ha suscitato il suo articolo, pensando a come avrei magari agito io. Tutto qua. Che non mi siano messe in bocca cose che non ho detto però, altrimenti il dialogo non ha ragion d’essere…
Tolgo del tutto il disturbo, wassalam!
Mi sembra utile riassumere i termini della questione, nonostante il continuo ritorno a presunti attacchi personali che nessuno ha formulato – essendo piuttosto critiche di merito e di metodo – e ad una libertà di parola che nessuno ha conculcato né criticato.
- Ognuno ha il suo “stile” o la sua “cifra”, ma dileggiare un “ometto barbuto”, come il “cugino di Fred Flinstone” è una chiara offesa alla Sunnah, che da un lato chiarisce una volta di più la distanza di chi scrive da quella cultura di cui vorrebbe proporsi come “interprete” e portavoce, e dall’altra veicola nei lettori italiani un pericoloso pregiudizio, peraltro già ampiamente diffusi, nei confronti di coloro che scelgono liberamente di conformarsi a quest’indicazione religiosa.
- Che i responsabili dei centri islamici abbiano diverse responsabilità è stato serenamente riconosciuto e sottoscritto. Ma una cosa è la critica costruttiva, precisa e puntuale; un’altra è il generico riferimento a dibattiti televisivi “davanti a milioni di italiani” (sentendo parlare “una persona in questo modo”..?) ed agli occhiali scuri da divo, senza entrare nel merito di alcuna particolare presa di posizione o dichiarazione pubblica. Perdipiù, si fa riferimento a “l’avventura, la fama, i soldi, e tutto quello che se ne poteva ricavare”, alludendo disonestamente ad interessi materiali di cui non si ha alcun riscontro, e si taccia di insignificanza – a fronte di un’allusione di questa gravità – tutto quel lavoro sociale e culturale svolto per decenni da questi centri e da questi responsabili, lavoro di cui si ignora completamente la natura e la portata.
- La condizione dei centri islamici ha diversi punti di criticità. Conoscere i centri per frequentazione e per impegno personale permette di conoscerne, di caso in caso, i punti di forza e di debolezza, così come le possibilità di soluzione dei singoli problemi.
Nessuno ha negato ciò che si è criticato, ed anzi si è detto che è un problema reale, da affrontare adeguatamente. Ci sono però già persone che si adoperano in questo senso, quotidianamente e “con le mani nel fango”, senza perciò invocare la destituzione di un responsabile perchè questi ha risposto male, od invocare la “successione alla rappresentanza” sulla base di nessuna reale qualifica che non sia il “protagonismo” stimolato e promosso da altri, esterni ed estranei alle questioni che si discutono. Se quel che si chiede ai propri attuali “rappresentanti” (o quel che sono) è, giustamente, maggiore umiltà, non mi pare si parta col piede giusto.
- Nel merito, la questione delle posizioni degli uomini e delle donne nella preghiera rimanda, come qualsiasi aspetto del Din, ad aspetti simbolici e rituali assai più profondi e complessi di quelli più immediatamente percepibili. Ridurla ad un problema di eccitazione maschile, e per di più riderne, dimostra – in chi ne tratti in questo modo – ignoranza di ciò che si parla e presunzione nel parlarne. Questo, senza alcun riferimento personale, ma richiamando alla prudenza che bisognerebbe osservare per trattare di questioni che superano di molto il dibattito quotidiano tra “opinioni” contrastanti ed “idee personali”, per contraddittoria in termini che sia questa stessa espressione, per coloro che ne abbiano una comprensione almeno elementare.
- Non c’è contraddizione di principio, né una teoria dei gruppi contrapposti, ma una discussione nel merito delle questioni, senza che questo debba sempre ricondurre ad una dimensione personale (posso dire che manca del adab, senza perciò avere l’intenzione di insultare colui a cui mi rivolgo, ad esempio) o ad osservazioni generali sulla legittimità, la rappresentanza islamica, la libertà di pensiero, e così via. Non ci sono martiri né censori. C’è che anche la comunicazione è talora chiamata a confrontarsi coi contenuti, per quanto la stessa sociologia moderna si affanni a spiegarci che la sua tendenza fondamentale è, piuttosto, quella di neutralizzarne il significati e la portata, omogeneizzandoli nell’alveo del flusso mediatico.
