Muhammad e il costo reale della felicità
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Quel che segue è la storia di Muhammad, nome comune a molti degli immigrati che dal Nord Africa cercano fortuna in Italia, fuggendo dalla disoccupazione e dalla povertà, da luoghi in cui non vi è neppure l’accenno di uno stato sociale o la speranza di un futuro migliore che ne premi le fatiche e il lavoro; altrettanto comuni sono stati il suo viaggio e le insidie che lo hanno colto nel sua vita di clandestino nel nostro Paese.
Muhammad è un ragazzo di poco più di vent’anni, nato in un piccolo borgo rurale sul delta del Nilo, El Monoufia. Un giorno Muhammad viene contattato da un distinto signore: “Mi chiese se volessi andarmene, fuggire dall’Egitto, e mi raccontò quanto libera, accogliente, ricca e prosperosa fosse l’Italia” – mi spiega in dialetto egiziano – “Si offrì, quindi, di organizzare il viaggio verso il porto di Tobruk, da dove sarebbe salpata di lì a breve una nave diretta in Sicilia. Raccoglievano il numero di persone necessario per farla salpare e chiedevano a ciascuno il pagamento di un biglietto. Il prezzo della felicità era di circa 3.000 Euro”.
Proviamo a misurare quale sia il costo reale dell’agognata felicità: al tasso di cambio medio, 1 euro vale circa 7,5 lire egiziane e, quindi, la somma richiesta a Muhammad per poter partire corrisponde a circa 22.000 lire egiziane; se si considera che il compenso medio mensile di un operaio è di circa 500 lire egiziane, il conto è presto fatto: uscire da El Monoufia significava sacrificare il guadagno di quasi quattro anni di lavoro. Muhammad sperava di poter trovare un’occupazione decente, sapeva che un operaio in Italia guadagna circa un migliaio di Euro e che, inviando a casa un paio di centinaia di euro al mese, avrebbe potuto ripagare il debito contratto per permettersi il viaggio e garantire al padre pescatore quella pensione, adeguata alle fatiche e ai dolori che la vita gli aveva riservato, che lo Stato egiziano non avrebbe mai potuto garantirgli.
“In Libia mi si presentava una situazione ben diversa da quella che sento descritta in Italia. I barconi con i migranti a bordo salpavano sempre e solo con il benestare del governatorato locale”, racconta e prosegue: “spesso erano le forze dell’ordine del luogo, conniventi, che scortavano i gommoni fuori costa, fingendo controlli o arresti in caso di intervento di operatori europei”.
Arrivato a Lampedusa, Muhammad veniva identificato, accolto e curato e lasciato sostanzialmente libero di fuggire dal centro di prima accoglienza. “Presi un treno fino a Milano senza incontrare alcun particolare controllo”, incontrava quasi subito altri connazionali pronti ad accoglierlo e ad approfittare della situazione di difficoltà in cui si trovava. “Alcuni concittadini mi indicarono una zona di Milano dove avrei potuto trovare rifugio e forse un lavoro, in zona via Padova. Qui mi prese alle sue dipendenze un egiziano che mi mise a lavorare presso il suo locale, pagandomi poche centinaia di Euro in nero e offrendomi vitto e alloggio, promettendomi una mano per ottenere un permesso di soggiorno: permesso che non mi sarebbe stato legalmente fornito da chi mi aveva accompagnato ai confini dell’Italia e mi aveva abbandonato”.
Anche questa volta a Muhammad chiesero 3.000 Euro circa. Il suo datore di lavoro, o forse sarebbe meglio dire uno dei tanti aguzzini incontrati durante il suo cammino, gli promise che avrebbe chiesto e ottenuto che Muhammad avesse un posto in uno dei tanti decreti flussi promulgati dal Governo; disse che avrebbe raccolto e prodotto la documentazione necessaria ed avrebbe inviato il famigerato kit postale con cui al ragazzo sarebbe stata concessa una sanatoria di fatto: anche in questo caso per Muhammad si trattava di un raggiro.
L’analisi eseguita dai legali del ragazzo sul fascicolo inviato alla Questura di Milano, infatti, dimostrava che chi aveva preparato la domanda (ossia quello stesso connazionale che lo sfruttava come lavapiatti in nero presso il suo locale) aveva inoltrato false comunicazioni, dichiarando che Muhammad era entrato in Italia per motivi di lavoro autonomo: motivi, questi, per cui sono ammessi molti immigrati l’anno a condizione che abbiano ottenuto l’apposito visto dal competente Consolato italiano.
Non era questo il caso di Muhammad: la sua posizione non era - e non è - in alcun modo sanabile giacchè il mero invio di un kit postale a nulla serve nel regolarizzare la posizione di clandestinità.
In tema di immigrazione, infatti, la legge italiana persegue l’obiettivo di realizzare una puntuale programmazione ex ante degli ingressi legali sul territorio nazionale per ragioni di lavoro subordinato, stagionale e non, o autonomo attraverso il decreto flussi, che di regola annualmente stabilisce il numero di lavoratori ammessi in base ai dati forniti dalle Regioni.
