E’ primavera…ma non per tutti
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La Tunisia, in piena crisi istituzionale, ha accolto senza batter ciglio 250mila disperati provenienti dalla Libia. Coi suoi 6 milioni d'abitanti è esattamente un decimo dell'Italia, ma ha saputo esser dieci volte più ospitale... Non pare che alcun leader politico abbia gridato “Fora di ball”, né che la popolazione locale si sia ribellata di fronte a una tale emergenza umanitaria. Hanno evidentemente altro a cui pensare. Un collega, chiamato insieme ad altri a ristendere la Carta costituzionale tunisina, ha detto a un amico che lo ha sentito per telefono: “Stiamo scrivendo la storia”. Che invidia! Noi abbiam fatto addirittura fatica a celebrare il 150° anniversario dell'unità nazionale.
La lezione che ci sta venendo dal Nordafrica e dal Medio Oriente è di quelle che lasciano il segno. O, almeno, così dovrebbe essere. I giovani che là hanno invaso le piazze lo han fatto chiedendo dignità e libertà, ancor prima che pane e lavoro, e non hanno bruciato bandiere americane né israeliane. Sappiamo bene, per esperienza diretta, che le rivoluzioni liberali sono sempre state promosse dai corpi intermedi della società civile, termine che finora ha ben poco avuto a che fare con la realtà di molti dei paesi interessati dai recenti rivolgimenti. Lo scarto generazionale saprà prendere il posto di quello sociale? I numeri parrebbero esserci: oltre la metà della popolazione in Tunisia e in Egitto ha meno di 25 anni e se le tendenze demografiche non muteranno a breve la percentuale di giovani senza futuro aumenterà. Se non avranno condizioni di vita almeno decenti a casa loro, l’attuale ‘invasione’ di immigrati potrebbe diventare davvero lo tsunami umano di cui tanto si parla. Per la nostra sicurezza quindi, oltre che per quella di Israele, ancor prima che a vantaggio delle minoranze locali, avremmo tutto l’interesse ad accompagnare e sostenere un reale mutamento tra i nostri dirimpettai mediterranei, a patto di considerare la politica una nobile arte di prevenzione e promozione umana sul medio-lungo periodo, e non squallidamente soltanto quella di procacciar consensi in qualunque modo per vincere le prossime elezioni.
Evidentemente crediamo ormai così poco nei principi che abbiamo solennemente dichiarato dopo gli orrendi massacri della prima metà del Novecento, da non saper neppure immaginare che altri li possano finalmente perseguire non per imposizione ma come frutto di una propria autonoma evoluzione. Un’Europa che sta invecchiando in fretta e male, abbarbicata ai suoi del resto sempre più esigui privilegi, si riduce ad esprimere un balbettio dissonante mentre alle sue porte risuona il grido di riscossa di popolazioni che hanno fin troppo a lungo sopportato governi impresentabili. Chi non sa far altro che diffondere la paura che non siano abbastanza ‘moderati’ parla un linguaggio vecchio, fatto di stagnazione e rassegnazione. Ai giovani bisogna saper chiedere l’eroismo, cioè la forza di realizzare dei sogni, prima che le disillusioni tolgano loro il coraggio di mettersi in gioco. Sicuramente qualcuno cercherà di cavalcare l’onda per fare in modo, gattopardescamente, che tutto sembri cambiare per restare sostanzialmente immutato, mentre altri tenteranno di arrivare agli obiettivi che finora non sono riusciti a raggiungere.
Tra questi ci saranno inevitabilmente anche movimenti e partiti d’ispirazione islamica, ma se fossero come quello che attualmente governa in Turchia sarebbe già un passo avanti rispetto al radicalismo eversivo degli ultimi decenni. Chi si illudeva che la secolarizzazione avesse ormai tolto di mezzo definitivamente il ruolo delle religioni dalla vita sociale ha dovuto ricredersi persino in Occidente. La laicità laicista sembrerebbe aver fatto il suo tempo anche dalle nostre parti, ma sarebbe un errore davvero fatale gettare il bambino insieme all’acqua sporca! Una sana distinzione tra politica e religione farebbe un gran bene anche all’islam, svilito dagli apparati che lo fruttano come strumento di consenso a servizio del potere non meno che dai fanatici che hanno tentato di utilizzarlo per rovesciare i governi in carica, ricorrendo anche alla disumana pratica degli attentati terroristici.
Son proprio i musulmani nati o cresciuti in Europa che stanno apprezzando i vantaggi di vivere senza condizionamenti ma per libera scelta la propria fede in un ambiente pluralista. Provare a favorire una sinergia propositiva tra queste fresche energie e quelle delle piazze arabe è davvero soltanto una bizzarra utopia? I cristiani d’Egitto amano definirsi gli autentici discendenti dei Faraoni, quelli del Libano si rifanno volentieri ai Fenici.... ma è una reazione di rifiuto della propria arabità dovuta alle troppe discriminazioni patite.
Una loro rinnovata partecipazione all’edificazione di società pluraliste ed egualitarie è più che mai auspicabile proprio in questi frangenti. A questo dovremmo spingerli e in questo soprattutto sostenerli, evitando di giustificare con le loro difficoltà una giusta integrazione dei musulmani nei nostri paesi. I diritti non si barattano, e il loro rispetto per tutti e dappertutto dovrebbe essere il fine ultimo delle tante agenzie internazionali che in proposito si rivelano purtroppo spesso reticenti, ipocrite e fallimentari.