Con ciò, non v’è in effetti opportunità a condurre ulteriormente una discussione che ha già chiarito i suoi termini fondamentali – senza che non vi sia perciò la massima disponibilità a proseguirla qui od altrove, laddove ve ne sia l’opportunità, naturalmente.
Per una volta siamo completamente d’accordo (mi riferisco alle tue quattro ultime righe solamente).
Credo sinceramente che aderire a una fede e rispettarne i riti e le norme, se fatto con intenzione retta, sia una bella cosa. Ma non posso dimenticare le parole di Gesù: “Se la vostra giustizia non sarà superiore a quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. Ovviamente cerco di capire cosa ciò voglia dire soprattutto per me e per la mia religione. Non si può tuttavia negare che in tutte le religioni la condizione delle donne è stato e continua ad essere un problema. Che le suore si occupino di vecchi, handicappati e bambini non è un male, ma mi piacerebbe vederne un po’ di più insegnare nelle università pontificie… Come non ricordare che le vedove indù erano arse insieme ai cadaveri dei loro mariti? Come ignorare le mutilazioni genitali femminili, i delitti d’onore, i matrimoni forzati? Anche tenere le proprie donne dietro una tenda, in un posto poco confortevole e dove non giunge la voce del predicatore fa parte di un’osservanza del Testo avulsa dal contesto. Altrimenti avrebbero ragione i sauditi a vietare alle donne di guidare, cosa che invece la stragrande maggioranza delle musulmane al mondo fa senza problemi (il Corano direbbe: “che restino in casa”). Non è forse questo l’esito di un’interpretazione (ijtihad) su cui la maggioranza della Umma (ijma’) si è trovata concorde? Il barbuto di turno che relega donne magari laureate in un angolo sarà anche in buona fede, ma è davvero più ortodosso? Io lo trovo sinceramente più simile a quelli che non andavano molto a genio a Gesù… libero lui di continuare a fare ciò che crede meglio, liberi – wa-l-hamdu lillàh – altri di dire finalmente senza remore che forse l’islam è qualcosa di più e di meglio.
Ho letto con estremo interesse la ‘diatriba’, e ricordo vagamente quando ero piccola e andavo alla Messa del Natale e della Pasqua: tantissima gente. Tutti ammassati: ‘ma tutti alla messa delle 12 dovevano venire?’ Quando poi parlava il prete si capiva poco, alcuni chiacchierano, etc…
Non mi sembra cambi molto, sebbene mi rendo conto sia lo scenario ad essere diverso: c’è chi vuole giustamente ascoltare e protesta e chi la prende con filosofia.
Ho alcune amiche (di fede islamica) che mi raccontano della stato in cui è l’ex palestra, un pò fuori città (preferisco non dire quale): ci sono tante persone che la frequentano,e stando al loro raccontare, è stretta e fatiscente. (Però chiedendo a dei compagni, maschi quindi, di università, manco sanno dove sta. La moschea, dico.)
Scrivo solo questo, augurandomi di non urtare la sensibilità di nessuno: perchè non cambiare o meglio, ammorbidire certi bisogni? Se in Italia i luoghi sono stretti o comunque ricavati da teatri, se si prega non troppo vicini, che male c’è? Se un uomo è lì per pregare, non credo pensi ad altro.
Salam!
Akasha
ps: Ho detto la mia da miscredente che legge una traduzione degli hadit del Profeta (Newton&Company, con prefazione di Gandhi; L’Aleph). Che ne pensi, Randa? Com’è la traduzione, se ovviamente conosci il libro?
Credo che uno sforzo sincero di comprensione di una qualsiasi questione – e tanto più di questioni di questa portata – non possa esimersi dal rinunciare definitivamente alle facili generalizzazioni ed ai consueti luoghi comuni, quantomeno se intende assumere una qualche credibilità.