Per essere chiari il meccanismo funziona nel seguente modo: il datore di lavoro italiano o straniero regolarmente soggiornante, che voglia assumere un lavoratore straniero, deve inoltrare domanda secondo i modi e i tempi stabiliti dal decreto flussi con indicazione nominativa del lavoratore; se è fortunato, tra le centinaia di migliaia di domande, la sua si collocherà in una posizione utile in graduatoria; in tal caso, dopo un tempo variabile, verrà convocato presso lo Sportello Unico Immigrazione per ritirare il nulla osta da spedire nel Paese di origine del lavoratore che, a sua volta, lo presenterà alla Rappresentanza Consolare Italiana per ottenere il visto di ingresso.
Il sistema presenta, tra i tanti, due enormi inconvenienti: il numero è sempre insufficiente rispetto alle richieste e l’indicazione del lavoratore deve essere nominativa poiché, solo in mancanza di conoscenza diretta, si procede a richiesta numerica da liste appositamente e bilateralmente costituite dall’Italia con i Paesi d’origine.
Pertanto, a meno di sanatorie straordinarie, come ad esempio la legge n. 102/2009, comunque limitata a “Colf e badanti”, la vicenda di Muhammad non ha alcuna soluzione.
Sapeva o non sapeva Muhammad, sanno o non sanno gli altri come lui che questa è la realtà e che ogni promessa in senso opposto è illusoria?
I canali informativi sono numerosi, molto spesso qualificati, anche gratuiti, eppure molti pagano per non ritrovarsi in mano nulla: come mai?
La domanda non merita una risposta approssimativa, ma è certo che la consapevolezza rende i migranti irregolari complici dello sfruttamento cui sono soggetti, precludendo loro la possibilità di sporgere utilmente denuncia e rendendo palese la natura esclusivamente legislativa - e dunque politica - del problema.
Il punto di vista di Muhammad è racchiuso nelle ultime amare parole che ci rivolge: “Io volevo denunciare i miei sfruttatori, raccontare alla Questura l’accaduto. Ma non posso: sono clandestino, mi arresterebbero e rimpatrierebbero. O forse mi concederebbero un permesso di soggiorno per motivi di giustizia per soli tre mesi, dopo i quali dovrei tornare in Egitto perdendo un posto di lavoro regolare e rinunciando ad uno stipendio che mi guadagno in modo lecito e su cui pago le tasse. Forse fanno bene i criminali che ci portano in Italia o che sfruttano gli immigrati clandestini. Lo Stato rende difficile alle vittime del reato il poter chiedere ed ottenere giustizia”.
John Shehata
Sissy Ghaly
Ho conosciuto dei giovani impiegati da imprese edili che lavoravano anche la domenica (tanto non devono mica andare a Messa…), senza alcuna protezione né tantomeno assicurazione contro gli infortuni, ai quali per pausa pranzo venivano concessi ben 15 minuti. Temo che non si tratti ci casi isolati. Eppure il clandestino è visto soprattutto come un potenziale delinquente, o uno che commette reati solo per il fatto di esistere, non anche e soprattutto uno che subisce ogni sorta di angherie, ingiustizie e sopraffazioni (vogliamo parlare degli alloggi in subaffitto in cui vivono stipati e pagando spesso cifre esorbitanti? O delle prostitute nigeriane che non mi risulta arrivino con nessuna carretta del mare, ma su voli di linea e munite di visti che sarebbe interessante sapere come riescano a procurarsi?). Se poi è musulmano, la predisposizione a finire per militare in gruppi eversivi e terroristici aggrava ulteriormente le cose. Ci siamo già scordati che italiani (e irlandesi), in quanto cattolici e quindi papisti, provenienti da zone rurali e dunque analfabeti, superstiziosi e maschilisti erano visti con sospetto, se non con disprezzo, nei civili paesi del nord Europa o negli Stati Uniti, fino non proprio a moltissimi anni or sono? Ci volle del tempo perché si superassero molti pregiudizi nei loro confronti. Talvolta la diffidenza che incontrarono non fu del tutto ingiustificata: forme di criminalità organizzata si diffusero tramite alcuni di essi anche oltreoceano. Questo significa forse che le discriminazioni di cui furono oggetto siano state legittime? Ciò che è comprensibile in taluni casi non può mai diventare giustificabile in generale. E’ una lezione che avremmo dovuto imparare sulla nostra pelle, ma si fa presto a dimenticare. Certe parentele scomode si finisce per cancellarle, specialmente dopo che si è raggiunto un determinato grado di benessere. Ma, insieme all’acqua sporca, richiamo di gettare via anche il bambino. La vita sacrificata di intere generazioni che hanno contribuito allo sviluppo di tanti paesi diventerebbe così solo un imbarazzante incidente di percorso, un danno collaterale che sembra fastidioso e di cattivo gusto riportare alla mente.
articolo molto interessante, e di estrema attualità.
Non si può non condividere l’arguto commento del Signor Paolo.
Ma quali sono le soluzioni ai problemi che avete ben delineato?