Paolo Branca
«Una sana distinzione tra politica e religione farebbe un gran bene anche all’islam, svilito dagli apparati che lo fruttano come strumento di consenso a servizio del potere non meno che dai fanatici che hanno tentato di utilizzarlo per rovesciare i governi in carica, ricorrendo anche alla disumana pratica degli attentati terroristici»…Parole Sante. Se non si separano religione e politica, queste rivoluzioni saranno inutili.
Vorrei fare un appunto alle 2g italo arabe. Continuate a lottare per la caduta dei regimi ( e fate bene) ma non leggo nessuno che organizza un gruppo facebook o fa rete, o lancia un twittino a favore della laicità dello stato che spero verrà in egitto, tunisia, etc..forza cyber fighetti, datevi una mossa….
la laicità è uno strumento, come un buon martello, e lo stato di diritto una bella parete liscia su cui piantare chiodi. Ma né la laicità né lo stato di diritto ci daranno chiodi da piantare, dobbiamo trovarli nelle nostre energie morali e spirituali… è questa la legge del cosmo, i musulmani direbbero è sunnat Allah, il resto son chiacchiere!
Prof. Branca, condivido buona parte del Suo editoriale; mi perdoni però se Le esprimo un paio di obiezioni. Innanzitutto, paragonare la situazione “profughi” vista dal lato tunisino o da quello italiano secondo me non è del tutto appropriato. Non conosco nel dettaglio i rapporti tra le due comunità, ma mi aspetto comunque che ai Tunisini i Libici appaiano come gente avente la stessa lingua, la stessa cultura, la stessa religione; è inutile negare che dal nostro punto di vista, non è esattamente così e le difficoltà sono sicuramente maggiori. Inoltre, l’effetto è stato pure amplificato dalla limitata estensione territoriale di Lampedusa e dalla conseguente concentrazione di persone che si è venuta a creare.
In secondo luogo, Lei parla di esigui privilegi dell’Europa. A mio parere, la parola “privilegio” è un po’ fuorviante, perché farebbe pensare a qualche dono sceso dal cielo; invece, non dobbiamo dimenticare che i privilegi dei quali l’Europa gode (diritti dei lavoratori, stato sociale, libertà di espressione, ecc…) sono il frutto di battaglie che i nostri padri e i nostri nonni hanno combattuto: esattamente le stesse battaglie che ora i giovani Arabi stanno affrontando.
Caro Pier Francesco, riconosco che l’omogeneità linguistica e religiosa sia un vantaggio, ma ricordo che molti profughi rifugiatisi in Tunisia erano anche non arabi e non musulmani che fuggivano dalla guerra… Non mi pare siano state fatte distinzioni da parte di un paese piccolo e in crisi di fronte all’emergenza umanitaria e questo mi induce a riflettere.
Quanto ai privilegi europei sono sicuramente esito di lotte e impegno, ma appunto si vanno erodendo anche per noi (basti pensare al precariato giovanile) il che dovrebbe portarci tutti a parlare ormai sempre di diritti coniugati con profitti, ripensando il sistema economico (o dovremmo dire finanziario) che sta clamorosamente dimostrando la sua inadeguatezza sia per quanti hanno potuto e saputo beneficiarne finora sia per i tanti che ne sono rimasti esclusi, anche per colpa dei loro dirigenti. Insomma nel mondo globale se non troviamo il modo di stare decentemente tutti, temo che nessuno o quasi potrà più star tranquillo.
Caro Prof. Branca, grazie per la Sua risposta. Anch’io sono rimasto effettivamente stupito dall’accoglienza che un Paese in crisi politica, e relativamente povero, ha riservato ai profughi dalla Libia. Forse è anche per questa situazione difficile che stanno vivendo, cha ai Tunisini viene spontaneo dare aiuto ad altri che ne hanno bisogno, più che per comunanza religiosa o culturale. Se ci pensiamo, gli Emiri di Dubai sono musulmani, ma non pare riservino accoglienza calorosa ai lavoratori egiziani o pakistani…
In realtà, nel mio intervento precedente, mi sentivo solo di suggerire cautela nei confronti che si fanno tra le due sponde del Mediterraneo. Ultimamente sento spesso paragoni tra un’Italia (Europa) vecchia e addormentata da una parte e un Nord Africa / Medio Oriente giovane, fresco e vitalissimo. A parte le ovvie ragioni “anagrafiche”, trovo normalissimo che sia così: le civiltà nascono, crescono, invecchiano e “muoiono”, è nel corso naturale della Storia. Noi siamo nella fase di invecchiamento, mentre loro sono nella fase di crescita, e si sa che i vecchi sono generalmente meno tolleranti dei giovani. Concordo pienamente con Lei quando scrive che stiamo invecchiando male: certamente non hanno bisogno di tutori, ma penso comunque che nei confronti di questi popoli giovani potremmo essere nonni affettuosi, e invece ci comportiamo da suocere inacidite! Buona giornata.