La condizione della donna è un problema che chiaramente prescinde da questa o quella motivazione religiosa. Ne stiamo parlando nell’epoca e nella parte del mondo in cui è probabilmente più sviluppata la tratta di schiave per la prostituzione sulle nostre laicissime strade, od in cui è maggiore il tasso di violenza domestica, in cui il proprio familiare – ateo o credente che sia – è il più probabile carnefice di una madre, figlia o sorella.
Che talora alcuni aspetti dell’insegnamento religioso possano essere stati abusivamente ricondotti a pratiche di ingiustificabile violenza, è un dato di fatto tragico e deprecabile. Ciò non può assolutamente farci dimenticare che proprio quell’insegnamento religioso sta alla base della lotta – passata e presente – proprio (a titolo d’esempio) contro la mutilazione genitale femminile, il delitto d’onore ed i matrimoni forzati – al cui proposito, i dati tradizionali sono chiari ed abbondanti.
Se ci sono donne che hanno pregato e che pregano in luoghi non confortevoli, ciò rappresenta una sconfitta per tutti i credenti. Allo stesso tempo, d’altra parte, gli stessi uomini si trovano a pregare in scantinati, in magazzini stipati, sui tetti, sull’asfalto, così come sotto ogni genere d’intemperie estiva od invernale. Il problema è dunque generalizzato, condiviso e gravoso per tutti, in un modo o nell’altro.
Una volta di più, sembra utile ripetere che nessuno ha conculcato la libertà di nessuno, di esprimersi e di criticare, appoggiando invece il merito della critica, perfino. Ma se il tono della critica è quella diretta ad un “barbuto” – il modo in cui lo stesso Borghezio potrebbe definirlo – in difesa di “donne laureate” – mentre noi pensiamo che esse valgano intimamente tutte in egual misura, a prescindere dal loro titolo di studio o reddito pro capite – sembra ci sia un motivo in più per suggerire che quell’Islam che è “qualcosa di più e di meglio” non nasce dalla polemica ma dalla fraternità, non dalla contrapposizione ma dal confronto utile e premuroso del Vero. Che va ben oltre la sola osservanza, così come della sola “buona fede”, delle cui buone intenzioni, secondo un proverbio biblico, “è lastricato l’Inferno”. Iddio ce ne scampi.
“nella parte del mondo in cui è probabilmente più sviluppata la tratta di schiave per la prostituzione … od in cui è maggiore il tasso di violenza domestica” In verità dai dossier di Amnesty spiccano Medio Oriente e Africa e non Italia.Riguardo delitto di onore,matrimoni forzati e mutilazioni genitali,”l’insegnamento religioso” non sta alla base della lotta contro di essi ma è proprio quello che ha dato vita a pratiche del genere e il fatto che tali pratiche non siano presenti nei paesi laici la dice tutta
care sorelle e fratelli credo che ci sia un problema complessivo di scarsa preparazione e cultura ISLAMICA DI FONDO che ostacola una corretta trasmissione dell Islam in Italia e che questa trascuratezza non solo nei confronti delle donne ne dsia un sintomo. Tra l altro come ben testimonia la storia dell associazione islamica Lige di Ravenna sono proprio le donne che sempre di piu si stanno organizzando separatamente dagli uomini per la gestione di spazi islamici e soprattutto l educazione dei figli Certamente i fratyelli che gestiscono le moschee hanno avuto il grande pregio di gettare le basi dell Islam in Iralia ma ora si tratta di far emergere un Islam italiano e nello stesso tempo depurato da maschilismo e tradizionalismo il femminismo islamico che mette in causa la struttura maschilista di tutte le societa compresa quella occidentale l organizzazione di donne cvredenti e praticanti che ritornando alle fonti della Fede vogliono il rispetto dei loro diritti ed eseguono nel modo migliore possibile i loro doveri e orma una realta dappertutto E Allah ne sa di piu eccessivi.
