Giù al nord…
Dati Articolo
All’alba del 2011 ho scoperto che semmai qualcuno dovesse chiedermi di che origine sono, anche io posso finalmente esclamare: “Io? Io sono del Nord! “ Il che tradotto in arabo sarebbe ‘Ana min al shamal’. Mio padre è sudanese, mia madre egiziana e mia nonna è turca, ho sempre vissuto in Italia e nonostante il mio aspetto fisico possa non suggerire esattamente la mia nazionalità italiana, penso di esserlo al cento per cento. Fin da piccolo però ho sempre vissuto il dilemma di questa origine un po’ scomposta con grandi difficoltà. Infatti, fare la conoscenza di qualcuno raccontandogli che tuo padre viene da un paese, tua madre da un altro, tua nonna da un altro ancora e che tu infine fai parte di un quarto paese, non è mai stato facile. Questo melting pot di paesi per una certa fase della mia vita è stato sostituito con la frase ‘sono di origine egiziana’, il che mi semplificava molto spesso la vita evitando ogni volta un quarto d’ora di racconti. Tutto ciò avveniva fino a poco tempo fa, finchè il Sudan non si è diviso in Nord e Sud. Il Sudan, che ebbe l’indipendenza dal vicino Egitto e dal Regno unito nel 1 gennaio del 1956, mantenne la repubblica sotto il nome di un unico stato fino all’ultimo referendum del 2011, svoltosi tra il 9 e il 15 gennaio .
Dopo necessarie e attente verifiche si è annunciata la scissione del più grande stato del continente nero in due nazioni, portando alla nascita del 54esimo stato africano (la repubblica del Sud Sudan). La separazione è avvenuta principalmente per motivi etnici (il nord è di fede islamica e lingua araba mentre il sud è di fede cristiano-animista, e le lingue sono Nuar-Dinka e Kunama) aggravati da motivazioni economiche legate al fatto che il sud è molto ricco di giacimenti petroliferi, di miniere e di acqua. La conseguenza di tutto ciò è che essendo mio padre nato ad Abri, cittadina a nord di Khartoum (ex capitale del Sudan e attuale capitale del Sudan del nord), anzichè passare come sempre per il più meridionale di tutti, ovunque io vada, da oggi in poi potrò ironizzare sul fatto che seppur in maniera relativa…sono anche io del nord!
Fonti: Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite, Al jazeera english.
Akram Idries
Nella vita quotidiana la realtà è ben distante da astratti paradigmi panarabisti o panislamici ed è piuttosto nel microcosmo dei singoli paesi, regioni e villaggi che sono riscontrabili pregiudizi e persino forme di razzismo più o meno evidenti. Non ne fanno le spese solo etnie o confessioni religiose diverse, ma – come ovunque nel mondo – anche gli abitanti di determinate città o zone: nel Maghreb sono presi di mira i berberi, in Egitto gli abitanti del sud e i neri, in Siria i cittadini di Homs, in Iraq i curdi… ma non mancano rivalità tra centri urbani come Damasco e Aleppo (un po’ come Roma e Milano da noi), tra sedentari e nomadi, tra tifosi di diverse squadre di calcio della stessa città (Ahli e Zamalek al Cairo sono come Roma e Lazio o Inter e Milan dalle nostre parti) e via dicendo.
E’ la reale o presunta ‘diversità’ del vicino che disturba, anche se relativa e meno decisiva rispetto a chi sta dall’altra parte del mondo. E’ essa che viene enfatizzata fino al grottesco e ribadita con un’infinita variazione sul medesimo tema che grazie alla sua stessa ripetitività si rafforza fino a diventare proverbiale, tanto che chiunque ormai può dirsi convinto della ‘parsimonia’ dei genovesi o degli scozzesi, anche se non ne ha mai incontrato neppure uno. Rendersi conto che ciò avviene anche in un mondo che siamo abituati, per ignoranza e per paura, a considerare un insieme monolitico e compatto, potrà aiutarci a farcene un’idea più realistica e in definitiva più umana, se non altro poiché vi riconosceremo operanti gli stessi meccanismi che riscontriamo a casa nostra e finanche i nostri stessi difetti: cominciando a ritenerci simili nei medesimi vizi, in casi più fortunati potremo scoprire di praticare anche le stesse virtù.
Sono d’accordissimo con te Paolo, soprattutto quando a fomentare queste diversità all’interno delle realtà locali sono motivazioni ben più strutturate e complesse. Ritornando appunto all’articolo, una delle motivazioni di questa secessione sudanese è stata la Cina e lo “sfruttamento” petrolifero che attua nella zona dell’ Abby, oltre ovviamente a questioni etniche e religiose. Mi fa molta rabbia quando si specula su qualcosa che riguarda la religione, perchè a volte diventa un mezzo di “distruzione di massa” e le vittime di tutto ciò sono sempre le persone semplici. So che il mio discorso potrebbe sembrare retorico, ma spero che a furia di parlarne nel pratico un giorno possa cambiare qualcosa!!