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"il blog delle seconde generazioni"

Fuga vs ritorno di geni

Fuga vs ritorno di geni Dati Articolo Uno dei temi di maggior rilevo negli ultimi anni, soprattutto in Italia, è la fuga di geni dal proprio paese d’origine per cercare fortuna all’estero, in quanto la propria madrepatria sembrerebbe non offrire la possibilità di soddisfare le proprie ambizioni e aspettative; ma cosa accadrebbe se ponessimo la stessa tematica per le persone di “seconda generazione”, da molti viste come figli d’immigrati ma che io preferisco definire “italiani dal valore aggiunto”?
La mia crescita come ragazzo di seconda generazione si è composta di 2 fasi importanti: la prima è la fase adolescenziale, in cui il valore  prevalente è la ricerca della libertà e dell’indipendenza, e  durante la quale l’appartenere a due culture differenti è sentito come un giogo che trova le fondamenta proprio nella differenza tra le due culture; d’altro canto la seconda fase è quella di maturazione, quando arriva il momento di affacciarsi al mondo del lavoro dopo aver assorbito e convissuto con le due culture, e dove essere di seconda generazione non è nient’altro che un punto di forza e di differenziazione tra i propri coetanei.
La vera svolta per un ragazzo di seconda generazione è quando prende conoscenza del proprio potenziale e del fatto che, nonostante la situazione del mercato del lavoro sembri essere bloccata e priva di opportunità, il proprio paese d’origine offre potenzialità di crescita e opportunità di lavoro maggiori della nazione in cui vive. Nel mio caso specifico lo scenario di svolta reale è arrivato in occorrenza del Forum economico del Mediterraneo 2009 quando è stata esposta un’analisi dettagliata dei flussi di business tra Italia ed Egitto, aumentati di circa il 500% negli ultimi anni.
Questo dato fu scioccante soprattutto in periodo post-crisi economica e iniziai a capire che rispetto alle persone con cui sono cresciuto forse ho un’alternativa…sì, forse ci si può rivendere con valore maggiore sul mercato del lavoro ad aziende con rapporti lavorativi col proprio paese d’origine.
E’ proprio in questo momento che un ragazzo di seconda generazione prende coscienza delle potenzialità che la sua diversità li ha riservato, e preso dall’euforia cerca di porsi al mondo del lavoro in maniera differente e più positiva ottenendo consensi ed opportunità lavorative all’estero, nel paese d’origine o nei paesi confinanti, con stipendi da capogiro ed impensabili in Italia per un neolaureato; ma come sempre noi di seconda generazione difficilmente rischiamo e difficilmente agiamo senza un consenso famigliare in segno di rispetto e di sicurezza.
Il momento più assurdo di questa situazione è quando i famigliari sconsigliano questo tipo di esperienza nel proprio paese d’origine: come è possibile tutto questo?
Prima ti insegnano la lingua madre per un senso di appartenenza e di origine e poi ti sconsigliano di espatriare nel loro paese?
Questa situazione beffarda sconvolgerebbe chiunque…passare dal potenziale di cui si è preso coscienza, alle riserve e alla riluttanza contrapposte da parte dei famigliari provoca un’enorme confusione…e quindi qual è la vera motivazione di questo atteggiamento?
Di primo acchito la risposta che mi sono dato ha trovato luogo in due macrodimensioni che caratterizzano il mio paese d’origine. La prima dimensione può essere descritta dai servizi ottenuti dai miei genitori da parte della loro patria in termini di potenziale e opportunità di lavoro, e dalla forte presenza di corruzione all’interno del paese,  tuttavia i tempi cambiano e la nazione ha avuto uno sviluppo economico strepitoso, quindi può essere che i miei genitori mantengano una visione obsoleta del proprio paese che oggi probabilmente non è più coerente.
La seconda dimensione è inerente alla possibile discriminazione tra musulmani e cristiani, tematica che forse non può essere percepita da parte di uno straniero o di un ragazzo che torna al proprio paese d’origine per un breve periodo, trascorrendo la prevalenza del tempo nelle città più evolute o in luoghi di upper class.
Razionalmente parlando, per me era impensabile che nel 2010, in un paese con un potenziale economico cosi appetibile ci potessero essere complicazioni di questo tipo. Possibile che possa esistere un pensiero comune, di impronta “medievale”, in cui si pone la propria religione prima di ogni cosa e anche all’interno di rapporti di business? Possibile che un paese si possa governare basando le proprie leggi sullo statuto religioso?
Anche se in primo luogo non ho voluto credere ad una visione cosi arcaica e medievale, purtroppo alla luce dei fatti avvenuti agli inizi del 2011 non posso che riflettere e domandarmi se forse la visione dei miei genitori non sia poi cosi lontana dalla situazione attuale.
Gli scontri tra cristiani e musulmani e la caduta di Mubarakcausata dalla rivolta popolare del 25 gennaio 2011, sono avvenimenti che ci parlano di una situazione interna meno visibile, che ha portato le persone al tracollo.
Tuttavia, nonostante l’instabilità attuale, la rivolta giovanile organizzata tramite i social network è un ottimo segnale che dimostra la volontà di costruire un paese migliore, e sembra suggerire una volontà popolare precisa: la creazione di uno stato democratico e possibilmente laico, cosa che difficilmente potrebbe avvenire se il paese cadesse in mano di una maggioranza religiosa come i Fratelli musulmani.
Marco Latif