“Lo sguardo di certi uomini verso le donne è caratterizzato da severità, dominio, restrizioni e riserve mentali, se non addirittura dal disprezzo. Essi vengono da ambienti in cui si ritiene che la donna sia stata creata per servire l’uomo e per il suo godimento. Istruzione e cultura non hanno potuto mutare il loro atteggiamento. Probabilmente sono laureati o hanno un dottorato in scienze, tecnica, economia o amministrazione… ma su questo punto son rimasti immobili e non si sono evoluti” Fatwa R1/25 del Consiglio Europeo delle Fatwa e della Ricerca
Gentile Francesca, prendo ad esempio il caso della mutilazione genitale femminile, benché si potrebbe considerare con eguale efficacia tanto i delitti d’onore quanto i matrimoni forzati.
La mutilazione genitale femminile è una pratica tribale. Il Profeta la vietò, limitandola eventualmente ad un’incisione simbolica, analoga alla circoncisione maschile – ovvero: chiaramente non invasiva, né invalidante o dolorosa.
La perpetuazione di questa pratica è tutta di origine matriarcale. Parlo soprattutto dell’ambito del Corno d’Africa, con particolare riferimento alla Somalia: le donne che stanno lottando per il superamento di questo odioso costume – ed intendo le stesse donne somale, in Somalia od all’estero – si appoggiano al sostegno maschile (gli uomini essendo solitamente estranei ed esclusi dai riti sociali ad essa connessi) ed all’autorità dell’insegnamento religioso ortodosso, come punto di leva per impedirne la perpetuazione. Il caso dell’Egitto è il più famoso, trovandosi perfino delle pubblicità che dissuadono da questo genere di pratiche, e che spiegano la corretta posizione dottrinale a tal riguardo.
Allo stesso modo, il Profeta proibì i matrimoni forzati, e pose fine tanto al delitto d’onore quanto a qualsiasi forma di “faida” – familiare o tribale – in virtù di un diritto e di una morale luminosamente più nobili ed “umani”, provenendo dal Creatore stesso degli uomini.
Dire che “l’insegnamento religioso è proprio quello che ha dato vita a pratiche del genere” significa non conoscere – legittimamente – ciò di cui si sta parlando, e le banali generalizzazioni cui ho replicato precedentemente dimostrano così di servire soltanto a rafforzare i pregiudizi e le incomprensioni, piuttosto che gettare luce su problematiche che sono di per loro altrimenti reali e drammatiche.
Dire, inoltre, che “tali pratiche non sono presenti nei paesi laici” significa non conoscere la storia e la cultura del proprio stesso Paese, in cui – ad esempio – lo stesso delitto d’onore era perfino previsto da un punto di vista legislativo, ed è stato depenalizzato solo poco tempo fa.
Mi impegno comunque a non replicare ulteriormente, salvo casi di diretta interrogazione. A precise osservazioni di merito s’insiste a replicare divagando, od allargando continuamente la discussione a temi generalissimi e chiaramente condivisibili in via di principio, cioè scontati – come, ad esempio, la doverosa tutela della dignità femminile, a più riprese affermata e sostenuta come alcunché di autoevidente, tanto da me quanto da altri interlocutori. Tuttavia, queste continue divagazioni risultano chiaramente e del tutto scollegate dal merito del dibattito – come appena dimostrato dal caso della mutilazione genitale femminile, citata a sproposito insieme altri elementi di discussione, in modo che si possa dire tutto per finire per non dire alcunché, se non l’ovvio e ciò che il pregiudizio di massa ha già solidamente cementato nelle coscienze.
Non sembra esserci, in questo, né ricerca di Verità, né di soluzioni o di confronto utile, nel merito degli argomenti trattati, bensì perlopiù ripetute petizioni di principio e preconcette contrapposizioni contro questa o quella “tendenza”, dinanzi a cui si ripete combattivamente un “legittimo dissenso”, che nessuno ha nemmeno tentato di negare o conculcare, ovviamente.
Mi auguro che i lettori possano formarsi autonomamente un’idea delle questioni dibattute, degli argomenti specifici portati e delle modalità di approccio.
Non preoccuparti,lungi da me l’idea di interrogarti,non ho bisogno di leggere riassunti di testi accuratamente da te preselezionati(ci sono siti e corsi sull’Islam che preconfezionano proprio queste risposte) per compiacere il tuo ego e per i quali è possibile trovare l’esatto opposto che li smentisca.Non sono entrata nel merito degli argomenti per non appesantire la discussione e deviare il discorso da quello che è il senso dell’articolo anche a costo di generalizzare.Sulla banalità del voler essere volontariamente generali ovviamente dissento,sono scelte legate al contesto e all’interlocutore che quando nasconde ‘banali’ ironie tra le righe non mi va di compiacere.Per il resto ben vengano le tue osservazioni in quanto costituiscono una risposta al perchè ragazze come Randa devono combattere ogni giorno.
Ragazzi,
quest’articolo sembra scritto da Borghezio.. Io non sono musulmano ma, trovare in un solo pezzo tutti questi insulti gratuiti alle comunità islamiche che fanno una fatica enorme a trovare spazi adeguati per pregare, mi ha dato troppo fastidio..
Una cosa è criticare una cosa è insultare..
tutti dobbiamo combattere ogni giorno… non gli uni contro gli altri ma possibilmente per gli stessi fini, anche se in forme diverse. Un sano senso critico e autocritico, non per demolire ma per migliorare, ci può esser d’aiuto. Non siamo opposti rappresentanti di mondi inconciliabili, siamo tutti in ricerca e possiamo trovare ampi spazi di riflessione e collaborazione. Alcuni saranno più sensibili a certi argomenti che magari ad altri potranno sembrare marginali, ma l’onestà con cui sapremo cogliere ogni occasione per approfondire, anche cercando di vedere le cose dal punto di vista altrui, non mancherà di dare buoni frutti a suo tempo
Tre domande per Abdu n-Nur: dal punto di vista islamico i matrimoni forzati sono illeciti, nel senso che ci si può rifiutare di sposare che ti viene proposto. Ti chiedo: è possibile un matrimonio diverso dal matrimonio combinato da chi esercita la tutela? Ovvero, oltre a dire sì o no a chi ti viene proposto, è islamicamente lecita l’amicizia tra uomini e donne diversi dai parenti stretti non sposabili e innamorarsi in luoghi promiscui frequentati in comune come luoghi di lavoro o campi di fiori per poi presentarsi ai genitori se ci sono e concordare il tutto. Seconda domanda: in una discussione con Noor mi è parso evidente la tua grande stima per lo sceicco Yusuf al-Qaradawi. Da quanto mi risulta Qaradawi non è contrario all’infibulazione, in più occasioni ha emesso dei pareri in cui dichiarava queste pratiche non obbligatorie, ma raccomandabili. Tu la pensi allo stesso modo? Terza domanda: dal punto di vista islamico il Profeta Mohammed era pefetto ed infallbile oppure aveve anche dei difetti e imparava a volte dagli errori che commetteva? Il musulmano cioè deve necessariamente attenersi a un hadith autentico perchè il profeta era ed è sempre un esempio perfetto? Grazie
Caro Mario, in primo luogo, nell’ambito di un matrimonio islamico la richiesta di matrimonio (khutbah) viene rivolta al tutore legale (wali) della donna, senza però che egli ne debba essere necessariamente il promotore. Cioè, non è affatto necessariamente il padre – o chi per lui – a “combinare” il matrimonio della ragazza; se un uomo si reca dal wali domandandone la mano, egli – salvo determinate condizioni di inammissibilità – è semplicemente un “mediatore legale” tra l’uomo e la donna. Inoltre, la donna stessa può domandare al suo wali o ad un suo famigliare di inoltrare una domanda di matrimonio: il primo matrimonio del Profeta – su di lui siano la Pace e le benedizioni d’Iddio – avvenne proprio così.