8 Responses to Fuga vs ritorno di geni

  1. Alberto Moro says:

    Il tema è più che mai attuale. Mescolare sviluppi generazionali differenti con un’analisi dei mercati e di rapporti tra paesi differenti è un paragone acuto e “rischioso”.
    Solo persone che hanno mente aperta, voglia di fare, e alta capacità di analisi possono affrontare tali argomenti senza scadere in cliché o parole vuote e senza senso.

    Il discorso andrebbe ampliato ma capisco bene che in un blog non si possa postare paginoni di roba.

    E se si facesse a puntate?

    Un abbraccio

  2. Francesca says:

    In verità credo che l’Italia offra opportunità che possano soddisfare le proprie ambizioni e che se non ci si arrende(e su questo si potrebbe scrivere un libro!!)si trova il lavoro che si è sempre desiderato, consono ai propri studi e aspirazioni.Il problema è che quel contesto è caratterizzato da persone che non conoscono la parola meritocrazia e pertanto hai il lavoro giusto ma sei circondato da persone che non ne sanno nulla.E sono quelle stesse persone che non solo vagano nel “non sapere” ma etichettano gli italiani in nuove generazioni e non,come se ci fosse bisogno di fare distinzioni all’interno di ciò che il termine “italiano” racchiude.Le rivoluzioni non sono altro che la presa di coscienza che non solo certe “etichette” sono sbagliate ma che si può dire “NO” a chi quelle etichette le impone.Questo dimostra che il mondo sta cambiando perchè stiamo cambiando dentro di noi e a quel punto non c’è bisogno di fuggire ma bisogna dar vita a un cambiamento.

  3. Simone Wolf says:

    Un bellissimo articolo che condividerò sulla mia pagina di Facebook. Essendo anch’io cresciuta fra due culture sento al 100% quello che scrivi. Solo che in questo caso è la mia “terza” nazione. Casa a scelta. Tanto più approva quello che scrivi.

    Mi rassegno quando leggo (sui giornali tedeschi e inglesi, mica su quelli italiani) che l’Italia nella comunità Europea ormai ha raggiunto livelli della Grecia che sta per rischiare che prossimamente vengono bloccati tutti i crediti, quando sappiamo bene che dall’altro lato la richezza privata in Italia è una delle più alte in Europa.
    E’ veramente così difficile fare 1+1 e, per esempio offrire a privati dei vantaggi buoni se portassero i loro soldi in banca.. Ecco, sarebbe il primo passo per fare girare l’economia.

    Mi lascia a bocca aperta vedere queste discrepanze… com’è possibile che le persone che sono a decidere sul futuro di un paese sembrano dei paralizzati, anche quando le soluzioni vengono presentati sul piatti d’argento sotto il loro naso..

    Oltre dell’appetitoso, purtroppo ci vuole anche quello che ha l’appetito… Cari decisori i miei genitori, quando non mangiavo (di entrambe le culture) mi dicevano: “l’appetito verrà mentre mangi!” E avevano sempre ragione.