Nell’ambito di questo sistema, le modalità di conoscenza tra un uomo ed una donna possono variare sensibilmente, all’interno di canoni di liceità. Ci possono essere occasioni familiari, lavorative, religiose. Chiaramente il contesto contemporaneo è assai differente da quello classico tradizionale, pur nelle sue varietà geografiche: al quartiere-famiglia ed alla famiglia allargata si è sostituita la disgregazione famigliare e l’individualismo globalizzante. Alle occasioni di riunione religiosa e di scambio sociale “ortodosso” e lecito, sono subentrate le occasioni di promiscuità finalizzata al solo divertimento ed alla “trasgressione organizzata”. E’ necessario quindi valutare di volta in volta la maggiore o minore liceità di una situazione, ed in ogni caso tenere fermi quei principi generali cui bisogna continuamente fare riferimento.
Così, anche i rapporti tra uomo e donna vanno valutati di volta in volta, specificamente: la “amicizia” tra uomo e donna – la cui possibilità effettiva è spesso e volentieri messa in dubbio perfino dagli atei più convinti – apre frequentemente le porte ad ambiguità ed a situazioni di criticità, ma nessuno oserebbe valutare da un punto di vista profano, ad esempio, quel rapporto di spirito che legò Francesco a Chiara. Ci vuole dunque una saggezza ed una sensibilità spirituale che viene spesso disattesa e ripudiata, tanto dai più inopinatamente “severi”, quanto – a maggior ragione – dai più genericamente “liberali”.
In secondo luogo, non stimo particolarmente al-Qaradawi. Ne rispetto profondamente la funzione sapienziale e l’indiscutibile conoscenza dottrinale; tuttavia, nutro maggiore prudenza, rispetto alla sua impostazione giurisprudenziale. Egli postula, infatti, un relativo “distacco” dalla tradizione giuridica ortodossa, imperniata su quattro “scuole giuridiche” (madhahib), in favore di un “nuovo madhhab” – promuovendo, per certi versi, una specie di “protestantesimo” dell’Islam, se così si può dire, semplificando all’estremo.
Nel merito, mi sembra comunque assai improbabile che al-Qaradawi abbia potuto giustificare l’infibulazione, rispetto a cui sono chiaramente contrarissimo, per un naturale senso di umanità che la dottrina religiosa non fa che confermare e rafforzare. E’ assai più probabile che egli abbia fatto riferimento al “khafd”, ovvero alla circoncisione femminile.
La differenza tra le due pratiche (il “khafd” e l’infibulazione, od in forma ridotta, l’escissione clitoridea) è, per capirci, la stessa che intercorre tra la circoncisione maschile, risaputamente limitata al taglio del prepuzio, e la completa evirazione dell’uomo – in alternativa, il “khafd” può essere paragonato al taglio di un’unghia, e l’infibulazione al taglio di un dito. L’Islam ed i sapienti musulmani raccomandano la circoncisione (per diversi motivi, e quella maschile assai più decisamente di quella femminile), ma proibiscono chiarissimamente qualsiasi ulteriore intervento sul corpo umano che infligga dolore, menomazioni, handicap, tanto da un punto di vista fisico quanto, nel caso particolare, nella possibilità di provare piacere e di vivere una vita matrimoniale completa e gratificante – il che è un “diritto” esplicitamente riconosciuto ad entrambi i coniugi, oltre che un’indicazione basilare per qualsiasi rapporto sano ed autenticamente “umano”.
In terzo luogo, la figura del Profeta Muhammad – su di lui siano la Pace e le benedizioni d’Iddio – è considerata, da un punto di vista islamico, infallibile nella sua funzione profetica di testimone spirituale e di legislatore religioso. I suoi compagni gli chiedevano, di tanto in tanto, ciò che può essere tradotto come: “Oh Profeta, questa cosa la dici nella tua qualità profetica, od è un tuo parere da un punto di vista strettamente umano, empirico?” Egli rispondeva dunque distinguendo i piani, e spesso chiedeva consigli ed accoglieva critiche e correzioni – ad esempio, in alcuni aspetti della conduzione delle battaglie, in cui l’esperienza personale di alcuni suoi compagni era maggiore, e così via.