  4. mino says:

    Un articolo molto interessante su un argomento, che per quanto mi riguarda, di particolare interesse perché anch’io sono un ragazzo di “seconda generazione” o “italiano dal valore aggiunto”.
    Guarda, mi trovi pienamente d’ accordo su tutto, per certi versi la decisione che dovremmo prendere non è facile. Ci si trova nella situazione di dover rischiare tutto, come hanno fatto i nostri genitori, perché per noi tornare nel loro paese d’origine è come un salto nel vuoto; siamo cresciuti qui, viviamo in un paese ‘democratico’ e x quel poco che ho visto di democratico giù c’è veramente poco.
    Secondo me questo è ciò che ci rende più restii dal decidere se rischiare o no, perché se valutiamo stipendio, posizione in azienda ecc le opportunità, ad inizio carriera, che si avrebbero lì sarebbero migliori che qua.
    Sta a noi decidere di rischiare, o sperare che la situazione migliori o qua o giù…

  5. Marianna says:

    Complimenti per l’articolo, più che condiviso!!
    Anch’io come alcuni di voi ho genitori non italiani e devo ammettere che non mi sono mai sentita al 100% ne egiziana (paese d’origine dei miei genitori) ne italiana (paese di nascita e di residenza).
    E’ vero, se da piccoli questa situazione crea un po’ di confusione, crescendo ci si rende conto di avere qualcosa in più rispetto agli altri. Qualcosa in più che, oltre a darci una visione più aperta della realtà, offre molte opportunità lavorative sia qui in Italia che all’estero.
    Io sono dell’idea che queste occasioni bisogna coglierle perchè tutto forma sia professionalmente che non e se va male ci si mette 2 secondi a prenotarsi il viaggio di ritorno.
    In bocca al lupo a tutti!!
    Mary

  6. Giancarlo G. says:

    hai centrato in pieno il tema.
    Il contributo che daranno gli immigrati alla crescita economica dell’Italia nei prossimi anni sarà fondamentale. Comeè stato epr gli Italiani che sono emigrati negli anni ’60 e ’70 in Australia, Argentina, …

  7. Pier Francesco says:

    Marco, mi pare che nel tuo articolo non sia stata considerata una terza ipotesi (o forse non ho letto bene?), oltre alle scelta tra fuga e ritorno: lavorare come “expatriate” per qualche anno, cioè farsi assumere da una ditta italiana (o europea) e farsi mandare in Egitto (o in qualunque altro paese arabo) come trasfertista per 3 o 4 anni, sfruttando il vantaggio competitivo incolmabile che uno come te, che conosce la cultura e parla arabo madrelingua, ha rispetto a un italiano “tradizionale” (ovviamente a parità di tutto il resto). Io, ad esempio, ho fatto l’expatriate per due anni in Inghilterra, ed è stata un’esperienza molto intensa, sia lavorativamente sia personalmente. Mi stavano per mandare negli Emirati Arabi, ma purtroppo non se ne è fatto nulla, peccato. Certo, quando arriva il momento devi prepararti alla prima busta paga dopo il tuo rientro in Italia, l’impatto è duro: ma non si può avere tutto dalla vita, no? ;-)

  8. Grazia says:

    Il contributo positivo possono darlo gli immigrati di qualunque razza o cultura, purché si sentano parte del Paese in cui vivono. Voglio dire, negli Stati Uniti convivono da una vita musulmani, cattolici, ebrei, atei di ogni razza e provenienza, uniti dal comune orgoglio di ESSERE AMERICANI!
    Finché in Italia non ci sarà questo, non si avrà nessun miracolo.
    Finché voi non vi sentirete “nè egiziani nè italiani” non avverrà nessun miracolo.
    Finché sentirò ancora giovani ventenni di origine marocchina dichiarare sul web: “Presto l’Europa cadrà e sarà nostra!” non ci sarà nessun miracolo.

    Non importa quale Dio adorate, quali feste celebrate, quali cibi mangiate e quali altri sono “haram”… ma finché non riuscirete a SENTIRVI ITALIANI non ci sarà mai il miracolo dovuto al “contributo degli immigrati”. Senza orgoglio non c’è crescita.

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