Tuttavia, perfino nella sua “fallibilità” – come visto, relativa e circoscritta – siamo chiamati a riconoscere un’indicazione provvidenziale. Alcuni brani del Corano “richiamano” il Profeta o ne “chiariscono” alcuni “dubbi”: questo, alla luce della Rivelazione profetica, non rappresenta affatto un’indicazione dei “limiti” del Profeta in se stesso, né permette di estenderne inopinatamente la “correggibilità”; si tratta piuttosto di “segnalali” ed insegnamenti particolari per coloro che alla sua figura sono chiamati il più possibile a fare riferimento. Perciò è possibile dire che “perfino il suo errare non fu mai errore”, bensì guida ed indicazione per coloro che ne seguono l’esempio e la strada (as-sunnah wa al-shari’ah).
D’altra parte, è necessaria comunque la dovuta prudenza nell’attingere “solamente” dagli ahadith i criteri della propria condotta individuale. Si narra che i primi trasmettitori di ahadith si limitassero a riportarne il contenuto e la “catena di trasmissione”, ma tacessero una volta interrogati circa il commento degli ahadith e le prescrizioni normative che se ne potevano trarre.
Coloro che si esprimevano legittimamente su queste questioni erano invece gli ‘ulema’ del fiqh, ovvero coloro che a partire da una solida conoscenza del complesso della tradizione profetica, disponevano altresì degli strumenti interpretativi necessari per “estrarre” le regole shara’itiche più esatte. Un certo hadith, ad esempio, può essere stato profferito in una situazione particolare, o nei confronti di una persona dalle caratteristiche specifiche, oppure può essere in relazione con altri ahadith o versetti coranici che ne spiegano e ne compendiano il significato e l’applicazione, e così via.
E’ perciò che si possono paragonare le scienze islamiche ad un’ecosistema sapienziale, in cui – a partire da un’origine divina – ogni elemento è strettamente e provvidenzialmente connesso agli altri, in una complessa rete di rapporti, corrispondenze, compensazioni, che sfuggono completamente a coloro che ne guardino soltanto la superficie, e che richiede invece una competenza crescente a coloro che s’impegnassero, con l’aiuto di Dio, ad addentrarvisi per coglierne i significati profondi e per restituirne la linfa ai “credenti comuni”, se così si può dire.
Questo è esattamente il contrario di ciò che fanno, da un lato, quei letteralisti che si fermano alla “lettera esteriore” della Legge, talora traviandone così completamente sia il significato sia i criteri di applicazione sapienzialmente fissati e trasmessi dalla Tradizione ortodossa; e, dall’altro, ciò che fanno quei modernisti che, in virtù di considerazioni del tutto estranee al nocciolo ed alla polpa della Tradizione stessa, invocano questa o quella “riforma”, senza detenere né la conoscenza elementare per ambirvi concretamente – se non in contesti del tutto estranei, se non proprio avversari, alla sapienzialità islamica – né la coscienza che, spesso, quelle stesse “soluzioni” animatamente invocate fanno parte a pieno titolo di quella stessa Tradizione, ed in forme assai più “radicali” e “definitive” di qualsiasi “novità” o “freschezza interpretativa”. E’ per questo che qualcuno ha detto che: “Tutto è già stato detto, ma è ben lungi dall’esser stato compreso”, benché vi saranno sempre persone che ambiranno a dire qualcosa di “nuovo” ed “autentico”, sicure di trovare sempre una platea desiderosa e grata.
Mi scuso per la lunghezza del messaggio, dovuta all’ampiezza delle questioni poste, cui – pur se forzatamente in via del tutto introduttiva – mi auguro di aver potuto contribuire in qualche maniera.
Caro Abdu n-Nur, ti ringrazio tantissimo per le risposte articolate e, nei limiti del possibile, esaurienti.